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Di fronte alle defomazioni, alle falsificazioni, alle volgari insinuazioni provenienti dalla Direzione e dall'interessata fantasia di alcuni giornalisti, noi detenuti coinvolti nel recente episodio esponiamo fatti e considerazioni risultato di una immediata e ragionata inchiesta.
Il 22/1/1976 il detenuto lavorante (scopino) Salvatore Loratta mostra evidenti sintomi di crisi nervosa probabilmente di origine epilettica. Condotto al COMP (reparto psichiatrico del carcere) viene aggredito a calci al ventre e al torace dall'agente Giannini, già tristemente noto per pestaggi e altre violenze.
Ritornato al I raggio, racconta l'accaduto ai componenti la cella 311 che mandano a chiamare il Giannini e gli esprimono la loro indignazione; si lamentano inoltre per altre questioni minori. Stante l'atteggiamento provocatorio del Giannini, la discussione si anima.
Giannini scrive in un rapporto di essere stato minacciato, lui ed i suoi familiari.
Il 23/1 il Direttore chiama Morlacchi e Spazzali e contesta loro il rapporto di Giannini.
I due detenuti lo smentiscono e insistono nel protestare per svariati motivi. Nessun provvedimento viene preso a loro carico. Facciamo presente che in casi analoghi, o per molto meno, il rapporto del Giannini era sufficiente a spedire il detenuto alle celle di punizione, spesso con pestaggio e trasferimento.
I 24/1 Mattina, subito dopo l'apertura delle celle dei non lavoranti, tre individui mascherati armati di coltelli aggrediscono Miagostovich, Sirianni e Morlacchi (Spazzali è alle docce) che cercano di difendersi. Miagostovich riesce a correre in corridoio e a chiamare aiuto. I tre lo inseguono, lo raggiungono e gli danno le ultime coltellate. Poi si precipitano scendendo le scale.

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La sciocca versione del litigio interno alla cella è esclusa, tra l'atro, dalle testimonianze di chi (detenuti e una guardia) ha visto i tre individui mascherati. E' escluso anche che si possa trattare di rancore tra detenuti dello stesso raggio: la 311 ha sempre mantenuto buoni rapporti con tutti. Nessuno aveva mostrato insofferenza, ma anzi simpatia per l'attività, diciamo politica, che la 311 svolgeva nell'interesse generale (denuncia di abusi e violenze, reclamo di elementari diritti).
I "politici" del raggio sono esclusivamente di sinistra. I pochi simpatizzanti di destra non sono politicamente impegnati e convivono tranquillamente.
Qualche giorno prima il quotidiano "La Repubblica" aveva pubblicato, sulla base di dichiarazioni di un ex detenuto politico, un articolo in cui veniva duramente attaccata la "mafia", come massimo potere e causa di ogni male a San Vittore. Venivano personalmente attaccati i detenuti Guzzardi e Pullarà. L'artcolo, oltre a contenere numerose inesattezze, era politicamente sbagliato perché tendeva a creare artficiose divisioni in seno alla massa dei detenuti, invece di presentare come nemico principale di tutti i detenuti la direzione e la politica del potere.
I "politici" del I raggio hanno subito ampiamente chiarito, anche con i detenuti ritenuti "mafiosi", di non essere d'accordo con la impostazione dell'articolo.
E' quindi da escludere che la "mafia" abbia voluto così stupidamente e ferocemente vendicarsi.

Risulta dunque assolutamente impossibile che detenuti del I raggio abbiano voluto aggredire di propria iniziativa la 311.
Resta aperta la possibilità della aggressione su comissione da parte di qualche miserabile prezzolato. Ma: per quanto miserabile nessun detenuto rischierebbe una imputazione di omicidio.
Al I raggio non ci sono killer o ergastolani che nulla più hanno da perdere. Ci sono solo detenuti con residue brevi pene. L'intenzione omicida dei tre aggressori è provata dai colpi inferti di punta oltre che di taglio.
Su 150 detenuti del raggio, ci si conosce quasi tutti personalmente, e sarebbe molto difficile sfuggire, in tre (per quanto mascherati) ad un indizio di riconoscimento.
Il numero è ulteriormente ristretto dal fatto che la maggior parte si trovava comprovatamente sul posto di lavoro.
Chi assumerebbe il rischio di un omicidio su commissione, con forti probabilità di essere identificato o di non riuscire a sfuggire, a nascondersi, a cambiarsi, in un raggio di poche persone che si conoscono benissimo?
Inequivocabili testimonianze escludono che gli aggressori siano sfuggiti all'aria, cioè attraverso i cortili.
Per esclusione, rimane solo l'ipotesi che gli aggressori siano entrati ed usciti dalla porta che separa il raggio dal corridoio che conduce al centro e gli altri raggi da un lato, alla caserma delle guardie, all'uscita ecc. dall'altro.
Sulla porta, quella mattina, era Giannini, che è sempre rigidissimo nell'applicare la norma che solo i detenuti del I raggio e per comprovato motivo possono varcare quella soglia.
Se gli aggressori non erano detenuti del I raggio, la guardia Giannini era perlomeno consenziente a farli passare abusivamente. Ancora più significativa è la testimonianza della guardia del 3 piano (quello della 311) che afferma di essere stata inspegabilmente chiamata in basso subito prima dell'aggressione.
Affermiamo in conclusione che:
o si è trattato di una vendetta della custodia (Giannini) per il mancato provvedimento di punizione contro la 311,
o la custodia (Giannini) si è prestata alla esecuzione di un ordine che veniva ancor più dall'alto, in analogia con la volontà omicida che ha colpito Sergio Romeo, i Mantini, Margherita Cagol e altri militanti della guerra di classe.
Fermo restando il concorso della custodia, l'esecuzione materiale può essere stata affidata a detenuti di altr raggi (ma come spiegare il loro passaggio ai cancelli del centro?) o, con più possibilità, da altri agenti della custodia stessa.


Sergio Spazzali, Pietro Morlacchi, Giovan Battista Miagostovich, Pasquale Sirianni.

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