Crimini dell'immaginazione. Devianza e letteratura.




di Vincenzo Ruggiero
Editore Il Saggiatore
Data di pubblicazione 2005
ISBN 8842812412
pagine 253

l'autore presenta il testo, libreria Calusca, 19.6.2004

Il libro - lo sapete - è uscito in Inghilterra da qualche mese [con il titolo Crime in Literature. Sociology of Deviance and Fiction]. Vi dico in maniera poco modesta che è stato pubblicato da Verso, un editore molto prestigioso che pubblica Edward Said, Deleuze e Chompsky insomma, quello che si caratterizza come sinistra radicale nel mondo anglosassone compare presso di loro pubblicano anche "The New Left Review", una delle più importanti riviste di sinistra in inglese. In Italia, il libro verrà pubblicato dalla casa editrice il Saggiatore, con la quale ho un contratto ma non ancora una data di pubblicazione. Ho già consegnato il manoscritto, ma ci sono i tempi di programmazione... insomma, dovrebbe essere in libreria'anno prossimo. [NdC: il libro sarebbe poi apparso nell'aprile 2005, con il titolo Crimini dell'immaginazione. Devianza e letteratura.]

Ecco come ho pensato di organizzare questa serata: siccome non posso parlare di tutto il libro, perché ci sono troppe cose dentro, in un primo intervento vi dico brevemente in che cosa consiste l'introduzione dandovi così un sommario un po' di tutto il lavoro. Poi ho scelto alcuni capitoli, che sono i più significativi per voi - credo -: uno è sulle droghe, lecite e illecite, e l'altro è sul carcere. Infine, se abbiamo tempo, ho fatto un discorso finale nel libro, che s'intitola "La sofferenza legale", in cui prendo spunto da un'opera di un nostro Autore, La storia della colonna infame di Alessandro Manzoni, e vi scopro alcune caratteristiche del sistema giudiziario in generale. Per ognuno uno di questi pezzi io farei una sosta, voi fate delle domande, intervenite, fate le vostre osservazioni e così via.

Che cosa è questo libro, innanzitutto, perché un libro di questo genere? Io tengo dei corsi di sociologia e criminologia all'università in cui, anziché esporre delle teorie criminologiche agli studenti, racconto una storia. è un esperimento che faccio, gli dico: "Guarda, ti racconto la tal storia e poi da lì, con linguaggio sociologico, accademico, trarremo le teorie". Quindi, non faccio altro che discutere di criminalità e di controllo della devianza attraverso la lettura di alcuni classici della letteratura. Questo è il libro.
Il problema qual è? è che non si tratta di un libro di critica letteraria bensì di un libro scritto da un sociologo che legge la letteratura classica sociologicamente.
Ecco perché, quando vado a Londra per vedere se il libro c'è, se è stato venduto o meno, non si sa mai bene in che sezione lo mettono: critica letteraria, cultural studies, sociologia o criminologia - ognuno lo mette dove gli pare. è bello però anche questo, intrecciare un po' gli stili e non essere identificati troppo come rappresentanti di una disciplina.
La difficoltà può essere appunto che tu ti permetti di entrare in un campo di lavoro che non è il tuo. Molti critici letterari leggendo questo libro diranno: "Ah, tu hai parlato di Victor Hugo, ma non hai letto questo e quello", la bibliografia enorme che c'è su di lui. Io dico: "No, un momento, questo non è un libro di critica letteraria". A uno scrittore di gialli, a Camilleri, non direi mai: "Tu non sai che cos'è l'interazionismo simbolico" oppure: "Non conosci la teoria dell'evento propizio in criminologia".


L'idea mi è venuta dopo una serie di esperimenti, in occasione sia di conferenze e convegni internazionali sia della pubblicazione di articoli, nei quali ho usato un po' la letteratura e l'arte per spiegare determinati contenuti sociologici.

Una volta, in Inghilterra, sono stato invitato a un convegno intitolato Respect in Prison [rispetto in prigione]. "Mah..., qui bisogna suggerire immediatamente che questa è una contraddizione in termini. Tra rispetto e prigione io vedo un ossimoro" ho pensato. Il modo migliore per dimostrarlo senza tante parole è stato di mostrare alcune diapositive delle incisioni di Giovan Battista Piranesi accompagnandole con brevi commenti sociologici.

Volevo far passare l'idea che per capire il carcere contemporaneo, questo profilo invisibile del controllo istituzionale, ormai non si doveva più fare riferimento al panopticon di Bentham, in cui da un punto centrale osservi tutto ciò che avviene attorno a te. Era meglio guardare le linee visionarie di quelle che, già nel Settecento, Piranesi chiamava "le prigioni della mente". Queste prigioni sono l'opposto di uno spazio angusto, ma ne conservano le sensazioni d'angoscia e di segregazione da incubo, perché nelle stampe di Piranesi vastità e restrizione vanno insieme, si mescolano. Ci sono una solitudine vuota e un ammasso confuso che coesistono e si fondono.


Quindi le carceri di Piranesi - dicevo io - rendono visibile quello che è invisibile: le manette della mente, le catene della mente. è questo il carcere contemporaneo, che non ha più bisogno di mostrarsi come panopticon, come controllo assoluto. Lo spazio non è più quello della tomba, ma è una dilatazione (altrettanto tetra) dei livelli: c'è un muro, tu lo scavalchi e poi ce n'è un altro e poi un altro e così via. è infinito, matematicamente infinito. Quando guardi le immagini di Piranesi vedi il tempo, il tempo della detenzione. Sull'intervento al convegno sopraccitato avevo poi lavorato con Ermanno Gallo tirandone fuori un libro, Il carcere immateriale [pubblicato da Sonda].

Poi avevo fatto un secondo esperimento di questo tipo in occasione della pubblicazione di un libro collettivo sulla criminalità economica, in cui si parlava di "etica degli affari". Anche lì avevo visto una contraddizione in termini - etica e affari difficilmente possono combinarsi - e per cercare di spiegare cosa pensavo avevo utilizzato alcuni scritti di Daniel Defoe, non solo i romanzi più noti, come Moll Flanders e Le avventure del capitano Singleton, ma anche i suoi scritti sui commerci, sulle colonie eccetera eccetera. Erano testi piuttosto noiosi da leggere, però dicevano cose straordinarie, secondo me, cose che in quegli anni, cioè nel Settecento inglese, erano molto difficili da far accettare alla gente, ovverosia quale fosse una pratica legittima nel condurre gli affari.

Dov'era la differenza tra affari appropriati e affari invece non appropriati? Dov'era il limite d'accettabilità del modello commerciale? Qual era la legittimità morale degli affari? Defoe domanda: "Perché prendo una cosa di qua e poi ci guadagno soldi vendendola di là?". Sulla schiavitù, per esempio: "Perché posso rendere un uomo schiavo e costui deve lavorare per me? Quali sono i limiti?"... Insomma, il commercio diventava in sé un fatto da negoziare moralmente. E a partire da lì facevo un'analisi della "criminalità dei colletti bianchi", della criminalità dell'economia, come la chiamo io.

Ecco, è così che ho incominciato questa storia e mi sono detto: "Proviamo a vedere un po' i vari argomenti che tratterei quando lavoro sulla criminalità e sul controllo sociale", e per ciascuna di queste aree ho scelto un classico della letteratura e ho cercato di interpretarlo sociologicamente. E forzando un po' la mano ho detto: "Il racconto e l'immaginazione letteraria possono fornire ingredienti essenziali all'argomentazione razionale". Ho quindi cercato di combinare le due cose. Poi, provocatoriamente, ho concluso affermando: "La finzione è a volte più importante della sociologia, in quanto la finzione possiede la parola e la parola conquista le idee". Comunque, la cosa da apprezzare nella letteratura di finzione è che ci offre la possibilità d'intervenire, di cambiare il testo, d'interpretarlo a modo nostro; finalmente con la letteratura, noi che siamo abituati a osservare il mondo attraverso le lenti della legge, possiamo invece guardarlo attraverso le lenti dell'immaginazione e dei valori. Ecco, questo è un po' il mio discorso - benjaminiano se si vuole - sulla letteratura.

Per di più - devo dire - il luogo nel quale noi recitiamo generalmente il conflitto tra il bene e il male rimane la corte di giustizia, mentre se usciamo un attimo da lì e, attraverso l'immaginazione, guardiamo la letteratura classica guadagnamo un'altra prospettiva.

Ecco, se leggete le cose scritte da Umberto Eco su che cos'è la letteratura ecc., potete trovare anche altri spunti c'è un senso di apertura nei classici per cui ognuno di noi può imparare qualcosa, quello che gli pare, può selezionare quanto va leggendo. è vero che i libri vengono prodotti senza motivi pratici immediati, a volte gratia sui è vero che possono essere letti anche senza ragioni particolari, soltanto per il puro piacere d'imparare, per il desiderio di leggere, però in fin dei conti nessuno ci obbliga a leggere un libro di finzione; leggere i classici non è come fare le parole incrociate, per intenderci, perché un'opera letteraria c'insegna anche una libertà d'interpretazione e questa è la cosa forse più affascinante.

Ci sono dei libri, anzi diciamo così, dei testi chiusi in letteratura che - secondo Umberto Eco - c'insegnano l'idea di destino, perché va a finire così, c'insegnano dunque ad accettare la realtà, il principio di realtà, il senso del destino. E però ci sono quelli che io considero gli ipertesti, cioè quei testi che non sono mai stati compiuti, quei testi nei quali tu intervieni e puoi trasformarli tu stesso. Vi sembrerà un'assurdità, ma il lavoro che fa Christa Wolf è esattamente questo. Quando fa il suo Medea, quando fa il suo Cassandra, lei si studia in dettaglio tutta la letteratura mitologica e poi interviene sul testo, lo riscrive addirittura, lo trasforma e ci mette ciò che le pare. Al lettore peraltro viene data la stessa possibilità di partecipare, gli vengono date non delle situazioni oggettive ma delle interazioni soggettive alle quali anche lui viene chiamato a partecipare. Questo mi è sembrato un po' lo sfondo su cui ho lavorato.

Adesso cerco di riassumere cosa contiene esattamente il libro. I testi che presento, secondo me, offrono proprio questa possibilità di essere reinterpretati e riscritti. è una possibilità che però ognuno di noi coglie soggettivamente, quindi la mia scelta ovviamente non corrisponderà necessariamente a quella di un altro. Comunque, ho scelto testi a proposito dei quali posso parlare di criminalità e di controllo istituzionale.

Ecco com'è organizzato praticamente il libro: parto da un problema molto contemporaneo, molto attuale: la violenza politica (qualcuno usa il termine terrorismo). Scelgo due testi che mi sembrano fondamentali: I demoni di FËdor M. Dostoevskij e I giusti di Albert Camus, che riscrive a sua volta Dostoevskij. Vedete come ci si riscrive sempre uno sull'altro?

Nel romanzo di Dostoevskij il crimine politico, cioè la violenza politica, viene attribuito generalmente all'abbandono della cristianità, all'insania morale e addirittura all'epilessia (uno dei terroristi dei Demoni è un epilettico). Allora, letto questo, vado a prendermi uno dei testi sacri del positivismo criminologico: Lombroso parla dei rei politici come epilettici, esattamente così. Attraverso una citazione domando al lettore: "Indovina chi è questo, Lombroso o Dostoevskij?", perché dicono esattamente la stessa cosa. Si avverte quindi una forte influenza delle teorie positiviste di quegli anni, però nei Demoni risuonano anche alcuni cenni dell'analisi che fa émile Durkheim sulle epoche di transizione nelle quali i valori si diluiscono, nascono i cosiddetti comportamenti anomici e scoppia un conflitto anche violento tra i diversi gruppi. Dostoevskij parla della transizione socioeconomica in corso tra la fine dell'Ottocento e i primi anni del Novecento. Nei Demoni colgo entrambe le letture - se volete -: quella funzionalista alla Durkheim e l'altra positivista alla Lombroso.

Poi prendo I giusti, il libro in cui Camus riscrive la storia dei Demoni a modo suo. Lui non fa altro che affermare una idea di violenza politica come risultato di conflitti culturali e materiali tra diversi gruppi sociali. Quindi siamo perfettamente interni alla teoria del conflitto in sociologia. In pratica, secondo me, abbiamo sotto gli occhi lezioni di sociologia a firma di scrittori.


Secondo capitolo, e qui ci sarebbe voluto Emilio Quadrelli come ieri sera, perché si parla di una criminalità un po' più organizzata, più professionale eccetera. Prendo in esame tre testi: uno di Cervantes, che è un breve racconto intitolato Rinconete y Cortadillo, l'altro è L'opera del mendicante di John Gay e poi, ovviamente, L'opera da tre soldi di Bertolt Brecht. Attraverso questi tre Autori si svolge una specie di evoluzione del crimine organizzato. Il racconto di Cervantes mostra due imbroglioni indipendenti, artigianali appunto, che vanno a Siviglia e cominciano a rubare finché non vengono avvicinati da qualcuno che dice: "... ma scusa, cosa stai facendo? Non sai che non puoi mica rubare così, liberamente, qui a Siviglia? Devi registrarti, devi iscriverti all'albo dei ladri. C'è questo signore, che si chiama Monipodio, al quale devi pagare una tassa; lui sarà il tuo protettore, ti difenderà" e così via. In pratica, c'è il contrasto di cui parlavo anche ieri tra una criminalità indipendente, picaresca - direi - e una criminalità organizzata, più strutturata e gerarchicamente controllata. Dopo aver visto che cosa succede a Siviglia, dove gli uomini di Monipodio controllano un po' tutto, infliggono punizioni, mantengono l'ordine pubblico, dànno i soldi alla Chiesa, mettono i fiori freschi alla Madonna, hanno tutta una rete sociale di sostegno, i due si rendono conto che preferiscono essere indipendenti, scappano via e vanno a cercare altrove le loro avventure.

Questo è il primo passaggio, dopo il quale vedo una evoluzione. Nell'Opera dei mendicanti di John Gay emerge in modo molto più preciso lo scontro tra l'indipendente e l'organizzato. E l'organizzato, alla fine, denuncia l'indipendente, lo fa andare in galera. "Non vuoi stare con me? Bene, ti denuncio alla polizia" e quindi l'indipendente viene sconfitto.

Nell'Opera da tre soldi - che conoscete tutti - il protagonista, Mackie Messer, non solo entra nel crimine organizzato ma diventa addirittura baronetto e riceve in dono un castello dalla regina. Il suo successo è talmente strepitoso che da criminale diventa imprenditore. Alla fine, prima di essere arrestato e poi liberato, dirà a sua moglie: "Sai, tutti i soldi che abbiamo qui, mettili in banca a Manchester, perché d'ora in poi faremo solo reati finanziari", dimostrando così di aver capito perfettamente l'evoluzione della criminalità economica.

In sostanza, prendo questi tre esempi letterari per descrivere e discutere determinate varianti interpretative di quello che chiamiamo il crimine organizzato.


Poi c'è un capitolo sulle droghe, nel quale analizzo I paradisi artificiali di Charles Baudelaire e il romanzo di Jack London sull'alcol. Vi si tratta di una droga lecita e di una illecita, almeno oggi, essendo l'oppio lecito ai tempi in cui Baudelaire ne scriveva. Il romanzo di London s'intitola John Barleycorn, il nome che si dà in gergo al liquore di malto, abbreviato in John. Al riguardo ci sono alcune questioni importanti da discutere, perché Jack London, socialista come sapete, che scrisse Il tallone di ferro, era però un proibizionista, uno che voleva il proibizionismo dell'alcol. Baudelaire non era né proibizionista né altro, era però contrario alle leggi che cercano di regolare la droga, non si preoccupava di altri aspetti.


Non può mancare un capitolo sulla criminalità femminile, sulla donna sia come autrice di reato sia come vittima di reato, dove parlo di Nanà, un romanzo di émile Zola letto molto ma che nessuno ha mai interpretato sociologicamente, almeno così credo.


Poi c'è un capitolo sui cosiddetti "crimini d'odio", di cui generalmente poco si parla nel dibattito italiano. Sono i crimini commessi contro i gay per omofobia o contro gli stranieri per xenofobia eccetera eccetera. I "crimini d'odio" sono quelli in cui la vittima non viene assalita perché ha fatto qualcosa ma in quanto rappresenta qualcosa, rappresenta un'altra razza, un'altra sessualità eccetera eccetera. A questo proposito ci sono due classici della letteratura afro-americana, uno di James Baldwin e l'altro di Richard Wright. Nel primo romanzo il nero è la vittima e viene ucciso, nell'altro invece il nero uccide e c'è una interpretazione della violenza e dei "crimini d'odio" che è molto attuale, almeno nel dibattito contemporaneo.


Siccome fin qui si è parlato solo di "criminalità di strada" o di quella criminalità che io chiamo "convenzionale", mentre uno dei miei cavalli di battaglia è la "criminalità dei colletti bianchi", allora cerco di trovare i luoghi della letteratura classica in cui si parla di uomini politici corrotti, imprenditori farabutti eccetera. Sembrerà strano, ma in Moby Dick potete vedere un'allegoria dell'industria. Innanzitutto, il romanzo di Melville descrive le condizioni di lavoro dei naviganti, poi c'è una celebrazione dell'iniziativa economica con tanto di relativa metafora, e c'è anche una condanna dell'iniziativa economica per la sua distruttività. Quindi c'è questa idea di Schumpeter - se volete - di distruzione creativa. è anche un reato ecologico quello di uccidere una balena. C'è pure un altro aspetto: il capitano Achab si fa un po' sviare dal suo proposito economico, essendoci in gioco a un certo punto una sua vendetta personale. Quindi, abbiamo una organizzazione apparentemente razionale, anonima e neutrale - la baleniera e l'industria della balena -, che viene influenzata da un'idea personale di corruzione. Tant'è vero che a proposito di questo romanzo si parla anche di Max Weber, si cerca di capire come ci siano forme di criminalità economica connesse con l'impresa stessa di Moby Dick e se ne individuano tre tipi: una che è intrinseca nell'impresa stessa, l'altra che è estrinseca - nel senso che esistono dei personaggi all'interno dell'industria che sono criminali - e l'ultima che si chiama "organizzativa", nel senso che è la struttura stessa di questa industria a rendere facile il ricorso alla criminalità. E si discutono questi tre concetti di criminalità economica.


Se volete una storia, oltre tutto molto divertente, di una carriera di cavaliere d'industria, il Felix Krull di Thomas Mann è uno dei libri più importanti. Anche qui si descrive una carriere criminale, quella di un imbroglione, affiancata a una carriera imprenditoriale. Poi parlo specificamente di corruzione politica e amministrativa prendendo un piccolo classico, un racconto di Mark Twain che non so quanti di voi abbiano letto: L'uomo che corruppe Hadleyburg. è la storia straordinaria di una città americana onesta, pulita e ordinata, in cui arriva uno dall'esterno e la corrompe. Si scopre però che non è stato costui a corrompere la città, che era già corrotta per conto suo e riusciva a sopravvivere solo grazie a una serie di equilibri del tipo "io corrompo te, tu corrompi lui". Insomma, c'era un equilibrio tale per cui la corruzione non si notava, sicché questa città godeva di una splendida reputazione ed era considerata la più onesta del mondo. Alla fine si scopre che la corruzione esiste solo quando c'è qualcuno che la fa emergere. A partire da questo racconto di Twain si descrivono alcune teorie della corruzione politica e amministrativa.


Fin qui ho parlato solo di criminali o di crimini. Per evitare che il lettore possa dire: "... dunque tu parli di questo repertorio di attività criminali eccetera, be' allora implicitamente vuoi punire tutti questi criminali", comincio a parlare della risposta istituzionale. Nel mio libro si trova quindi un capitolo sul carcere e uno sui sistemi di giustizia in generale. Per quello sul carcere uso due classici: uno è Victor Hugo, con parti molto interessanti de I miserabili, e l'altro è Il giardino dei supplizi di Octave Mirbeau, dove trovo una serie di concetti di filosofia della pena - tipo retribuzione, riabilitazione, deterrenza - e anche alcune idee di abolizionismo, riduzionismo eccetera. Quindi discuto di queste filosofie della pena raccontandole.


L'ultimo capitolo è su La colonna infame di Manzoni e questo capitolo è un po' la conclusione ideale del libro. Come certamente sapete, La colonna infame si basa sulla peste di Milano del 1630, quando c'erano gli untori e si doveva trovare il colpevole dell'epidemia. è molto facile fare un parallelo tra una emergenza di questo tipo e la maniera in cui il sistema della giustizia criminale si rimodella grazie all'emergenza e naturalmente faccio questo parallelo, andando a vedere come le istituzioni contemporanee abbiano ancora bisogno di untori che possano conferire una certa legittimità all'operare della giustizia criminale.


Questa è, un po' la conclusione del libro. Perché ho detto prima che questo non è un libro di critica letteraria? Innanzitutto perché non sono un critico letterario e anche per un altro motivo. Alcuni critici letterari descrivono tecniche, motivi, stili, allegorie, chiavi psicologiche eccetera eccetera, un po' come alcuni insegnanti di educazione sessuale descrivono sperma, ovuli, membrane, ghiandole eccetera omettendo un dettaglio marginale, vale a dire che tutto ciò che essi descrivono a volte può provocare anche un certo piacere. Ecco questo libro è il frutto del mio piacere nel leggere. Come Borges si dice abbia affermato: "Mentre molti si vantano di quello che hanno scritto, il mio vanto sta in quello che ho letto".


Ecco, concludo qui il mio primo intervento.


D: Tu dài sostanzialmente delle suggestioni. Partendo dalle emozioni che provoca la lettura fai poi delle riflessioni. Quando dici che I demoni riflettono o in qualche modo stimolano una idea di lettura sociologica della devianza o in qualche modo la assimilano come Lombroso, non è così facile fare il passo successivo. Se pensi a L'idiota, sempre di Dostoevskij, l'Idiota non è più il nichilista rivoluzionario ma al contrario è la figura del salvatore che in qualche modo si sacrifica e porta su di sé tutte le ingiustizie del mondo.

R: è difficile - tu dici - fare il passo ulteriore, ossia dire che Dostoevskij è lombrosiano. No, questo bisogna stare attenti a non farlo. Però, sai chi è lombrosiano? émile Zola è completamente lombrosiano. Nel libro Nanà ci sono certi passaggi in cui i personaggi discutono a cena e fanno riferimento a "queste nuove teorie" - Zola non dice "lombrosiane" ma "positiviste", perché lui è convinto che c'è un gene ereditario della criminalità - "sulla criminalità". è assolutamente importante per loro la scuola positiva di criminologia. Nanà viene dal ghetto di Parigi, "dalle fogne" dice Zola, che ripetutamente nel libro sembra quasi vendicativo verso la sua stessa creatura, la punisce - capisci - ed esprime alla perfezione, in modo sorprendente, le idee positivistiche dell'epoca.
Guarda che anche chi mette la bomba nel romanzo di Dostoevskij a un certo punto ha una crisi epilettica; poi leggi Lombroso e vedi che l'epilessia è il reato politico, è la stessa cosa. Io lo sottolineo. In più, però, devo dire che in Dostoevskij c'è una idea di transizione e lui la descrive molto bene. Fallito un certo modello di riforma socialdemocratica, alla quale lui stesso aveva inizialmente aderito prima di diventare religioso e mistico, Dostoevskij mostra la transizione nei suoi personaggi: farabutti, intellettuali, giornalisti ecc. Come dicevo prima, in queste magnifiche descrizioni ho ritrovato l'idea durkheimiana sui periodi anomici in cui non si sapeva bene dove l'Europa andasse a finire. Le mie sono letture e il bello di questa letteratura, come ho detto nell'introduzione, è di essere aperta, un ipertesto. Poi se vuoi leggere Delitto e castigo è tutta un'altra storia. Lì ci sono delle idee kantiane - e ne parlerò magari sul carcere. Il diritto a essere puniti - "Voglio essere punito perché è un mio diritto" -: questa è una idea kantiana, hegeliana, è l'idea di punizione dell'idealismo tedesco.
L'importante, in un lavoro del genere, è che tu puoi presentare delle teorie, dei discorsi sociologici e criminologici attraverso la lettura di un testo. Tutto qua, non è niente di trascendentale.

Veniamo alla storia delle droghe, lecite e illecite. Si potrebbe fare un libro intero sulle droghe nella letteratura... Quindi devi scegliere quello che ti serve per sottolineare alcune teorie o alcuni dibattiti. Questo capitolo sulle droghe fa prima una panoramica molto breve sulle droghe nella letteratura classica - io non uso la letteratura del crimine contemporanea, per esempio Camilleri, ovviamente preferisco i classici. Poi mi concentro in particolare sugli scritti di Baudelaire e di Jack London.

C'è sempre stato un rapporto un po' controverso tra droghe e ispirazione artistica, fin dall'antichità. Il poeta - diceva Platone - deve avere un certo trasporto bacchico, una follia intensa, che viene associata immediatamente al processo creativo. Se non ce l'hai non sei poeta, diceva ancora Platone. Il poeta dev'essere fuori di senno quando scrive, altrimenti non riesce a scrivere. Questa è una parte del discorso. Dall'altra parte c'è chi dice: "No, l'uso di sostanze, di qualsiasi tipo, può anche impedire il processo creativo". Quindi bisogna considerare tutte e due queste posizioni. Se leggiamo un po' questo tipo di letteratura scopriamo che esistono delle motivazioni, delle ragioni, che cambiano in relazione agli individui e alle contingenze collettive del periodo eccetera. Comunque, nelle opere di finzione della letteratura classica troviamo come primo aspetto dell'uso di droghe la ricerca del piacere, che non può essere quantificato. Come si fa a quantificare la ricerca del piacere? Nelle analisi economiche sulle droghe si considerano gli andamenti dei prezzi e della domanda, ma il piacere come si fa a monetizzarlo? Un altro aspetto è la mitigazione del dolore e poi c'è, ovviamente, il desiderio di accedere all'ignoto e di rifuggire da ambienti privi di immaginazione oppure anche, come dice qualche poeta, il conseguimento di uno stato di morte in vita che riconduce alla condizione di fanciullezza. Nella letteratura classica troviamo un po' tutte queste cose: c'è chi parla di follia transitoria, sempre associata con la produzione artistica, e c'è chi parla di questa ricerca estetica, dell'approdo a terre ignote o incognite. In generale, comunque, l'uso di sostanze viene associato con il rifiuto della razionalità e al tempo stesso, quindi, con il rifiuto dell'ordine sociale convenzionale. Tale rifiuto si estende anche, a volte e nei casi migliori, al linguaggio, ché il linguaggio convenzionale è adatto a descrivere l'ordine convenzionale e quindi dobbiamo reinventarne uno diverso.

La storia delle droghe nella letteratura contemporanea ha inizio nel 1821 con Le confessioni di un mangiatore d'oppio di Thomas de Quincey, un uomo completamente asservito all'oppio epperò lucidissimo, autore di vari capolavori. Nel suo libro trovate subito un paragone tra alcol e oppio: l'alcol porta in superficie tratti umani ma anche aspetti animali della natura di chi beve, l'oppio invece dà sovranità alle parti più divine della natura umana, quindi offre pace limpida nei sentimenti morali e illumina l'intelligenza. Ci troviamo qui di fronte, forse per la prima volta e in maniera molto forte, a una esplicita teorizzazione sull'importanza delle droghe per la creazione artistica. Poi c'è Coleridge, che scrive: "L'oppio è il latte del paradiso" e "L'oppio agisce sul cervello come un palinsesto dove gli eventi e le emozioni che si sovrappongono vengono poi slegati e liberati". Secondo Coleridge, quando usi questa sostanza ti viene dimostrato che quelle emozioni che tu credevi morte erano invece solo assopite e avevano bisogno di essere rivitalizzate.

L'idea che il consumo di droghe incoraggi la produzione letteraria è generalmente accettata all'inizio dell'Ottocento e viene perpetuata per tutto il secolo. Facendo una rassegna brevissima, Balzac dice: "L'oppio permette di viaggiare nel tempo sì che ci si può liberare di secoli interi e osservare lo splendore di civiltà e di popoli antichi; Edgar Allan Poe, quando vede una donna, questa radiante bellezza di Berenice e di Ligeia, vede "un sogno oppiaceo" e di nuovo associa la bellezza con l'amore e con l'oppio; Alexandre Dumas spiega che mentre fuma hashish il sogno diventa realtà e la realtà diventa sogno. E così via.

Noi ci fermiamo un attimo su Dickens, perché è bello vedere posizioni leggermente diverse. Quando considera le sostanze, Dickens è forse l'unico, in questa nostra panoramica ottocentesca, a non parlare di creazione artistica, muovendosi invece come una sorta di sociologo in pectore. Nei suoi Appunti di Boys, pubblicati a puntate su periodici, osserva i bar di Londra e vi coglie i privilegi sociali goduti dagli avventori: esistono bar per ricchi e bar per poveri. Comincia a distinguere, insomma, notando che ci sono sostanze adatte a certi stili di vita e sostanze adatte ad altri. Racconta, per esempio, i nomi accattivanti di questi bar: uno si chiama "Promenade del vino", uno "Via del Wiskey", un altro ancora è "La galleria del Brandy". Sugli scaffali le bevande competono tra loro con nomi commerciali: una si chiama "Crema della valle", un'altra "Il tutto per tutto", una terza "Senza dubbio" e ce n'è una che si chiama "Stendimi". Di questi bar sul Tamigi Dickens descrive gli splendidi arredi, senza mancare di notare però che il vicinato intorno a questi bar è squallido, povero, immondo. Lì bevande di poco prezzo, velenose naturalmente, vengono vendute ai poveracci e l'ubriachezza affretta il loro destino di degrado e di morte. Cioè, il bere diventa morte, immediatamente. Quanto all'oppio, Dickens lo associa non alla rÉverie, al sogno, bensì alla criminalità violenta. Generalmente gli assassini usano oppio, in particolare in uno dei suoi ultimi libri, Il mistero di Edwin Drood. Abbiamo qui, per la prima volta forse, un tentativo di dare una tipologia sociologica dell'uso di sostanze.

Poi troverete senz'altro Rimbaud, che è uno dei più forti in questo campo. La sua è una ricerca di deregolazione dei sensi e quindi non può fare a meno delle sostanze. Si dice che Rimbaud usasse hashish, comunque sia sperimenta fino in fondo, vuole vedere oltre se stesso e oltre la realtà, percepire i limiti del noto per oltrepassarli. Cerca anche di sovvertire il linguaggio, per esempio in Una stagione all'inferno fa un gioco molto interessante. Ogni vocale ha un colore diverso e le consonanti hanno una forma; lui le mette in movimento, secondo un ritmo intimo, e inventa verbi poetici che devono essere accessibili a tutti i sensi. Opera quindi un'alchemia linguistica che si accompagna a un tentativo di vedere cose che non ci sono. "Sono riuscito a vedere una moschea dove invece c'era una fabbrica, - dice lo stesso Rimbaud, - e sono infine riuscito a trasmigrare in un altro essere umano". è la sua famosa frase "Io è un altro", l'idea della metempsicosi.

Si passa poi ai surrealisti. Se leggete "La Révolution surrealiste" in effetti non trovate tante cose a favore delle droghe: alcuni le trovano attraenti e altri ripugnanti. L'idea dei surrealisti è che la scrittura automatica - cioè il flusso di parole e immagini formantisi inconsciamente - non ha bisogno di sostanze artificiali. La droga quindi ce l'hai già qui, nel tuo cervello, se riesci a operare secondo questo procedimento automatico di creazione artistica.
I surrealisti non parlano degli effetti delle droghe ma degli effetti del proibizionismo sulle droghe. Una delle cose più belle che potete trovare qualche anno dopo "La Révolution surrealiste" sono le lettere di Artaud ai legislatori e ai medici, che forse sono state ripubblicate qualche anno fa da Stampa Alternativa. Ai medici scrive: "Siete degli idioti e dei prepotenti perché credete nel diritto di governare il dolore umano; e al legislatore, che lui chiama "un pecorone", scrive quella che resta ancora oggi una lettera tremenda contro il proibizionismo: "Non è per amore degli uomini che tu deliri, ma per tradizione di imbecillità. La tua ignoranza di che cosa è un uomo è pari all'imbecillità di volerlo limitare".

["Buco" nella registrazione, mentre Ruggiero parla di Victor Hugo e dei sistemi carcerari.]

... ecco quindi un'analisi molto materialista. Nelle conclusioni dirò in poche parole come situerei l'analisi di Victor Hugo - ripeto, molto materialista, direi da socialismo ottocentesco in un certo senso -, che viene condivisa da molti.

Passiamo ora all'altro classico, che però non mi pare essere molto letto, anche perché poco appetibile come romanzo, Il giardino dei supplizi. L'Autore, Octave Mirbeau, viene ispirato dal desiderio di denunciare tutti i sistemi carcerari come barbarici e disfunzionali. Lo fa a modo suo, però, e chiama queste sue pagine "pagine di assassinio e di sangue". E a chi le dedica? Ai preti, ai soldati, ai giudici, a tutti coloro che educano, istruiscono e governano la gente. Il suo proposito non è altro che quello di svelare l'ipocrisia dominante e mostrare come molte pratiche istituzionali che noi diamo per scontate e che spesso riteniamo addirittura essere colonne della civiltà, in effetti, sono crudeli e ripugnanti.

Il libro secondo alcuni sarebbe decadente, perché inappetibile, violento, incentrato su mostruosità eccetera, però raggiunge il suo scopo. Del clima morale in cui è stato svezzato il protagonista dice: "Io ho imparato da bambino, quando parlavo con mio padre questo concetto importante: se prendo qualcosa da qualcuno e la tengo per me, questo è furto. Se prendo una cosa da qualcuno e la do a un altro, per quanto più danaro sia possibile ottenerne, questo è commercio". Dopo questa formazione morale, il nostro protagonista frequenta gli uomini politici, descrivendoli immediatamente come una ghenga di carnivori affamati che si deliziano dell'odore della putredine umana - e con ciò entriamo nel clima decadente: la carne, la morte eccetera. Costoro gli dicono: "Se vuoi avere successo in politica, adesso non è il momento, vatti a fare un viaggio, va' a studiare gli istituti di pena all'estero e così porterai delle novità nei modi in cui dobbiamo trattare i detenuti nel nostro Paese". Mentre intraprende questo viaggio, il protagonista incontra Clara, la figlia di un commerciante d'oppio, ovviamente, che vive in Cina e che alla fine lo convince a seguirla. In uno dei loro primi dialoghi sull'omicidio, Clara si dichiara a favore delle armi infallibili perché consentono un incalcolabile risparmio in guerra, potendosi fare a meno di medici, infermieri, ambulanze e ospedali militari. Il clou del libro consiste nel fatto che i due, in uno sperduto angolo della Cina, hanno un solo passatempo, un po' strambo ma divertente: dare da mangiare ai detenuti. Questa elegante distrazione ha luogo ogni mercoledì e si avvale semplicemente di una cesta, di un forchettone dentato e di carne. Ogni mercoledì si tiene il mercato di fronte al carcere, ci sono i venditori e ci sono questi lunghi uncini di ferro. Le urla che si sentono sono queste: "Venite qui, venite, guardate che carne, questa è la più putrefatta che potrete trovare". Nel libro ricorre continuamente un'idea di putredine, morte, decadimento fisico e morale. Clara dice: "Che bello questo odore, è odore di morte". Poi c'è la folla che aspetta l'apertura delle porte della prigione, e appena queste si aprono comincia un tumulto, si sentono urli, grida soffocate, ombrellini e ventagli si urtano tra loro. Poi, oltre quelle porte, il clamore della folla viene sopraffatto dalle grida e dai lamenti dei galeotti, da rantoli che suonano un po' come ruggiti di belve. "Pareva che quei rumori uscissero dalle profondità delle muraglie o di sottoterra, dagli abissi della morte". Alla fine si scopre che i detenuti non possono mangiare perché sono incatenati e non riescono ad arrivare al forchettone. è il supplizio di Tantalo. A un certo punto il protagonista chiede che cosa abbiano fatto questi detenuti, quali tremendi reati abbiano commesso per meritare questi tormenti. "No, guarda, non ho nessuna idea, - dice a un certo punto lei, - forse niente, nessun crimine, o forse qualcosa, avranno rubato nelle botteghe della zona".

In questa idea di carcere è molto interessante secondo me vedere come il reato e la pena non abbiano nulla a che vedere tra loro; si perde qualsiasi tipo di commensurabilità tra i due avvenimenti, non c'è quindi consequenzialità tra ciò che uno fa e il trattamento che subisce. Questa è la prima idea che emerge molto nettamente da questo libro, che ci fa pensare anche a un'altra idea di Durkheim secondo cui i detenuti vengono tormentati a puro vantaggio degli spettatori. L'idea di punire qualcuno non serve a lui, bensì a noi in quanto spettatori; serve agli spettatori, soprattutto a quelli che presumibilmente sono rispettosi delle leggi e che quindi attraverso lo spettacolo della sofferenza altrui possono rafforzare i sentimenti di solidarietà che li legano fra di loro. è un po' l'idea funzionalista che aveva espresso Durkheim tante volte. Lo spettacolo della sofferenza, o lo spettacolo del crimine, rafforza i sentimenti di unità tra persone che si credono rispettose della legge: abbiamo bisogno dei pedofili, perché essi confermano come siamo bravi e normali noi. Il carcere non serve ai carcerati ma serve a riconfermare un ordine morale comune, al quale diamo il nome di "coscienza collettiva". Tutto ciò mi sembra molto durkheimiano. Quindi si potrebbe dire che la detenzione è la forma legale assunta dal piacere d'infliggere sofferenze, perché c'è anche un piacere umano nell'infliggere sofferenze. Nietzsche in Genealogia della morale parla esattamente di questo. Però, dice lui, quando infliggi sofferenza, puoi nascondere un principio di proporzionalità, Nietzsche parla di un sadismo che si può tradurre in una nozione di equivalente legalizzato per cui i rei, in quanto sono debitori verso la società, devono cedere a chi hanno offeso una forma di pegno, di deposito; devono cedere qualcosa di cui loro sono titolari, per esempio la loro libertà. Oppure possono cedere il loro corpo o la loro stessa vita. è l'idea dello scambio, dice Nietzsche, un'idea commerciale. Nelle società antiche i debitori come facevano? Si tagliavano gli arti e davano pezzi di carne ai loro creditori, quindi ogni offesa poteva essere catalogata precisamente e quantificata. Quanto vale questa offesa? Tre chili di carne, due gambe eccetera eccetera. Quindi, legittimamente stabilita, la tortura era un valore di scambio degli arti e delle parti del corpo. Questo romanzo di Mirbeau, pur nella sua inappetibilità, rende in maniera molto vivida anche questa idea.

Questo capitolo del mio libro si focalizza in particolare su due Autori che mettono il carcere sotto processo, come direbbe Thomas Mathiesen, e lo trovano indifendibile. In Victor Hugo troviamo idee materialistiche: la povertà, lo svantaggio sociale, questa scandalosa ineguaglianza sono la fonte del crimine, punto e basta. Le carceri, secondo lui, non fanno altro che riprodurre e perpetuare tale ineguaglianza. Il carcere serve a questo, a perpetuare l'ineguaglianza. Per questa sua argomentazione io collocherei Victor Hugo senz'altro fra i teorici del conflitto in sociologia e penso che potrebbe ispirare riformisti, riduzionisti e perfino abolizionisti. Fra i temi di Mirbeau che mi piacciono molto, affiancati a quest'analisi materialista, troviamo un repertorio di nozioni che siamo abituati ad associare a Durkheim e Nietzsche, soprattutto l'idea secondo cui la pena detentiva da un lato non riabilita, servendo solo a rassicurare e a rigenerare il senso di comunità tra chi non viola la legge, e dall'altro riveste di modalità legittime il nostro desiderio d'infliggere sofferenze.


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