/ giugno 28, 2018/ Communicati/ 1commenti

Non c’è cuore che lo Stato possa reprimere.
I sogni corrodono la sua ragione con l’acido.
(Joseph Andras, Dei nostri fratelli feriti)

Non ci ha per niente sorpresx. Anzi. Dopo la batosta del museo di storia naturale assegnato a Locarno e dopo le voci che davano il vice-sceriffo leghista Bertini assiduamente impegnato, durante l’inverno, a convocare i vari gruppi cultural-artistici del luganese per lanciare IL nuovo progetto per l’ex macello, quest’ennesima proposta di ristrutturazione non ci crea particolari malesseri. Anzi, rispetto ai numerosi progetti irrealizzabili e senz’altro senso se non quello della subdola provocazione (dagli alloggi per studenti, alla sede delle scuole medie, a un mercato rionale, fino al museo, costati uno sproposito già solo per la loro progettazione), questa volta potremmo quasi parlare di un progetto a prima vista accattivante. Potrebbe infatti anche essere una buona idea creare un polo culturale “dal basso” e dare finalmente spazio ai tanti attori culturali che, con costanza e umiltà, lavorano sul territorio e che da anni fanno richiesta di uno spazio. Con sempre la stessa risposta d’altronde: a Lugano, se non per quella ufficiale imposta dall’alto (o per quella del ciellino ente giovani e affini, che in tutti questi anni nient’altro ha fatto che recuperare le proposte che da sempre l’autogestione propone) per una cultura altra, di spazio non ce n’è! Gli esempi sono lì da vedere: dal trasloco che si vorrebbe imporre al MAT, alla distruzione del Cittadella per far spazio a un condominio per anziani proposto dal solito Botta, dai tanti problemi fatti al progetto Morel, alla retata al Tra, alle tante esperienze ricondotte nei termini dell’uniformità. Ce lo raccontava recentemente il  fondatore del Mummenschanz Mask Theater, ospite per una performance al Molino in maggio, come già negli anni settanta si vide rifiutare l’ex macello quale sede per le sue improvvisazioni teatrali.

Ma appunto, al di là dell’accattivante, l’ennesimo tentativo di cambiare destinazione all’ex macello, non ha niente. Sicuramente nulla di quel “popolare” (nel senso di voler ridare il macello alla popolazione) tanto urlato dal municipio. Cioè… spendere 26 milioni (quante cose si potrebbero fare per la “cultura” con ventiseimilioni? Quante sale? Quanti spazi?) per l’ennesimo privilegio culturale d’élite, con prezzi non propriamente “popolari”, alloggi studenteschi da università semiprivata, caffè culturale radikal-chiccoso, ecc., ecc., per, di fatto, creare una pseudo fotocopia ufficiale, legalizzata e di haute gamme di quello che già avviene, settimanalmente e gratuitamente o quasi, negli spazi del Molino (la grafica in allegato, semmai ci fossero dei dubbi, lo evidenzia in maniera esemplare). Al contrario, se davvero si trattasse di un laboratorio culturale dal basso partecipato e innovativo, sarebbero in primis gli stessi partecipanti a mettere in dubbio la natura di tale progetto, già deciso nelle stanze dei bottoni. D’altronde un po’ ingenuamente ci viene da chiedere come mai parte dei suddetti attori si prestino con tanta disinvoltura al gioco ipocrita del comune, rivendicando l’utilizzo di uno spazio dove un progetto (anche culturale) già esiste da oltre 20 anni. Perché non pensare invece a un altro spazio? A nuovi territori? A una nuova occupazione? O sarebbe chiedere troppo?

I vari spazi dove sono, dislocati, danno più vitalità a una città che ha davvero bisogno di una dimensione più umana e sociale. Il progetto del MAT ad esempio è sicuramente più interessante e salutare per la cittadinanza di quello del municipio!

Sarebbe peccato se alla fine risultasse più semplice farsi complici delle speculazioni di un municipio destroide e leghista, accettando così di far parte di quell’inferno dei viventi – di cui parlavamo già nel libro dei 10 anni del Molino, citando Le città Invisibili di Italo Calvino – al posto di saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Il Molino non si tocca! 2

Ma finalmente la questione non è nemmeno troppo se il progetto sia valido o meno.

No, perché ci troviamo semplicemente di fronte a due visioni di mondo diametralmente opposte: una inerente alla città dall’alto, quella che specula, gentrifica, privatizza, licenzia, taglia, reprime, sgombera, espelle, impone, controlla.

L’altra quella dal basso, che sperimenta, che non chiede, che improvvisa, che si sporca, che contesta, che solidarizza, che include, che propone, che crea spazio. Che cammina da 20 anni in un progetto politico, sociale e culturale.

Due modi di percepire il mondo contrapposti, con da una parte una città senza progettualità,escludente e omologata, che parla di “respiro internazionale” ma il cui unico interesse internazionale sono i soldi di turisti facoltosi (burkati o meno) o quelli riciclati nelle sue banche. Una città che si vorrebbe trendy, tra green economy e proposte pseudo alternative, ma che poi taglia senza scrupoli gli alberi (i 25 ippocastani sul Cassarate ad esempio) e gli spazi verdi, privatizza le rive del lago e reprime gli artisti di strada e tutto quello che non sa di conforme. Una città che si è impossessata di tutto lo spazio pubblico e che lo modella a proprio piacimento, in maniera autoritaria e verticista. Che ne gestisce il tempo libero e gli spazi, proteggendosi con telecamere, divieti, sbirri e sicurezza privata. E che agisce, a seconda dei casi, con il pugno duro, intimorendo e minacciando, picchiando e imponendo, come ad esempio successo con il “kebabbaro” nei pressi delle scuole Lambertenghi che si è visto levare i permessi perché dava fastidio che “sfamava le fami notturne dei/le frequentatrici/tori del CSOA. Una città senza viscere, modellata su quel mondo del capitale che si è ormai appropriato di ogni dettaglio e di ogni dimensione dell’esistenza, creando un mondo a sua immagine, riuscendo a configurare, a equipaggiare e a rendere desiderabile le maniere di parlare, di pensare, di mangiare, di lavorare, di partire in vacanza, d’obbedire e di ribellarsi che più gli convengono.

 

Dall’altra parte vive invece una narrazione di un fermento che, sempre ai margini, si fa tensione costante, camminando su sentieri non battuti. Che pratica l’internazionalismo solidale e che si schiera con gli esiliatx e chi si vorrebbe scartatx. Un laboratorio continuo che dà spazio a gruppi ticinesi (e non) che suonano in sala prove, ai gruppi e alle individualità che si allenano nella palestra, alle cene popolari in bettola, ai (tanto di moda ora) poetry slam, ai teatri, alle presentazioni di libri, alle rassegne cinematografiche, ai dibattiti e conferenze, alle riunioni di altre associazioni, a migranti in cerca di rifugio, ai concerti e dj set, alle serate di solidarietà internazionale (dal Rojawa, al Messico, dai prigionierx politici, all’Africa, dall’Ecuador, al Ticino). Attività e situazioni a cui assistono settimanalmente svariate centinaia di persone senza età, di tutte le provenienze e le estrazioni sociali.

Ora, come sempre con svariati anni di ritardo, Lugano si vuole conformare alla tendenza di creare dei recinti omologati cultural-alternativi per cercare di negare e di spegnere le realtà conflittuali e autogestite sul territorio. Come già avvenuto, per citarne qualcuna, con le esperienze di Villa Amalia in Grecia, di Malagnou a Ginevra, di XM 24 a Bologna, della Koch Areal a Zurigo, del Telos di Saronno. Tutti esempi di realtà autonome che, da un momento all’altro, vengono messe in discussione per far spazio a uno pseudo progetto “culturale”, “sociale”, “abitativo” o “popolare” delle varie giunte (di destra o di sinistra che siano). Pratica che trova purtroppo terreno fertile in una realtà ticinese poco avvezza alle contaminazioni e ai conflitti, dove un consigliere di stato dalle neppure troppo velate simpatie fasciste, impazza ovunque con le sue leggi di polizia e di repressione. Diventa quindi chiaro che una realtà antifascista e antirazzista come il Molino, possa infondere un certo fastidio e un certa tensione, soprattutto ricordandoci del 2002 e in vista di un nuovo ipotetico tentativo di sgombero.

Ecco che allora si cala la carta del progetto culturale “condiviso” con una ristrutturazione unilaterale decisa all’unanimità dal municipio (ma… Cristina e la cittadella della solidarietà? E le tue dichiarazioni di non intervento? .. sempre più rafanielli ‘sti PS..) imposta senza nemmeno consultare e appresa dai giornali. Per poi infine, forse delusi da una mancata nostra presa di posizione, comunicarci pochi giorni fa, tramite lettera sgrammaticata e data sbagliata, una visita per il primo di luglio di una delegazione municipale “per incontrare alcuni nostri rappresentanti alfine di poter organizzare al meglio alcuni interventi di manutenzione presso lo stabile ex Macello e per meglio pianificare l’intervento e valutare l’occupazione.” (?!!?)

Ma come sempre, dall’alto della loro arroganza, fanno i conti senza l’oste. E l’ipotetico dialogo, come già avvenuto durante gli ultimi disastrosi incontri di 2 anni orsono è unicamente seguire i loro dettami. Quindi ci chiediamo perché, dopo 20 anni di pseudo incontri, siamo ancora a questo punto. E ora con chi ci dovremmo mettere a parlare? Con chi è incapace di un minimo di coerenza e di affidabilità? Con chi ci viene a incontrare con aria amichevole e compagnuccia e poi parla con lingua biforcuta? Con chi fa della sicurezza il suo mantra personale, unico e irrinunciabile? O peggio ancora con chi vomita sterchi da una spazzatura domenicale? E con quale scopo se il progetto è già in corso e condiviso all’unanimità municipale? O forse per mendicare una micro parcella dove fare attività senza disturbare?

No, grazie. La libertà si conquista, non si mendica e ci risulta chiaro che la discussione sarebbe, per l’ennesima volta, monca dall’inizio. Insomma mancano i presupposti, come direbbe qualcuno. E a noi di partecipare a questa farsa proprio non va. Perché, al di là dei proclami, è evidente l’incapacità di riconoscere una realtà che da 20 anni è viva e attiva sul territorio e che rappresenta un luogo politico di socialità, di svago, di cultura, di intrattenimento e di sperimentazione per ormai alcune generazioni di ragazze e ragazzi. Una realtà viva e consolidata che al proprio interno non ha mai creato problemi rilevanti, al di là di un incendio nel ’98 i cui autori rimangono (chissà?) ancora ignoti e altri due dovuti alle cattive modalità di gestione degli spazi in dotazione al comune.

Insomma al di là delle tante parole, qua siamo e qua resteremo.

Quello che possiamo e ci sentiamo di fare e di dire è continuare il nostro cammino, invitando tuttx le/gli interessatx a lottare e a opporsi a questa visione della città dall’alto.

A sostenere le iniziative e a solidarizzarsi con tutti gli spazi in resistenza, autogestiti, autonomi, che promuovono una reale cultura a portata di tuttx (che ancora resistono), locali e in tutto il mondo.

Il Molino non si tocca!

Saluti libertari,

l’assemblea del Centro Sociale Autogestito, il 28 giugno 2018, a quasi 22 anni di Occupazione.

 

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1 Commento

  1. Io sto
    Con il Mulino ! Condivido il comunicato dell’assemblA
    Voglio solo dire che se attivaste anche l’associazione ALBA avreste uno strumento giuridico che impedirebbe al comune di continuare a dire che non c’è un contraddittorio che non c’è un referente … tutto qua e per quello che posso per tempo e salute vi sostengo! Viva il Molino

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