Note a margine su accumulazione originaria e oppressione (sfruttamento) della donna

Dopo aver letto la bella intervista a Silvia Federici, Anatomia politica dell’oppressione (a cura di Anna Curcio, «Il Manifesto, 30 marzo 2016, in allegato), ho avuto l’impressione che alcuni passaggi non siano ben espressi e possano dar luogo a fastidiosi fraintendimenti, in particolare in merito alla cosiddetta accumulazione originaria (o primitiva) di cui parla Marx (cap. 24 del Primo Libro del Capitale).

Motivo per cui, per quanto la questione sia complessa, cercherò di scolpire sinteticamente i passaggi fondamentali, augurandomi di chiarirne i concetti presenti nell’esposizione di Marx che, a volte, non sono compresi come meritano. Premetto che indico processi contraddittori e conflittuali che non sono assolutamente UNILINEARI e quindi non sono assolutizzabili.

– La cosiddetta accumulazione originaria di cui parla Marx avviene dal secolo XIV al secolo XVII e riguarda esclusivamente l’Europa occidentale, anche se le nefaste conseguenze sono state poi «esportate» in ogni angolo del mondo.

– L’accumulazione originaria è il momento culminante di un precedente e millenario processo che tende a separare gli umani dalla natura, facendo sì che il rapporto uomo-natura venga mediato dal denaro (espressione fenomenica del valore). Questo processo di separazione nasce nella Grecia classica (col denaro, la filosofia e la democrazia), riguarda l’area mediterranea e culmina nell’Europa occidentale con l’accumulazione originaria.

– Durante l’accumulazione originaria, avviene la proletarizzazione di gran parte della popolazione dell’Europa occidentale, in massima parte dedita all’agricoltura. Questa popolazione viene progressivamente privata dei mezzi della propria attività di sostentamento (produzione e riproduzione della vita), in primis la terra che diventa proprietà privata (ovvero rubata). Gli espropriati, per vivere, sono costretti avendere la propria forza lavoro agli espropriatori, e diventano proletari, mera forza lavoro, gli altri diventano borghesi, più o meno gentiluomini. Durante questa fase permangono, seppur socialmente marginali, aree di «economia naturale» (autosufficiente, self-sustainingdice Marx), in cui le donne occupano una posizione secondo me ancora rilevante.

Penso che sia questa la fase cui fa riferimento Silvia Federici, quando dice che «il salario diventa lo strumento che costruisce e garantisce la subordinazione delle donne ciò che ora conferisce al maschio il potere di comandare il lavoro della donna». Da parte mia ritengo però che, in questa fase, la cui durata è di almeno quattro secoli (e sempre nell’Europa occidentale), il rapporto salariale sia soggetto a limitazioni, di conseguenza i rapporti uomo/donna, per quanto (molto) conflittuali, non vedono ancora la supremazia maschile. Supremazia che si afferma quando l’«economia naturale» a base famigliare viene definitivamente dissolta, come in Inghilterra nel corso del XVIII secolo, durante la rivoluzione industriale, e la donna conosce le «gioie» del lavoro salariato (alienato). A questo proposito, nell’intervista, Silvia Federici sembra trascurare le vibrate descrizioni che Marx fa della degradazione in cui donne e fanciulli vengono gettati (Il Capitale, Libro I, Sezione Terza, Capitolo 8). Per inciso, questa condizione rivive tragicamente nelle illustrazioni di William Hogarth. Di converso, l’intervista non mette nella necessaria evidenza LA tesi caratteristica di Silvia Federici in merito al fatto che, nella moderna società capitalistica, la donna figliando (ovvero generando proletari) produce GRATIS la forza lavoro per la valorizzazione del capitale. Aspetto che per me merita una profonda riflessione, per esempio: la maternità, così come oggi viene intesa, è una condizione NATURALE della donna o è il frutto di un rapporto sociale? E se è frutto di un rapporto sociale, fino a che punto questo rapporto ha «conquistato» (sottomesso) la condizione femminile?

Da parte mia ritengo che l’attuale condizione della donna, secondo la visione di Silvia Federici, riguarda la fase di pieno sviluppo del modo di produzione capitalistico, fase che Marx definisce di sussunzione reale del lavoro al capitale, in cui TUTTI gli aspetti della vita sociale sono (tendenzialmente) sottomessi al processo di valorizzazione del capitale. Che il capitale ci riesca o meno è un’altra questione. Ed appunto a questo aspetto, per me cruciale, ho dedicato il libro che spero di pubblicare quanto prima: Dino Erba (e altri), Il sole non sorge più a Ovest. Significati e forme delle rivoluzioni al tempo della Grande Crisi. Riflettendo con Marx: razze, etnie, nazionalità, genere e sfruttamento operaio.

Milano, 2 aprile 2016

Dino Erba

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