Apr 012020
 

riceviamo e pubblichiamo un testo scritto da compagnx della Colombia sulla situazione carceraria e la dura repressione delle rivolte del 22 marzo, che ha portato all’omicidio di 23 detenuti nella prigione di La Modelo, a Bogotà

 

“La sera dello scorso 22 marzo, a seguito di alcune manifestazioni pacifiche portate avanti da delle persone private della libertà in diverse carceri della Colombia, sono scoppiate delle rivolte. Le autorità carcerarie hanno risposto in modo sproporzionato. Un vero massacro compiuto da agenti dello Stato, le loro azioni si sono concluse con l’omicidio di 23 prigionieri nella prigione di La Modelo, a Bogotà. Ben lungi dal dare delle risposte o offrire una riparazione alle famiglie delle persone assassinate, le autorità colombiane hanno giustificato l’azione della polizia. Hanno inoltre annunciato l’apertura di inchieste giudiziarie, non per stabilire le responsabilità degli agenti dello Stato, all’origine di questo massacro, ma per trovare i “responsabili” dell’organizzazione delle proteste pacifiche del 22 marzo e per identificare le persone in possesso di cellulari che hanno permesso di registrare dei video dell’attacco e dell’assassinio dei prigionieri da parte dei membri dei corpi di polizia. Le autorità carcerarie e il governo portano avanti una campagna di censura per nascondere il massacro che hanno commesso. Cercano di mettere a tacere ogni parola di denuncia e informazione. Le autorità colombiane hanno appena annunciato lo stato di eccezione per le prigioni, senza aver fornito alcun dettaglio sugli effetti di questa misura amministrativa.

Liberazione per ragioni umanitarie

La crisi umanitaria e la lotta per denunciarla portata avanti dalla popolazione incarcerata non sono una novità nelle prigioni colombiane. Il sistema penale e i responsabili dell’istituzione giudiziaria che lo mettono in opera ambiscono più alla riconoscenza mediatica che alla presa in carico dei problemi sociali legati alla delinquenza. Questa gestione irrazionale ha condotto alla sovrappopolazione delle carceri (che all’ora attuale sono in realtà dei depositi di gente proveniente da classi sociali povere). A questa situazione si aggiungono la concezione fascista secondo cui i poveri non hanno alcun diritto, e la tradizione di corruzione dell’amministrazione pubblica colombiana. In questo contesto, chi gestisce il sistema penitenziario si arricchisce, allorché coloro che sono privati/e della libertà non hanno alcun mezzo di accedere a un processo che rispetti le leggi, a un’alimentazione sana, a delle necessità vitali come l’acqua potabile (e a volte più semplicemente l’acqua e basta), l’igiene e l’accesso alle cure, a delle condizioni di lavoro decenti, a dei programmi di reinserimento sociale, a delle riduzioni di pena, a dei permessi di uscita alle liberazioni condizionali o ai domiciliari.

L’arrivo del covid-19 non può che far peggiorare la situazione. Le condizioni di vita in prigione (caratterizzate tra le altre cose dalla sovrappopolazione e la sottoalimentazione) sono particolarmente favorevoli alla diffusione del contagio. La presa in carico di questa situazione drammatica deve andare oltre delle semplici misure di restrizione delle visite, visto che attualmente è impossibile garantire alle migliaia di persone in carcere l’accesso alle cure, ai servizi sanitari, alla possibilità di restare in vita. L’unica decisione presa dall’arrivo del virus – il divieto di visita – è la prova del livello di indifferenza per l’integrità e la vita di migliaia di cittadini/e, e del disprezzo di un reale senso democratico.

La disperazione di uomini e donne privati/e della libertà deve essere presa sul serio. Non è un capriccio. Queste persone non sono solo preoccupate per le loro condizioni materiali in prigione. Si preoccupano anche delle condizioni di vita delle loro famiglie (la maggior parte di loro sono padri e madri di famiglia) obbligate a confinarsi, abbandonate a se stesse, senza che nessuno si chieda come faranno a mangiare. Perché la maggior parte di queste persone dipendono da forme di lavoro quotidiano informale che sono rese impossibili dal confino.

Di fronte al disprezzo da parte delle autorità, i prigionieri hanno cominciato a mobilitarsi per difendere le proprie vite e le proprie famiglie, chiedendo che vengano prese delle decisioni per evitare il contagio e la morte di migliaia di persone. La popolazione carceraria esige la liberazione per ragioni umanitarie, decreti di riduzione delle pene, l’attenuazione delle misure di libertà condizionale e di arresti domiciliari, la liberazione delle persone affiliate a sindacati, malate e anziane, nell’ambito di un’urgenza sociale e sanitaria dichiarata dal governo.

La disperazione delle persone incarcerate si è espressa nel tentativo di evasione di centinaia di persone dal carcere di Modelo a Bogotà. Si è conclusa con un vero massacro, celebrato dai difensori della “pulizia sociale”. Cercando di giustificare e legittimare questo massacro, hanno fatto circolare l’idea che i/le prigionieri/e possedevano delle armi. Ma questo non corrisponde alla realtà: i/le prigionieri/e hanno forzato le griglie e le porte per raggiungere la strada, senza armi. Le persone ammazzate sono i nuovi “falsi positivi”, abbattuti in una esecuzione extragiudiziaria, sottoposte a una pena di morte applicata nell’impunità e la connivenza generale. Ecco la risposta tradizionale di chi ha il potere in Colombia di fronte a qualsiasi domanda di giustizia sociale, ecco come viene negato il dolore delle famiglie povere che esigono delle risposte per le loro sorelle e fratelli assassinate/i.

Liberazione per motivi umanitari! Per la difesa delle donne e degli uomini privati di libertà!”