Non una di meno: segui il corteo!

#SiamoMarea – 26 novembre, i nostri corpi invadono le strade di Romaadesiviweb1

Finalmente ci siamo! La manifestazione del 26 Novembre #NonUnaDiMeno è arrivata. Quante matrioske siamo?!

Segui le dirette:

audio Radiosonar – video LabTV – Twitter @nonunadimeno – Pagina Fb Non Una Di Meno

 

Appuntamento alle ore 14.00 in Piazza Esedra a Roma (adiacente metro A Repubblica)

Concentramento studentesco a Piazza dei Cinquecento alle ore 13.00, per raggiungere insieme Piazza della Repubblica

Non una di meno – verso il 26 e 27 novembre

Verso la manifestazione nazionale del 26 novembre contro la violenza maschile sulle donne.
Per la costruzione dell’assemblea nazionale con tavoli tematici del 27 novembre.

Per ulteriori informazioni: nonunadimeno.wordpress.com (su cui troverete info, appelli, foto, la descrizione dei tavoli e il report dalla grande assemblea svoltasi a Roma in preparazione della manifestazione.

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Un terzo delle donne italiane, straniere e migranti, subisce violenza fisica, psicologica, sessuale, spesso fra le mura domestiche e davanti ai suoi figli. Dall’inizio dell’anno decine e decine di donne sono state uccise in Italia per mano maschile. La violenza maschile sulle donne non è un fatto privato né un’emergenza ma un fenomeno strutturale e trasversale della nostra società, un dato politico di prima grandezza che affonda le sue radici nella disparità di potere fra i sessi. Le politiche di austerity e riforme come quelle del lavoro e della scuola, in continuità con quanto accaduto negli ultimi dieci anni, non fanno altro che minare i percorsi di autonomia delle donne e approfondire le discriminazioni sociali, culturali e sessuali.

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VERSO UNA GRANDE MANIFESTAZIONE DELLE DONNE: Il 26/11tutte a Roma!

Ni una menos! Non una di meno!


VERSO UNA GRANDE MANIFESTAZIONE DELLE DONNE: Il 26 Novembre tutte a Roma
Il 25 novembre è la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne. Vogliamo che sabato 26 novembre Roma sia attraversata da un corteo che porti tutte noi a gridare la nostra rabbia e rivendicare la nostra voglia di autodeterminazione.
Non accettiamo più che la violenza condannata a parole venga più che tollerata nei fatti. Non c’è nessuno stato d’eccezione o di emergenza: il femminicidio è solo l’estrema conseguenza della cultura che lo alimenta e lo giustifica. E’ una fenomenologia strutturale che come tale va affrontata. La libertà delle donne è sempre più sotto attacco, qualsiasi scelta è continuamente giudicata e ostacolata. All’aumento delle morti non corrisponde una presa di coscienza delle istituzioni e della società che anzi continua a colpevolizzarci.  I media continuano a veicolare un immaginario femminile stereotipato: vittimismo e spettacolo, neanche una narrazione coerente con le vite reali delle donne. La politica ci strumentalizza senza che ci sia una concreta volontà di contrastare il problema: si riduce tutto a dibattiti spettacolari e trovate pubblicitarie. Non c’è nessun piano programmatico adeguato. La formazione nelle scuole e nelle università sulle tematiche di genere è ignorata o fortemente ostacolata, solo qualche brandello accidentale di formazione è previsto per il personale socio-sanitario, le forze dell’ordine e la magistratura. Dai commissariati alle aule dei tribunali subiamo l’umiliazione di essere continuamente messe in discussione e di non essere credute, burocrazia e tempi d’attesa ci fanno pentire di aver denunciato, spesso ci uccidono.  Dal lavoro alle scelte procreative si impone ancora la retorica della moglie e madre che sacrifica la sua intera vita per la famiglia. Di fronte a questo scenario tutte siamo consapevoli che gli strumenti a disposizione del piano straordinario contro la violenza del governo, da subito criticato dalle femministe e dalle attiviste dei centri antiviolenza, si sono rivelati alla prova dei fatti troppo spesso disattesi e inefficaci se non proprio nocivi. In più parti del paese e da diversi gruppi di donne emerge da tempo la necessità di dar vita ad un cambiamento sostanziale di cui essere protagoniste e che si misuri sui diversi aspetti della violenza di genere per prevenirla e trovare vie d’uscita concrete. È giunto il momento di essere unite ed ambiziose e di mettere insieme tutte le nostre intelligenze e competenze.  A Roma da alcuni mesi abbiamo iniziato a confrontarci individuando alcune macro aree – il piano legislativo, i CAV e i percorsi di autonomia, l’educazione alle differenze, la libertà di scelta e l’IVG – sappiamo che molte altre come noi hanno avviato percorsi di discussione che stanno concretizzandosi in mobilitazioni e dibattiti pubblici. Riteniamo necessario che tutta questa ricchezza trovi un momento di confronto nazionale che possa contribuire a darci i contenuti e le parole d’ordine per costruire una grande manifestazione nazionale il 26 novembre prossimo.
Proponiamo a tutte la data di sabato 8 ottobre per incontrarci in una assemblea nazionale a Roma, e quella del 26 novembre per la manifestazione.
Proponiamo anche che la giornata del 27 novembre sia dedicata all’approfondimento e alla definizione di un percorso comune che porti alla rapida revisione del Piano Straordinario Nazionale Anti Violenza.
Queste date quindi non sono l’obiettivo ma l’inizio di un percorso da fare tutte assieme.
Realtà Promotrici:
Rete IoDecido
D.i.Re - Donne in Rete Contro la violenza
UDI - Unione Donne in Italia
Per info e adesioni: nonunadimeno@gmail.com

Per condividere la pagina su Facebook:

https://www.facebook.com/events/180195482397332/

24/6 – Centri antiviolenza in protesta al Campidoglio

Un video di alcune esperienze romane sotto attacco! Dopo la mobilitazione di ieri al campidoglio si continua nelle prossime settimane con assemblee e iniziative!

Appuntamento lunedì 27/6 in via di Grotta Perfetta 610, presso il servizio SOS Donna h24 e il 7 Luglio in via del Pigneto 22 per un’assemblea pubblica che prosegua il percorso intrapreso.

https://youtu.be/X1px2neplok

 

SULLO STUPRO NON CONTATE SUL NOSTRO SILENZIO!

Il 12 febbraio del 2012 a L’aquila, Rosa viene stuprata e lasciata agonizzante in mezzo alla neve dal militare dell’operazione “strade sicure”, Francesco Tuccia.

In aula verrà difeso dagli avvocati Antonio Valentini e Alberico Villani. A sostenere Rosa, dentro e fuori le aule dei Tribunali ci sono centinaia di donne, sia del L’aquila che provenienti da altre città, molte da Roma. Siamo uscite in massa quando l’avv. Valentini ha pronunciato la frase “consenso reciproco” e portato avanti una difesa ancora incentrata sul rafforzare la cultura dello stupro.

A novembre del 2015 l’avv. Antonio Valentini viene invitato a parlare da un’associazione abruzzese alla Casa Internazionale delle donne di Roma, che con una lettera pubblica, revoca la partecipazione di siffatto personaggio, dando seguito alle decine di mail e telefonate di donne che si erano espresse in questo senso in quei giorni. Una di queste mail che avremmo potuto scrivere e abbiamo scritta ognuna di noi è quella che riportiamo sotto.

Il 13 novembre il convegno sulla commissione Grandi Rischi  “Verso la Cassazione” si svolge regolarmente in assenza del difensore di Tuccia, ma il 18 maggio 2016 il pm dell’Aquila firma un ordine di sequestro di tutto il materiale tecnologico ad una compagna di Roma, che aveva diffuso a mezzo chat la mail che riportiamo qui sotto. La donna verrà denunciata dall’avv. Antonio Valentini per diffamazione aggravata.

FIRMIAMO E DIFFONDIAMO LA LETTERA “INCRIMINATA”!

CI RIGUARDA TUTTE

 militariallaquila@anche.no

“Alla Casa internazionale delle donne

sono aquilana terremotata e ho perso persone, luoghi e ricordi a noi tanto cari con il terremoto.

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Assemblea pubblica: Stop femminicidi! Non una di meno!

A pochi giorni dall’indignazione mediatica seguita al femminicidio di Sara Di Pietrantonio e di altre donne che avevano deciso di separarsi dal proprio marito/compagno, apprendiamo che numerosi sportelli e centri antiviolenza sono a rischio.
Alcuni mesi fa avevamo segnalato il distacco della luce allo spazio Cagne sciolte, attacco che ha colpito anche Una stanza tutta per sè. Apprendiamo ora che altri sportelli e centri antiviolenza sono a rischio. Lo sportello di Dalia, infatti, potrebbe dover serrare le porte a ottobre, se non prima, mentre sono due i centri gestiti da Be free a poter essere chiusi. Ancor più grave in questo caso è che essi prevedano anche soluzioni abitative, fondamentali per uscire da relazioni violente, specie in presenza di minori. Ci giunge ora comunicazione anche dell’ingiunzione di sfratto per una delle sedi di Assolei.
Solidali con gli spazi sotto attacco, invitiamo tutte all’assemblea che si terrà il 16/6 alle ore 18 in piazza dell’Immacolata (San Lorenzo) a Roma.
Qui, l’evento facebook.

Giovedì 16 giugno 2016 ore 18.00 a Piazza dell’Immacolata (San Lorenzo)
Assemblea pubblica per dire basta alla violenza di genere.

Una donna ogni due giorni viene uccisa. Soltanto da gennaio 2016 sono oltre cinquanta le vittime di femminicidio.
Questi i dati o, perlomeno, quelli che giungono alle cronache. Di fronte a questo quadro sconcertante, le sole risposte che le istituzioni sanno dare, oltre la sempre cara invocazione di maggiori politiche securitarie, sono lo smantellamento dei centri antiviolenza e il continuo attacco agli spazi di donne autogestiti – unici presidi reali presenti nei quartieri e nei territori – fino, come nel caso di Roma, alla diretta minaccia di sgombero degli stessi, a causa di quella delibera 140 che continua a mietere vittime tra i tanti spazi sociali e associazioni.

A rincarare la dose intervengono poi le quotidiane narrazioni, da parte di media e giornali, che confermano e alimentano ulteriormente un ordine sessista del discorso. Narrazioni che, secondo le leggi dello scoop a tutti i costi e dell’audience, senza pudore alcuno utilizzano le categorie e le tinte proprie dell’intrigo passionale: l’uomo diventa il malato, la vittima della propria passione (la amava troppo!) e la donna la colpevole del proprio destino, perché non ha denunciato – senza mai dire, tra l’altro, cosa accade normalmente a coloro che provano a denunciare.

Come rete Io Decido convochiamo un’assemblea pubblica aperta a tante e tanti; dai centri antiviolenza alla cittadinanza tutta, per dire basta alla violenza di genere, per rispedire al mittente i racconti indegni che ne vengono dati, per costruire insieme una risposta radicale, forte, di massa a questa realtà drammatica divenuta ormai quotidianità. Siamo infatti convinte che non sia più possibile andare avanti secondo la logica e i tempi dell’emergenza, non solo perché quest’ultima si è fatta normalità, ma anche e soprattutto perché è solo analizzando in maniera profonda le ragioni strutturali, sociali, culturali ed economiche che si nascondono dietro il fenomeno della violenza maschile sulle donne, solo avviando un lavoro capillare nelle città, nei territori, nelle scuole e nelle università che il problema può essere nominato e affrontato in tutta la sua complessità.

Per questo iniziamo col dire che ci troveranno di fronte a ogni centro antiviolenza di cui venga minacciata la chiusura, che non accetteremo alcun bando pubblico volto a distruggere gli unici servizi reali esistenti per le donne vittime di violenza costruiti in anni e anni di esperienza, di radicamento nei territori e di condivisione. Ogni centro sarà difeso con i nostri corpi, non ne vogliamo uno in meno, ma altri 10, 100, 1000! Così come non vogliamo più polizia per le strade, ma rispetto per i nostri diritti e la nostra libertà!

Iniziamo fin da subito a gridare e ad affermare con forza che se questa è guerra contro le donne, noi risponderemo!

#GuerraAllaGuerra

Rete Io Decido

L’indifferenza è complice. Una riflessione sulla morte di Sara Di Pietrantonio.

Ancora un femminicidio, un’altra donna è morta, uccisa brutalmente per essersi sottratta al controllo del suo ex fidanzato, per essersi permessa di uscire da sola e di vedersi con le amiche, per aver deciso di uscire dal ricatto della gelosia.
Le cronache hanno seguito il caso da vicino, entrando morbosamente nella sua vita e in quella di chi le era accanto. Nonostante ciò, sono riuscite a colpevolizzarla nonostante tutto, in questo caso non per i vestiti succinti o la “dubbia” condotta morale, ma per non aver sporto denuncia – omettendo quante donne hanno perso comunque la vita nonostante il ricorso o il tentato ricorso alle forze dell’ordine[1].
La violenza di cui Sara è stata vittima non è stata invisibile: Sara era stata seguita dall’ex nelle settimane precedenti l’omicidio, e soprattutto, durante l’aggressione, Sara ha chiesto aiuto alle macchine che passavano. L’indifferenza di chi le guidava è diventata così complicità nell’ennesima violenza sulle donne e di un assassinio.

Ciò che è accaduto è talmente abominevole e irreparabile da non lasciare spazio al relativismo; ma troppo spesso le dinamiche che si producono nei casi di stalking vengono percepite come ambigue, fino a che non si manifestano in forme inequivocabili.
C’è quasi sempre empatia con l’aggressore: un disperato troppo innamorato, uno che se fa certe cose deve stare tanto male, qualcuno da aiutare a capire (cosa?). Non c’è quasi mai una presa di posizione decisa e determinata, che sostenga la donna senza se e senza ma. E questa difficoltà ad intervenire in modo chiaro si produce perché la violenza di genere non viene riconosciuta come tale e non viene percepita nella sua gravità.
Anche per questo femminicidio, sui giornali, si usa la parola «amore»; questa volta forse ci verrà risparmiata la parola «raptus», vista la palese premeditazione; probabilmente qualcuno dirà che proprio non se l’aspettava una tragedia così; magari qualcun altro spiegherà come ha fatto a non capire che Sara stesse chiedendo aiuto.
Si dimentica però che la violenza di cui Sara Di Pietrantonio è stata vittima è una violenza sistemica, una violenza che inizia con le battute al bar, cercando complicità nelle piccole vessazioni quotidiane, che prosegue nei posti di lavoro che pagano meno chi è donna ed emarginano chi è madre, minimizzano lo stalking facendolo passare per gelosia, descrivono le botte come relazioni conflittuali e il femminicidio come un raptus. La violenza sociale quotidiana, il non prendere parola e posizione degli uomini, diventano così giustificazioni ad atti di violenza più o meno gravi, mentre le condizioni materiali – impossibilità di avere una casa e povertà in primis – non permettono alle donne di uscire dalle relazioni violente.
La nostra rabbia per l’omicidio di Sara è grande, tanto è il nostro dolore. Nel ricordarla, ricordiamo tutte le donne che subiscono violenza, con cui siamo solidali, senza scordare mai che quella violenza non finirà se non sarà abbattuto il sistema di cui questa fa parte.

Condividiamo anche un articolo dell’Huffington Post sul silenzio del governo di fronte alla violenza sulle donne.

[1] Scrive repubblica: “Che si sarebbe potuta evitare – dicono gli inquirenti – se solo lei avesse avuto il coraggio di denunciare le continue vessazioni psicologiche.

Gegen Sexismus, ovvero, contro i soliti predatori

Sui fatti di Colonia, nello specifico le violenze sessiste perpetrate da molti uomini – subito individuati come migranti e rifugiati – contro alcune donne nella notte di Capodanno, si è molto scritto e detto. Il discorso ha naturalmente preso la piega razzista che ci si poteva aspettare. Si è parlato di attacco alla nostra civiltà, di mancanza di rispetto per le donne (sottointendendo spesso un “nostre” che taceva il sentimento di possesso nei confronti delle stesse, e faceva diventare il corpo delle donne metefora del suolo nazionale, e quindi la difesa e la violazione del primo automaticamente quella del secondo).

Alcune analisi su come i media abbiano trattato il tema sono raccolte qui [1], e qui [2] .
Si è anche sottolineato come quelle violenze non ci siano estranee, come gruppi di uomini, più o meno bianchi e più o meno ubriachi, ne abbiano perpetrate all’Oktober Fest o alla corsa dei tori a Pamplona, o nei carnevali di numerose città. Nonostante ciò, non possiamo ridurre il tema al guardare alle travi e pagliuzze nei nostri occhi e a non vedere quelle di chi ci circonda, perché sarebbe scorretto e fuorviante.
Dunque, posto che molte di noi hanno subito molestie e, vivendo in paesi occidentali, molte di noi le hanno subite da uomini europei, spesso istruiti, spesso con un ruolo importante nella nostra vita (padri, compagni, mariti, datori di lavoro); posto che sappiamo quanto sia fastidioso vedere gruppi di uomini molesti in qualsiasi posto ci troviamo…e ci è capitato di vedere tanti gruppi di uomini italiani assumere questi comportamenti, in Italia o all’estero; sono tre i piani del discorso che andrebbero sviluppati sulla questione di Colonia.

Il primo riguarda il consueto ruolo che nelle nostre culture del terzo millennio, come in quelle dei due passati, riveste l’assunzione del controllo del corpo delle donne (il corpo riproduttivo) per la perpetrazione di società patriarcali. Non ci è estraneo che gli europei si sono spesso macchiati di stupri e rapimenti di donne o bambini/e nell’ambito delle operazioni coloniali, oggi denominate di “peacekeeping”. Sappiamo bene anche che gli stupri di guerra ed etnici non sono sconosciuti alle culture extraeuropee: sono piuttosto una realtà data per scontata, immanente ai numerosi conflitti in corso. Forse è proprio a tale pratica “coloniale” che le persone coinvolte nelle aggressioni sessiste di capodanno possono essersi rifatte, al tentativo di conquista delle donne come bottino in una società che si vuole attaccare.

Un intervento che se fosse stato pianificato potrebbe essere visto come bellico, sul piano delle relazioni uomo/donna (e più genericamente sui generi) un piano su cui ci si sente sotto attacco. Infatti, proprio a fronte di tanti interventi militari occidentali, dovuti a questioni meramente economiche e geopolitiche, che vengono di fatto giustificati con la difesa delle donne o delle comunità lgbtq oppresse (salvo poi non riconoscerne l’autoderminazione in patria, come risulta palese dal livello del “civile” dibattito sulle unioni “civili”).

Un altro piano da mettere in luce, e che non è stato nemmeno lontanamente considerato, è quello delle donne straniere: dove stavano a Capodanno? Che ne pensano di quanto accaduto? Come vivono le proprie relazioni con i migranti maschi e con i cittadini dei paesi in cui si trovano? L’esperienza ci insegna che essere donne e straniere è un fattore che aumenta il rischio di molestia, se si viene percepite come soggetti particolarmente vulnerabili, poi, si è più facilmente vittime di violenza. Quale donna senza documenti andrebbe a denunciare un poliziotto di frontiera, o un “onesto cittadino” che la molesta o violenta? Probabilmente poche. E poi c’è il quotidiano medio, e il vivere ancora considerate come soggetti sessualizzati e colonizzabili. Dunque, verrebbe da chiedersi che pensano di quanto accaduto queste donne, come hanno visto i connazionali che aggredivano altre donne, come si sentono ad essere a loro volta molestate ma non riconosciute, anche se strumentalmente, come emblemi della civiltà. Ovviamente, nessuno gliel’ha chiesto. Perché non era quello il punto, il punto era facilitare le espulsioni, anche di quelle donne che si diceva di voler proteggere.

C’è poi il piano della paura che ci vogliono far provare, da un lato chi attua la violenza, dall’altro chi ne diventa il megafono mediatico. Dall’una e dall’altra parte il messaggio rimane uno: rimanete a casa, perché fuori c’è l’uomo nero, la massa indistinta di chi arriva sui barconi, aggressioni e violenze. Solo a casa, solo tra le mura domestiche, sarete libere, mentre si espelle tutto il resto e si chiudono le frontiere. Ma quelle frontiere, così facendo, si chiudono anche per noi; si nega tutto quello che oltre frontiera accade: altre donne vivono, agiscono, lottano per la propria libertà e autodeterminazione, anche nei paesi musulmani, anche se non ci interessa dirlo. Di questo i maschi di tutte le società patriarcali hanno paura: perdere le “loro” donne, e lo strumento per tenerle a bada è sempre lo stesso: ribadire la propria presenza, come fanno i mariti violenti quando le “loro” donne decidono di riprendersi la vita che gli è stata negata.

Non vogliamo sminuire quanto successo a Colonia perchè la violenza di genere deve essere sempre riconosciuta e combattuta ovunque. Ci sembra assurdo che l’unica narrazione della violenza emersa punti il dito contro i migranti, facendoli passare come “portatori di barbarie e violenza”. Di colpo ci si è scordati del livello di sessismo connaturato alla nostra società occidentale, europea…quel sessismo che così palesemente viene mescolato al razzismo nei commenti alla vicenda che ha portato alla morte un’altra donna bianca, Ashley, per mano di un ragazzo [1]. Il sessismo di chi afferma che lei “se l’è cercata”, solo perché aveva scelto, nonostante fosse fidanzata (scandalo!), di passare la notte con un uomo che non era il suo fidanzato, e per giunta era nero.

Che risposta possiamo dare, quindi, alle violenze di Colonia, alle violenze che ci circondano? La politica femminista ci ha insegnato che l’unica risposta reale è quella della solidarietà con le donne aggredite, di qualunque provenienza e cultura siano. Perché non ci rinchiudano in casa, perché non si chiudano le frontiere, perché si possa continuare a lottare per la propria autodeterminazione. Denunciare la violenza non vuol dire negare che quella violenza è anche frutto di politiche coloniali che vengono dai nostri paesi, per contrastarle non possiamo che combatterle insieme, perché sono due facce della stessa medaglia.

[1] Su questa pagina facebook potete trovare una carrellata di italica civiltà.

Lo sportello va in Municipio!

Un nuovo attacco per lo Spazio delle Cagne Sciolte e per lo Sportello Antiviolenza Una Stanza Tutta per Se’

Martedì 3 Novembre Acea con i Ros dei Carabinieri, ha provveduto al distacco di acqua e luce in via Ostiense 137.

Un laboratorio contro la violenza di genere che ha attive al suo interno più esperienze, come i corsi di Pole Dance e il corso di Italiano per donne migranti, è anche la sede dello sportello antiviolenza Una Stanza Tutta per Sé: il luogo fisico dove, da ormai più di un
anno, ogni venerdì pomeriggio lo Sportello Antiviolenza Una Stanza Tutta per Se’ ha finalmente una propria Stanza, un luogo dove sceglie di fare accoglienza alle donne e di riunirsi .

Un’associazione attiva da più di 5 anni sul territorio del VIII Municipio, che sostiene i percorsi di autonomia delle donne, ha dunque inagibile il luogo dove svolge la propria attività, dove accoglie e sostiene le donne nei loro percorsi di liberazione e uscita dalla
violenza; questo avviene in una città e in una regione che si fanno belle per lo stanziamento dei fondi per i centri antiviolenza, sbandierandone anche la trasparenza.

Oggi, 6 novembre, lo Sportello si è trasferito in Municipio.

Ci togliete luce ed acqua, noi non ci fermiamo, facciamo sportello itinerante.