Noi che siamo veramente in guerra con l’Isis

Noi che siamo veramente in guerra con l’Isis

1. Noi appartenenti al movimento dei lavoratori, degli sfruttati, dei poveri della terra siamo gli unici ad essere veramente in guerra con l’Isis. Siamo in guerra con chi l’ha creata, con chi la sostiene, con chi fa finta di combatterla. Siamo in guerra con l’Isis perché essa è l’ultimo capitolo di un processo di devastazione dei paesi arabi a cui ci siamo strenuamente opposti. Perché essa è totalmente funzionale alle politiche securitarie europee e alle ideologie di destra che ci opprimono. Perché essa è l’ultimo portato di 40 anni di fondamentalismo islamico creato, cresciuto e finanziato per sradicare dalla zona araba qualsiasi movimento di liberazione laico e sociale. Proprio perché siamo gli unici in guerra, ci opponiamo frontalmente alla guerra che Francia, Usa, Russia e altre potenze internazionali dicono di fare contro l’Isis.

2. Siamo gli unici a poter sconfiggere Isis perché contrapponiamo alla sua filosofia di fondo una reale visione alternativa. Isis sostiene la lotta di una religione contro l’altra. Noi sosteniamo la lotta di tutti gli sfruttati contro gli sfruttatori, indipendentemente dalla loro religione e nazionalità di appartenenza. Le bombe francesi e le frontiere chiuse avallano la visione dell’Isis. Le lotte sociali che pure si sono affacciate nei paesi arabi e le truppe laiche curde minano alle fondamenta la visione dell’Isis. Ogni mano tesa a un lavoratore e disoccupato musulmano da parte di un lavoratore e disoccupato europeo è una “bomba” lanciata contro Isis.

3. Isis non può essere sconfitta né militarmente, né politicamente dalle potenze internazionali come la benzina non può spegnere il fuoco. Lontano dall’essere un fenomeno militare, Isis è uno dei tanti nomi che ha preso nella zona la guerra per procura tra potenze, alimentata dal fanatismo religioso sorto sulle basi dell’impoverimento della società araba. Questa guerra è il risultato di squilibri internazionali generati dalla crisi strutturale dell’attuale sistema. Se qualcuno pensa a Isis , prima di pensare a un’entità militare, deve pensare alla malattia di un organismo vecchio e con metastasi tumorali ovunque. Appena il tumore è sradicato in un punto, sorge in un altro.

4. A chi invoca l’intervento militare da parte di Usa e alleati vari, ricordiamo che l’attuale situazione è il risultato del fallimento dell’intervento militare di Usa e alleati vari. Gli Usa e alleati hanno iniziato dal 1991 in poi un intervento militare nella zona per l’impossibilità di controllarla per vie indirette. Gli Usa e alleati hanno iniziato dal 2004 un disimpegno militare dalla zona per l’impossibilità di controllarla per vie militari dirette. In entrambi casi, il punto è che la crisi economica non permette più all’imperialismo di stabilizzare la zona ma solo di lucrare sulla sua instabilità.

5. La crisi strutturale del capitalismo si riflette nella debolezza e nella massima irrazionalità dell’imperialismo. E gli Usa, in quanto prima potenza imperialista, sono anche i campioni di tale irrazionalità. Si sono appoggiati di volta in volta su diversi alleati in zona con tattiche a breve termine e di corto respiro. Di volta in volta hanno rafforzato un contendente nella zona, con la speranza di potersi mantenere in equilibrio tra i litiganti. La crisi economica ha fatto il resto inasprendo le guerre economiche tra subpotenze della zona, facendo entrare nel gioco gli interessi contrapposti di Europa, Russia e Cina.

6. Le correnti sciite sono servite per “stabilizzare” l’Iraq del dopo Saddam, rafforzando l’Iran e facendo preoccupare l’Arabia Saudita. L’insurrezione sunnita nel nord dell’Iraq è stata la base su cui il wahabismo fanatico sunnita ha potuto mettere radici nella zona, generando l’Isis. La Siria è stata assalita da una coalizione internazionale di fanatismi religiosi, rispondenti a diverse subpotenze della zona: Arabia, Qatar, Israele e Turchia. Una volta messo piede sul campo ciascuno di questi paesi ha iniziato a giocare l’uno contro l’altro, generando una guerra tra bande. Il Qatar ha sponsorizzato dovunque le “rivoluzioni” preparando dietro a questi processi l’avanzamento dei Fratelli Musulmani. E’ tra i principali responsabili del caos libico. Arabia Saudita, Qatar, Israele, Turchia: tutti ottimi alleati degli Usa, tutti servi che hanno iniziato a fare i padroncini per conto proprio. Servi che gli Usa non tengono più a bada, ma da cui continuano a farsi servire. Ognuno di questi paesi si è rafforzato economicamente negli anni e ha iniziato ad acquisire una indipendenza militare e politica propri. Un processo in parte appoggiato e in parte osteggiato dalle cosiddette potenze occidentali.

7. La religione è quindi solo la copertura di scontri politici e militari nella zona. Anche volendo vederla da un punto di vista religioso, non c’è Islam contro religione cristiana, ma guerra intestina alle diverse religioni. Se una guerra internazionale ha preso la forma di una guerra tra bande fanatiche, questo non avviene per il retaggio “culturale” dei paesi arabi. Le ragioni sono altre. In primo luogo, le correnti del fondamentalismo islamico sono state create con un percorso decennale per distruggere i movimenti comunisti, rivoluzionari e annichilire il movimento operaio nella zona. In secondo luogo, nell’era in cui uno scontro militare diretto tra diverse potenze è bloccato dall’esistenza degli armamenti nucleari, il sorgere di uno scontro militare globale non poteva che prendere la forma di una guerra per procura tra bande. In questo senso, non dovremmo aver paura a dire che dal 1945 in poi, lo scenario attuale è quello che si avvicina di più al concetto di terza guerra mondiale. La quale si distingue dalle due precedenti per il fatto che non sarà né convenzionale né dichiarata.

8. Perché proprio la Francia? Seguendo le proprie tradizioni storiche, il capitalismo francese ha sempre ovviato alla perdita di competitività sul terreno economico con il protagonismo militare, finendo per giocare un ruolo militare sproporzionato rispetto al reale peso economico del paese. Dal 2011 la Francia ha avviato la svolta “interventista”: Libia, Mali nel 2013, l’Operation Barkhane in Mali, Chad, Niger, Mauritania, e Burkina Faso dal 2014, Repubblica Centrafricana nel 2014, Iraq in 2014 e Siria nel 2015. E’ ipocrita e ingenuo pensare che la guerra portata all’estero, non colpisca il tuo paese. Noi chiamiamo attentati terroristi delle azioni di guerra non convenzionali: ma il fatto che l’Isis non possieda bombardieri con cui bombardare in maniera “civile” e “regolare” Parigi, non vuol dire che Parigi possa pensare di essere in guerra senza essere colpita.

9. Si delinea di fronte a noi la “nuova economia”. Una settimana dopo l’11 settembre 2001 i mercati internazionali segnavano -4,9%. A una settimana dall’attentato di Parigi a Charlie Hebdo segnavano +5%. E oggi i titoli energetici e legati alla Difesa stanno guidando i rialzi in Borsa. La guerra non è quindi fattore inaspettato, ma il mercato di rifugio e di rilancio per eccellenza. Il capitalismo ha inondato i mercati finanziari di moneta per evitare un nuovo crack finanziario. Tornare indietro è impossibile. Il bazooka della Fed e di Draghi deve ora trovare uno sbocco nel bazooka della guerra reale. Così come successe con la depressione del 1929, il mondo non uscì “dalla crisi” per via del New Deal di Roosevelt, né per la creazione dell’Iri da parte di Mussolini, ma grazie al combinato dell’intervento statale e della guerra. L’ “uscita dalla crisi” senza l’uscita dal capitalismo significò milioni di morti. Così ad oggi la guerra al terrorismo permette di aprire i cordoni della spesa statale, di prolungare i programmi di stampa della moneta, con una perfetta giustificazione psicologica. Con buona pace dei Keynesiani che non sanno cosa chiedere di meglio.

10. 4 milioni di arabi sono morti dall’inizio della guerra al terrore. E’ un piccolo olocausto. Per questa parte della popolazione mondiale l’idea di aver subito “un attacco di civiltà” può sembrare plausibile e può anche incontrare un favore tra settori della società che vivono in povertà estrema. La maggioranza dei lavoratori europei sono totalmente ignari di questa realtà. Molti di loro sono caduti preda della propaganda che gli presenta il mondo come un cattivo film di James Bond, secondo cui un complotto terrorista si genera dalla mente di qualche folle che vuole conquistare il mondo. Per le forze del movimento dei lavoratori, la lotta al razzismo, per l’unità tra sfruttati, diventa la priorità delle priorità. Dal conflitto sociale che vede uniti lavoratori di origini diverse deve nascere un messaggio chiaro riguardo all’unità politica dei lavoratori stessi. Ci vorrà tutto il nostro impegno e creatività. Cari compagni, abbiamo l’impressione che qualche volantino con scritto “borghesia, proletariato, imperialismo” non servirà alla causa e forse anzi contribuirà a banalizzarla. Se non abbiamo soluzioni immediate, sarebbe il caso di smetterla almeno di farne una caricatura.

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