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L'universo concentrazionario 9.
GLI SCHIAVI NON DANNO ALTRO CHE IL PROPRIO CORPO.


All'arrivo non sapevamo ancora niente dei campi. Ma sentivamo l'imperiosa necessità di lottare contro la lenta disgregazione delle idee, di tutto ciò che dà un senso all'esistere, presagio del completo tracollo della nostra umanità. Ne avevamo l'opportunità, per l'ultima volta. Durante la quarantena non si lavora, e per di più nella nostra camerata si erano manifestati casi di difterite: eravamo quindi esentati anche dalle corvé e dagli appelli, e per nulla al mondo le S.S. sarebbero venute a farci visita. Il nostro capocamerata, un polacco il cui principale difetto consisteva nel tuonare tutto il santo giorno (riversando su di noi torrenti di ingiurie), era abbastanza propenso a lasciarci organizzare le giornate a modo nostro. Forse, diceva, così facendo non si sarebbero più sentiti gli orrendi strilli dei francesi, che non la smettevano un momento di parlare tutti in una volta dal mattino alla sera. Benché stremato, Crémieux ci aiutò ad avviare le conversazioni. Il polacco ci proibì di parlare della Germania, suggerendoci invece di discutere di storia, di geografia, di viaggi, di tecnica e di sport. Roland e Ancelet dissertarono circa l'industrializzazione e la produzione in serie. Tra noi vi era un gruppo consistente di piccoli artigiani e commercianti, per cui l'argomento diede origine a una lunga discussione, a tratti anche piuttosto aspra. Un amico di Crémieux, il dottor Klotz, conosceva il russo. Organizzai dunque una prima conferenza: uno Stubendienst russo di ventidue o ventitré anni, dipendente della fabbrica Marty di Leningrado, ci parlò a lungo della condizione operaia nell'Unione Sovietica. Ne nacque una discussione che durò due pomeriggi. La seconda conferenza fu tenuta da un kolchoziano e riguardò l'organizzazione agricola in Urss. Poco tempo dopo anch'io tenni una conversazione sull'Unione Sovietica dalla Rivoluzione d'ottobre alla guerra. Trascorsi tre mesi, non mi sarei certo più avventurato in un simile tentativo. Tutto si era logorato. Ma in quel momento eravamo ancora molto ignoranti. Il capo del nostro Block, Erich, brontolava ma non faceva opposizione. Ed è, questo, un tratto altamente significativo. Se qualcuno avesse fatto rapporto alle S.S., queste avrebbero potuto spedirlo in una Strafkompagnie. Erich era un comunista tedesco. Non l'ho mai visto picchiare nessuno.
Era formalmente vietato parlare di politica. A Helmstedt un ragazzo che conoscevo bene, un giovane medico russo di nome Arcadiy, fu arrestato nel campo dalla Gestapo per intrighi politici con gli altri detenuti. Nell'aprile del '45 il Kapo Emil Kčnder venne fermato dal Blockfčhrer per aver detto al Kčchekapo Otto, che lo aveva riferito alle S.S.: «Tienti pronto, perché presto dovrai prepararci i sandwich della liberazione». Otto era un capolavoro di sordida ipocrisia. Emil rimase ammanettato per parecchi giorni, e sfiorò il capestro. In un campo nei pressi di Brunswick che ospitava soprattutto francesi (con i quali noi eravamo in rapporti), due di questi furono impiccati per aver parlato di politica con dei connazionali, liberi lavoratori. A Helmstedt il medico Rohmer perdette il posto al Revier e venne destinato al lavoro per aver redatto una lista delle donne francesi detenute e per essersi occupato troppo attivamente degli internati francesi. A tradirlo erano stati due colleghi, il polacco Antek e il tedesco Alfred. Io non c'entravo niente con quella storia, ma si sapeva che ero in buoni rapporti con lui. Persi di conseguenza il posto relativamente buono che occupavo presso la fabbrica sotterranea di Bartensleben, e insieme quel minimo di approvvigionamento che ero riuscito a «organizzarmi». Fui separato dai civili e inviato a Schacht Marie, un vero e proprio cimitero di sale. E credo che Rohmer abbia evitato per un pelo la forca.
Anche all'interno dei campi, del resto, le discussioni politiche non erano viste con favore. I criminali le consideravano con assoluto disprezzo, e per quanto concerne gli altri detenuti, le loro facoltà mentali erano completamente assorbite dall'ossessione del cibo. Parlavano incessantemente di ricette di cucina. Solo le notizie di tipo militare erano seguite con unanime passione: potevano significare, infatti, la libertà e la vita. I rapporti tra i detenuti erano ispirati a una tale diffidenza che gli scambi di opinioni avvenivano all'interno di veri e propri compartimenti stagni. I comunisti si tenevano il più possibile al riparo, perché per loro essere denunciati alle S.S. voleva dire la forca, la Strafkompagnie o il campo di rappresaglia. Chi stava più a destra, come i socialisti francesi, temeva i comunisti, e dopo un po' di esperienza di vita nei campi taceva a sua volta. Nel periodo in cui lavoravo di notte a Bartensleben, avevo fatto entrare nel mio Kommando due bravi militanti comunisti, Claude e Maurice. Con loro, di notte, sfruttavamo le ore libere cercando di studiare un poco il movimento operaio o di analizzare la politica francese a partire dal 1936. Tali conversazioni furono interrotte su formale disposizione del nostro Kapo Emil Kčnder. Questi temeva che il solo fatto di vederci parlare insieme potesse attirare, alla lunga, l'attenzione delle S.S., e scatenare qualche rappresaglia.
Le cose andavano un po' meglio in una grande città come Buchenwald, dove l'enorme massa dei detenuti rendeva più facile il dialogo. Qui - a parte l'organizzazione dei comunisti, che vi raggiunse un livello di perfezione e di efficienza certo unico negli annali dei campi - si svolsero riunioni più o meno regolari tra elementi politicizzati in un arco che andava dai socialisti all'estrema destra, e che portarono alla pianificazione di un programma di azione comune in vista del ritorno in Francia. In un boschetto all'interno del campo si tennero anche adunanze segrete di membri della massoneria. Tutto questo coinvolgeva però solamente cerchie assai ristrette di individui, ed era ignorato dalla stragrande maggioranza degli internati.
Proprio questa asfissia mentale, aggravata dalle violenze dei criminali comuni, rappresentava, fra tutti i mali dei campi, il più insidioso.
Nelle nostre file pullulavano le spie delle S.S. A Helmstedt erano un russo e un tedesco a impiccare i detenuti, uomini e donne. Per questo venivano retribuiti ogni volta con un supplemento di minestra. Per un piatto di zuppa, per un tozzo di pane, quanti delatori? La più elementare prudenza impediva dunque di parlare della propria attività trascorsa. Nei campi non esistevano limiti. Una polacca fu impiccata per aver parlato troppo dei propri affari. Quella sera, rientrando, il boia (che i russi chiamavano Cavallone e perseguitavano a suon di nitriti per la sua faccia lunga che ricordava quella dell'animale in questione) aveva le labbra segnate da graffi profondi: erano state le unghie della donna a produrglieli. Per diversi giorni andò in giro con la parte inferiore del viso coperta da un fazzoletto.

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I pali indicatori piantati all'incrocio delle strade custodiscono l'intimità dei campi.

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