Alpi Apuane, la purezza che condanna. Un interessante articolo della rivista NUNATAK

Segnaliamo questo interessante articolo che abbiamo trovato in rete.

(l’articolo è uscito in forma integrale sull’ultimo numero della  rivista NUNATAK che ringrazio per lo spazio concesso )

Il carbonato di calcio è piuttosto diffuso in natura, così come lo sono i marmi, ossia un derivato“metamorfologico” di calcari e dolomie. Quello che invece è piuttosto raro a superfici raggiungibili dall’escavazione umana è l’alchemica trasformazione di sedimenti calcarei in una roccia metamorfica bianca compatta, che per caratteristiche meccaniche si presta sia alla costruzione che al rivestimento. Il risultato di questa pseudo casuale combinazione di eventi geologici porta il nome di marmo bianco diCarrara.

Le Alpi Apuane, una piccola catena montuosa che si estende dalla Lunigiana alla valle del Serchio, sono costituite in gran parte da dolomia, scisti e arenarie, ma contengono in sé grandi giacimenti di questo marmo, che altro non è che una dolomia che per maggior compressione e conseguente innalzamento delle temperature si è purificata al punto tale da essere costituita quasi essenzialmente da carbonato di calcio. In effetti esistono centinaia di marmi conosciuti ed estratti, ma nessuno di questi è talmente puro da risultare bianco cangiante con le impurità che creano striature, dette venature. Per migliaia di anni questo materiale,tanto raro e tanto apprezzato esteticamente, ha fatto sì chel’estrazione nella zona della montagna divenisse una parte importante, e in alcuni periodi storici essenziale, dell’economia locale.

Strategia di per sé criticabile, visto che il marmo suo malgrado fa parte delle cosiddette “fonti” non rinnovabili. Infatti, non si può piantare, non si può irrigare, non si può coltivare, ma le istituzioni si ostinano a chiamare le cave -ossia le miniere – “agri marmiferi”. Di questi pseudo agri se ne contano poco meno di 200 nel solo comune di Carrara, che comunque raccoglie la gran maggioranza dell’estrazione marmifera. Ma come spesso abbiamo avuto modo di constatare in questo sistema basato esclusivamente sul profitto, al peggio non vi è mai fine. Così dopo un paio di millenni di estrazione, qualcuno si ricorda che il marmo non è solo il David di Michelangelo, le opere del Tacca, le conche per il lardo di Colonnata o le soglie di porte e finestre. Qualcuno ha la brillante idea di cominciare a far fruttare il teutonico lavoro fatto dalla “pachamama” in milioni di anni, per ottenerne semplicemente del carbonato puro e pronto all’uso in mille differenti impieghi, che spaziano dalla farmaceutica, all’industria alimentare a quella chimica.

Ora dovete sapere che questo regalo delle Apuane non è tutto bello e sano come quello che siamo abituati a vedere nelle ville borghesi e nelle riviste di arredamento: il marmo, essendo una roccia metamorfica di origine sedimentaria che acquisisce una struttura cristallina, è soggetto a decine di problemi che in gergo sono detti “difetti”. Inoltre, le dimensioni sempre maggiore degli standard commerciali richiesti dall’industrializzazione dell’estrazione, comportano una proporzione di scarto di circa il 70% di quanto viene estratto alla montagna.

E’ piuttosto facile comprendere che questo grosso problema dello scarto per anni ha funzionato da agente regolatore dell’estrazione, obbligando l’escavatore ad un etica mirata alla minor produzione possibile di tale scarto. In pratica,per lavorare la cava era necessaria una grande maestria, tramandata da padre in figlio, nel saper valutare la parte di monte che offriva materiale “sano”, limitando quindi lo “scarto”.  Questa etica,seppur legata alla sfera commerciale e non a quella ecologica,portava comunque ad una limitazione dell’erosione della montagna,che poteva quindi essere scavata solo in determinati settori e non abbattuta come se si trattasse di tagliare del formaggio. Ma alla fine degli anni ’80 del Novecento, per la prima volta nella storia delle cave di Carrara (le cui origini affondano fin dall’epoca romana), un uomo offrì un miliardo delle vecchie lire per acquistare un “ravaneto”, che è la tipica discarica a cielo aperto composta da migliaia di detriti di marmo che si può osservare nelle Apuane. Alla fine degli anni ’80,l’estrazione del marmo aveva già subito un incremento esponenziale dovuto all’utilizzo di nuove macchine, spesso provenienti dai settori delle miniere di carbone e dalla lavorazione del legname,opportunamente adattate al nuovo impiego. Questo ulteriore incremento della produzione, rendeva ancora più grave il problema rappresentato dall’accumulazione di quel 70% di scarto precedentemente citato.

Che qualcuno si fosse offerto di pagare per portarsi via tale“immondizia”, non poteva che apparire come un’ottima soluzione. Nessuno si oppose: che ci facciano pure il dentifricio, la pasta, i fertilizzanti, i cosmetici o le pitture per “noialtri”, già trovare qualcuno che si portava via gli scarti era un gran bel servizio, se poi questo qualcuno pagava pure,allora era proprio un gigantesco affare. Ma questa operazione, proprio come un enorme cavallo di troia, nascondeva nel suo ventre un pericolo cruciale: avrebbe ulteriormente velocizzato ed aumentato l’escavazione del marmo. Un’intera catena montuosa poteva così venire sgretolata per essere venduta come polvere.

Dare un prezzo, seppur minimo, a quel materiale di scarto che fino a pochi anni prima costituiva un freno all’estrazione, e l’interessamento da parte di diverse multinazionali a tale materiale, pronte quindi a investire enormi somme di denaro in mezzi per l’escavazione sempre più grossi esempre più veloci, ha portato, nel giro di pochi anni, ad un radicale cambiamento di quell’etica di escavazione precedentemente legata ad una sorta di economia domestica, ossia ad un’oculata gestione delle risorse del luogo dove si vive. I nuovi problemi creati dalla“produzione” degli scarti sono innumerevoli dal punto di vista tecnico: i fronti di cava diventano in pochi anni altissimi, mentre i monti “muovono”; i pericoli oggettivi vengono incrementati dall’aumentata velocità di estrazione e dal conseguente poco tempo che viene concesso alle montagne per “cicatrizzare” le proprie ferite; gli incidenti si succedono a ritmo serrato, ma vengono nascosti un po’ per omertà, un po’ per paura.

Quello a cui viene invece dato un’importanza forse esagerata, è il continuo depositarsi di polveri sottili in città, dovuto al costante transito dei camion che scendono dalle cave. Se si ricorda la percentuale di scarto in produzione, è facile comprendere che per ogni 3 camion che trasportano blocchi ce ne sono 7 che trasportano “scarti”. E se non si fosse affermato tale business dei “sassi”, è probabile che di camion che trasportano blocchi ne passerebbero 2.

Ma la matematica annoia il cittadino medio, mentre le polveri continuano a depositarsi e le vibrazioni causate dai nuovi bisonti gommati si sentono per 10-11 ore al giorno,dato che questi sono oggi i turni in cava, alla faccia di Meschi e di tutte le lotte per la riduzione dell’orario di lavoro combattute nel passato. Nascono così svariati comitati cittadini che vorrebbero la chiusura delle cave, il fermo dei camion o, se questo non fosse possibile, che almeno tali camion non passino sotto casa propria. Va bene che l’estrazione del marmo tagli le falde acquifere, va bene che le lame lubrificate con grasso sintetico inquinino l’acqua, va bene che le linee di cresta e le montagne in genere vengano modificate, tagliate, sgretolate, ma che mi si sporchi la camicia “firmata” stesa ad asciugare e mi s’impolverino i soprammobili di casa, questo è proprio è inaccettabile.

Le istituzioni e i vari “responsabili”che ignorano la qualità dell’acqua o la distruzione di un intera catena montuosa non possono rimanere indifferenti alla camicetta di Gucci e ai soprammobili spolverati con tanto amore che s’imbiancano in continuazione, e quindi trovano una soluzione: un’opera colossale di cemento armato, un sistema di tunnel e viadotti che porti i camion dai bacini di estrazione direttamente ai depositi e alle sedi disgretolamento e smistamento senza passare per il centro cittadino.

L’opera sarà pagata dal Comune con fondi pubblici, per ammortizzarla verranno venduti perfino i parcheggi in tutta la città,favorendo in tal modo un’ulteriore esodo della vita sociale dal centro storico verso i “nuovi” centri commerciali, ove la macchina si parcheggia senza pagare.

Carrara è oggi ridotta come un città fantasma, una sorta di centro minerario che eravamo abituati a vedere solo nei film western. Il Comune, che ha speso cifre da capo giro per costruire un “nastro trasportatore” ad uso e consumo di una multinazionale, ha nel frattempo chiuso biblioteche e teatri. A Carrara non ci sono luoghi di aggregazione, ma la cittadinanza ringrazia sentitamente perché finalmente non ha più la polvere, ma solamente quella di marmo “ehh” .

Ma questo costosissimo sistema di gallerie (pomposamente appellata “strada dei marmi”) potrebbe essere solo la punta di un iceberg, il primo pezzo di un progetto molto più esteso che mirerebbe, tramite la costruzione di un’altra strada e di un ulteriore traforo, a collegare tutto il versante nord delle Apuane, condannandolo così alla stessa sorte del versante marittimo. Ottimizzando il trasporto si avrebbe quindi una nuova area di attacco e il risultato sarebbe catastrofico. Oltre tutto, la zona predestinata per il passaggio del tunnel, ossia il monte Tambura, è uno dei luoghi più selvaggi e ricchi di storia e tradizione di tutta la catena montuosa.

Come uomini liberi abbiamo il dovere di difendere le nostre montagne da questa nuova speculazione, non tramite gli organi istituzionali che hanno da tempo dimostrato di essere collusi e compiacenti nei confronti di chi offre grossi affari in cambio di “acqua buona” e “ossigeno puro”, bensì con una lotta decisa e determinata, utilizzando ogni mezzo a nostra disposizione.

Qualora dovessero decidere di estendere il progetto e traforare la Tambura i “briganti della Vandelli”torneranno alla montagna*

*La via Vandelli fu un ambiziosoprogetto voluto dal Duca di Modena per aver un collegamento al mare.La strada finì ben presto in disuso per via della difficoltà dimantenerla agibile in inverno e per i grossi costi di manutenzione.Venne così utilizzata da briganti e contrabbandieri che lapercorrevano, a rischio della vita, per commerciare o per scapparedalle persecuzioni.

Altri articoli usciti su NUNATAK  : http://www.ecn.org/peperonenero/nunatak.htm

Alpi Apuane, la purezza che condanna. Storia delle mie montagne, “decimate” come ermellini per l’unica colpa di essere candide Il carbonato di calcio è piuttosto diffuso in natura, così come lo sono i marmi, ossia un derivato “metamorfologico” di calcari e dolomie. Quello che invece è piuttosto raro a superfici raggiungibili dall’escavazione umana è l’alchemica trasformazione di sedimenti calcarei in una roccia metamorfica bianca compatta, che per caratteristiche meccaniche si presta sia alla costruzione che al rivestimento.

Il monte Sagro 1749mt ricoperto da una lieve nevicata, ai piedi l erosione selvaggia delle cave.

Un fronte di cava, altezza media di una “bancata” (segni di lavorazione visibili) 6-9mt . Visibile una casa a due piani evidenziata dal simbolo

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