Razzismo: un’arma degli sfruttatori

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Il razzismo, propriamente inteso come ideologia che presuppone l’esistenza di razze “superiori” e “inferiori”, è ormai un vecchio arnese circoscritto a piccole cerchie di fanatici neonazisti. Tuttavia l’emergere in tutta Europa di partiti di estrema destra non più confinati in piccole percentuali di consenso, ma affermatisi come effettivi concorrenti per la guida del governo dei vari paesi dell’UE, potrebbe far pensare ad un’inversione di tendenza in tal senso. Ma il “razzismo” propagandato da queste formazioni politiche non è (almeno nella maggior parte dei casi) quello del “Mein Kampf” e sarebbe più corretto definirlo con il termine di xenofobia: paura del diverso, del nuovo, nostalgia per un tempo in cui si stava meglio.

Il pensiero dominante liberal-liberista è di per sé “antirazzista”, nel senso che nella ricerca del profitto e del potere non guarda in faccia né al colore della pelle alla confessione religiosa o al sesso (per cui si può avere un Obama e una Merkel capi di governo e fare affari con gli sceicchi arabi).

Ciò impone un processo di distruzione delle identità, travolte dall’avanzare della globalizzazione del mercato che “internazionalizza” così anche la più preziosa e fondamentale delle merci, quella umana: la forza-lavoro. L’immigrazione, lungi dall’essere un virtuoso percorso di creazione di un melting pot multiculturale come la sinistra più ingenua ha sempre teorizzato, rappresenta la creazione di un immenso “esercito industriale di riserva” doppiamente ricattabile rispetto alla forza-lavoro autoctona (sia per le drammatiche situazioni economiche di partenza che per la legislazione che lega il permesso di soggiorno ad un contratto di lavoro), altamente sfruttabile e capace così di innescare una corsa al ribasso nelle condizioni salariali di tutti i lavoratori. A questo dato oggettivo e materiale si somma la percezione dell’ “invasione” di una moltitudine di “alieni” rispetto alla “nostra cultura”. Non è raro sentire abitanti di zone ad alta presenza di immigrati dire: “non riconosco più il mio quartiere”. Naturalmente si può liquidare una tale affermazione come sintomo di una ristrettezza di vedute, ma nonostante quest’opera di rimozione il problema rimane ed andrà ineluttabilmente ad ingrossare le fila del Partito della Paura e delle truppe assegnate alla Grande Guerra tra poveri.

Ciò che sta accadendo in questi giorni in Sudafrica è emblematico: il paese noto in tutto il mondo per aver superato il sistema dell’apartheid si trova oggi a fare i conti con autoctoni di colore che attaccano a colpi di machete altri neri immigrati, accusandoli di “rubargli il lavoro”.

Il processo di distruzione portato avanti dal capitalismo colpisce tutte le identità, portandoci passo dopo passo verso una società fatta da individui, senza legami, soli di fronte al potere dello Stato e del Capitale. Ma se ad ogni tendenza corrisponde una controtendenza è naturale che emergano delle pulsioni reazionarie (nel senso etimologico del termine cioè che intendono“reagire” al cambiamento e “tornare indietro”) che difendono i vecchi istituti su cui si è organizzata la società fino ad oggi: la patria, la famiglia, la religione (e, per certi versi, anche i partiti “radicati sul territorio” e i sindacati intesi come “cinghia di trasmissione” tra politica e mondo del lavoro). I partiti di estrema destra riescono a capitalizzare in termini di consenso questi sentimenti diffusi nella società, per cui ogni contestazione contro di loro risulta essere un tentativo di cura del sintomo, più che della causa, del moderno “razzismo”.

Non bisogna tuttavia compiere l’errore di vedere le forze di estrema destra come irriducibilmente contrapposte a quelle liberali ed europeiste. La retorica xenofoba è perfettamente funzionale al progetto europeista di sfruttamento del lavoro migrante (e non solo): la contrapposizione tra proletariato “bianco” ed immigrato disinnesca la possibilità di un’azione politica autonoma di classe, ed ecco così che anche il liberalismo “antirazzista” si serve del “razzismo” per il fine supremo del profitto.

Per tutti questi motivi ci sentiamo vicini a coloro che non staranno #MaiconSalvini e che vogliono #Renziacasa, vedendo i “due Matteo” come due facce della stessa medaglia e PD e Lega come poliziotto buono e poliziotto cattivo entrambi al servizio degli interessi del capitale.

Per fare in modo che tragedie come quella di ieri non accadano più non bastano né interventi umanitari “tampone” né dire demagogicamente e ipocritamente “aiutiamoli a casa loro”. È , invece, necessario intervenire in modo drastico e rivoluzionario nell’organizzazione della società globale, facendo in modo che l’essere umano non sia più effettivamente (e non solo retoricamente) considerato una merce.

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