Quando tutto era ancora possibile… Manituana foca­lizza questo aspetto e colpi­sce per contrasto la sugge­stione di un futuro ancora tutto da scrivere. Da dove è nato lo spunto? « In sostanza siamo partiti dalle guerre di oggi per risalire alle guerre di ieri. Per cercare l’origine. Mani­tuana è l’inizio di una riflessio­ne sull’America, fatta attraver­so la narrativa. Non è un sag­gio, ma il racconto di una storia sommersa e sepolta sotto il mito della Rivoluzione americana. Siamo rimasti noi stessi stupiti di quanto abbiamo trovato nelle fonti e abbiamo deciso di inizia­re un discorso più ampio ».
Nel vostro sito,
www.wumingfounda­tion.com, scrivete che si tratta del “ primo volu­me di un trittico sette­centesco che ci terrà im­pegnati almeno fino al 2012”… « Non sarà una trilogia, ma piuttosto un trittico perché non avrà una consequenzialità temporale. Saranno probabil­mente tre romanzi ambientati nello stesso arco di tempo, ma in luoghi diversi. Differenti saran­no le angolazioni. In questa pri­ma parte abbiamo scelto la vi­suale degli indiani irochesi » .
Gli sconfitti protagonisti della storia… « Che gli indiani hanno perso è noto a tutti, quello che forse molti ignorano è la loro partecipazione alla guerra d’In­dipendenza dalla parte del re. Questa storia ci ha portato a scoprire degli indiani molto par­ticolari, molto diversi dagli ste­reotipi ». Lo stereotipo classi­co del western – ci perdoni – separa i buoni dai cattivi. È così anche nel vostro libro?
« Rileggendo Manituana, noi stessi facciamo fatica a capire dove stanno i ‘ buoni’ e dove i ‘cattivi’. Non era l’intento che ci siamo prefissi quando abbiamo iniziato a scriverlo. In realtà la situazione era ed è molto più complessa. Diciamo che questa volta, rispetto ad altri romanzi, non abbiamo fatto niente per semplificare la complessità del­la storia » . Pur non essendo un romanzo di fantastoria, sembra spostarsi fino al li­mite dell’ucronìa… « Questa forse è l’espressione più giusta. Abbiamo voluto fare intuire cosa sarebbe potuto esse­re. Oltre al dominio della monarchia britannica, la guerra d’indipenden­za americana ha spaz­zato via la cultura metic­cia, in parte bianca e in parte in­diana, che si era sviluppata nel corso di un paio di secoli in quel­l’interzona lungo la frontiera delle tredici colonie ».
Wu Ming, come Luther Blis­set prima, è la dimostrazione che la letteratura non deve per forza essere un territorio da esplorare in solitaria. In Italia una celebre coppia della penna è stata quella formata da Carlo Fruttero e Franco Lucentini. Cambiando ambito, nella musi­ca il bisogno di trovare una spalla durante la composizione era assai avvertito da Fabrizio De André.
L’alchimia, comunque, già a due appare un mistero. In cinque non sconfina for­se nel miracolo? « Non ba­sta l’idem sentire. Ci vuole, ma è necessaria anche un’organizzazione del lavo­ro. Abbiamo dunque una metodologia, che cambia da romanzo a romanzo, anche se ci sono dei punti fermi » . Ce ne può parlare? « Noi scrivia­mo individualmente, ma non a distanza. Possiamo così trovarci regolarmente attorno a un tavo­lo per discutere, guardandoci in faccia. Ci suddividiamo inoltre il lavoro. Ognuno ne svolge una parte, sempre però seguendo una scaletta predefinita ».
Ogni autore procede per nuclei narrativi compiuti?
« No. Nel senso che non distin­guiamo fasi di lavoro e soprat­tutto non le appaltiamo al sin­golo. Dalle ricerche storiche, al­l’elaborazione della trama, fino alla stesura, procedia­mo sempre assieme. Di pari passo. Ciò che vie­ne scritto, sarà poi ri­processato dall’intero collettivo tramite una lettura ad alta voce dei capitoli. Questo è il nucleo forte del lavoro collettivo. Noi vivia­mo a Bologna e scriviamo a Bo­logna. Questa è la nostra meto­dologia ».

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