«IL SESSO RECLUSO»:

UN'INDAGINE SULLE CARCERI FRANCESI

di

Ermanno Gallo

Premessa

«Ci sono momenti nella vita in cui sapere se sia possibile pensare diversamente da quanto si pensa, e percepire diversamente da quanto si vede, è indispensabile per continuare a guardare e a riflettere».

(M. Foucault 1984)

Il sesso è tabù nella prigione francese: i detenuti, i sorveglianti e l'Amministrazione sono uniti da un tacito patto di « discrezione», che ignora il problema dell'astinenza sessuale forzata. Il termine «amore», a maggior ragione, non ha alcun riscontro nel dizionario istituzionale che regola la vita reclusa.

Nell'asettico linguaggio penitenziario, che sembra ancora assimilare il recluso a un penitente, la «modernizzazione» ha introdotto definizioni neutre, quali: «mantenimento dei legami con la famiglia», per indicare permessi e licenze premiali, fantasma di una libertà che dovrebbe ovviare alla frustrazione sessuale del recluso.

All'interno del carcere, salvo rare eccezioni e qualche «bacio rubato» durante i colloqui «aperti», la sfera affettiva e sessuale del detenuto è del tutto negata. Non può stupire, quindi, che il tema del «sesso dietro le sbarre» sia stato raramente affrontato con la serietà e la completezza che l'argomento merita. A parte l'eccezione di alcuni studiosi e giornalisti (G. Delteil, J. Favard, D. Gonin, J. Lesage de la Haye), che hanno dedicato pagine o capitoli della loro opera a questo « scabroso» e insondato problema, non esistono, in Francia, ricerche sistematiche sull'uomo e la donna «asessuati» dalla reclusione.

Sulla sub-castrazione detentiva pochi hanno interesse a pronunciarsi: non l'istituzione che l'ignora; non i «riformatori» che l' hanno spesso considerata componente dell'espiazione; non i detenuti che la subiscono come un'onta. Si può affermare, dunque, che una vita affettiva e sessuale in carcere, e nel cono d'ombra del carcere, non può esistere. Non debba esistere.

Il «sesso» fa parte di quel capitolo premiale, codificato ma non del tutto scritto, che regola il buon andamento dell'organizzazione penitenziaria, negli interni come nelle proiezioni sociali dell' istituzione.

In Francia permessi, licenze, semilibertà o trasferimenti in « prigioni aperte», come Casabianda o Mauzac, riguardano il percorso privilegiato di una minoranza di detenuti (Rapport AP 1992); mentre la maggioranza della popolazione penitenziaria è sottoposta alla «ghigliottina del sesso». (J. Legage de la Haye).

Attualmente le visite coniugali in cella non sono vietate, ma neppure previste da alcuna legge specifica (J. Favard). Nel «vuoto legislativo», che va di conserva con la repressione penitenziaria e con la mentalità corrente, la quotidiana amputazione affettiva e sessuale del recluso è autodenunciata da espressioni clandestine di «compensazione».

Verso l'esterno: clandestinità di sentimenti e pulsioni, soffocati e impastoiati dal tempo della cella, che si celano fra le righe di una lettera o si manifestano convulsi nei pochi minuti di colloquio settimanale.

Verso l'interno: clandestinità di comportamenti affettivi e pratiche sessuali che, in quanto surrogati, esasperano la privazione, l' amputazione, di un'autentica vita affettiva-sessuale.

Ciò fa sì che la disgregazione dell'individuo prigioniero, tramite la progressiva desertificazione dei cinque sensi (D. Gonin), possa avanzare molto rapidamente.

Che la pena senza dolore apparente, la pena senza supplizi e torture fisiche, voluta dai legislatori illuministi, si stia pienamente realizzando in tale sofferenza legale?

Fabbrica di custodia e di sicurezza simbolica, basata su criteri sempre più gestionali e sempre meno «rieducativi», la prigione francese, nelle sue realizzazioni recenti, non sembra disposta a rinunciare alle forme immateriali del castigo, sedimentate dall'evoluzione della pena. Nelle grandi carceri metropolitane di Fleury-Merogis; o nelle prigioni satellite del nuovo circuito privatizzato - da Salon a Montpellier - che dovrebbero risultare più salubri, umane, «aperte», i detenuti non vivono rapporti affettivi, relazioni sessuali e sentimentali appaganti.

La sub-castrazione, che in certo senso sublima e sostituisce la pena corporale o i supplizi di altre epoche, sempre di più colpisce il recluso: nei sentimenti, nelle emozioni, nella carne e nel profondo del suo essere.

Nota metodologica

Non si propone in queste pagine uno studio esaustivo e specialistico sulla «sessualità reclusa», tantomeno un'inchiesta statistica; piuttosto un'ipotesi di interpretazione, basata su materiali e concetti descrittivi. Si tratta, per così dire, di un insieme di frammenti sociologici in un cantiere storico e politico appena iniziato, nell' intento di meglio comprendere il corpo recluso e le forme di sofferenza, inflitte al detenuto dalla prigione del nostro secolo, in specifico dal carcere immateriale (E. Gallo-V. Ruggiero, E. Gallo).

Un'interpretazione descrittiva

Ai lavori del dottor Daniel Gonin e dei suoi colleghi, che hanno esercitato per anni nelle prigioni francesi, è ispirata la seguente impostazione di carattere generale, che considera tre principali manifestazioni del «sesso recluso»:

- masturbazione

- omosessualità

- sessualità fantasmatica.

(Inoltre, alcune ipotesi e informazioni, presenti in queste pagine, sono dovute al testo, per molti aspetti unico, del prof. J. Lesage de la Haye, op. cit. , che ha permesso di lacerare il tabù del sesso recluso, offrendo spunti preziosi per un approccio sistematico al problema).

Espressioni di sessualità e affettività, «che in sé » non hanno niente di anormale, nella vita libera - benché di volta in volta possano essere censurate o condannate dalla morale dominante - in carcere possono generare distorsioni, con effetti imprevedibili sul futuro del detenuto.

Ciò è dovuto, sembrerebbe, al modo in cui l'istituzione reprime gli istinti vitali del recluso, e al modo in cui il detenuto, interiorizzata la norma, inoltrandosi nel labirinto dell'affettività ;-sessualità impossibile, autocolpevolizza se stesso; o rimodella i propri istinti sulla matrice gerarchica e distruttiva della prigione.

Gli «strappi» della personalità, nel recluso, possono essere imputati anche alla dissociazione o al conflitto fra sessualità -affettività reale e immaginario erotico. Scomposizione e astrazione del desiderio sessuale dal riferimento reale, diverranno allora forme di distorsione che la cella può esasperare, con ripercussioni imprevedibili sul futuro di chi è stato detenuto.

Ma il «sesso recluso» non riguarda solo la sessualità all' ;interno della prigione. Anche il contatto fugace in parlatorio, l' effimera evasione dei permessi e delle licenze, o la semilibertà, fanno parte, seppure in modo diverso, dell'amputazione affettiva-sessuale del detenuto. Al di là delle sbarre e della loro ombra istituzionale incombe l'aspetto misconosciuto del dopo-carcere.

Masturbazione

In carcere il 77% dei detenuti analizzati si masturba, rispetto al campione di riferimento in libertà (38%) (D. Gonin). Un certo numero di essi, confidandosi al medico, rivela di provare turbe prima inesistenti. Eiaculazione precoce, eiaculazione senza erezione, eiaculazione senza piacere sono fra i casi più comuni riscontrati.

Altri detenuti riscontrano l'impossibilità di avere un' eiaculazione masturbandosi. Ciò fa loro temere un'impotenza incipiente, la fine della virilità, con le turbe che ne conseguono.

Anche in libertà, dopo un certo periodo di reclusione, i detenuti possono accusare turbe analoghe: eiaculazione precoce o assenza di eiaculazione sono comportamenti antitetici di un'unica privazione: la donna reale, che può avere distorto gravemente il delicato equilibrio fra immaginario affettività e atto sessuale (J. Lesage).

Non essere più veri uomini, non saper esercitare la propria virilità rispetto alla donna, divenuta essere misterioso, una sorta di fiore carnivoro che mette soggezione, è una paura diffusa fra molti ex carcerati (D. Gonin).

La masturbazione che costituisce, in carcere, una forte tentazione mentre si fa la doccia (D. Gonin), può essere compiuta in pubblico, lavandosi. In pratica nessuno ci fa attenzione o stigmatizza tali comportamenti, specie se non sono esibiti. Unica lamentela da parte di alcuni detenuti: «lo sperma che rimane sui pavimenti non potrebbe essere un fattore sidageno? (portatore di Aids)» (D. Gonin).

Come ci ha detto un ex detenuto nelle prigioni francesi moderne, dove c' è un locale separato per il WC, è normale che ogni tanto, a seconda delle abitudini, uno dei tre o quattro detenuti si assenti per un po', di giorno o di notte, portandosi dietro, al gabinetto, il massimo della letteratura pornografica disponibile.

La masturbazione individuale è considerata, in genere, dai detenuti un atto fisiologico, igienico. L'«evacuazione» (Bauer) è tuttavia uno «sfogo» sessuale, che necessita di un'arte dell'immaginario, di una realtà virtuale, che nel corso degli anni perde sempre più di colore e di attrattiva per il detenuto.

In effetti, diceva con una battuta un ex prigioniero, può succedere che dopo una «seduta» al gabinetto qualcuno chieda: «ma come [... ] questa Miss X. davvero la gran [...] che si dice?».

Si cercano scosse sessuali, qua e là fra le immagini pornografiche, o nelle riviste fotografiche che esibiscono le star di moda; ma col tempo la masturbazione diventa una pratica sempre più meccanica, insipida, come mangiare quando non si ha fame...

Oppure masturbazione e fantasmi, dopo anni di reclusione, diventano compagni inseparabili. J. Lesage racconta di detenuti ossessionati dal sesso impossibile, che inventano tecniche di autoerotismo sempre più sofisticate.

Masturbarsi in una buccia di banana, in una bistecca calda, in un sacchetto oleato, in una zucca tiepida, in un guanto di crine usato... (op. cit. ). Ogni artificio autoerotico è possibile, quando la donna, irraggiungibile, è diventata l'impossibile oggetto del desiderio.

Per altri la privazione può sfociare in pratiche legate al voyeurismo e al narcisismo. La masturbazione, scrive J. Lesage (op. cit. ), è una pratica per lo più solitaria. Stando soli con se stessi si finisce per vedere solo più il proprio viso o qualche parte del proprio corpo.

Un detenuto diceva che amava vedere il proprio membro in erezione, e che si osservava con uno specchietto l'ano e i testicoli: era questa preparazione che lo eccitava di più (J. Lesage).

Altri casi confermano l'interrelazione fra masturbazione, autoerotismo, narcisismo... e sesso fantasmatico.

Alcuni detenuti nel carcere di Caen, che avevano il privilegio di abitare al terzo piano, si erano costruiti artigianalmente dei «binocoli», con cui esploravano le case circostanti nella speranza di cogliere qualche donna, o qualche coppia, in una posa piccante o in pieno rapporto sessuale (J. Lesage).

Cacciatori di immagini erotiche dal vivo, sfidando le sanzioni della custodia (la masturbazione, se scoperta ufficialmente, comporta la cella di punizione), questi reclusi erano convinti di essere «ricambiati» dalla bella irraggiungibile. J. Lesage racconta che spesso si accendevano discussioni fra reclusi dello stesso piano, convinti di avere ricevuto un cenno personale dalla donna, lontana centinaia di metri, che offriva alla vista dei prigionieri le sue grazie.

Auguste, un vecchio contadino che aveva violentato la figlia (ma che contestava: da noi fare l'amore è una cosa che non riguarda la polizia), era giunto a perfezionare un rapporto di masturbazione fantasmatica inverosimile. Senza l'ausilio del cannocchiale il vecchio detenuto sosteneva di vedere e di essere visto (a trecento metri) dalla sua bella...

L'istinto del sesso, privo di sollecitazioni e riscontri reali, al pari degli altri sensi, non può che desertificarsi e degradarsi, in un tale contesto.

La masturbazione, per alcuni aspetti legata alla sessualità fantasmatica, può far rilevare distorsioni, analoghe o identiche a quest'ultima.

Così un detenuto, entrato molto giovane in prigione, scarcerato dopo 14 anni di «buia», era ormai incapace di avere rapporti sessuali normali con una donna.

Non era più in grado di penetrare la compagna. Solo la masturbazione manuale poteva soddisfare la sua sessualità (J. Lesage).

Depressione e senso di impotenza possono accompagnarsi, in queste circostanze, a forme di aggressività contro la donna, considerata responsabile della «cilecca». «Una puttana che non ci sa fare...».

Un altro caso, citato dall'autore, riguarda le sensazioni dolorose provate, in libertà, durante il coito, da un giovane ex detenuto molto vigoroso, atletico, e non certo a corto di partners (op. cit.).

La prigione, sostiene J. Lesage, necessita (anche) di una «reinserzione sessuale» (op. cit.).

Spesso l'attività masturbatoria prolungata e l'ambiente « unisessuato» del carcere, frequentato per anni, creano deformazioni tali nell'immaginario dell'ex detenuto da renderlo incapace di affrontare la donna reale, per mesi o per anni.

Certo la generalizzazione «statistica» non è possibile, e a volte le testimonianze sono contraddittorie.

Ci ha detto S.B., una giovane donna che si è sposata in carcere con un rapinatore famoso: «Lui era qualcuno, aveva contatti con donne e anche in parlatorio riusciva a fare l'amore. No, non credo che avesse problemi sessuali. Quanto alla masturbazione la considerava una pratica normale, prima di addormentarsi. Ma credo che in prigione ciò non crei problemi, specie se il detenuto è sicuro di sé. E lui era un macho. Alla sua uscita non so, però, se ha avuto problemi sessuali... abbiamo divorziato prima».

Prosegue S.B.: «Un altro amico, invece, più giovane, che era entrato in carcere a vent'anni, ha avuto dei problemi sessuali dopo la scarcerazione. Il contatto col sesso femminile gli provocava irritazioni, allergie, di conseguenza un'incapacità dolorosa di entrare in armonia sessuale con la compagna. Probabilmente, non essendo riuscito a « fare il suo "apprendistato" nell'età in cui ci si forma sessualmente, era sfasato. Sì, credo, che l'età e il periodo di reclusione siano fondamentali per comprendere il tipo e la gravità di turbe sessuali dovute alla galera».

Per altro verso la masturbazione può diventare il rifugio di un corpo senza rifugio, evasione del recluso costantemente sotto controllo, ossessionato dall'occhio inquisitivo del custode.

La prigione è privazione del piacere, di ogni piacere, trionfo della morale della sofferenza (D. Gonin).

Perciò la masturbazione per molti detenuti costituisce una rivendicazione: l'ultima; una trasgressione: l'unica, contro l' invadenza «panottica» dell'amministrazione.

Essendo la prigione «occultamento del piacere» (D. Gonin), la masturbazione nascosta, per lo più notturna, risulta una forma di fuga e di ritorno all'infanzia, all'intimità ritrovata, alla trasgressione (D. Gonin).

Ma il piacere rubato al controllo, e vissuto come introversione nel proprio corpo, nelle proprie sensazioni segrete, può determinare, all' opposto, anche forme di autopunizione, o di lesionismo che rappresentano, a volte, un surrogato di impulsi suicidi (D. Gonin).

L'esempio riguarda un detenuto che si presentò più volte in infermeria con ferite e lacerazioni al glande, dovute, come si scoprì in seguito, al fatto che si masturbava usando un buco scavato nell'intonaco tagliente della cella (D. Gonin, E. Gallo).

Triste muto e ostinato nella sua pratica il detenuto cercava un piacere masochistico, o piuttosto un'automutilazione volontaria?

Omosessualità

L'omosessualità è, nella prigione francese, una delle forme di sessualità più diffusa e occultata dal tabù vigente. J. Lesage de la Haye ritiene, in base a un'inchiesta statistica da lui svolta in prigione (op. cit. ), che almeno un terzo degli uomini ha avuto rapporti omosessuali regolari, episodici o eccezionali; ma di rado qualcuno lo ammetterà. Uno degli insulti più brucianti, in carcere è: «encule», o « pede».

Non esiste «orgoglio omosessuale» in prigione; ma tra coloro che assumono un ruolo femminile («pede», «checca», « zia») e coloro che hanno un ruolo virile, di potere sessuale, si crea, nel rapporto di omosessualità gerarchica, una differenza incolmabile.

Il ruolo, qui come altrove, e come nei rapporti di eterosessualità gerarchica all'esterno, ha una funzione sociale indiscussa. Nelle forme di distorsione l'omosessualità gerarchica può quindi determinare effetti di controllo e di disciplina parallela, che schiacciano ulteriormente l'esistenza del detenuto.

La prigione, basata sull'unisessualità, produce infatti ruoli e comportamenti sessuali differenziati dalla gerarchia interna, soprattutto in base a rapporti di forza e di potere.

La prigione, in Francia, è il «paradiso degli omosessuali», ha chiesto qualcuno con una sfumatura d'ironia? No, perché l' omosessualità vissuta come scelta, desiderio, piacere, necessita di un contesto relazionale - affettivo, erotico, sentimentale - che il carcere nega e reprime.

Il blocco della comunicazione umana, autentica, multiforme, determinato dal carcere, impedisce, inoltre, che esista interrelazione, scambio profondo, e dunque amore.

A parte rari casi, quindi, l'omosessualità, ufficialmente derisa e negata, assume, nella prigione, caratteri di subalternità umilianti e violenti.

Sottolinea G. Delteil (op. cit. ), che in prigione esistono almeno tre categorie diverse di «homo», oltre al travestito e al transessuale, che ostentano la loro diversità in modo provocatorio. Quest'ultimi, tuttavia, assimilati nell' immaginario recluso a un simulacro di corpo femminile, non possono avere alcun contatto con gli altri detenuti, non essendo prevista dall'istituzione l'omosessualità.

Separati dalla comunità normale, isolati e considerati alla stregua di malati contagiosi o di pervertiti, gli appartenenti al «terzo sesso» sono «cancellati» dallo scenario recluso. In molti casi, loro malgrado, vengono trasferiti nelle sezioni riservate ai condannati per delitti sessuali (D. Gonin). Fra le categorie individuate esiste quindi l' omosessuale dissimulato, che tenta in tutti i modi di nascondere le proprie tendenze dietro una facciata di virilità, con atteggiamenti da duro, con bravate.

Accanto a questa figura si trova il giovane, protetto da un boss o da un caid , che viene considerato dagli altri detenuti come una sorta di amico del « grand'uomo», e quindi tollerato.

Infine c'è il detenuto sprovvisto di mezzi, che si vende al primo offerente per avere in cambio qualche favore, sigarette, cibo; ma che spesso non sa neppure cosa sia l'omosessualità.

Un caso a sé è quello dell'omosessuale delatore, che i detenuti in genere disprezzano poiché viene tollerato, se non protetto, dalla direzione, in cambio di confidenze, spiate, collaborazione attiva.

Nei suoi confronti, a volte, può essere applicato un trattamento premiale, straordinario nella prigione francese, che non prevede la reclusione a due.

A Clairvaux, due detenuti vivevano insieme in una cella, come «marito e moglie», ma entrambi erano malvisti o addirittura considerati « infami» dagli altri detenuti (G. Delteil).

In tutti questi esempi, nonostante le distinzioni di fondo, notiamo che il rapporto omosessuale in prigione può condurre a modelli gerarchici, che a loro volta affiancano o integrano il modello disciplinare dell' istituzione.

Rapporti omosessuali, basati su un reale sentimento, e vissuti liberamente, sono quasi impossibili anche per coloro che in libertà erano omosessuali dichiarati.

Le distorsioni che ne conseguono sono evidenti, specie sul piano dei rapporti personali e «comunitari».

D'altra parte l'omosessualità consensuale può essere tollerata, come ci ha detto S.B., mentre il «violeur» è malvisto dagli altri detenuti, a meno che non abbia una posizione eminente nella comunità reclusa e che non sia un confidente dell' Amministrazione.

Si può quindi assistere alla protezione che il più debole cerca presso il più forte, offrendo in cambio servizi sessuali: questo rapporto è basato in genere sulla differenza di età e sulla disparità economico-sociale.

Il più giovane, indifeso e senza mezzi, è «valorizzato» , nella comunità reclusa, dal legame sessualmente subalterno e gerarchico che intrattiene con una persona più anziana, potente ricca e rispettata.

Ma questa dipendenza non impoverisce ulteriormente il recluso già vulnerabile e subalterno?

Esistono poi prestazioni sessuali (da parte di chi è definito « schbem») in cambio di favori, merci, denaro. Ma tale forma di « prostituzione» non pone a livello di oggetto, comprato e venduto, il detenuto, già umiliato e «nullificato» dalla reclusione?

Nel suo insieme, quindi, l'omosessualità può avere in carcere un valore disciplinare, parallelo e complementare, che nessuna amministrazione ignora, ma che ogni direzione penitenziaria nega.

J. Lesage racconta di un vero e proprio «milieu» di omosessuali, con i loro traffici e i loro combini, organizzato nel carcere di Caen da un capo-scopino, insieme ad altri manutengoli. I detenuti più giovani diventavano l'amante («giron») del più forte (« pointeur»). A volte con il ricatto, a volte con la corruzione, gli efebi entravano nel giro, ricompensati da sigarette, birra, alcol, cibo abbondante.

Ma non sono rari, in prigione, i rapporti omosessuali imposti con la violenza, fino allo stupro, compiuti nelle celle con la complicità o fra l' indifferenza dei presenti, a pochi metri dalla presenza «vigile» della custodia.

Quanti casi in Francia? G. Delteil cita l'episodio di due stupri accertati, perché denunciati: uno nel carcere di Avignone, l'altro a Colmar. Sempre si trattava di detenuti più giovani e deboli.

Nella maggior parte dei casi lo stupro effettuato da compagni di pena o di cella non viene denunciato, perché essere violentati significa essere umiliati, perdere l'immagine virile, diventare «una femmina», uno «schbem» che gli altri deridono e disprezzano.

Il giovane «pivello» sodomizzato subisce pertanto la gerarchia sessuale del microuniverso recluso, con effetti devastanti di distorsione.

Ma la disgregazione e la disumanizzazione del recluso, non procedono anche attraverso questi atti di violenza inconfessabile? E la direzione come reagisce?

L'omosessualità imposta e gerarchizzata deriva senza dubbio anche dalla disgregazione dell'ambiente, dallo sfacimento della « comunità reclusa», che la macchina penitenziaria favorisce in ogni modo.

L'assenza di lotte comunitarie, la composizione attuale della popolazione - formata da una percentuale elevatissima di consumatori di droghe - la frantumazione etnica e culturale, l'individualismo, nonché la conduzione gestionale («privata»), che si va imponendo, fanno sì che i comportamenti (anche sessuali) della «comunità reclusa», in altri tempi regolati da un codice d'onore interno, possano implodere con cariche inaudite di desolidarizzazione.

Con ciò l'opera di nullificazione del recluso, già perseguita dall'istituzione, viene esasperata quotidianamente...

Una casistica non esiste, sostiene D. Gonin; ma J. Lesage de la Haye ( op. cit. ) afferma che fra i detenuti il deterioramento della sessualità e della sfera affettiva dopo cinque anni di reclusione può essere molto grave. Un ex detenuto, che non ha voluto dilungarsi sul tipo di rapporto omosessuale vissuto in prigione, diceva: «Quando la tua sessualità, chiamala sfogo, igiene o evacuazione, per mesi, anni, si esercita in un certo modo e chi ti fa il servizio è considerato un oggetto, una cosa, e non hai certo un trasporto affettivo o sentimentale, anzi finisci per disprezzarlo perché lo usi, (o sei usato), la tendenza fuori, dopo, è ancora quella. Il sesso è diventato un atto meccanico, e il corpo dell' altro e anche il tuo sono vissuti non come persona, piuttosto come zone genitali, sessuali, circoscritte e disperse».

Come e quando avverrà la ricomposizione di: tenerezza, affetto immaginario, comunicazione e atto sessuale?

Anche se la facciata dei ruoli non lo denuncia, in carcere, causa l' ipocrisia imperante, crepe e guasti psicologici, esiste un diffuso senso di colpa, in chi subisce come in chi pratica l'omosessualità. Essa, infatti, in prigione è al contempo manifestazione tormentata di virilità e di svirilizzazione (D. Gonin, J. Lesage).

Ma in fondo non è questo il fine concreto, anche se non dichiarato, della sub-castrazione?

Sessualità fantasmatica

Una frase di Tommaso Landolfi ( op. cit. ), suona: «ciascuno ha la sessualità che può e che Dio gli ha dato».

Nel contesto analizzato si dovrebbe aggiungere: «o che il carcere gli impone».

La sessualità fantasmatica, in particolare, sembra essere un aspetto del sesso prigioniero, in grado di determinare manifestazioni e distorsioni esasperate.

Si tratta di quella sindrome che J. Lesage definisce: « ipersollecitazione», per cui si crea un tale squilibrio fra il desiderio e la sua soddisfazione, al punto che l'individuo diventa psichicamente malato (op. cit.).

Da essa può biforcarsi sia un erotismo e una ricerca del piacere al limite del credibile; sia l'astinenza che tende all'asessualità ;.

Nella sessualità fantasmatica l'immagine della donna - per lo più schematizzata e ridotta a particolari anatomici sotto un' intimità perduta, di un'unità smarrita in cui immaginario e reale, affettività e sensualità tangibile, sono alla base dell'atto d'amore.

Esistono poi manifestazioni antitetiche.

La dissociazione fra mentale e reale, qui e altrove, ora e allora, determina, nella sessualità fantasmatica, la sopraffazione della «realtà ; virtuale» sulla «realtà materiale». Rifugio, evasione fantastica, ma anche tunnel senza fine, il sesso immaginario può diventare un incubo che si nutre di immagini e ricordi smaterializzati, miraggi irraggiungibili.

anche possibile, come ammettono alcuni ex detenuti, che il desiderio subisca una «rifrazione». Il recluso può innamorarsi di un compagno di pena, per la sua bellezza, la sua giovinezza; ma questo sentimento non potendo essere comunicato, né manifestato attraverso i segni della tenerezza e dell'affetto, per lo più va ad aggiungersi alle frustrazioni del sesso fantasmatico. O, nel caso in cui riesca a varcare la «barriera platonica» dello sguardo e del dialogo neutro, si trasformerà (salvo rarissime eccezioni) in una delle forme sessuali gerarchiche e/o desertificate che abbiamo visto.

Per altro verso il ricordo della donna fatale, confinata al di là delle sbarre dei muri e dei vetri, può cristallizzarsi in un'immagine astratta, di purezza e bellezza «angelicata». La donna diviene simbolo di bellezza e perfezione che il desiderio di contatto potrebbe contaminare.

Così, anche se spesso relata alla masturbazione, più che ad altre pratiche, la sessualità fantasmatica, oltre un certo limite di smaterializzazione del ricordo e del desiderio, tenderà all' astinenza e all'asessualità - con proiezioni d'impotenza, mancanza di piacere, ecc.

Per questo motivo il sesso immaginario, a parte le distorsioni viste all' interno del carcere, sembra costituire - tra gli effetti della sub-castrazione - l'ipoteca afflittiva più grave sul dopo-carcere.

La compagna di un ex detenuto ha ammesso: «appena uscito F. mi considerava, sessualmente parlando, come un affamato vede una bistecca. Non sapeva bene se saltarmi addosso o ritenermi irreale, un'illusione. Ero io ma non ero io. Aveva fatto l'amore con un fantasma, un'immagine, un ricordo, per troppi anni, diceva, e il suo sesso reagiva agli stimoli in modo bizzarro. Si eccitava per un odore o per un contatto innocente e poi restava insensibile, in altre situazioni più «calde». Penso che dopo aver attraversato lo schermo, ci fosse una confusione in tutto il suo sistema di percepire la realtà, quello affettivo-sessuale in primo luogo. Era spettatore o protagonista? Non riuscire a considerarsi naturalmente parte della realtà concreta, credo che questo possa succedere solo a chi ha passato un po' di tempo dietro le sbarre».

Ancora una volta la prigione colpisce, senza lasciare ferite apparenti, cicatrici visibili...

Intimità violata

In Francia la prigione è un luogo in cui possono succedere ogni giorno violenze legali, santificate dal regolamento.

Spesso nell'esercitare i doveri del controllo, l'istituzione compie atti di violenza sessuale sui detenuti. il caso dell'ispezione corporale intima, che significa per il recluso denudarsi di fronte alla guardia, mostrare l'ano, tossire per far vedere che non c'è niente di nascosto. Si tratta di uno stupro collettivo, scrive un detenuto (G. Delteil).

A volte tali ispezioni, giustificate dal termine sicurezza, si spingono a forme degradanti come il controllo manuale dell'ano o della vagina, per verificare che non venga nascosto negli orifizi qualcosa di illegale.

Questi controlli sono definiti «molto rari» dalla Direzione carceraria, ma qualche osservatore ha notato la presenza di guanti di gomma «ginecologici» anche nell'anticamera dei colloqui (G. Delteil).

In certi casi, infatti, anche i visitatori possono essere ispezionati intimamente.

I detenuti in alcune prigioni, o individualmente (C. Bauer), hanno risposto in modo molto energico a queste violazioni. Uno dei motivi, pare, che ha fatto esplodere la rivolta in una delle carceri privatizzate più moderne del Sud della Francia (Salon en Provence) è stato l'uso di perquisizioni troppo «accurate» nei confronti di reclusi e parenti in visita. («Provençal», février 1994).

Il detenuto, già svirilizzato dal contesto, viene così ulteriormente umiliato dall'istituzione, tramite perquisizioni che riducono il suo corpo a un potenziale «contenitore di oggetti illeciti» e trasformano il tabù sessuale in uno strumento di angheria.

Galere di donne

Si è parlato fin qui di sesso recluso al maschile, perché il carcere in Francia è essenzialmente omosessuato.

Il problema del «sesso recluso» si pone, tuttavia, anche per le donne.

Masturbazione e omosessualità pare che siano le (orme più diffuse fra le detenute, benché si possa notare una dissociazione meno evidente e brutale fra sessualità e affettività (G. Delteil). Ma come non si parla della sessualità dei detenuti, così a maggior ragione è difficile documentare i concreti rapporti sessuali e affettivi nella prigione di donne. Il tabù è, in questo caso, accentuato dai residui del moralismo religioso (fino a poco tempo fa le custodi erano suore).

Anche in un film molto aperto e documentato, quale: Galères de femmes, di Jean-Michel Carré, il sesso fra le donne non è affrontato.

I testi ufficiali ( Rapport AP ) menzionano le detenute madri, riferiscono dei nuovi nidi costruiti in prigioni moderne per i bambini nati dietro le sbarre, ma non fanno accenno alla parola impronunciabile: sesso.

Le poche testimonianze di valore descrittivo provengono da G. Delteil ( op. cit. ) che cita, come fonte, soprattutto articoli apparsi in riviste femministe, quali: «Sorcières» o «Lesbia», apparse nella metà degli anni Ottanta.

La sessualità femminile frustrata crea stati di profonda sofferenza che, nonostante l'estremo pudore e la reticenza delle prigioniere, spesso esplode.

Un'educatrice omosessuale di Rennes, affermava che di notte le detenute urlavano per ore delle oscenità e che le donne, come gli uomini non hanno altro sfogo principale che la masturbazione (G. Delteil). Represso duramente il sesso femminile ha fatto sì che fino a qualche anno fa, in carcere, le carote, le salsicce e persino i cocomeri venissero tagliati scrupolosamente a fettine, per tema che le prigioniere potessero usarli come strumento di masturbazione (G. Delteil).

E l'affettività? Nel carcere, in generale, non esiste vera comunicazione, la parola è negata (D. Gonin). A maggior ragione slanci di tenerezza o manifestazioni di affetto sono repressi e autocensurati.

Tra le detenute, come fra gli uomini, i segni di amicizia e di affetto, generano il sospetto di omosessualità, o fanno mormorare; vengono perciò scoraggiati e repressi.

Nonostante ciò l'omosessualità femminile sembra abbastanza diffusa. Oltre alle lesbiche dichiarate, che in certe prigioni vengono isolate dalle altre, spesso si intrecciano rapporti casuali fra detenute. L' educatrice citata favoriva i rapporti sessuali fra le recluse e sosteneva che a volte si verificavano relazioni tra detenute e sorveglianti.

Dalle poche testimonianze esistenti si può dedurre che le prigioniere siano attratte fra loro innanzitutto dal bisogno di affetto, di tenerezza. L'atto sessuale sarebbe quindi piuttosto una conseguenza di tali rapporti affettivi e sentimentali, che il contesto ristretto e desertificante della prigione favorisce.

Altre volte, peraltro, anche tra donne recluse si può creare una gerarchia sessuale, basata sul potere di una o più lesbiche dichiarate, che finiscono per diventare una «oligarchia» interna, grazie alla connivenza o alla tolleranza della Direzione (G. Delteil).

Nel carcere di Montluc, a Lyon, negli anni Settanta, una detenuta lesbica monopolizzava il lavoro interno, distribuendolo, in base ad amicizie e favori, alle altre recluse mantenendo in tal modo, con il benestare della direzione, un controllo parallelo sull'intera sezione (Delteil).

Anche se più misterioso il sesso recluso tra donne potrebbe quindi, nelle sue distorsioni, apparentarsi alla gerarchia omosessuale ipotizzata per i reclusi. La desolidarizzazione e l'individualismo fra le detenute non mancano certo, come testimonia il film Galères de femmes e le numerose interviste e recensioni che l'hanno seguito.

Per il resto è questo un capitolo della «sessualità reclusa» che attende un approfondimento a venire.

Sessualità istituzionale

Scrive G. Delteil: «Resta da capire se (le prigioni) non sono obbligate a scomparire come la ruota, il patibolo, le galere e la palla al piede dei forzati» (op. cit.).

Senza dubbio una diversa impostazione del «problema sessuale» in prigione potrebbe favorire o accelerare l'estinzione dell'istituzione detentiva.

Ma sembra che al legislatore francese, almeno per ora, risulti impossibile concepire normali rapporti affettivi e sessuali tra recluso/(a) ed eventuali partners, tranne rare eccezioni premiali.

Sullo stato di fatto delle condizioni e delle possibilità reali di esercitare un diritto alla sessualità e all'affettività nelle prigioni francesi, la pubblicazione dell'O.I.P. (op. cit. ) segnala che, a livello di rapporti familiari affettivi e sessuali, il problema più acuto, fra quelli riscontrati negli istituti penali, riguarda il fatto di non poter mantenere legami e relazioni. Ciò è ; dovuto alla distanza, ai trasferimenti frequenti e non giustificati dei detenuti, alla mancanza di spazio, di intimità, alla scarsità di tempo.

Anche i contatti telefonici sono vietati nelle carceri giudiziarie, persino quando avvengono trasferimenti improvvisi.

In Francia gli istituti intra-muros, previsti dall'Istituzione per l' incontro e per lo scambio affettivo e sessuale fra interno ed esterno sono essenzialmente:

- i parlatori (liberi);

- le «camere d'amore», in «prigioni aperte»;

- la fecondazione artificiale.

I permessi d'uscita, le licenze, la semilibertà, sono parte di quelle misure premiali e alternative che configurano il delicato crinale fra interno/esterno, o affacciano sulla vita libera. Per questo motivo, è ancora più delicato e difficile analizzare comportamenti e problemi sessuali che attengono al dopo-carcere, alle sue rimozioni e ai suoi tabù ;.

Parlatori

Dal 1983 esistono in Francia parlatori liberi, cioè sale per i colloqui senza vetri divisori. Nel 1992 sono stati costruiti nel carcere femminile delle Baumettes, a Marsiglia, e nel carcere di Strasburgo due nuovi parlatori, attrezzati per i figli in visita ai genitori incarcerati.

E gli incontri fra adulti?

Come riporta G. Delteil, e come conferma D. Gonin, in prigione, grazie ai parlatori liberi, possono essere consumati rapporti sessuali furtivi, durante i colloqui.

In effetti sull'81% dei detenuti solo il 35% diceva di avere avuto, in quelle circostanze, dei rapporti sessuali, e il 2,5% (due casi) affermava di avere ingravidato la compagna in tali circostanze (D. Gonin). Raro, dunque, ma possibile l'amore in parlatorio sembra diffuso specie nelle carceri provinciali, dove il controllo è scarso e la custodia chiude gli occhi su certi «maneggi». Un'eccezione, forse.

Ci ha detto S.B. che quando andava a trovare il suo compagno a S.M. era possibile «fare l'amore, nella stanza in fondo, perché il colloquio durava diverse ore. Era anche possibile mangiare insieme e parlare a lungo. Certo non c'era un letto, ma la "cabina" del colloquio era fatta in modo che, coprendo il vetro con le sedie, si creava una specie di intimità. Le guardie non erano indiscrete. Era nel 1988, e ci si aggiustava tra donne, prima o durante i cambi del colloquio, per avere la possibilità di raggiungere quella camera. All'inizio sembrava un po' squallido, ma poi ci si abituava, no, non avevamo problemi sessuali, anzi c'era una forte attrazione fisica e non credo che il luogo creasse un particolare imbarazzo.

Pensa che nel periodo in cui è durato il nostro rapporto di amore al colloquio sono stati concepiti ben undici bambini là dentro.

Ho fatto l'amore con lui solo in carcere, è vero, e dopo il trasferimento non è stato più possibile. I colloqui troppo brevi, i parlatori controllati, le attese, lo stress, no, nelle grandi prigioni è praticamente impossibile fare l'amore in parlatorio».

Altrove, viene confermato, nelle grandi prigioni di Fleury o Fresnes è impossibile fare l'amore in parlatorio, visto che il colloquio è sempre molto frequentato e controllato. Inoltre la durata dell'incontro è limitata a mezz'ora circa.

Nelle carceri piccole e decentrate, viceversa, può accadere di mettersi d'accordo con il sorvegliante per stare in parlatorio da solo con una compagna...

Spesso però si tratta di rapporti fugaci, comprati col denaro, od ottenuti in cambio di «baratti» con la custodia. Alle Baumettes di Marsiglia, raccontava un detenuto (G. Delteil) «qualche caid faceva entrare, pagando, delle prostitute». Ma aggiungeva: «penso che più che altro questi incontri accadessero all'ospedale. Con qualche scusa di salute si può fare»...

Tali rapporti eterosessuali, spesso altrettanto meccanici delle pratiche recluse, possono realmente appagare le aspettative e l'afflato del detenuto, per non parlare dei sentimenti del partner? O non saranno piuttosto fonte di altre frustrazioni, di altre turbe, creando un vetro « divisorio» psicologico più impenetrabile di quello preesistente?

Carole S., giovane studiosa di criminologia, afferma che nei parlatori liberi, in cui ha incontrato alcuni reclusi, molti detenuti, più delle visitatrici, rifiutano una consumazione sbrigativa e «impersonale» del sesso, sotto gli occhi tolleranti degli altri, guardie comprese.

Non è solo la mancanza di intimità a inibire il rapporto; l' opera di sub-castrazione carceraria, con gli effetti fin qui descritti, non può essere ignorata.

Permessi

A partire dal 1972 sono stati accordati al detenuto francese permessi di uscita, al fine di «mantenere legami familiari e per preparare il reinserimento sociale».

Secondo l'ultimo rapporto dell'Amministrazione penitenziaria francese (op. cit. ), nel corso del 1992, 14.225 permessi sono stati accordati ai detenuti (fra cui 1.401 in territorio non metropolitano), ossia una diminuzione del 4,2% rispetto al 1991.

La cifra può sembrare elevata ma il contenuto sociale e « ricostruttivo» di tali «uscite», a parte l'evidente significato «premiale», è risibile.

Il 42,4% dei «permissionari» hanno avuto diritto a una uscita, nel corso dell'anno, e il 73,1% a tre uscite. All'85%, il 2% dei permessi è stato accordato, secondo la formula: «a titolo di mantenimento dei legami familiari».

Uscendo una volta o due all'anno il detenuto può mantenere reali legami affettivi e sentimentali? E, dal punto di vista della sessualità, il rapporto «premiale» potrà compensare dodici mesi di sessualità negata e distorta?

J. Favard (op. cit. ) riporta le seguenti statistiche, in rapporto a ciò che pensa la società libera dei permessi e dei rapporti sessuali concessi ai reclusi.

Il 50% delle persone intervistate nel 1983, alla domanda: «siete favorevoli alla possibilità che i detenuti abbiano dei rapporti sessuali in prigione?» rispondeva sì, contro il 37% di no.

All'opposto il 63% si dichiarava contrario ai permessi, contro il 28% di sì.

Due anni dopo un sondaggio impostato in modo diverso: «siete favorevoli all'installazione di "chambres d'amour" affinché i prigionieri possano avere delle relazioni sessuali?» dava risultati nettamente differenti.

Il 49% delle persone intervistate era contrario, rispetto al 37% di favorevoli. L'amore in libera entrata o in libera uscita? Come si vede le opinioni sono discordi e il compromesso istituzionale finora non ha fatto che rafforzare il sistema di discriminazioni e premi fra i detenuti. Inoltre, in base alla durata della pena e al tipo di trattamento, a quali reclusi dovrebbe essere applicato il privilegio dei rapporti sessuali, e a quali la regola della sub-castrazione? Esistono tuttavia in Francia anche detenuti con la chiave della cella in tasca...

«Chambres d'amour» e prigioni aperte

Negli anni ottanta il dibattito sulle «camere d'amore» in prigione raggiunse il suo apice. Com'è noto paesi agli antipodi - come il Messico e la Svezia - prevedono da tempo la possibilità per i prigionieri di avere incontri intimi con mogli compagne amiche o prostitute (J. Lesage).

In Francia, si disse, per ragioni di spazio e di sicurezza la proposta rimase senza seguito (J. Favard).

Lo stesso Robert Badinter, all'epoca Guardasigilli, non osò insistere sull'argomento, per tema di irritare l'opinione pubblica (G. Delteil).

La sessualità negata, dunque, come parte integrante della pena e, naturalmente, della «riabilitazione»... nell'immaginario sociale stereotipato.

Qualche critico sottile della liberalizzazione sollevò, in nome dell'egualitarismo carcerario, un altro lembo dello spinoso problema: «che ne sarà dei poveri detenuti senza mogli, senza compagne, senza amanti e... senza soldi per pagarsi qualche ora d'amore?» (J. Favard).

Eppure, si diceva, esistono eccezioni all'astinenza e alla consumazione premiale del sesso recluso.

A parte i detenuti politici dell'OAS, che negli anni Sessanta beneficiavano sovente di parlatori liberi e della possibilità di incontrare le loro compagne (G. Delteil, J. Lesage), ci sono attualmente in Francia due «prigioni aperte».

A Casabianda in Corsica (vicino ad Aleria) e a Mauzac, in Dordogna, i detenuti hanno il diritto di incontrarsi in «camere coniugali».

A Casabianda, dopo la Liberazione, è stato costruito un carcere modello in cui i detenuti, che lavorano nella tenuta agricola della prigione, possono incontrare liberamente parenti, familiari, amiche... (Delteil, Favard).

La popolazione è formata da una percentuale maggioritaria di detenuti, condannati per reati sessuali, a pene inferiori a 5 anni, e considerati non pericolosi.

La prigione modello, concepita da due architetti: Jannet e Demonchy, noti per aver concepito alcuni villaggi del Club Méditerranee, è suddivisa in 21 unità di vita, ciascuna delle quali è destinata a una dozzina di «residenti».

Si tratta di costruzioni basse, color ocra, senza sbarre alle finestre, disseminate come villette unifamiliari nei campi circondati da pini. Ogni unità dispone di un angolo televisione, di una cucina, di una doccia e di un giardino.

Ciascun detenuto può aprire e chiudere da solo la porta della sua stanza, avendo un duplicato della chiave in possesso della custodia. Inoltre due camere isolate permettono di ricevere la visita delle famiglie, delle mogli o delle compagne per un periodo che varia da 24 a 48 ore.

Si può parlare di esperimenti analoghi, generalizzabili in Francia?

Mentre il 50% dei francesi è favorevole ai rapporti coniugali in prigione, il 63% è sfavorevole a che i detenuti possano uscire, anche dopo aver scontato oltre metà della pena (J. Favard).

Esisterebbe perciò in Francia un «consenso pubblico» al sesso in prigione, a condizione che siano limitati i numeri di permessi.

Un carcere autosufficiente, non monastico, «fourierista»...

Il quadro è accattivante, ma non si può dimenticare che Mauzac e Casabianda, in particolare, con il suo panorama insulare, inimitabile, incastonato nell'orizzonte marino, rappresentano l'Eden per una percentuale infima di detenuti (circa 500), «eletti» di una popolazione penitenziaria stabile di 50 mila unità, con un avvicendamento annuo di 91 mila detenuti.

In queste prigioni-falansterio senza sbarre, è ospitata « paradossalmente» quella parte della popolazione penitenziaria che gli altri detenuti considerano feccia. E che i liberi cittadini, di regola, giudicherebbero a «pollice verso». Si tratta per lo più di persone condannate per reati sessuali, di funzionari o poliziotti corrotti, di maestri pedofili, ecc. che, in Francia, non hanno vita facile nelle prigioni comuni.

Il cosiddetto «delinquente sessuale» viene stigmatizzato e attaccato fisicamente dagli altri reclusi che lo disprezzano, specie se la violenza è stata esercitata su un bambino.

La purezza dell'infanzia, infatti, è considerata dai reclusi una sorta di luogo sacrale inviolabile. Purezza incontaminata contrapposta alla sporcizia, alla menzogna, al marchio devastante della prigione (D. Gonin).

Il problema della separazione e dell'isolamento di questi condannati si pone costantemente per l'Istituzione penitenziaria francese.

Camere d'amore e carceri aperte appartengono quindi, al momento, oltre che a un circuito penitenziario premiale, a un sistema separato di trattamento, nel quale si trovano autori di reati e crimini non compatibili con la maggioranza dei reclusi «comuni» e «politici».

ipotizzabile, con la privatizzazione del carcere (13 mila posti privati e semi-privati già costruiti (Rapport AP , cit.), una maggiore apertura di alcuni istituti. Ma a quale prezzo per il detenuto?

Oltre alla totale collaborazione e subordinazione del recluso (che diviene il principale secondino di sé stesso), come ha ricordato un responsabile dell'APEL di Parigi, il carcere privato o misto ha costi elevatissimi per i detenuti. «Il "programme 13.000" è stato realizzato, è vero, ma il posto "bisogna pagarselo" e quindi si ritorna a un discorso di privilegi: solo chi ha mezzi, appoggi e ottime note di condotta può permettersi di vivere discretamente una pena relativamente breve. Tutto là dentro è più caro: le sigarette, il sopravvitto, l'affitto del televisore, del frigo, tutto. Per gli altri detenuti la discriminazione diventa così ancora più evidente e scandalosa».

Qualcuno ha parlato di un «ritorno al carcere del re», in cui i paganti - tranne rare eccezioni - usufruivano di privilegi e comodità quasi illimitate, specie rispetto al cibo e al sesso.

Forse è eccessivo, ma in effetti nel carcere «a pagamento» (punta di diamante della reclusione gestionale), in cui il detenuto dovrebbe essere garante e contribuente della propria pena, che significato avrebbe ancora la privazione sessuale?

Evasione genetica - Il bambino «passe-muraille»

Un'innovazione dei diritti sessuali del detenuto, in Francia, riguarda la possibilità, a partire dagli anni ottanta, di ottenere l' autorizzazione all'inseminazione artificiale, in base alle regole statuite dai Cecos (Centri di studi e di conservazione dello sperma umano).

Charlie Bauer, considerato luogotenente di Mesrine - il pericolo numero uno degli anni Settanta abbattuto dalla polizia francese in un agguato - parlando del sesso in carcere (op. cit. ) liquida il problema, definendolo in termini fisiologici: « evacuazione». Bauer è un «duro» e indubbiamente nel suo libro Fractures d'une vie non perde di vista la sua «immagine di marca».

Tuttavia, raccontando gli ultimi anni di prigione, prima della scarcerazione, Bauer esprime con intensità il desiderio di trascendenza, di procreazione, in quel contesto di castrazione che è il carcere.

D'accordo con la sua compagna tenta di concepire un figlio in provetta, con il consenso dell'Amministrazione penitenziaria e del Centro medico che deve occuparsi del suo sperma congelato.

la «metafisica della procreazione»: solo in una stanzetta dell'ospedale interno, dove l'hanno trasferito in manette per motivi di sicurezza, deve eiaculare a comando, in un contenitore sterile. Tutto è squallido intorno a lui: dietro la porta socchiusa le voci rimbombano, qualcuno ride, il suo sesso è addormentato.

Facendo un appello disperato all'immaginario Bauer riesce a consegnare alla banca il suo sperma capitalizzato. Stessa scena dopo quindici giorni: Bauer afferma che «se masturbarsi in carcere non è difficile, in queste condizioni diventa quasi impossibile. Bisogna davvero triturare tutto l'Eros immaginabile» (op. cit.).

Ma Bauer non cerca un piacere impossibile; tende piuttosto all'evasione genetica, perseguendo la volontà, la forza, di superare la barriera e il tempo prigioniero.

Dopo mesi di tentativi infruttuosi sarà trasferito a Poissy. In concomitanza, nel 1983, il Ministero autorizzava i colloqui liberi senza vetro.

Approfittando del parlatorio libero Bauer porterà al colloquio, in un flacone fissato all'inguine con del cerotto, il suo sperma fresco (prodotto in cella un'ora prima), che la compagna Renée, dovrà inocularsi con una siringa senza ago, utilizzando come laboratorio la toilette di una brasserie vicina alla prigione.

L'esperimento, che ha dell'inverosimile, non riuscì. Il bambino «passe-muraille», nonostante le concessioni istituzionali, probabilmente non è ancora nato, in Francia.

Bauer fu scarcerato poco dopo, ma il racconto autobiografico del suo tentativo di evasione genetica getta bagliori a tratti insostenibili sulle condizioni di deprivazione umana e di sofferenza del recluso.

Come scrive a conclusione de La Guillotine du sexe J. Lesage de la Haye «la prigione deve essere distrutta, per non essere mai più ricostruita» (op. cit.).

Il Sida (Aids) in prigione

Molto elevato è il numero di tossicomani incarcerati in Francia. Secondo il Rapport annuel de l'administration pénitentiaire (cit.) i tossicomani presenti nei grandi penitenziari della regione parigina ammonterebbero al 40% dei presenti (1992).

In certe prigioni del Sud e della regione parigina (O.I.P., op. cit. ) nel 1993 la presenza di tossicomani sarebbe del 50-60%.

Il problema della salute, della medicina penitenziaria interna e dell' intervento sanitario, è diventato dunque di primaria importanza negli istituti più sovrappopolati dell'arcipelago penitenziario francese.

Lo sviluppo del virus HIV è considerato dieci volte più rilevante in prigione che all'esterno.

La prevenzione e la lotta contro l'Aids in carcere comportavano (dicembre '92) un sistema di convenzioni esterno/interno fra ospedali specializzati e direzioni penitenziarie corrispondente a 18 servizi. Altre tre convenzioni erano in corso di realizzazione (Rapport AP).

Un test gratuito e anonimo di dépistage (secondo una circolare ministeriale del 1993) viene proposto attualmente ad ogni entrante.

Di fatto, come testimonia Cathy ( Galères des femmes ) tutto ciò non ha molto senso, poiché in un carcere come Fleury-Merogis, dove la presenza di donne tossicodipendenti ammonta al 60-80% della popolazione detenuta, con una percentuale altissima di sieropositive e casi di Aids conclamati, a parte le cure di rito, non c'è altro intervento concreto.

A luglio del 1992 una valutazione del numero di persone colpite da Aids in prigione faceva registrare 1059 portatori asintomatici, 642 casi in forme minori e 148 di Aids conclamato. Secondo le statistiche ministeriali ( op. cit. ) le regioni più colpite della mappa penitenziaria corrispondono alla zona: Provence-Alpes-Cte d'Azur. Secondo dati pubblicati da « Narcomafie» (Dossier , cit.) il dottor Espinoza, capo servizio all'ospedale di Fresnes, sosteneva, nel 1988, che alla fine del 1987 il 6% della popolazione carceraria era affetta dal virus dell'HIV.

Il tasso riscontrato della malattia (HIV) colpisce attualmente il 10% dei detenuti (Rapport AP).

Oltre ai dati ufficiali del succitato Rapport 1992, si fa presente il dossier Act-Up , Paris 1993, in cui la commissione incaricata di analizzare il problema dell'Aids in prigione, afferma che nel maggio 1990 i casi conclamati erano 137 (contro i 74 del 1989). I portatori asintomatici 1915 e le forme meno gravi della malattia 883. In tutto 2935 persone (su una popolazione di 48.296 detenuti, con una percentuale del 90% di casi accertati nelle carceri giudiziarie) risultavano colpite, in modo più o meno grave dall' Aids, contro le 2345 del 1989.

L'organizzazione Act-Up, inoltre, ha avviato nel 1992 un'inchiesta sul carcere e la sessualità, in collaborazione con la rivista «Rebelles» di Parigi; ma fino ad oggi non sono stati raccolti o pubblicati dati e risposte significativi. Secondo medici esperti del problema (Espinoza, Gonin) e giornalisti (Delteil) due sono, in Francia, i fattori principali che spiegano l'alta percentuale dei casi di Aids fra i detenuti, benché la prigione non sia ritenuta, di per sé, «sidagena» (cioè generatrice di Aids).

1. La popolazione penitenziaria è formata in gran parte da persone a rischio (tossicodipendenti, prostitute(i), uomini e donne provenienti da un ambiente sociale defavorito);

2. L'accesso alle cure, che «di norma» sono un diritto per la popolazione libera, spesso risulta per i detenuti un «percorso di guerra», i cui risultati sono a dir poco aleatori.

L'Aids in prigione presenta tuttavia un «contro-fantasma» della malattia poco approfondito. Il malato conclamato, o il sieropositivo, non rappresenta solo un vettore di «epidemia» (peraltro statisticamente irrilevante), quanto un soggetto estremamente sensibile alle cause patogene ambientali.

I luoghi comuni vanno dunque capovolti.

Seguendo il consiglio del dott. Barlet, responsabile del servizio medico penitenziario, nel 1985 un recluso, affetto dall'Aids, si presentò alla sbarra del tribunale di Lione, con il volto coperto da una maschera chirurgica (G. Delteil).

Spettacolare, nella sua muta eloquenza, l'apparizione intendeva sottolineare il pericolo per il malato recluso di contrarre un qualche banale virus «opportunistico» che nella sua situazione poteva rivelarsi mortale.

Questo è uno dei problemi, poco approfonditi, posto dall'Aids in prigione: separazione (per il bene del malato, innanzitutto); o promiscuità in nome dell'anonimato della persona malata e della deontologia medica?

Quanto al problema della trasmissione del virus in prigione, tabù silenzio e ipocrisia istituzionale fanno muro comune.

A Lione la distribuzione di preservativi in prigione non solo fu considerata inaccettabile dall'Amministrazione, ma trovò opposizione fra i detenuti. Inutile parlare di distributori interni e tantomeno di una vendita regolare allo spaccio.

In mancanza di altre soluzioni i medici passavano sottobanco pacchetti di preservativi, comprati a loro spese, a coloro che li richiedevano sottovoce, quasi con vergogna.

Difficile riconoscere, in Francia, nel XX sec., il diritto alla sessualità reclusa, nonostante l'evidenza e le insorgenze epidemiologiche non trascurabili.

Il castigo istituzionale non scritto segue anche in questo modo il suo corso?

Testimonianze

I brani di testimonianze e di «interviste», presenti nel contesto, sono anonimi e per lo più orali, per volontà esplicita degli intervistati. Essi sono stati riportati per chiarire o rafforzare alcune ipotesi o analisi descrittive svolte.

Bibliografia essenziale citata

C. Bauer, Fractures d'une vie, Seuil, Paris, 1990.

G. Delteil, Prisons, dossiers brulants, Le Carrousel, Paris, 1986.

Dossier sulle prigioni, «Narcomafie», dicembre 1993, Torino.

C. Faugeron, Les politiques pénales, La Documentation française, Paris, 1993.

J. Favard, Des Prisons, Gallimard, Paris, 1987.

M. Foucault, Surveiller et punir, Gallimard, Paris, 1975.

M. Foucault, Le souci de soi, Gallimard, Paris, 1984.

E. Gallo-V. Ruggiero, Il carcere immateriale, Sonda, Torino, 1989.

E. Gallo-V. Ruggiero, Medicina penitenziaria e malattie da carcere , «Dei delitti e delle pene», 2/92, Torino, 1992.

E. Gallo, Le malattie dell'ombra , «Dei delitti e delle pene», 2/92, Torino, 1992.

E. Gallo, D. Gonin, La santé incarcerée , «Invarianti», n. 21, Roma, 1992.

D. Gonin, Psychothérapie de groupe du delinquant adulte e milieu pé nitentiaire, Masson, Paris, 1967.

D. Gonin, La santé incarcérée, L'Archipel, Paris, 1991. (di prossima pubblicazione, Ed. Gruppo Abele, 1994).

T. Landolfi, La bière du pêcheur, Rizzoli, Milano, 1989.

J. Léauté, Le prisons, Puf, Paris, 1968.

J. Lesage de la Haye, La Guillottine du sexe, Laffont, Paris, 1978, Monde libertaire, Paris, 1992.

Ministère de la Justice, Rapport annuel de l'Administration Pénitentiaire 1992, La Documentation française, Paris, 1993.

O.I.P. (Observatoire international des prisons), Rapport 1993, Lyon, 1993.

M. Perrot (sous la direction de), L'impossible prison, Seuil, Paris, 1980.

J.-Guy Petit (sous la direction de), La prison, le bagne et l'histoire , Médecine et Hygiène, Genève, 1984.

J.-Guy Petit, Ces peines obscures, Fayard, Paris, 1990.

J.-Guy Petit et Aa.Vv. (préface de Michelle Perrot), Histoire des galères, bagnes et prisons, BhP, Toulose, 1991.

A. De Tocqueville, Ecrits sur le système pénitentiaire en France et à l' étranger, Gallimard, Paris, 1984.




informativa privacy