Al Capponi, dopo le Invalsi, tattiche di intimidazione e repressione del dissenso

APPELLO PER LA COSTRUZIONE DI UNO SPEZZONE STUDENTESCO NELLA GIORNATA DI LOTTA DEL 17 MAGGIO</p><br />
<p>Con il Job’s Act, il governo guidato dal giovane rottamatore Renzi e sostenuto da un’ampia maggioranza trasversale, inaugura l’ennesimo violento attacco alle condizioni di vita e di lavoro di milioni di persone, aggiungendo un nuovo e importante tassello al progetto di cancellare gli ultimi residui di diritti sociali e di rendere le nostre vite sempre più precarie, ricattabili e sfruttate. In breve, il decreto legge 34/14 da poco approvato inasprisce la cosiddetta flessibilità in entrata, introducendo novità sostanziali rispetto alle riforme precedenti. Infatti, la semplificazione dei contratti a termine, oltre ad estenderne significativamente la durata e l’utilizzo da parte delle aziende, cancella l’obbligo (finora vigente ma in pratica quasi mai rispettato) di giustificare l’uso dei contratti a-tipici solo in presenza di cause eccezionali e temporanee. D’altro canto, viene potenziato il contatto di apprendistato come forma privilegiata di inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. Quest’ultima diventerà sicuramente la forma di lavoro “usa e getta” preferita dai padroni, grazie a salari ridotti fino al 35% e nessun obbligo di assunzione alla scadenza del contratto o di rendere conto agli enti pubblici circa formazione professionale svolta all’apprendista. Il salto di qualità compiuto dalla riforma è, dunque, epocale: da ora in poi, la legge sancisce che il tempo del lavoro stabile è definitivamente tramontato e che la precarietà deve diventare la condizione di lavoro tipica per tutti. Lo scopo evidente è quello di dividere ulteriormente la classe lavoratrice e spingere ancora più in basso i salari: con la scusa di far ripartire la crescita il capitale continua a scaricare i costi della crisi sulle spalle dei lavoratori. Ma il peggio deve ancora venire, poiché questi provvedimenti sono solo il primo passo della nuova riforma siglata Renzi. Riforma che, in realtà, di nuovo ha veramente poco. Si tratta, anzi, di una vecchia novità: quella del capitale in lotta contro il lavoro.</p><br />
<p>Parallelamente alla ristrutturazione del mercato del lavoro, le numerose riforme di scuola e università hanno disegnato un sistema formativo a uso e consumo delle esigenze di profitto delle aziende private, che inevitabilmente subordinano la vita, le aspirazioni e le aspettative lavorative di noi studenti. Mentre i capitali privati controllano ormai direttamente la produzione culturale nelle scuole e negli atenei, e mentre i costi dell’istruzione crescono a tutti i livelli costituendo de facto un meccanismo di selezione di classe, per noi giovani il mondo della formazione assume le caratteristiche di una enorme palestra di precarietà. Un campo di addestramento per la forza lavoro flessibile, dequalificata e sottomessa che andrà ad ingrossare la schiera di lavoratori a basso costo con cui le imprese tentano di salvare i loro profitti dalla crisi. Infatti, durante tutto il percorso di studi siamo sottoposti ad una continua selezione attraverso i test INVALSI, i corsi a numero chiuso, i test di autovalutazione e le lauree 3+2+n. La cultura che ci viene sottoposta è sempre più dequalificata, nozionistica e ideologica. Le stesse modalità di trasmissione del sapere ci impongono un ruolo completamente passivo, inculcandoci una forma mentis basata sulla produttività e flessibilità. Lo stesso discorso vale per l’ideologia meritocratica che costituisce il vero pilastro su cui si regge tutta la costruzione dell’attuale sistema formativo. Essa, non solo nasconde e legittima la selezione di classe presentandola come il giusto e naturale incentivo al merito individuale di ognuno, ma scatena una accanita competizione tra gli studenti più produttivi poiché solo i migliori saranno premiati. Per il capitale, infatti, è fondamentale eliminare qualsiasi focolaio di pensiero critico, inculcandoci la cultura del mercato e dell’auto-imprenditorialità. La competizione nelle scuole e nelle università è, purtroppo, effettivamente “formativa”, poiché prefigura la nostra posizione su mercato del lavoro, addestrandoci all’individualismo e fornendoci una coscienza competitiva che ci impedisca di organizzarci collettivamente per reclamare condizioni di vita e di lavoro dignitose.</p><br />
<p>Il punto è che noi studenti siamo, prima di tutto, lavoratori: forza-lavoro in formazione, certo, ma sempre più spesso diventiamo forza-lavoro vera e propria, grazie ai tirocini non retribuiti inseriti obbligatoriamente nei nostri piani di studio universitari; oppure siamo costretti a mille lavoretti precari per sopperire ai tagli al diritto allo studio ed all’aumento dei costi dell’istruzione. Pertanto, non possiamo analizzare le trasformazioni nel mondo della formazione isolandole dalle dinamiche complessive della società capitalista in cui viviamo. Le politiche di austerity e le riforme del mercato del lavoro che introducono maggiore “flessibilità” sono i nostri primi nemici. Del resto per molti di noi il job act è una realtà già da tempo: lavoro nero, stagionale o a chiamata, sindacalizzazione impossibile, contributi inesistenti. Ci hanno raccontato che siamo la “generazione senza futuro” per colpa di quei lavoratori “garantiti” che non vogliono rinunciare ai propri “privilegi sindacali” per far posto ai “giovani”. In realtà, la colpa è solo dei padroni che non vogliono rinunciare ai loro profitti! I contratti precari a termine, i tirocini e i contratti di apprendistato contribuiscono a peggiorare le condizioni di vita e di lavoro di tutti, anche dei cosiddetti “garantiti”, perchè frammentano la classe lavoratrice riducendone la forza contrattuale. Allora, l’unica alternativa a questa “devastazione e saccheggio” delle nostre vite si trova nella lotta autorganizzata. Nel creare spazi di antagonismo e crescita collettiva all’interno delle scuole e delle università, contro i criteri selettivi di merito e produttività, contro gli INVALSI, contro i tirocini non retribuiti, per il diritto allo studio e per una cultura che sappia porsi in rottura con l’attuale società capitalista.<br /><br />
 Ma, come studenti e futuri lavoratori, dobbiamo organizzarci anche al di fuori del mondo della formazione per contrastare attivamente le politiche dei governi insieme a tutti i soggetti sociali che, come noi, subiscono la crisi e lo sfruttamento. Per la giornata del 17 Maggio, contro le politiche del governo Renzi, costruiremo uno spezzone studentesco che sappia valorizzare la specificità della nostra condizione di forza-lavoro in formazione, ma sempre nella consapevolezza che l’unica alternativa che abbiamo di fronte è tornare a sentirci parte della stessa classe. Quella costretta, per campare, a vendere la propria forza lavoro a qualcun altro: precari o meno precari, disoccupati o occupati, italiani o stranieri, giovani in formazione o lavoratori strutturati.</p><br />
<p>http://www.colpolfirenze.org/?p=200

Riceviamo e pubblichiamo dagli studenti del liceo Capponi Machiavelli:

CONTRO LE INVALSI, VERSO LA MANIFESTAZIONE DEL 17 MAGGIO PIU’ INCAZZATI CHE MAI!

“Dopo le Invalsi. Tattiche di intimidazione e repressione del dissenso”

Martedì 13 maggio in ogni scuola d’Italia sono state somministrate agli studenti di seconda liceo le prove Invalsi, test già collaudati dai precedenti governi e che anche l’esecutivo Renzi non sembra voler abbandonare come strumento di omologazione degli studenti e di infiltrazione delle logiche di mercato nelle scuola italiana.

Già da qualche anno era partita una vasta campagna di mobilitazione contro questi test, che oltre ad attaccare la libera cultura che dovrebbe circolare nelle scuole, risultano essere molto stretti anche ai professori, costretti spesso ad abbandonare le loro peculiari modalità di insegnamento per lasciare spazio e tempo alla preparazione degli alunni alle prove.

Anche quest’anno qualche “testa calda” della nostra scuola ha deciso di andare contro le prove Invalsi, usando strategie di boicottaggio come il barrare tutte le caselle e strappare il codice a barre che permette l’identificazione dell’alunno, ridotto a una sdegnosa serie di numeri (peraltro, a regola, i test dovrebbero essere anonimi).

Due di questi “ribelli” hanno pagato cara la loro legittima azione di boicottaggio: entrambi sono stati puniti con un rapporto, misura di contenuta gravità che va però a colpire tutti coloro che negli ultimi anni si sono battuti contro le Invalsi.

Un provvedimento del genere andrà inoltre a creare un precedente nelle prossime generazioni di studenti di scuola nostra sottoposti alle prove, che non volendo eventualmente usare la forma “soft” di boicottaggio (l’assenza), saranno costretti a svolgere ugualmente i test nonostante il loro dissenso, sotto il ricatto delle misure disciplinari.

LE MENTI NON SONO VASI DA RIEMPIRE, MA FUOCHI DA ACCENDERE!

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