La repressione anti-operaia in Iran

da http://www.combat-coc.org/

Siamo quotidianamente bombardati dalle notizie sulla guerra condotta per un diverso assetto delle sfere di influenza, la conquista di territori, etc. in Medio Oriente dalle potenze globali e locali, guerra in cui il feroce e sanguinario sedicente califfato ISIS è solo una delle fazioni borghesi in lotta, che però ha avuto la particolare funzione di catalizzare e giustificare il conflitto in atto agli occhi dell’opinione pubblica.

Sui media borghesi si discute del recente vertice tra Russia, Turchia e Iran sulla questione siriana, rilevando come gli Stati Uniti non siano stati invitati, si cerca di prevedere quale sarà la nuova strategia della politica estera americana con la nuova presidenza Trump e quali ricadute potrà avere nella regione, … si parla sempre e quasi solamente delle borghesie al potere nei diversi paesi che si confrontano sul teatro di guerra mediorientale.

Al punto che, per la risoluzione di questo conflitto, anche in alcuni raggruppamenti della sinistra internazionale, italiana compresa, c’è chi punta su una delle fazioni borghesi in lotta, come la “resistenza siriana”, nei fatti inesistente come schieramento unitario ed autonomo, dato che nei 5 anni di guerra si è a più riprese frammentata, riorganizzata e allineata di volta in volta ad uno dei principali schieramenti in campo, che la finanzia ed arma. C’è chi invece vede come risolutivi, e perciò come “male minore”, i bombardamenti russi uniti all’intervento iraniano in appoggio ad Assad, e chiude perciò volentieri un occhio sulla repressione interna all’Iran, oltre che sui loro atroci effetti sulla popolazione siriana. Bastano le immagini della “battaglia di Aleppo” per non lasciarsi sviare da queste valutazioni ideologiche e “campiste”! [cfr. su questo sito: Aleppo, patrimonio dell’umanità: http://www.combat-coc.org/aleppo-patrimonio-dellumanita/]

La guerra tra Stati e fazioni borghesi è condotta sulla pelle dei proletari, il suo obiettivo fondamentale è quello di accaparrarsi i frutti del loro sfruttamento. La violenza della borghesia si esplica costantemente con la repressione delle lotte e delle organizzazioni operaie all’interno dei vari Stati nazionali. Ma le notizie su questo tipo di guerra scarseggiano, o sono pressoché assenti.

Vogliamo perciò qui fornire alcune informazioni sulla condizione di vita e sulle lotte dei lavoratori in Iran, una delle potenze mediorientali che stanno sgomitando per l’influenza in Siria, Irak e in generale nel Medio Oriente.

Negli ultimi anni in Iran la condizione di povertà è peggiorata, sia a seguito delle sanzioni internazionali contro il nucleare iraniano che della caduta del prezzo di gas e petrolio. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 70% in almeno 1200 città ed è tra il 40 e il 60% in circa 420 contee, secondo le dichiarazioni del vice-ministro degli Interni. Il prezzo medio delle abitazioni nelle aree urbane è aumentato del 24% dal 2011 al 2015. Sui 78 milioni di iraniani, 15 milioni vivono in condizioni di estrema povertà, 10 milioni abita in baracche perché senza alcun sussidio, né statale né di associazioni caritatevoli, non sono in grado di accedere ad un alloggio dignitoso.[1]  È recente (dicembre 2016), lo scandalo di una cinquantina di senzatetto, donne e bambini compresi, che si rifugiavano per la notte nelle tombe vuote del grande cimitero del sobborgo di Shahriar, nella provincia di Teheran, e dal quale sono stati cacciati a bastonate.[2]

Alle condizioni di vita si aggiungono quelle di lavoro, esemplificate da un tragico dato: dal 2010 al 2014 sei lavoratori sono morti ogni giorno per incidenti sul lavoro, circa 1400 l’anno, a cui si aggiungono 8400 vittime per malattie professionali.

Dal “Segretariato del Consiglio Nazionale di Resistenza d’Iran” veniamo a conoscenza che:

Il 4 dicembre 2016 a Teheran, Kermanshah e Kerman ci sono state manifestazioni di massa di lavoratori e di vari settori sociali. In particolare viene riportata la protesta degli insegnanti in pensione, che in 1500 hanno manifestato davanti al parlamento del regime. La loro denuncia: “La soglia di povertà: 900 dollari; i nostri salari: 300 dollari”; “Sussistenza, dignità è un nostro diritto inalienabile”; “Cure mediche gratuite sono un diritto per i pensionati”.

Anche i lavoratori del vetro e del gas hanno manifestato di fronte al parlamento, protestando per la politica predatoria del regime, per le misere condizioni di vita e per i bassi salari.

Il Sindacato degli autisti di autobus di Teheran e sobborghi, noto come Vahed Syndicate, hanno protestato contro il ritardo nel pagamento dei salari, contro il piano di privatizzazione della compagnia di autobus. Essi hanno anche chiesto le dimissioni del sindaco per il mancato pagamento dei sussidi e facilitazioni abitative già approvate dal consiglio comunale, per le alte imposte comunali giustificate dalle promesse di nuovi alloggi abitazioni popolari – un piano mai portato a termine ma che ha rimpinguato le tasche di politici corrotti.[3]

Contro le giuste rivendicazioni dei manifestanti sono intervenuti poliziotti in borghese che hanno attaccato, picchiato, ferito e arrestato almeno 30 manifestanti, membri del sindacato, e li hanno portati nella sede della “polizia di sicurezza”. Nonostante la brutalità poliziesca i lavoratori hanno continuato la protesta chiedendo e infine ottenendo l’immediato rilascio dei loro compagni. Il giorno seguente, 5 dicembre, è continuata la protesta contro l’attacco brutale sferrato dal sindaco, il generale ultraconservatore Mohammad Bagher Ghalibaf, ex capo della polizia iraniana, e dalle forze di polizia. La società di trasporti ha cercato di intimidire la protesta, filmando gli autisti in lotta che rifiutando di ottemperare ai suoi ordini, hanno guidato tutto il giorno a fari accesi senza superare i 30 km/h.

A Kerman hanno protestato anche i minatori della miniera Mashouni per il mancato pagamento dei loro magri salari.

Il 24 e 25 dicembre in alcune città iraniane ci sono state nuove proteste di lavoratori per le condizioni di vita e per le paghe arretrate, tra questi gli studenti laureati della Petroleum University of Technology e un gruppo di lavoratori del progetto per l’autostrada Poonel –Taleh.

Il 3 gennaio oltre 3000 aderenti al sindacato Labor Community Union, provenienti da Teheran, Semnan, Qom, Qazvin Mazandaran, hanno protestato nella capitale di fronte al parlamento iraniano contro la fusione del Fondo di previdenza sociale con altri Fondi.

In occasione del 1° maggio del 2016 l’OMCT, l’Organizzazione Internazionale contro la Tortura informava che:

Le autorità iraniane hanno consentito solo all’organizzazione filo-regime “Casa del Lavoro” di tenere una manifestazione a Teheran e in due altre città, il 30 aprile. Hanno invece reiterato il divieto per i sindacati indipendenti di commemorare pubblicamente la giornata dei lavoratori. Le intimidazioni contro gli attivisti sindacali da parte delle autorità era iniziata già nell’ultima decade di aprile … Alla data del 10 maggio erano incarcerati almeno 10 attivisti sindacali per “crimini” relativi al loro impegno per la difesa dei diritti dei lavoratori. Un’altra quindicina sono stati rilasciati in attesa di processo o di appello; alcuni di questi, dopo essere stati arrestati, picchiati, torturati, hanno già trascorso alcuni anni di carcere con sentenze del tutto arbitrarie, in base a capi di imputazione a volte neppure comunicati.  Molti altri attivisti, una dozzina nel solo 2015, sono stati rilasciati solo dopo aver trascorso tutto il periodo di carcere comminato.

Decine di lavoratori che hanno protestato chiedendo il rispetto dei loro diritti sono stati detenuti per diversi giorni e poi rilasciati su cauzione; alcuni di loro sono stati processati altri sono in attesa di processo. Tra questi ultimi riprendiamo alcuni casi: 30 lavoratori della società mineraria Chadoromlu perché protestavano contro i tagli di indennità (2015); 28 del gruppo Khatunabad Copper che protestavano contro licenziamenti (2016); 10 lavoratori dell’Area Industriale Asaluyeh che chiedevano il pagamento dei loro salari (2016); 12 lavoratori della società cementiera Dorud che chiedevano misure di sicurezza sul lavoro e protestavano contro il taglio di indennità e le minacce di licenziamenti (2016); 9 lavoratori della miniera di ferro Bafq, che protestavano contro le condizioni di lavoro dopo aver partecipato ad un sit-in di quasi 5000 minatori, durato 39 giorni (2014); 3 minatori della miniera Tazreh, che chiedevano i salari e le indennità arretrati (2016).

Ma, nonostante la repressione, sono cresciute in Iran le proteste dei lavoratori di diverse fabbriche e impianti. OMCT calcola che nei dodici mesi precedenti il maggio 2016 ci siano stati oltre 500 scioperi, manifestazioni e proteste contro licenziamenti, per rivendicare il pagamento puntuale dei salari, aumenti salariali, miglioramenti contrattuali e delle condizioni di lavoro.

Queste le rivendicazioni presentate in occasione dello scorso 1° Maggio da due gruppi di sindacati indipendenti, per lo più simili anche se purtroppo presentate con risoluzioni separate:

  • Rilascio incondizionato di tutti gli attivisti operai, insegnanti, attivisti sociali e politici.
  • Libertà di costituzione di organizzazioni indipendenti; diritto di sciopero di protesta, di manifestazione, riunione, e per tutti libertà di pensiero ed espressione, di stampa e di costituire partiti politici.
  • Revoca delle restrizioni alla creazione di organizzazioni operaie indipendenti e rispetto dei diritti dei lavoratori, in particolare in riferimento alle convenzioni 87 e 98 dell’ILO, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro.
  • Aumento di più di 4 volte del salario minimo per legge per adeguarlo al costo della vita e alla soglia di povertà.
  • Fine della politica di austerità.
  • Abolizione delle leggi discriminatorie contro le donne.
  • Abolizione del lavoro minorile
  • Stop alla discriminazione e all’ingiustizia contro i lavoratori immigrati, in particolare afghani.
  • Riconoscimento del 1° Maggio come festività pubblica e revoca di qualsiasi restrizione per la sua celebrazione.

Una lotta quella della classe operaia iraniana, che continua anche se non fa notizia e il cui esito, se favorevole ai lavoratori, ha la potenzialità di sconvolgere in modo sostanziale i rapporti sociali su cui si regge il dominio della classe che produce i conflitti militari in corso.

Il regime della repubblica islamica,  per questa situazione di feroce repressione antiproletaria, oltre che per l’oscurantismo religioso e per l’oppressione delle donne,  dimostra di essere  un regime reazionario e nemico della classe lavoratrice e che pertanto qualsiasi posizione che, in nome di una borghese realpolitik, lo appoggi per il suo presunto antiimperialismo è estranea al comunismo inteso come movimento di emancipazione sociale ed è una posizione interna al campo borghese.

La nostra solidarietà va ai proletari del Medio Oriente, sia a quelli che subiscono gli orrori della guerra dopo che la loro rivolta è stata schiacciata nel sangue da Assad in Siria, che a quelli che subiscono la repressione statale per i loro tentativi di organizzarsi e di lottare come classe,(come in Iran, ed in Egitto.

[1] Iran Focus, 16.04.2016

[2] Al Monitor, 27.12.2016

[3] Echo d’Iran, Bulletin d’information sur le mouvement ouvrier en Iran, gennaio 2017; IASWI, International Alliance in Support of Workers in Iran, 4.12.2016

Facebook

YouTube