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UN CARCERE "MODELLO": ALESSANDRIA.

- Tema di G. M. - Istituto tecnico.

Alessandria, 3 maggio 1968.
La scuola che io frequento è un po' particolare ed è forse l'unica in Italia. È una sezione distaccata di un istituto tecnico statale presso una casa penale [...]. Qui ad Alessandria libri, quaderni e materiale da disegno sono forniti dal ministero di grazia e giustizia. - Qualcuno, inesperto di ambiente carcerario, potrebbe ritenere ingiusta l'istituzione di questa scuola e giudicarla un premio ai peggiori. Difatti altri giovani onesti, o che, comunque, non hanno mai avuto nulla a che vedere con la giustizia, non sempre hanno la possibilità di proseguire gli studi. Condivido il giudizio nel senso che a tutti indistintamente dovrebbe essere resa possibile l'istruzione, non sono invece d'accordo nel definire premio ai peggiori la scuola.
Se è vero, e a me sembra ovvio, che la riabilitazione può sorgere soltanto dall'interno del soggetto, non può essere negata a noi la possibilità di agire, di muoverci per provocare una più rapida crescita della coscienza politica dei detenuti. La maggior parte di noi ha commesso i reati per cui è in carcere, per la miseria, l'ignoranza o pregiudizi regionali. L'istruzione non può essere fine a se stessa. Se io impegnassi in modo perfetto tutto ciò che i programmi scolastici prescrivono e poi non muovessi o non fossi capace di muovere un dito per aiutare me stesso e i miei compagni di sventura, sarei un povero diavolo, che ha perso il suo tempo nei libri di scuola.
Le difficoltà da superare, per noi, sono molto più gravi di quelle degli studenti comuni; prima di tutto la scuola non ci forma e non ci prepara a dovere; secondo: le difficoltà di poterci fare ascoltare e trovare chi ci stia ad ascoltare. Nel sistema burocratico avviene esattamente questo: tutti comandano e... nessuno è responsabile. Non c'è cosa peggiore che sentirsi dire: "sì, hai ragione, ma non dipende da me; cosa posso farci? È così". Altre volte poi è peggio ancora: uno chiede spiegazioni, al direttore per esempio, del perché di una determinata istituzione o restrizione, e la risposta è un largo sorriso di sufficienza e di compatimento.
Non mi sembra possibile parlare in nome di una coscienza politica dei detenuti quando è proibita la corrispondenza tra di noi, quando non è permesso assolutamente parlare di politica, né di acquistare i libri e i giornali che si vuole; quando la nostra corrispondenza con i familiari è sottoposta a censura.
Il personale carcerario non è adeguato al compito loro affidato, poiché è difficile trovare un agente di custodia in possesso del titolo di studio di terza media; il giudice di sorveglianza, che è colui che giudica della nostra formazione e del nostro grado di riabilitazione, non ci conosce e noi non lo conosciamo. Sappiamo che esiste e quale è il suo compito, soltanto per "inteso" dire.
Ritengo che l'unica cosa fattibile per ora sia quella di studiare seriamente integrando lo studio scolastico con altri libri; lavorare cioè per formare una coscienza politica e sociale. Non mancheranno le occasioni per influire sulla coscienza degli altri. Il presente vuole essere una prova!

- Lettera di V. F. - Istituto tecnico.

Alessandria, 1 novembre 1971.
Il secondo e il terzo giorno della mia venuta in questo carcere, il direttore ha voluto subito intimorirmi minacciandomi di mandarmi via se le mie intenzioni non erano quelle di studiare. Lo deve aver messo in imbarazzo il mio sguardo fermo e sprezzante se il giorno dopo ha di molto attenuato le sue minacce elencandomi i vari pregi e la fortuna di sfruttarli che il carcere di Alessandria mi ha messo benignamente a disposizione. Ho ribadito a quel tipo il diritto alla libertà del pensiero e al diritto allo studio. La realtà è ben diversa: il ciclo ideologico funziona a meraviglia, ma è totalmente estraneo alla vita formativa responsabile del detenuto che la subisce. Proprio per la particolarità, cioè l'età e la maggioranza non ha fatto scuole regolari a livello elementare, i detenuti qui rinchiusi abbisognerebbero di un ben diverso trattamento pedagogico che non è quello in atto prettamente nozionistico-classista. Nessuna specificità verso quegli insegnamenti che chiariscono i quotidiani problemi esistenziali, nessuna disciplina pratica immediatamente sfruttabile una volta fuori. Tra l'altro, è comune a tutti questi detenuti-studenti la carenza delle nozioni studiate, tanto che il loro livello di sapere (ad istituto inoltrato, se non addirittura in qualche geometra) è di livello di scuola media. Vi è dunque, un cumulo di circostanze che inibiscono il detenuto-studente ad apprendere quello che studia, malgrado la commovente, a volte stoica, volontà ed impegno di apprendere.
È sintomatico il fatto che moltissimi detenuti considerano un privilegio esser qui ad Alessandria. Il che conferma la bontà dell'ideologia di questa amministrazione, giustificandola. Essi saranno e sono i primi a valutare la positività di questa istituzione, difendendola. Certuni identificano lo studio, cioè la possibilità di studiare, un fatto utile e prioritario. Così pian piano i loro atteggiamenti vivranno unicamente in funzione di non rompere questa priorità. Saranno i detenuti più silenziosi, quelli che non protesteranno mai per paura di essere mandati via. La custodia, questo lo sa, e se ne serve quotidianamente. Eccome! In questo clima i professori sono estremamente agevolati nella loro imposizione scolastica, poiché, consapevoli, pende sul nostro capo una specie di spada di Damocle, che ci intimorisce: dobbiamo solo ascoltare, presenziare alle lezioni, imparare quel che ci viene insegnato. Tre venti che qui imperano.

- Lettera di V. F. - Istituto tecnico.

Alessandria, 20 novembre 1971.
"Bisogna prima essere consapevoli delle cose che si negano per porre una alternativa ad esse, cioè avere una base di formazione per poter essere in grado di fare poi una scelta qualitativa e voluta secondo le proprie idee". Questo ritornello ci viene spesso ripetuto dai professori qualora mettiamo in dubbio certi valori scolastici e sociali. È facile constatare la malafede di simili affermazioni quando si sa e si fa finta di ignorare che il patrimonio culturale di classe liberal-fascista-clericale delle classi dominanti succedutesi al potere dall'unificazione d'Italia ai nostri giorni, produce a chi non si identifica in esso, come i proletari, l'alterazione della propria realtà sociale imbrigliata da questa cultura dominante. Il distogliere il proletario dai suoi reali interessi sociali, è lo scopo primo della "coscienza" assurta al potere illegalmente, cioè attraverso la mistificazione di essere e rappresentare gli interessi democratici del paese. In questi giorni, sto facendo girare tra i professori un libretto, dal titolo "Le lotte degli insegnanti e la riforma della scuola". Più di un professore ha affermato che prima di questa lettura non sapeva che la funzione del preside nella scuola è una funzione partorita dal fascismo e conserva tutt'ora l'impronta originaria. Così per altri problemi scolastici, il loro interesse e la loro partecipazione è totalmente assente nella misura in cui questi creano delle difficoltà al loro ruolo di insegnanti tradizionali. Un bonario riformismo li caratterizza e giustifica la loro partecipazione ai problemi della scuola. All'interno della scuola sono state fatte sparire quelle figure tipiche dittatoriali come quella del maestro inflessibile e severo, con forme più "democratiche" di colloquio e di partecipazione. La realtà della scuola italiana, però, rimane sostanzialmente la stessa, cioè non formativa.
L'acutizzazione di questa realtà scolastica nelle sue forme più estreme, è per noi detenuti un problema insuperabile e di grave disagio, se si pensa che la nostra posizione di detenuti-studenti è doppiamente subordinata a due ideologie in concorso tra di loro, in quanto la loro funzione "formativa" (scuola) e di "recupero del reo" (carcere) tende costantemente ad imporci il loro scopo d'essere. Il conflitto di poteri sarebbe in questo caso insuperabile poiché l'esigenza di una fascia di sicurezza per il carcere è di primaria necessità per quest'ultimo, e d'altra parte l'esigenza di un certo clima sereno è indispensabile nella scuola se si vuol ottenere un minimo di partecipazione ad essa da parte degli studenti. Si è risolta la questione (per loro s'intende!) come solo in Italia sono capaci di fare, e cioè: io faccio i miei affari e tu fatti i tuoi, insieme dividiamo gli utili. E infatti, nessuna garanzia allo studio è a noi riservata, quindi può succedere che ognuno di noi possa essere immediatamente trasferito, come è successo in questi giorni, senza nessun preavviso e per chissà dove, fatto che non è dato a spiegare nemmeno agli stessi professori, che ci chiedono il giorno dopo, vedendo un banco vuoto: "dov'è tizio?" Noi detenuti-studenti siamo fortemente inibiti da questa minaccia reale che ci pesa sul capo quotidianamente come una forza occulta, ma ben identificabile. Di fronte ai professori e alla custodia stessa, benché siamo consapevoli che il diritto allo studio deve esserci salvaguardato e difeso, tuttavia stiamo ben attenti a non determinare qualsiasi fatto che possa costarci un trasferimento. L'artificio demagogico maggiore, comunque, consiste nell'aver fatto passare (e lo passa tutt'ora) il carcere di Alessandria come carcere medio superiore, primo nel suo genere non solamente in Italia ma in Europa. Di per sé questo fatto ha prodotto nell'opinione pubblica una credibilità non giustificata però dai risultati pratici. Subito ci si è accorti quanto difficile sia il voler insistere su un metodo d'insegnamento creato per ragazzi ed imposto ad uomini la cui età media, nella nostra scuola, è di trent'anni. I testi sono vecchi e non ci sono altri testi ausiliari. Non ci sono assemblee, e nemmeno dibattiti con i professori sui svariati problemi sociali. Ci si limita insomma alle tre ore di insegnamento scolastico al giorno sui puri testi di scuola. Poi noi, siamo lasciati ai nostri ulteriori problemi, senza la possibilità di concretizzarli attraverso un approfondimento maggiore delle cose acquisite a scuola, impossibilitati come siamo dall'uso comune del camerone, dove si mangia, si dovrebbe studiare e si fanno tutte quelle cose che uno fa normalmente durante il giorno in una galera. Malgrado ciò, anche i detenuti, per una particolare serie di circostanze oltre che per la scuola, concorrono a determinare la fama di "buon carcere" questo di Alessandria. I detenuti-studenti di qui passano come una specie di élite nell'ambito di queste istituzioni, e il solo fatto di godere di questo privilegio determina in loro una proiezione futura nell'ambito della società, come una specie di rientro trionfalistico in essa che l'ha scacciato perché non degno di farvici parte. Questo effetto si riscontra maggiormente nei detenuti del Sud che qui sono circa l'80 per cento. L'autodisciplina che questi detenuti si impongono, rivela quanto essi abbiano in considerazione il frequentare questa scuola.

- Lettera del professor Mario Giachero (5) al vescovo di Alessandria.

Alessandria, 1968.

Eccellentissimo Monsignor Vescovo,
poiché il linguaggio si identifica, per me, con le condizioni, i modi, e lo stile di vita, sarà ben difficile che io Le possa veramente "parlare".
Ma il principio di non lasciare mai alcunché di intentato, quando c'è di mezzo qualcuno che soffre, e la ipotesi di renderLe nonostante tutto, anche un servigio, m'hanno convinto a provare un'altra volta, tanto più che a Lei non mi sono mai rivolto.
Sono un professore e insegno lettere italiane nelle carceri di Alessandria. La Costituzione Italiana mi assegna il compito di rieducare i carcerati, ma un anno di insegnamento mi ha provato che è impossibile attuarlo; per questo sento il dovere di dichiararlo a tutti e a tutti i livelli.
Rieducare sottintende disponibilità di mezzi idonei, personale qualificato, autentico sapere e autentico amore.
Se è difficile per un medico specializzato rieducare un arto, pur con tutti i mezzi tecnici, ambientali ed umani di cui la scienza oggi dispone, è tragicamente assurdo, per un professore senza mezzi, senza collaborazione e senza preparazione scientifica, rieducare un carcerato.
Più grave e pericolosa è la malattia, più attrezzato deve essere l'ambiente del ricovero e più specializzato chi lo cura.
Il carcerato invece è costretto a vivere in ambienti malsani sotto tutti gli aspetti, dove tutto è proibito ma dove, quotidianamente, direttamente e apertamente, si conferma che la giustizia è un servizio di lusso e che il denaro può tutto, dall'attestato di buona condotta, il quale vuol dire: più cibo, migliore alloggio e trattamento.
Il carcerato come uomo non esiste. Il carcerato è un carcerato e basta. Al suo fianco non stanno degli specializzati ma dei falliti che si cambiano d'abito appena finito il servizio perché hanno vergogna della loro divisa. Del resto basta controllare quanto guadagnano le guardie carcerarie, il titolo di studio richiesto e le zone di provenienza.
Anche chi è costretto ad insegnare in carcere è considerato un fallito. Una pia donna, laureata e zitella, appartenente a una delle tante associazioni religiose che pullulano attorno alle carceri, ha scritto a un carcerato che le aveva magnificato il mio insegnamento: "se il tuo professore fosse tanto in gamba come tu mi dici, non insegnerebbe in carcere".
Le carceri sono lo specchio di una società. Per rendersi conto del livello civile di una nazione basta visitarne le carceri. Orbene in Italia esse sono una gran fogna che dà l'automatica garanzia e l'immediato diritto di sentirsi pulito a chiunque non ci sia ancora cascato dentro. In una fogna non si mette: si "butta". E poiché si buttano i rifiuti o ciò che è già marcio, non suscita meraviglia se chi è costretto a lavorare in una fogna ne è nauseato e ci sputa dentro.
Meraviglia suscita semmai, chi ci butta avanzi che potrebbero servire ancora a qualcuno, chi indossa l'abito "buono" quando non può esimersi dal metterci le mani dentro e chi, dopo, non se le disinfetta.
Perciò dire che il medico del carcere è il macellaio o che l'insegnante carcerario è un cialtrone non ha significato. Chi butta cose preziose in una fogna è per lo meno un anormale.
Per questo, forse, chi va a parlare ai carcerati evita sempre i temi di fondo. Così ha fatto, durante la preparazione al precetto pasquale di quest'anno il professor S., preside della provincia. D'impegnativo, nella sua conferenza, è rimasto solo il titolo: "Perché sono cristiano". I carcerati si aspettavano almeno una testimonianza in loro favore e invece egli ha parlato loro del suo ultimo pellegrinaggio in Palestina, di sua nonna, del suo paese, per più di due ore; ha letto interi capitoli di un suo libro edito recentemente.
Se qualcuno si azzarda a parlare anche di amore, di giustizia, di libertà, lo fa pensando agli uomini, o, almeno, ad "altri" uomini. Amore, libertà, giustizia sottintendono sempre una "relazione" concreta. Ma l'unica relazione che la società ha con il carcere è il "rifiuto" anche quando lo camuffa con la parola "dono" o "condono".
A parlare di amore in carcere vanno gli insoddisfatti, i delusi: quasi sempre donne non sposate, o senza figli, o alle quali è mancato l'unico che avevano. Costoro varcano, ogni tanto, i numerosi cancelli delle case di pena "per fare un po' di bene" a qualcuno, per sollevarlo un attimo dalla fogna in cui esse stesse buttano ciò che è avanzato del loro amore, senza neppure sospettare che ci si debba invece impegnare per mutare il sistema a cui il carcere-fogna è intimamente necessario.
Ma io sono stato diverso dagli altri: cialtrone autorizzato a cui si è imposto di esigere rispetto da un cumulo di rifiuti.
Ho insegnato sapendo che ben pochi di loro, usciti dal carcere, troveranno lavoro perché saranno cacciati come cani rognosi; ho insegnato sapendo che alcuni di loro non potranno neppure tornare ai loro paesi perché li attende la vendetta; ho insegnato, insomma, pur sapendo che il diploma da geometra, per la maggior parte di loro, potrà servire, tutt'al più, per essere meglio trattati al loro rientro al carcere; ho insegnato, soprattutto, pur sapendo che essi queste cose non le ignorano.
Ma allora cosa ho insegnato? Per un anno ho ripetuto parole prive di significato a chi ha bisogno innanzi tutto della testimonianza delle opere. Li ho ingannati. Non si può rieducare quando si inganna.
Eccellenza, la Chiesa comanda ancora di visitare i carcerati? Io so che il medico, quando visita un ammalato, si informa, ausculta, ordina le medicine opportune e necessarie, so che non è tenuto a dire buone parole ma a provvedere alla sua guarigione. Così intesa, la visita ai carcerati è praticata da ben pochi cristiani. Ma se il precetto è ancora valido non è errato che io mi rivolga anche a Lei perché aiuti gli insegnanti carcerari a svolgere il loro compito di rieducatori. Non si proclama il Vescovo, ancora e sempre, "servo dei servi di Dio"? Non tocca a lui, stando al significato del vocabolo greco, "sorvegliare" sulla pratica attuazione e sullo sviluppo del cristianesimo e del cristiano?
Eccellenza, vada in carcere, ma vada per visitare davvero i carcerati; parli con loro, ma senza intermediari. Lei mi risponderà che nelle carceri c'è un cappellano. Allora, Eccellenza, io le replico: "vada nell'appartamento del cappellano delle carceri: è in un grande palazzo moderno di via Alessandro Terzo n. 20 D. S'accorgerà di come è stato applicato un altro consiglio di Cristo, rivolto a quelli che intendono seguirlo ("Matteo" 19.16 segg.). Vedrà mobili antichi e quadri d'autore, potrà sedersi davanti al televisore, sorseggiando liquori d'ogni tipo e fumando costose sigarette estere. Mi creda: al cappellano delle carceri non manca nulla, forse neppure una donna che gli tenga compagnia quando ne senta il bisogno.
Io in carcere sono stato costretto ad andare dal Provveditorato agli Studi; il cappellano invece, l'ha scelto spontaneamente per servire Cristo nei carcerati, e l'ha scelto per ben tre volte: come cristiano, come sacerdote, come cappellano delle carceri. Eccellenza, vada a visitare i carcerati e chieda ad ognuno di loro chi è don C.
Io dico che la mancanza di un'autentica circolazione di idee e di una coraggiosa accettazione del rischio, legata ad ogni autentica esperienza, responsabile e libera, ha reso finora priva di creatività la presenza di questo prete. Loro, i carcerati, Le parleranno più drasticamente, persino di appropriazione indebita.
Legga i temi che le ho allegato in fotocopia. Si tratta di un compito in classe che i miei alunni carcerati hanno chiesto di poter svolgere, dopo aver ascoltato i passi salienti della "Lettera a una professoressa", pubblicata recentemente dai ragazzi di Barbiana. Qualcuno ha indirizzato la "sua" lettera al Papa, un altro alla nipotina che sta per ricevere la prima Comunione, uno l'ha inviata al figlio di colui che ha ucciso. Le ho spedito quelle che La riguardano direttamente, certo che nessuna ritorsione cadrà su chi le ha scritte. Sarebbe un delitto. Li legga attentamente quei compiti in classe. Le risulterà chiaramente che il cappellano, sottraendosi alle responsabilità e ai rischi della via che ha scelto di percorrere, ha inaridito la sua fede e isterilito la sua testimonianza, salvo comportarsi poi come una donna frigida che aggredisce o piagnucola sull'amore che non sa fare.
A questo punto voglio dirLe che forse don C. non è neppure un soggetto normale. Una mattina, dopo aver chiesto dove io tenessi la lezione, ha bussato alla mia aula. È entrato con un pacco sotto il braccio e, rivolgendosi a un detenuto, gli ha detto: "Caselli, le tue donne, finalmente, sono servite a qualcosa. Una ti ha spedito questo pacco". Poi, al detenuto che si era illuminato in volto, ha soggiunto fingendo di estrarre dalla tonaca una lettera: "Però nella lettera di accompagnamento, la tua bella stabilisce che devi dividerne il contenuto con tutti questi tuoi amici". E, così dicendo, ha incluso con un largo gesto anche me. Quei carcerati, per i quali un pacco vuol dire qualche sigaretta o un po' di cibo in più, hanno sopraffatto la delusione di Caselli con un urlo di gioia sincera. Alcuni secondi e poi un altro urlo: questa volta di schifo e di delusione. Il pacco conteneva un teschio e autentiche ossa di morto. In un silenzio di penosa frustrazione il cappellano ha ripreso il pacco ed è uscito senza alcuna spiegazione. Ho raccontato questo fatto ad uno psichiatra e non ho il coraggio di riportarne il giudizio clinico.
Eccellenza, non si stupisca e mi lasci proseguire. Quando protestai per la mia nomina, alcuni colleghi mi dissero: "accetta subito. In carcere si sta benissimo: si fa quello che si vuole". Allora interpretai queste parole come un ironico ma benevolo ricatto consolatorio. E invece sono bastate poche settimane di insegnamento per constatare che rispondevano a verità. Un professore, in carcere, non solo può giungere impunemente in ritardo per le lezioni, ma può persino apporre, sul registro di classe, le assenze dei carcerati studenti, per i quali un'assenza significa perdere quelle poche lire di mercede giornaliera che permettono loro di comperarsi un panino o un pacchetto di sigarette. Chieda al cappellano quante lezioni, tutte regolarmente firmate, ha tenuto in quinta durante l'anno. Egli addurrà "validi motivi"; ma i carcerati ci rimettono sempre, lui mai.
È evidente che per stare così tranquilli e comodi bisogna non impicciarsi delle cose del carcere, stare sempre con coloro che comandano e non disturbarli mai. Non a caso il cappellano, che consuma sempre i suoi pasti alla mensa delle guardie, siede soltanto al tavolo dei graduati, con i quali gioca a carte e a soldi. Povero cappellano! m'aspettavo che almeno come uomo di cultura, potesse resistere un po' di più al sistema di cui il carcere-fogna è la logica espressione. Invece ne ha accettato immediatamente le regole e le condizioni diventandone un'umile pedina. Ma ciò si spiega. L'autentica cultura, senza di cui non vi può essere neppure autentica vita religiosa, esige una educazione permanente al senso dei valori, alla loro costante ricerca, al giudizio, alla documentazione sui fatti e alla loro discussione. Tutto ciò però, implica la ferma volontà di fare evolvere completamente e concretamente gli ambienti in cui quotidianamente si opera, per realizzare strutture, rispettose della dimensione umana. L'uomo di cultura autentica non può che insegnare, ma i contenuti del suo insegnamento e la stessa esperienza di studio, sono sempre permeati dai valori di giustizia, di dignità della persona, di responsabilità sociale. Chi lo frequenta trae sempre, dalla sua scuola, alimento per una effettiva capacità di giudizio e di sintesi, per una coscienza unitaria della vocazione, per un impegno civile in vista del bene comune, per un apporto professionale consapevolmente finalizzato.
L'uomo di autentica cultura non può quindi che scontrarsi con il sistema a cui necessita il carcere-fogna e dal quale il cappellano ha accettato, in cambio di un po' di tranquillità economica e di quieto vivere, regole e condizioni. E il cappellano le ha accettate così radicalmente che già sfrutta gli stessi mezzi collaudati dal sistema di cui è diventato umile servitore: accusa chi lo disturba di "fare politica". E di già che ci siamo vuole sapere, ad esempio, in che cosa consiste il mio "far politica" in carcere? Consiste in questo:

1) pretendere di essere chiamato a compilare la parte a me riservata nella cartella biografica dei miei allievi;
2) desiderare di essere interpellato quando si tratta di infliggere qualche punizione o prendere provvedimenti nei confronti di un mio allievo;
3) tentare di avere rapporti che non siano soltanto formali, col direttore, col maresciallo, col personale di custodia;
4) rieducare davvero i carcerati.

Eccellenza, occorre, una buona volta, demitizzare la politica e sentirla come un fatto veramente umano e sociale, come una responsabilità che ha per oggetto la vita di ognuna delle comunità in cui si è inseriti o si opera.
Politica è abituarsi a cercare e a far proprie le finalità piccole e grandi dei gruppi in cui si vive. Politica è abituarsi a partecipare alle decisioni e a realizzarle insieme agli altri membri, sia si tratti della scuola, della famiglia o del carcere. Politica è voler la partecipazione attiva dell'allievo alla scuola, del figlio alla famiglia, del carcerato alla comunità carceraria per un rapporto educativo che investa tutta la sua personalità.
Glielo dica, Eccellenza, ai suoi preti. E dica loro che le scelte politiche non sono quelle dei professionisti ma quelle che si formano partendo dai rivoli della vita quotidiana, dai gruppi intermedi di cui siamo tutti, in vari modi, partecipi.
Dica ai suoi preti che la dimensione della società deve trovare adeguato spazio soprattutto nella scuola e che pertanto non si oppongano alle "libere" esperienze associative. E, ovunque essa si svolga, non può essere indifferente se per l'uomo otto ore al giorno siano forza lavoro, venduta per ricavare di che vivere, oppure una rilevante occasione di realizzazione e di corresponsabilità personale.
Eccellenza, mi aiuti a dare un po' di significato ad un anno di insegnamento in carcere.
Per me aiutare i carcerati significa operare perché sia cambiato il sistema che vuole il carcere così com'è.
Ma su questo punto, come Le ho scritto all'inizio della lettera, è ben difficile che io Le possa veramente "parlare". Lei però può aiutare almeno qualcuno di loro. A settembre uscirà, per fine pena, M. C. Era entrato analfabeta, uscirà con il diploma di geometra che conseguirà con i prossimi esami di licenza. Se tornerà dove ha commesso il reato, l'aspetta la vendetta. Ha moglie e due figlie. L'aiuti a trovare lavoro ad Alessandria o qui a Tortona. Se lo merita veramente.
Intanto ripeta al cappellano, se crede opportuno di non allontanarlo, come si augurano i detenuti e chi lo conosce bene, che la "fede senza le opere è morta".
Eccellenza, il mio anno di insegnamento è stato un terribile e totale fallimento. Ma io, per non essermi impegnato sufficientemente ad attuare la Costituzione, potrei anche essere premiato con la tranquillità e la comodità. Ma voi? pensate che Cristo Vi rinfaccerà che era in carcere e non l'avete "visitato"! ("Matteo" 25.35 segg.).
PregandoLa vivamente che questa mia non si ritorca in alcun modo a danno dei carcerati, La ringrazio vivamente.
Obbligatissimo
Mario Giachero

- Lettera di G. S.

Trento, 30 ottobre 1971.
La scuola nel carcere di Alessandria fu introdotta dal cappellano don Amilcare Soria, un uomo che per la sua umanità e per il suo impegno seppe meritarsi la stima e il rispetto di chiunque ebbe a conoscerlo. Nel 1929 don Soria fondò la scuola elementare privata con insegnamento gratuito da parte di professori e maestri che lui stesso si incaricava di portare in carcere; le difficoltà da superare furono enormi, specialmente per ottenere la statalizzazione di questa scuola, che avvenne nel 1947 circa. Uguali difficoltà e diffidenze don Soria le incontrò per fondare in seguito la scuola di avviamento commerciale e poi la scuola superiore per geometri, che tutt'ora rappresenta l'unico istituto di istruzione superiore nelle carceri italiane. Quindi, questa scuola è nata solo grazie all'opera infaticabile di un uomo che ad essa ha dedicato tutta la sua esistenza. Dopo la morte di don Soria avvenuta nel '62-63 circa la scuola del carcere di Alessandria è stata completamente abbandonata a se stessa ed è andata man mano impoverendosi sul piano organizzativo. Questo dimostra come le autorità interne la tollerassero solo in quanto realtà di cui non potevano disfarsi. Per tutti questi anni è andata avanti per forza di inerzia, sfaldandosi poco a poco, tenuta in piedi dalla buona volontà di qualche professore e dall'afflusso continuo dei detenuti, che per giungervi debbono superare ostacoli di ogni genere, poiché spesso le direzioni locali non li lasciano partire facilmente se rendono bene in qualche lavoro o perché il carcere di Alessandria rifiuta tutte le domande che superano un certo numero, perché non si fa nulla per mettere a disposizione di chi vuole studiare un maggior numero di locali essendo presenti varie imprese lavorative che monopolizzano spazio e detenuti: un detenuto da sfruttare nel lavoro (obbligatorio) è molto più utile di uno che studia!
Già negli anni '60 nel carcere di Alessandria era possibile seguire il corso completo della media inferiore ed i cinque anni consecutivi per il conseguimento del diploma di geometra. C'erano disponibili sette stanzette di circa metri 4,50 per 4,50 più una grande il doppio delle altre: erano otto in tutto. Le stanze più piccole potevano contenere un massimo di circa quattordici persone. Insegnanti e professori erano designati dall'istituto esterno e la scuola fungeva ormai come una sezione staccata dell'istituto tecnico Leonardo da Vinci di Alessandria. La statalizzazione di questi corsi è avvenuta appunto negli anni intorno al '60, eccetto che per la prima istituto, perché questa fu statalizzata soltanto nel '64 o '65 in quanto, non essendoci una scuola media in nessun carcere dal quale i detenuti provenivano (ad Alessandria stessa era necessario aspettare tre anni prima che qualcuno potesse conseguire la licenza media), coloro che volevano frequentare l'istituto avevano alle spalle una preparazione privatistica ed allora dovevano fare la prima istituto con il solito insegnamento privato e volontario (gli insegnanti che venivano in questo modo non venivano pagati da nessuno) e alla fine dell'anno dovevano sostenere l'esame per essere ammessi al secondo anno dell'istituto; poi potevano procedere regolarmente con promozione per scrutinio fino in quinta. Dopo il '64-65 il corso è stato finalmente statalizzato nella sua globalità.
Ma il disinteresse verso la scuola è rimasto. Basta pensare, ad esempio, che nel carcere di Alessandria affluisce una media annua di circa quaranta e anche cinquanta detenuti che si iscrivono ai corsi scolastici, ma, tolta una percentuale del 2-3 per cento che va via per fine pena, soltanto il 10 per cento circa di essi riesce a raggiungere il diploma di geometra, vale a dire una media di appena quattro-cinque all'anno. E questo perché una parte viene recepita dalle lavorazioni e una parte maggiore finisce con l'essere trasferita per motivi di ogni genere. Quando mi sono diplomato io è stata una annata eccezionale, infatti, eravamo in dodici al diploma più due che erano usciti da un paio di mesi ed hanno sostenuto gli esami all'esterno. Negli anni precedenti sono giunti al diploma soltanto in due tre quattro, massimo in cinque.
In genere i professori erano dei tipi "asettici" con i quali si poteva al limite anche scherzare, ma gli argomenti politici o di critica al carcere erano considerati tabù. In sostanza lo studio procedeva con la stessa barbosità che era caratteristica di tutte le scuole italiane prima delle rivendicazioni studentesche, con la differenza che in carcere l'autonomia di pensiero e la contestazione erano ancora più difficili: il ricatto-trasferimento era sempre in agguato e in altri carceri non esisteva la possibilità di portare avanti lo studio, che, del resto, permetteva in certa misura di evolversi intellettualmente dedicandosi maggiormente a quelle cose che si ritenevano utili. I professori naturalmente sapevano che la nostra condizione non ci permetteva di operare contraddizioni oltre certi limiti e in un certo senso alcuni di loro avevano un atteggiamento autoritario velato da una sorta di pietismo compassionevole che mortificava più dell'autoritarismo medesimo. Ma la maggior parte erano onestamente interessati alla scuola, anche se con la cecità dell'integrato, cosa di cui erano più vittime che colpevoli, perché spesso si incontravano persone con una grandissima carica di umanità, cosa che per noi rappresentava una cosa veramente nuova, abituati come eravamo a scontrarci con l'ottusa bestialità coercitiva del carcere. Naturalmente c'erano molti detenuti che approfittavano di questa situazione per rendersi simpatici al professore di turno ed allora si assisteva a delle vere e proprie gare di ipocrisia e di abilità nello "strisciare" con la maggior grazia possibile. Ma non era la scuola in sé a creare questo, era bensì la conseguenza dell'azione disgregatrice operata dal carcere sulla personalità di determinati individui. In un certo senso la scuola serviva a ridar loro pian piano la sicurezza che avevano perduto durante anni di repressione in ben altre situazioni, poiché il contatto con dei civili, per quanto asettici e integrati essi potessero essere era cosa ben diversa dalla cieca brutalità che nell'istituzione carceraria si riscontra a tutti i livelli. Non era raro vedere nelle persone un cambiamento radicale del comportamento dopo appena qualche mese. In fondo, la possibilità di contatto con i professori impediva alla istituzione di operare assurdità e violenze ai danni delle persone, poiché il solo fatto di poter parlare con dei civili permetteva di far giungere all'esterno notizie che gli operatori carcerari non amano vengano diffuse. Naturalmente questa situazione valeva per tutti i detenuti, poiché sul piano disciplinare Alessandria non era certo un carcere duro come può esserlo Volterra o Viterbo di qualche anno fa, eccetera. - I lavoranti si può dire che stavano meglio di noi, finanziariamente senz'altro, ma tramite le lavorazioni avevano modo di operare varie forme di arrangiamento. Se le condizioni di lavoro erano bestiali, essi le accettavano volontariamente e facevano a gara per rimanerci, poiché sapevano che oltre Padova ed Alessandria nessun altro carcere offriva la possibilità di guadagnare oltre una certa cifra, pur mantenendo le stesse bestialità di lavoro e con restrizioni disciplinari maggiori. Può sembrare persino assurdo, ma la realtà era che da Alessandria nessuno amava essere trasferito, malgrado il luridume, malgrado tutte le contraddizioni che c'erano, perché sia per la scuola e sia per il guadagno nelle lavorazioni rappresentava una eccezione, e funzionava egregiamente l'arma del ricatto tramite i trasferimenti, cosa che rendeva l'ambiente molto degradante poiché favoriva delatori e ruffiani di ogni genere. Ma questo ci dice anche quanto le condizioni di vita in altri carceri siano molto peggiori di quelle di Alessandria. In altri carceri era addirittura la pelle ad essere in gioco, perché sapevi che ti addormentavi nella tua branda ma non eri sicuro di svegliartici al mattino, perché non esisteva nessuna possibilità di contatto con l'esterno e se finivi nelle celle di punizione o sul letto di contenzione potevi facilmente lasciarci le penne senza che nessuno ne sapesse niente.
Gli stessi professori, ad Alessandria, dopo un certo tempo, cambiavano radicalmente il loro atteggiamento nei confronti del detenuto. Appena venivano sembrava si aspettassero di trovare dei mostri con teste tentacolari ed erano prevenuti, impauriti, dopo qualche tempo incominciavano ad accorgersi di avere a che fare con degli esseri umani come loro e cambiavano radicalmente il loro atteggiamento, specialmente le donne. Queste ultime, appena mettevano piede in carcere la prima volta arrivavano tutte imbacuccate, castigatissime e dimesse nel vestire, come andassero ad un funerale, poi, pian piano, si rinfrancavano e incominciavano a cambiare un vestitino al giorno, provando chiaramente piacere all'ammirazione che suscitavano, anche perché, con la penuria di donne che c'è in carcere, perfino le più brutte e vecchie ci apparivano delle Veneri ed i complimenti si sprecavano, e loro stesse trovavano all'interno del carcere una ammirazione maschile che fuori non si sognavano neppure di suscitare ed allora arrivavano tutte pimpanti e sorridenti.
Ciò dimostra anche che i professori stessi, per quanto irrigiditi nella mentalità tipica dell'integrato nel sistema, imparavano molto sul piano umano. E sotto questo profilo la scuola era estremamente positiva per tutti, detenuti e insegnanti.
Comunque, io e quelli della mia classe, oltre a costituire un'eccezione per numero di presenze, siamo stati particolarmente fortunati con gli insegnanti, perché fin dal primo anno abbiamo avuto modo di accedere ad un certo tipo di preparazione politica... quando è venuto Giachero il seme era già buttato, ma era ancora in embrione e molto confuso. Egli ci ha portato le prime letture di Marx, le abbiamo discusse insieme, con lui abbiamo veramente incominciato a superare i condizionamenti operati in noi dal carcere, abbiamo incominciato a ricucire la nostra personalità, ad aver coscienza di quel che veramente eravamo stati, della nostra esclusione, della nostra condizione di classe, delle vere ragioni che ci avevano portati in carcere, ed è stato come se si fosse squarciato il velo dell'ignoranza e fossimo passati dal buio alla luce. Ed allora abbiamo cominciato a rispondere a tutti i perché che ci avevano assillati, abbiamo fatto dibattiti, abbiamo politicizzato tutto il nostro modo di pensare e lo studio è diventato veramente qualcosa di autentico, di ristrutturante.
Il succo di tutti e cinque gli anni di studio che ho fatti ad Alessandria sta proprio in questa esperienza che io ho gradualmente e progressivamente vissuta proprio come una ristrutturazione di me stesso. Se volessi potrei perfino elencarne le tappe, i momenti, il passaggio dal risentimento verso qualcosa di sconosciuto che sentivo profondamente ingiusto ad una presa di coscienza che mi ha permesso di vedere chiaro in me stesso e fuori di me. Non potrei dire in che misura questa esperienza abbia inciso su taluni, ma è certo che anche loro ne hanno avuto un grandissimo beneficio, anche se qualcuno non è riuscito ancora a superare completamente l'alienazione, gli egoismi e le paure che gli derivano da anni di carcere e dall'ambiente sociale in cui si è sviluppata la sua personalità. E questa esperienza insegna oltre tutto che è possibile evolvere la coscienza degli individui in ogni situazione, se si riesce a trovare il mezzo adatto per farlo. Anche la scuola può essere un metodo di lotta qui dentro. Mi rendo ben conto che sono veramente pochi coloro che nel carcere possono giungere alla presa di coscienza attraverso il meccanismo della scuola, ma ciò non vuol dire che esso non sia valido. Semmai, sarebbe necessario lottare perché la scuola fosse aperta a tutti, che tutti avessero la possibilità di studiare senza essere costretti all'alienazione del lavoro ed al suo conseguente sfruttamento in forme così scandalose, far sì che la scuola possa essere politicizzata oltre che ampliata. Capisco anche che la repressione implicita nell'istituzione carceraria non permetterà mai che si possa giungere a tanto, ma questo non vuol dire che debbano essere escluse altre forme di lotta, dico solo che può essere una strada da seguire. Non sono certo io ad accettare la realtà del carcere come una necessità sociale, perché so bene cosa rappresenti politicamente, ma mi rendo anche conto che questa realtà esiste ed è operante sulla pelle di decine di migliaia di persone le quali non hanno nessun mezzo per resistere alla spersonalizzazione e prendere coscienza del perché si trovano in carcere. Per costoro è necessario fare tutto ciò che è possibile fare e che può migliorare le loro condizioni di vita materiali e psicologiche. È un problema che non si può ignorare se non si vuole correre il rischio di cadere nei facili giudizi. La scuola può essere un momento di rottura, un momento di apertura all'esterno dei problemi del carcere, per far conoscere all'esterno quali sono veramente i meccanismi che vi operano: più persone avranno modo di entrare nel carcere con compiti non militarizzati e più il problema del carcere può sciogliere i suoi nodi. Non dimentichiamo che dall'esterno si ha una immagine distorta e contorta del detenuto ed è anche necessario dimostrare fuori dal carcere che il detenuto non è altro che un escluso etichettato come una bestia per giustificare la repressione bestiale che viene operata su di lui. Inoltre è necessario che i detenuti stessi possano avere un meccanismo per evolversi e farsi conoscere. Liberare un cane dalla catena gli è senz'altro utile, ma gli è altrettanto utile capire che la catena non è necessariamente una sua condizione naturale di vita.
Ad Alessandria ho conseguito il diploma di geometra insieme ad altri undici compagni nel luglio del 1968. Già prima di affrontare l'esame avevamo cominciato a porci, insieme a Giachero, il problema del che fare dopo il diploma. L'interrogativo era questo. A che cosa ci era servito studiare, quali prospettive ci aveva aperto? Per uscire non ci serviva perché questo è stato possibile a Salierno per altre cose ed i meriti scolastici sono stati un modo come un altro per giustificare la sua liberazione, anche se questi meriti sono stati notevoli e non gli si possono di certo disconoscere. Per noi invece c'era il problema dell'impiego del tempo e quindi della detenzione dopo il diploma. Ci chiedevamo se era più opportuno metterci a lavorare, fare gli scrivanelli da qualche parte o altro lavoro, dimenticando totalmente quello che avevamo imparato, oppure se ci conveniva tentare di andare avanti sulla strada che avevamo intrapresa e che, grazie soprattutto a Giachero, ci aveva aperto nuove prospettive. Decidemmo così di tentare di sbloccare la via per l'accesso all'università. Questo tentativo era stato già fatto in precedenza e lo stesso Salierno lo aveva fatto prima di noi, ma era fallito. Le speranze di riuscire erano veramente poche. Non c'era nessuna legge che impedisse la nostra iscrizione all'università, ma non ce n'era neppure una che prevedesse questa possibilità e noi sappiamo per diretta esperienza che in carcere tutto ciò che non è espressamente previsto è tassativamente vietato.
Fu così che ci mettemmo a lavorare e sempre e solo in tre-quattro. Cominciammo a mandare articoli alla stampa, scrivemmo ai rettori delle università di Genova, Pavia, Milano Cattolica, Venezia, Trento, e scrivemmo al ministero e a molte personalità politiche del governo e del parlamento. I primi articoli furono pubblicati sul "Corriere alessandrino", ma non ebbero nessun effetto. Intanto cominciarono ad arrivare le lettere di risposta dai vari rettori delle università: tutti si dichiaravano ammirati per la nostra iniziativa ma nessuno ci dava assicurazioni in merito; il problema fondamentale che veniva sollevato era quello della frequenza. Insomma, tante belle parole ma niente fatti concreti. Nel frattempo scrivemmo un articolo al giornale "Il Giorno" e questi uscì immediatamente in prima pagina sollevando il problema della possibilità o meno che noi si potesse essere ammessi ai corsi universitari. La nostra richiesta non era personale ma generale, cioè, noi chiedevamo che questo beneficio potesse essere concesso a tutti i detenuti. Molti altri giornali incominciarono ad interessarsi della cosa e pubblicarono vari articoli, la generalità dei quali ci era molto favorevole. Molti giornali chiesero subito il permesso al ministero per venire ad intervistarci ed ottennero l'autorizzazione. Insomma si scatenò un vero e proprio can can che prese alla sprovvista la direzione e lo stesso ministero. In sostanza, nessuno ci aveva dato l'autorizzazione per tutto questo e noi facemmo in modo da prendere in contropiede un po' tutti. Quando riuscimmo a metterci in contatto con "Il Giorno", né la direzione né il ministero riuscirono più a controllare la cosa, perché tutti i giornali si buttarono come su un osso prelibato da rodere. La direzione era in crisi perché i giornalisti andavano e venivano dal carcere e il ministero assunse allora la tattica dell'attendismo per vedere come andavano a finire le cose. Noi non ottenemmo nessuna risposta ufficiale. Intanto, siccome il tempo passava senza che si giungesse ad una soluzione del problema, noi preparammo tutti i documenti e li inviammo all'università di Pavia poiché il rettore ed alcuni presidi di facoltà non avevano sollevato eccessive obiezioni alle nostre richieste, anzi, ci avevano fatto intravvedere la possibilità che il problema della frequenza, per talune facoltà, poteva essere superato. Così inviammo le domande di iscrizione, ma dopo qualche settimana il rettore in persona venne ad Alessandria a restituirci il tutto dicendo che il senato accademico aveva sollevato impedimenti giuridici in proposito; ci fece un mucchio di bei discorsi, con promesse varie di aiuto, ma ci lasciò le domande e ci ritrovammo punto e accapo. La strada di Genova, dopo l'intervista dell'inviato de "Il Giorno" con il rettore, era definitivamente chiusa. Venezia non ci rispose neppure al momento. Milano Cattolica rimase nella medesima posizione. Nel frattempo ci fu una intervista televisiva sul problema e si fece altro parlare inutile. Il tempo passava e non sapevamo più cosa fare. L'università di Trento non aveva dato ancora una risposta positiva perché era sorto un equivoco, poi chiarito: il direttore professor Alberoni credeva che noi chiedessimo di studiare sociologia e di usufruire di docenti da inviare nel carcere di Alessandria. Appena chiarito l'equivoco il professor Alberoni inviò subito una richiesta formale al ministero dicendosi d'accordo sulla nostra iscrizione purché noi fossimo trasferiti qui a Trento; contemporaneamente scrisse a noi invitandoci ad inoltrare le domande di iscrizione. Nel frattempo era successo un altro equivoco. Quando noi inviammo le domande di iscrizione a Pavia, un giornale riportò erroneamente la notizia che noi eravamo stati iscritti regolarmente. Un nostro compagno che in quel periodo era stato trasferito a Padova chiese subito anche lui di essere iscritto presso la locale università. Il rettore di Padova, credendo che già Pavia avesse creato il precedente della iscrizione ai detenuti, per non dimostrarsi meno democratico, iscrisse subito il nostro compagno. In fondo, il problema per i rettori era proprio quello di prendersi la responsabilità di creare per primi quel certo precedente. Appena noi sapemmo dell'avvenuta iscrizione del nostro compagno a Padova, facemmo subito altri documenti e chiedemmo l'iscrizione a Padova, ma il rettore, accortosi dello sbaglio che aveva commesso, ci negò subito l'iscrizione dicendoci che erano scaduti i termini di legge per detta iscrizione: si era in novembre e questa era chiaramente una scusa perché normalmente l'università accetta le iscrizioni fino a tutto dicembre. Quando giunse la lettera del professor Alberoni da Trento avevamo ormai perso tutte le speranze di riuscire a sfondare questo muro. Facemmo immediatamente altri documenti e li inviammo subito a Trento, giungendo in tempo utile solo per poche ore: fu una vera e propria corsa col tempo. Intanto, solo di documenti, fotografie e certificati l'iscrizione ci era costata un sacco di soldi. Appena divenne ufficiale l'iscrizione a Trento il ministero incominciò ad interessarsi della cosa, anche perché noi chiedemmo l'immediato trasferimento nel carcere di Trento. Ma il tempo passava e noi non riuscivamo a spuntarla. L'ultimo ostacolo sollevato dal ministero fu quello relativo al conseguimento dei titoli accademici, impedito per una disposizione del codice penale. - Un "prezioso informatore" ci comunicò la cosa e noi inviammo immediatamente una dichiarazione in cui affermavamo di rinunciare al valore del titolo accademico purché ci fosse data la possibilità di continuare gli studi. Il ministero si trovò ancora una volta preso in contropiede. A noi intanto non era ancora stata data nessuna comunicazione. Passarono ancora altre settimane, facemmo altri articoli, scrivemmo altre lettere a destra e a manca e finalmente nel mese di marzo sapemmo tramite la direzione che il ministero aveva disposto per il nostro trasferimento a Trento. Dopo otto mesi di lotte senza respiro finalmente ci accorgevamo di aver sfondato un muro che ci aveva fatto sudare parecchio.
Da tutto ciò appare chiaro come l'accesso alla università sia stata una nostra precisa conquista, per la quale alcuni di noi hanno lottato per mesi contro tutto e contro tutti per riuscire. Il carcere o il sistema non ci hanno regalato proprio niente, anche se poi si è cercato di strumentalizzare quello che abbiamo conquistato, anche se qualcuno ha pomposamente affermato che l'istituzione carceraria italiana permette anche l'università. L'ostacolo maggiore da superare è stato proprio quello ministeriale.
Siamo giunti qui a Trento tra il 15 e il 25 marzo del 1968. Eravamo in sette ma solo in tre-quattro avevamo portato avanti la lotta. Siamo venuti qui con dei programmi molto ambiziosi. La nostra lotta non era diretta soltanto ad aprire la strada per l'università ma era anche diretta a creare le premesse per un nuovo tipo di esperimento in fatto di trattamento all'interno del carcere. Volevamo inoltre organizzare centri di lavoro interni e soprattutto esterni per coloro che uscivano dal carcere. Avevamo preso contatti con molte persone, con centri assistenziali, personalità politiche, professori e varie altre persone che ci scrivevano anche di loro iniziativa. Per mesi e mesi abbiamo lavorato in questa direzione. Ma poi i nostri sforzi sono stati assorbiti dalle esigenze interne della vita di questo carcere e infine ci siamo arenati quando il gruppo iniziale ha cominciato a sfaldarsi per la liberazione di qualcuno e per l'arrivo di altra "zavorra" che ha pensato solo a godersi le comodità che ha trovate.
Quando siamo giunti qui, questo carcere era una tomba. Siamo stati buttati tutti e sette in un cameroncino di circa m 9,50 per 4,20 e non ci sono stati consegnati neppure i libri che portavamo con noi; eccetto qualcuno che portavamo in mano. Il primo scontro con il personale di servizio all'interno è avvenuto la sera stessa in cui sono terminati gli arrivi, quando alle diciannove c'è stato ordinato di metterci a letto ed alle diciannove e trenta di fare il più assoluto silenzio. Non avendo eseguito l'ordine, dopo un po', è entrato nella cella un appuntato con una pattuglia di guardie dietro di lui in atteggiamento da "carica" e siamo stati costretti, dopo lunghe discussioni, a metterci a letto. Alle diciannove e trenta non si sentiva neppure un detenuto bisbigliare, pena la "carica", con conseguente trasferimento in cella di punizione nel sotterraneo del carcere e supplemento di violenze di ogni genere, pestaggio compreso. Varie volte abbiamo visto salire dalle celle individui con parecchi lividi addosso e talmente impauriti che non avevano neppure più il coraggio di dire che erano stati pestati. La certezza di questo l'abbiamo avuta dopo appena pochi giorni che eravamo qui: mentre eravamo al passeggio abbiamo chiaramente sentito qualcuno che gridava di dolore dalle celle del sotterraneo. Abbiamo subito cominciato a reclamare e a scrivere e dopo un po' di tempo i pestaggi sono completamente cessati, specialmente quando le autorità interne si sono accorte che potevamo facilmente avere contatti epistolari con il ministero e con i vari docenti che intanto cominciavano a venire all'interno con una certa frequenza.
Ma i primi mesi sono stati durissimi da superare. Dopo le diciannove e trenta, come ti ho detto, non si poteva neppure fiatare, e questa, del resto, era la norma di tutti i carceri giudiziari fino a qualche anno fa; in compenso lo schiamazzo lo facevano le guardie, perché per loro l'imposizione del silenzio non aveva valore: non era neppure raro il caso di sentire qualcuno di costoro ubriaco fradicio abbandonarsi ad ogni tipo di schiamazzo nel cuore della notte.
La seconda sera mi venne fatto rapporto dal brigadiere di servizio perché invece di essere spogliato e sotto le coperte me ne stavo seduto sulla branda a leggere un libro di studio. Il giorno seguente fui chiamato dal maresciallo e fui severamente ammonito: non fui punito perché era chiaro quanto l'imposizione fosse assurda poiché eravamo stati trasferiti qui espressamente per ragioni di studio. Il giorno appresso stendemmo un esposto al ministero e cominciammo a scrivere lettere di reclamo a tutte le autorità competenti. Da quel momento non ci disturbarono più alla sera, purché non parlassimo troppo forte, anche se stavamo alzati tutta la notte. Quella fu la prima conquista, che poi si estese pian piano a tutti gli altri detenuti.
Dopo qualche mese ottenemmo di tenere aperti gli sportelli nella porta delle celle, ed anche questo per tutti. Poi ottenemmo che fosse messa la T.V. e riuscimmo a fare istallare due televisori in due stanze grandi della sezione (più due in infermeria, nel reparto del centro clinico) con possibilità di vedere contemporaneamente i due programmi e di andare liberamente nella stanza che si voleva. Dapprima la T.V. fu concessa fino alle ventidue e trenta circa, poi fino alle ventitré e venti. Noi riuscimmo anche ad ottenere di tenere aperta la porta della cella per tutto il giorno, dal mattino alle otto fino alla sera alle ventitré e trenta. Ormai eravamo tutti in celle singole e per ragioni di studio avevamo assoluto bisogno di poterci frequentare per discutere e per recarci nell'aula scolastica o nella biblioteca comune. Questa biblioteca l'abbiamo messa su noi pian piano; abbiamo continuamente fatto richiesta al ministero di libri di testo, ma fino ad ora quel che siamo riusciti ad ottenere sono cinque-sei libri pressoché inutili, anche perché i testi sono soltanto due, ognuno in più copie; visto che il ministero ha fatto orecchie da mercante per i libri, abbiamo smesso completamente di farne richiesta.
Per gli altri detenuti non siamo ancora riusciti ad ottenere la porta della cella aperta per tutto il giorno malgrado ripetute richieste in tal senso. Coloro che lavorano sono sempre aperti fin dalle prime ore del mattino e non hanno questo problema. I restanti, una ventina in media, sono sempre di transito e in genere si fermano quindici-venti giorni e vanno via perché ritornano al carcere di provenienza; così, non essendo fissi qui non c'è neppure il modo di fare delle richieste in comune perché vanno e vengono e loro stessi si disinteressano completamente della cosa in quanto sanno che devono stare pochissimi giorni e poi ripartono: in genere vengono qui solo per fare il processo o per cure al centro clinico. Inoltre, possono farsi aprire quando vogliono e le ore in cui hanno la porta chiusa sono due-tre al massimo. Dalle otto alle sedici possono andare liberamente al passeggio, alle diciassette si cena e alle diciannove e trenta si incomincia ad andare alla televisione dove si può rimanere fino alle ventitré e trenta. La domenica in genere si sta aperti tutto il giorno poiché c'è il film e alla televisione si va fin dalle diciassette-diciassette e trenta; quando poi ci sono trasmissioni sportive nel pomeriggio si può andare a vederle. Stando così le cose vengono completamente a mancare i motivi di spinta per ottenere l'apertura delle porte e questo disinteresse c'è soprattutto da parte dei detenuti stessi in quanto ognuno preferisce starsene qualche ora tranquillo a dormire durante il giorno.
Anche quella del passeggio dalle otto alle sedici, con interruzione solo per mangiare a mezzogiorno, se si vuole, è stata una faticosa conquista. Prima c'erano soltanto quattro ore di aria, due al mattino e due al pomeriggio, con venti ore di chiusura nella cella. Ora i detenuti vanno in cella praticamente solo per dormire la notte o riposarsi qualche ora durante il giorno, quando non hanno voglia di stare al passeggio o alla televisione.
Abbiamo anche cercato di procurare tavolo e sedie per tutte le celle e in parte ci siamo riusciti. Anche questo però è un problema relativo in quanto nelle celle ci sono delle mensole di marmo e sgabelli di ferro infissi nel pavimento dove ci si può comodamente sedere per mangiare e scrivere. Le celle sono abbastanza confortevoli ed hanno tutte un gabinetto chiuso, il lavabo ed i termosifoni per l'inverno. Sotto molti aspetti questo carcere ha comodità che in certi carceri non si sa neppure che cosa siano; si tratta di un edificio relativamente nuovo, costruito dagli austriaci; anche la pulizia è tenuta ottimamente e l'amministrazione provvede spesso a tale bisogna; l'ambiente è un po' tetro come criterio di costruzione, perché ha poca luce all'interno ed ha l'aspetto di una grossa bara, ma in effetti è molto più decente della maggior parte di tutte le carceri italiane.
Sul piano dello studio non ho molto da dire ancora. Dopo qualche settimana dal nostro arrivo abbiamo ricevuto i libri, poi sono cominciate con una certa regolarità le lezioni dei docenti ed abbiamo iniziato i primi corsi. C'è da dire che l'insegnamento si è svolto e si svolge anche qui su un piano volontaristico, perché in effetti i docenti che vengono qui dentro non vengono pagati per il lavoro che fanno: le ore che fanno qui dentro non vengono calcolate ai fini dello stipendio, vengono fatte un po' come degli straordinari in forma gratuita. Questo riconduce al vecchio discorso dello studio in carcere in forma volontaria e autonoma, anche se molte persone parlano di università nell'ambito del carcere.
Trovo questo tipo di studi estremamente positivo, ma, come tutte le cose buone o cattive, dipende poi dagli individui fare delle scelte precise e operare in conseguenza. A questo livello, sotto alcuni aspetti, la scuola è diventata per alcuni veramente una condizione di privilegio, perché pensano soltanto, individualmente, al modo migliore di utilizzarla per una possibile domanda di grazia o altro. Da molti si sente fare questo discorso: "io me lo sono meritato ed è giusto che ora abbia qualcosa di più e possa accedere ad eventuali benefici..." È logicamente un discorso reazionario, che dimostra oltre tutto di non aver preso ancora coscienza dei veri problemi da affrontare. Sarebbe invece più opportuno porsi il discorso degli sbocchi dello studio in carcere, non come soluzione personale del problema, ma come mezzo per conquiste collettive. Ma c'è generalmente una paura "cacata" di entrare in conflitto con le istituzioni, e non ci si rende conto che un discorso collettivo potrebbe avere un peso enorme, e senza eccessivi rischi, perché le autorità competenti si guarderebbero bene dal fare dei "martiri". Così, molti parlano dell'università come un titolo di merito, anche se poi a parlarne sono proprio coloro che non ne hanno nessun merito in quanto hanno trovato la strada fatta e pensano solo a godersi le comodità. Comunque spero ancora di poter fare un discorso unitario e chiarificatore sulla nostra posizione perché mi rendo conto che avrebbe un grandissimo peso.


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