Gli urbanistii Benedetto Antonini e Mauro Galfetti
“I Molinari sono ormai una parte della città, ma…”

CLEMENTE MAZZETTA su Il Caddé del 4 luglio 2021

Lugano non ha problemi a destinare i suoi spazi ad edifici commerciali, supermercati, a pianificare nuovi comparti – come le nuove torri – i grandi insediamenti abitativi. Ma storce il naso quando stabili in disuso, edifici dismessi vengono riutilizzati in altro modo, come è successo con l’ex Macello, centro sociale alternativo. “La pianificazione urbana deve considerare anche questi aspetti. Lugano lo deve fare a maggior ragione anche per riparare all’atto di teppismo che si è concretizzato demolendo l’ex Macello”, sottolinea l’urbanista Benedetto Antonini, secondo cui le culture alternative – i Molinari – devono essere considerati come parte integrante della città, della sua identità culturale. “Occorre valorizzare queste risorse non emarginarle sul piano della Stampa. Le culture alternative non sono qualcosa da smaltire”, ribadisce Antonini. In città dunque. Perché la pianificazione, che arriva quasi sempre in ritardo nel tracciare le linee di direzione delle nuove città, nel comprendere le esigenze, deve farsi carico dei problemi che emergono, non sottrarsi. “La città è una somma di elementi compositi in continua evoluzione, occorre pertanto essere recettivi e considerare ed implementare questi nuovi bisogni e trovare le relative risposte. L’autogestione giovanile ne è oggi una parte da considerare – sostiene l’urbanista Mauro Galfetti -. In sostanza, quando ogni soggetto sociale assume una certa rilevanza nel contesto urbano, giocoforza deve essere tenuto in debito conto”. Non cedendo ad una valutazione acritica. “Osservo però che l’autogestione a Lugano non ha assunto quella rilevanza che hanno avuto esperienze simili in altre città, penso alla Rote Fabrik di Zurigo, ad esempio – continua infatti Galfetti -. Nel senso che i Molinari non si sono aperti alla città, non sono diventati un punto di riferimento per molti giovani, uno dei tanti che deve avere una città. Essi dovrebbero essere inclusivi, forse in questo caso sono stati forse esclusivi di una minoranza di giovani. Non ho avuto l’impressione che l’autogestione abbia in un qualche modo modificato la Città e il suo modo di pensare e affrontare i problemi d’ordine collettivo e di interesse pubblico. L’esperienza dei Molinari – mi sembra – sia andata in un’altra direzione non influenzando il contesto urbano di cui fanno parte”.

Ma da qui ad espellerli passandoci sopra con una ruspa, ce ne passa. E allora? “Il posto giusto per i Molinari è di nuovo l’ex Macello – conclude Antonini -, la parte rimasta in piedi. In un momento in cui ogni nicchia viene recuperata dalla speculazione edilizia, occorre destinare a queste fucine di culture anche alternative, quei pochi spazi che restano. Penso all’ex Macello, ma anche all’ex Vanoni. È nel cuore della città che va trovato un posto per loro, non in periferia. Certo, stabilendo delle regole, dando loro degli obiettivi: che ne facciano un punto d’incontro, per i giovani della città”.

c.m.

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