Le lotte dei lavoratori in Marocco

Dal n. 49 di “Alternativa di Classe”

miniere in marocco

I diritti dei lavoratori marocchini sono calpestati, il tasso di sindacalizzazione della forza-lavoro non supera il 10%. Questa debolezza è dovuta da un lato alla poca credibilità di cui godono le Confederazioni sindacali, a causa della corruzione, della burocratizzazione e della scarsa democrazia interna, e dall’altro dalla grande diffusione della pratica antisindacale da parte dei padroni.

La magistratura sta dalla parte delle famiglie borghesi, che hanno stabili collegamenti con i vertici dello Stato. Ben il 90% della popolazione attiva è occupato nel privato ed il 40% nel settore primario, composto da agricoltura e pesca. L’industria occupa solo il 20% della forza-lavoro. Nel 2011, nel contesto delle “Primavere arabe”, si è registrato un record storico di scioperi. Molti lavoratori hanno tentato per la prima volta di creare rappresentanze sindacali sul posto di lavoro, i padroni hanno risposto spesso con il licenziamento immediato degli attivisti.

I lavoratori della “Maghreb steel”, un’acciaieria di Casablanca, hanno provato a costruire una struttura sindacale nel lontano 1984, e poi successivamente nel 2011, ma, nonostante fossero passati quasi trenta anni, in entrambi i casi tutti i rappresentanti dei lavoratori furono licenziati in tronco. Il 26 Marzo 2015 gli operai hanno ripreso la lotta contro l’abolizione dei bonus e contro gli incidenti sul lavoro. La direzione della “Maghreb steel” si è rifiutata di negoziare con gli scioperanti ed ha assunto centinaia di lavoratori interinali per rimpiazzarli, in violazione del codice del lavoro marocchino, che vieta nuove assunzioni durante uno sciopero del personale.
Gli scioperanti hanno dato inizio a mobilitazioni di strada molto partecipate, con proteste davanti ai palazzi del governo ed alle sedi delle filiali delle banche legate alla “Maghreb steel”. La polizia ha represso le proteste del 12 e 17 Maggio di quest’anno, ferendo gravemente diversi lavoratori. Anche le lavoratrici dello stabilimento Doha di Agadir, una fabbrica di inscatolamento del pesce, cercano di alzare la testa.

Nel 2011 la giornata lavorativa durava anche 17 ore. Le norme di sicurezza non erano rispettate e gli incidenti sul lavoro erano frequenti. L’incidente più comune era la perdita di dita nelle macchine. In caso di incidente grave, il padrone cercava una gestione “accomodante”, pagando un’indennità in nero; molte operaie sono state vittime di molestie sessuali.
Il settore estrattivo è fondamentale per l’economia marocchina. I minatori lavorano in condizioni precarie, senza tutele, ed ogni rivendicazione viene repressa. Le norme sanitarie e di sicurezza nelle miniere sono praticamente inesistenti. Come nella miniera d’argento di Imiter, nella provincia di Tinghir, nel Sud-est del Marocco, gestita dalla Società metallurgica di Imiter, filiale del Gruppo Managem (“miniere”, in arabo), che a sua volta fa parte della Società nazionale di investimento (Sni), la holding della famiglia reale. Appartengono al gruppo Managem quattro tra le prime dieci imprese per fatturato nel settore dell’energia e delle miniere in Marocco. Le compagnie minerarie esercitano pressioni enormi per bloccare qualunque forma di protesta dei lavoratori.
Dopo le lotte del 2011, le mobilitazioni sono quasi scomparse, a causa della violenta repressione dell’organizzazione sindacale e della divisione dei lavoratori, mediante condizioni contrattuali diverse. Da decenni la Managem controlla i principali siti minerari, e tre delle sue otto miniere marocchine si trovano nella regione di Dràa Tafilalet: Bou Azar, Imiter e Bleida. Lo scopo principale di questi siti è massimizzare i dividendi degli azionisti del gruppo, quotato in borsa, con un’organizzazione che permette di nascondere gli interessi della famiglia reale.

La miniera di Bou Azar, a 550 chilometri a sud di Casablanca, è uno dei siti storici della Managem. Qui l’estrazione di cobalto e di oro cominciò nel 1930, durante l’occupazione francese. La Società nazionale di investimento sospese le attività nel 1983, per riprenderle quattro anni dopo. I minatori furono richiamati al lavoro attraverso un’agenzia interinale, e da allora hanno contratti precari.
In trent’anni le condizioni di lavoro sono solo peggiorate, gli incidenti mortali in miniera sono diventati una cosa quasi scontata. Quando un minatore di una ditta subappaltatrice muore sul lavoro, il corpo viene restituito alla famiglia, ma non si apre nessuna inchiesta. Le spese del funerale sono prelevate dagli stipendi degli altri minatori e di rado la famiglia del defunto riceve un’indennità. Secondo un calcolo dei minatori sindacalizzati, tra il 2005 e il 2012 sono stati registrati undici decessi. Le cause erano diverse: caduta di massi, incidenti legati ai macchinari o all’uso di esplosivi in zone vietate, come i pozzi abbandonati.

Anche quando non causa la morte, il lavoro in miniera lascia pesanti conseguenze. Spesso i minatori soffrono di malattie polmonari, in particolare di silicosi, ma non riescono a farsi curare… I medici del lavoro sono pagati dalle Compagnie minerarie per rifiutarsi di prendere in cura i minatori. Tra i minatori la silicosi è la principale malattia professionale; basta mostrare i primi segni della malattia per essere licenziati.

Gruppi di minatori hanno organizzato diverse proteste per denunciare le loro condizioni di lavoro. Nel 2011 i minatori precari di Bou Azar si ribellarono contro i dirigenti ed il sindacato collaborazionista. Questi lavoratori precari rivendicavano il diritto alle ferie pagate, all’indennizzo in caso di incidente sul lavoro, alla registrazione, alla previdenza sociale e, soprattutto, chiedevano di essere messi in regola. La rivolta durò più di un anno, ma ottenne scarsi risultati: distribuzione di maschere di protezione per i minatori che lavoravano in fondo ai pozzi ed il rilascio di un tesserino professionale. Nel frattempo alcuni minatori furono sospesi e altri licenziati.
Ora la Direzione non si limita a licenziare, si accanisce contro i minatori che lottano, per convincere tutte le miniere del Marocco a non assumerli. Il messaggio è chiaro: nelle miniere della Famiglia reale non c’è posto per le azioni di protesta. E’ il dispositivo di dominio del sistema capitalistico, il “mostro” nei confronti del quale indirizzare la giusta determinazione e l’organizzazione di classe dei proletari marocchini . Trovare oggi una via d’uscita, anche lì significa affermare la necessità di costruire il movimento reale che abolisce lo stato di cose esistente.

Alternativa di Classe

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