dal sito: www.geocities.com/comunautilus/interventi/nonviolenza.htm

14-12-'01

Perché una scelta nonviolenta

Roberto Silvi

In Italia il dibattito sulla nonviolenza si è esteso a macchia d'olio, da quando il movimento antiglobalizzazione sembra averne fatto il suo strumento di battaglia. E questo è avvenuto in maniera tanto più naturale quanto più profondo e lacerante è stato, negli anni settanta il confronto sull'uso della violenza.

A parte la maldestraggine dei vari goffi tentativi di farne una bandiera da parte degli improvvisati o radicati leader del movimento quali Agnoletto o Casarini, il movimento, nella sua maggioranza, mi sembra decisamente orientato sull'uso di una nonviolenza attiva, non soggiogata alle regole del gioco e tutta tesa a imporre dei reali cambiamenti di rotta.

Sulle gesticolazioni 'mitopoietiche' delle tute bianche, già è stato detto molto per un verso dal mio amico Oreste Scalzone in varie occasioni e durante la teleconferenza che ha tenuto al DAMM di Napoli, e, in maniera precisa e come sempre pertinente, in un altro senso da Adriano Sofri nella polemica che lo ha visto confrontato a Casarini.

Quindi, messe da parte queste critiche che già sono state espresse sicuramente meglio di quanto possa fare io, mi interesserebbe dare il mio contributo a quanto si discute oggi proprio all'interno dei centri sociali o nei luoghi di associazione dove si vuole ancora 'cambiare la società', dove ancora le patenti disuguaglianze sociali sono vissute come ingiustizie, dove lo sviluppo basato sulla sola logica del profitto è visto con sospetto e se ne discutono le conseguenze negative sull'equilibrio ecologico mondiale, sui rapporti umani, sull'impoverimento crescente di ampie zone del pianeta e sulla mancanza di assistenza sanitaria nelle regioni più povere del mondo, dove ancora si discute di quali strumenti utilizzare per arrivare a cambiare tutto questo.

Io sono stato implicato nei movimenti della lotta armata degli anni '70 in Italia e ho collezionato anch'io i miei bravi anni di condanna per banda armata, quindi non vorrei che questa mia filippica a favore della nonviolenza e della disobbedienza civile fosse presa in maniera distorta. Già sento le orecchie fischiarmi per i commenti del tipo: "ci mancava solo lui, che diritto ha di parlare... ci poteva pensare prima... chissà che interessi ha... forse si vuole rifare una verginità."

Di verginità tardiva non ne ho bisogno, anche perché diffido di chi pensa di aver avuto sempre ragione. Di interessi personali non ne ho, visto che la mia pena me la sono scontata tutta senza chiedere niente a nessuno né rinnegare niente, e inoltre non ho mai brigato nei sottoboschi politici. Inoltre credo che nessuno più di chi abbia sparato possa sapere quanto può essere inutile, se non controproducente la sua azione.

Ho letto su Lo straniero (www.lostraniero.net) l'articolo recentemente pubblicato di Gorge Lakey: La spada che guarisce: una difesa della nonviolenza attiva.

Vi ho trovato un interesse particolare perché l'autore, uno statunitense impegnato da più di vent'anni nelle lotte nonviolente nel suo paese, pone subito in evidenza tre caratteristiche della nonviolenza così come la intende lui:

1 - il carattere attivo e non passivo di accettazione del presente

2 - il suo carattere pragmatico e tattico

3 - la forza di prefigurazione che una tale azione può avere.

Ecco, su questi tre punti credo ci possa essere l'adesione più ampia per un'accettazione laica della pratica nonviolenta.

E' difficile pensare che una pratica nonviolenta sia avulsa da una scelta anche morale, da un riconoscimento dell'altro: 'La nonviolenza - ha fatto notare Antonio Vigliante, parlando in un convegno del pensiero e dell'azione di Aldo Capitini - è una rivoluzione per tutti, che, come ogni rivoluzione, deve combattere contro alcuni, ma lo fa avendo costantemente presente il loro stesso bene. La premura per l'avversario è l'essenza della prassi rivoluzionaria nonviolenta, che la distingue da ogni altra concezione rivoluzionaria'.

Anche se al suo posto scegliamo il termine di disobbedienza civile, impiegato dal poeta e saggista H. D. Thoreau, alla fine del XIX secolo, e già ampiamente usato dalle tute bianche per identificare la loro pratica, secondo me, l'implicazione etica della scelta nonviolenta resta un punto cruciale con il quale è necessario misurarsi, perché non resti un non detto, un rimosso, che tuttavia è presente in ogni scelta.

Nell'intervento di Lakey, tuttavia, non c'è nessun accenno al valore etico di questa scelta, ma solo a quello tattico e alla redditività che queste azioni hanno rispetto alle scelte violente. Quindi può costituire una base di confronto anche per coloro che delle scelte etiche non vogliono sentir parlare.

Per uno come me che ha creduto che la realizzazione del comunismo avrebbe portato al cambiamento della società e che lo scontro violento con la borghesia, con l'apparato militare dello stato, fosse inevitabile, e ci si doveva preparare per poter vincere questo scontro, accettare questi argomenti può essere difficile, ma uno sguardo attento sulle esperienze del passato non può che portare alle conclusioni di G. Lakey.

La sua analisi è, infatti, molto convincente, e risulta chiaro quanto le mobilitazioni non violente per ottenere degli obiettivi di cambiamento fino al rovesciamento nel loro insieme di imperi che sembravano incrollabili, come l'Iran dello Scià di Persia o l'India inglese dei tempi di Ghandi, siano state più efficaci di tante mobilitazioni di guerriglia guerreggiata.

Restando all'esperienza italiana degli anni '70, mi sembra che serenamente possiamo dire che le maggiori conquiste, sul piano dei diritti civili e direttamente operai, siano state ottenute proprio in quel periodo e con i peggiori governi democristiani, Rumor, Fanfani, Andreotti, etc... Non è stata la 'presa del potere rivoluzionario' che ha garantito l'approvazione dello statuto dei lavoratori, degli aumenti salariali, delle leggi sull'aborto e il divorzio, dell'apertura dei manicomi o delle riforme delle carceri e della scuola, ma una formidabile mobilitazione di tutto il paese, a partire dalle fabbriche che hanno portato i livelli di profitto a zero fino a far temere ai padroni per la tenuta del loro stesso potere. È stata quella eccezionale stagione di lotte a trasformare fin dentro il suo DNA il tessuto sociale dell'intero paese.

In questo clima si è inserita l'illusione di poter rovesciare completamente il sistema, con la forza delle armi, dando corpo a teorie che solo in pochi casi, e non sempre in modo perfetto, hanno raggiunto risultati concreti (vedi Cuba), oppure facendo ricorso a schemi teorici riguardo allo scontro delle classi ancora ottocentesche.

È possibile oggi pensare di avere l'esercito che si schiera con le lotte operaie come ai tempi della Comune di Parigi, dove fu la Guardia Nazionale che condusse la rivolta, oggi che gli Stati si dotano esclusivamente di eserciti professionali? Possiamo ancora pensare al capovolgimento delle guerre imperialiste in guerre di classe come nell'ottobre russo del 1917? Credo di no, ma è inseguendo questi miti uniti all'esempio delle lotte in centro e sud america, che alcuni di noi hanno preso le armi.

Già negli anni '70 il dibattito era molto avanzato sul fatto che non si trattava tanto di conquistare il 'potere', le strutture di comando, lo stato, ma di dar vita a quel 'movimento che distrugge e supera lo stato di cose presenti' che è il comunismo. Già allora si metteva l'accento sul fatto che l'importante è attivare un movimento perenne nella società, che sappia partire dai propri bisogni e sappia battersi per trasformarli in diritti riconosciuti, e, laddove è necessario, anche per vie legislative. La forma dello stato che li riconosce è relativamente importante perché la sua natura sarà modificata dalla forza stessa dei movimenti.

A questo punto però ritorna la questione sul come raggiungere questi obbiettivi, e secondo me, almeno dal punto di vista puramente tattico, 'pragmatico', bisognerebbe ammettere che quanto affermato da G. Lakey costituisce il minimo fattore comune su cui convergere, e sposare, così, la nonviolenza come strumento di lotta.

Personalmente vorrei tuttavia sottolineare l'importanza del terzo punto che ho individuato nelle argomentazioni di G. Lakey e cioè la forza di prefigurazione che la lotta nonviolenta contiene in sé ed è capace di manifestare.

La pratica stessa di mezzi di lotta nonviolenta, dallo sciopero del lavoro a quello della fame, dalle occupazioni di case alle manifestazioni, dai sit-in alle marce dimostrative per la pace, etc..., può e deve risultare una denuncia di un mondo che soprattutto nel secolo scorso ha raggiunto livelli di ferocia inimmaginabili, tanto da rendere impossibile citare le atrocità avvenute senza incorrere nell'errore di dimenticarne la maggioranza. Voglio, tuttavia elencarne velocemente qualcuna delle più conosciute per evocarne l'orrore: i massacri delle due guerre mondiali con milioni di morti, il genocidio della Shoa, le bombe su Hiroschima e Nagasaki, i processi staliniani, i 30.000 morti causati dal colpo di stato in Argentina, quelli del Cile, in Rwanda, nel Kurdistan, le atrocità delle guerre in Yugoslavia, l'inestricabile e pazzesco conflitto mediorentiale, fino ad arrivare alla inaugurazione del nuovo millennio con la spettacolarizzazione dell'orrore con gli attentati in diretta a New York contro le Twin Towers.

Di fronte a quest'ultima manifestazione della violenza, ad esempio, è difficile sottrarsi alla pulsione immediata di solidarizzare con chi viene colpito in maniera così cieca. Come giustificare una strage così freddamente architettata per distruggere quante più vite umane possibili unicamente perché americane? Solo una mente guidata dal più feroce razzismo, ammantato di follia religiosa, può immaginare una cosa simile. Viene naturale allora pensare che una reazione è legittima, auspicabile, e che sia completamente fuori luogo una posizione invitante a volgere l'altra guancia. Solo che a reagire in questo caso è lo stato più potente del mondo, lo stato che ha fatto di tutto per raggiungere la posizione di leader mondiale dei sistemi capitalistici, non arretrando di fronte a nulla e rendendosi colpevole delle peggiori nefandezze, in nome della difesa della democrazia.

Anche se finora è giusto riconoscere che in due mesi di guerra e di combattimento, a quanto si sa, gli USA hanno fatto un numero di vittime largamente inferiore a quello fatto in un solo giorno da Bin Laden, assistiamo comunque a una lotta per la supremazia in uno scontro che passa sopra le nostre teste per interessi che è perfino difficile individuare sotto le ideologie 'democratiche' o dell'ottuso isterismo religioso.

Possiamo essere, e lo sono profondamente, solidali col popolo americano, ferito orribilmente e costretto ad un risveglio brutale dall'illusione dell'intoccabilità degli USA e dalla retorica della way of life americana. Ma come si fa a solidarizzare con Bush sapendo ciò che i governi degli USA hanno fatto finora nel mondo?

Lo potremmo fare come quando nei film western siamo dalla parte delle tute blu contro i cattivi sudisti, ancora schiavisti, ma lo facciamo dimenticandoci del genocidio degli indiani sul quale si è fondato l'intera struttura del nascente stato americano. O come quando assistiamo ad una partita di calcio e teniamo per la squadra del nostro paese senza pensare che fino al giorno prima abbiamo detto peste e corna del nostro paese e ci scordiamo del sistema commerciale che regge lo spettacolo calcistico.

In questo caso, restiamo esterni alla realtà, attori passivi di qualcosa che non abbiamo determinato noi e di cui accettiamo le dinamiche interne.

Mutatis mutandis, e mettendoci in una situazione enormemente più grave, non ci si può chiedere di schierarsi in un conflitto che ci sorpassa, e che è il punto di arrivo di sistemi portati all'estremo, di cui non condividiamo la natura, con da una parte la superpotenza americana, che pur difendendo una civiltà a noi più vicina, è l'espressione stessa dell'arroganza del capitale, e dall'altra un terrorismo odioso espressione di interressi misti dove i desideri di vendetta di un miliardario nostalgico della supremazia ottomana si coniuga con la disperazione di popoli diseredati sotto la bandiera unificante del fanatismo religioso e dell'antiamericanismo.

In questa scalata della follia, la pratica non violenta, allora, è già di per sé denuncia dello squilibrio esistente nel pianeta. È l'unico modo di sottrarsi a tutto questo e dichiarare la propria estraneità ontologica ad ogni moto di sopraffazione.

Se ciò che si vuole combattere è l'oppressione dell'uomo sull'uomo, questa è presente nello sfruttamento dei bambini nel lavoro nero e nella tratta delle nuove schiave sessuali, bianche o nere, nello sfruttamento in fabbrica e nell'oppressione delle donne, nelle violenze carnali e nelle coercizioni psicologiche, e il tipo di oppressione non è meno grave se ad esercitarlo sono soggetti diversi. La pena capitale è un orrore se praticata negli Stati Uniti o in Cina, gli attentati mortali sono ugualmente terribili se sono praticati dai kamikaze palestinesi o dai militanti dell'Eta.

Sono banalità che a quanto pare non sono mai ripetute abbastanza, come quella che il fine, lo faceva notare già A. Camus ne L'uomo in rivolta, non giustica i mezzi, ma li determina e viceversa sono questi ultimi a determinarlo.

Uno stato sorto sui massacri e sul sangue non eserciterà mai un governo libero e tollerante.

In che modo potrebbe avere credibilità una lotta di 'liberazione' che trascura l'oppressione interna esercitata sul proprio stesso popolo, ad esempio e in particolare, su quel 50% dell'umanità che sono le donne. Il burka, oggi è il più forte esempio di una guerra che si combatte anche in nome della liberazione di un popolo in cui la sorte delle donne e il loro ruolo rischia di essere sacrificato, ancora una volta, in nome delle ragioni superiori che riguardano l'interesse dei nuovi poteri da stabilire.

La prefigurazione di un modo diverso di intendere i rapporti umani si farà solo se nelle nostre pratiche di lotta faremo vivere già nel presente la nostra utopia.

La nonviolenza ci garantisce tutto questo: è una prassi, capace di metterci al riparo dalle semplificazioni autoritarie, anche le più intime, e ci costringe ad un confronto reale con l'altro.

Chiamarsi fuori dal balletto dell'orrido, che ci circonda in modo particolare in questo momento, dichiararsi estranei ad ogni forma di aggressione ed oppressione, è quanto di più urgente ci resta da fare.

Roberto Silvi

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DISOBBEDIRE NON BASTA

I malintesi della nonviolenza

Paolo Persichetti

Luglio 2002

" La nonviolenza oggi è la forma di mobilitazione

che il movimento assume come proprio paradigma,

sia per la convinzione del profondo intreccio

che deve esistere tra fini e mezzi,

sia perché oggi è l'unico strumento che ci permette di costruire,

in una realtà complessa, con forti poteri sovranazionali,

quel consenso necessario per modificare le regole del gioco

e per cambiare questa nostra società ".

Vittorio Agoletto, Il Manifesto 18 Luglio 2002

I tratti addolciti del viso tradivano la sua giovane età. Si era staccato dal gruppo e in una mano teneva una pietra che scagliò con tutta la sua forza contro un drappello d'uomini bardati con scudi e mazze, caschi e stivali, armi da fuoco alla cintola. Quasi appagato da quell'incosciente gesto di sfida, s'era voltato per riguadagnare le fila dei suoi compagni. Teneva larghe le braccia mentre le mani erano nude come in quella foto dell'anarchico diventata un manifesto, quando l'eco d'alcuni colpi di pistola risuonò nell'aria. I suoi compagni urlavano, mentre un poliziotto aveva freddamente preso la mira per fucilarlo alle spalle. In quel momento il suo sorriso si trasformò in una smorfia di dolore. Colpito alla schiena ma ancora incredulo continuò a camminare ma le sue falcate sembravano oramai passi di danza. Cadde sull'asfalto solo dopo aver compiuto una piroetta. Era il giugno del 2001, a Gotebörg. Il "movimento dei movimenti" solo per poco era scampato al suo primo morto. Un presagio maledetto che si avverò qualche settimana più tardi a Genova, in piazza Alimonda, dove un altro giovane, all'incirca della stessa età, venne ucciso da un coetaneo in divisa con un colpo in mezzo agli occhi. Carlo Giuliani la morte l'ha vista in faccia mentre gli altri manifestanti avevano avuto il tempo d'indietreggiare di fronte a quell'arma spianata. Forse era troppo tardi per fermarsi o forse non voleva arretrare, ma andare fino in fondo per impedire a quel braccio teso, armato e in divisa di Stato, di continuare la sua minaccia. Due colpi, una quiete irreale cadde d'improvviso sul campo di battaglia rotta poi da nuove grida, mentre il corpo di Carlo veniva oltraggiato dalle ruote del Defender dei carabinieri.

"Fiori velenosi venuti solo per sfasciare"1, non trovò migliore espressione una dirigente dell'organizzazione antimondialista ATTAC per liquidare i fatti di Gotebörg. Secca e adirata contro quella che ai suoi occhi sembrava una teppaglia neoluddista, madame Susan George, trovò più che normale che una pietra valesse un colpo di pistola tirato alle spalle. Autoconvocate, quelle orde d'insorti in cerca di sommosse non erano gradite. Disturbavano le ordinate kermes internazionali, i carnevali di strada, i convegni compunti dei professionisti dell'associazionismo, questa nuova burocrazia della società civile che pensa di poter fronteggiare gli irruenti spiriti animali del capitalismo ultraliberale pervenuto al suo stadio globale attraverso forme di regolazione economica, strumenti procedurali e regole etiche. Misure inadeguate quanto l'idea di poter fermare l'Oceano in tempesta con dei sacchetti di sabbia. Nello stesso periodo, un appello sottoscritto da intellettuali italiani e francesi, tra cui spiccavano le firme d'alcuni ex partecipanti ai movimenti politici degli anni Settanta, censurava le violenze e gli scontri di piazza, in modo particolre le brutalità commesse nei confronti di merci come "i cassonetti bruciati e le vetrine rotte". Costoro invocavano manifestazioni ordinate e ottennero nient'altro che le forze dell'ordine. Decisamente la storia non è intenzionata a smentire quell'adagio che vuole ogni tragedia ripresentarsi in farsa. Per nulla appagati da tanta stigmatizzazione etica prim'ancora che politica, prendiparola del Forum sociale genovese e leaders d'alcune componenti noglobal, sponsorizzati dai loro grandi elettori mediatici, lanciarono il ritornello infinito, e per giunta dopo un anno ancora non provato, degli infiltrati. Lo fecero a caldo, sopraffatti dal pregiudizio e da servile paura, quando il corpo straziato di Carlo Giuliani non aveva ancora un nome. Nei salotti volanti delle dirette RAI di prima serata che seguivano il G8 circolava ancora la voce che il giovane ucciso fosse uno spagnolo, di certo un basco, un black bloc in ogni caso. Gli invitati2, ancora accaldati per aver sfilato nei cortei del pomeriggio, attaccarono le forze di polizia colpevoli d'inerzia per aver lasciato devastare la città da bande di facinorosi vestiti di nero. Le forze dell'ordine avevano assalito i cortei quando questi sfilavano ancora lungo i percorsi autorizzati, in diversi punti della città i carabinieri avevano fatto uso d'armi da fuoco, in risposta gli acuti esponenti noglobal invece di pretendere meno forze dell'ordine invocavano più forza pubblica in piazza. Sollecitati con tanto ardore, il sabato successivo le forze di polizia eseguirono con zelo il loro mandato fin dentro alla Diaz. Immemore o forse ignaro che solo nei paesi dove vi è un controllo autoritario dello spazio pubblico le forze di polizia organizzano e svolgono il servizio d'ordine nei cortei, l'arrogante e mai pago presidente della LILA, Vittorio Agnoletto, pretendeva la tutela poliziesca per le sue sfilate nonviolente. Solo in tarda serata, sopraggiunta la notizia che quel manifestante deceduto altri non era che il figlio di un noto sindacalista della CGIL genovese, il "reprobo" Carlo Giuliani divenne finalmente un ragazzo da difendere, un imbarazzante martire da far proprio.

Le rughe del conflitto

Tornate le masse, riempite le piazze, anche il conflitto si è riaffacciato con le sue crudezze, le sue asperità e rugosità. In verità si è manifestato con un livello di violenza di piazza estremamente basso e dalle dimensioni sociali ristrette ma sufficienti per essere amplificato e rimbalzare sui media. Poco, molto poco, rispetto ad altre epoche o latitudini, a tal punto che si sarebbe potuto liquidare il fenomeno con alcune semplici domande : quante armi da fuoco si sono viste fino ad ora tra i manifestanti ? Chi ha invece fatto uso di armi ? Quante molotov sono state lanciate o trovate a Genova ? Trecentomila manifestanti e forse neanche una decina bottiglie incendiarie, per giunta di fortuna... Eppure fin da Seattle, le polemiche sulla violenza hanno accompagnato, ed in parte anche nutrito, i raduni anti G8, fornendo visibilità mediatica e capacità catalizzatrice al movimento antiglobalizzazione. Perché tanta ossessiva attenzione nei confronti di forme di violenza di strada a così bassa intensità ?

Forse una prima ragione la si può trovare nel ruolo assunto dai media, nel loro potere di decretare ciò che è accaduto e ciò che non è accaduto. Una dinamica perversa che tende a presentare o privilegiare come fatto avvenuto solo ciò che può essere venduto sotto forma di spettacolo sociale. Il G8 di Genova costituisce un esempio paradigmatico in proposito. La somma delle ragioni esterne (calcoli e attese politiche) e delle dinamiche interne all'informazione, proprie dell'evento mediatico, hanno prodotto un crescendo, una sorta di tam tam che ha soffiato lungamente sul fuoco, attizzando i rumori di rivolta. Genova doveva essere l'appuntamento della grande sommossa. Questo s'attendevano e volevano i media, quelli di sinistra per dare una spallata al governo di centrodestra appena insediato, quelli di destra per demonizzare l'avversario e legittimarsi dietro il riflesso repressivo della maggioranza silenziosa. Dopo Gotebörg nelle redazioni ci si era già preparati all'eventualità di nuove vittime, taluni per altro l'auspicavano politicamente. Le dirette televisive del primo pomeriggio di venerdi 20 trasudavano delusione per la scarsità degli episodi violenti da raccontare e mostrare. La manifestazione era ancora eccessivamente tranquilla. Un oceano di folla non valeva le vetrine di qualche banca. Solo più tardi, i corrispondenti hanno potuto finalmente appagare la loro sete di vampiri eccitati con le immagini sanguinolente, i fuochi e gli scontri. Dopo giorni e giorni di tam tam mediatico che chiamava alla rivolta, ripreso dalle farse della guerra comunicazionale dichiarata da alcuni gruppi (tute bianche), la trappola mediatica si è richiusa sul popolo degli ammutinati che si era raccolto nelle strade di Genova. L'icona del black bloc, emblema del bandito postmoderno, è stata marchiata col sigillo d'infamia dell'infiltrato e del provocatore. Lo spettacolo sociale dava vita ad una nuova telenovela infinita destinata a riproporre ad ogni futuro episodio una sorta di revisionismo storico in tempo reale.

Frattura ideologica e frattura sociale

Brevemente forse vale ricordare che i movimenti sociali sono sempre stati il prodotto di una convivenza obbligata, avvolte d'interesse, tra tendenze e approcci diversi. Pratiche più o meno nonviolente e condotte violente hanno coabitato ignorandosi o polemizzando, a volte persino confondendosi. A seconda delle circostanze, l'una è prevalsa sull'altra. Movimento di massa e forza d'urto; minaccia del numero e violenza dell'atto; forza delle ragioni e ragioni della forza; spessore e imponenza contro agilità, visibilità e incisività; guerra di posizione e guerra di movimento. Insomma, quando appare, un movimento sociale di massa rassomiglia ad un poliedro, forma geometrica dalle molteplici sfaccettature. Può accadere anche che ci siano movimenti omogenei o egemonizzati da alcune sue componenti, ma il più delle volte i movimenti emergono come "plurali", "molteplici", "variegati". Ora il fenomeno antiglobalizzazione si autodefinisce "movimento dei movimenti" e costitutivamente si ritiene attraversato dalla "contaminazione reciproca" delle sue componenti. Niente di più normale, dunque, che in questa fiera del molteplice vi siano dei settori (allo stato minoritari) che non escludono o privilegiano il ricorso a forme di violenza politica o d'azione illegale.

Pertanto la semplice violenza politica di strada, e prim'ancora l'idea stessa d'azione illegale, vengono maggioritariamente percepite dalle altre componenti come un tabù inviolabile. Esiste un nodo ideologico di fondo, egemone nel movimento antiglobal, che identifica la violenza come una risorsa illegittima e l'illegalità come una soglia difficilmente valicabile. Questa caratteristica ideologica è dovuta probabilmente alla sua attuale composizione sociale, predominano infatti le componenti cristiane e i ceti medi, le organizzazioni non (e para) governamentali, animate da approcci etici alla regolazione del capitalismo (economia solidale, finanza etica e previdenza sicura), oppure da pratiche procedurali (bilancio deliberativo), o ancora da organizzazioni sindacali del mondo agricolo e contadino, organismi politico-editoriali e settori istituzionali legati a posizioni sovraniste o fordiste della politica, dello Stato e dell'economia. La frattura ideologica e politica che si delinea attorno al problema dell'uso eventuale della violenza e dell'illegalità ripercorre la stessa frattura sociale che divide il nuovo mondo della precarietà, il popolo dei selvaggi delle periferie urbane, generato dal capitalismo postfordista, dai ceti medi o i gruppi sociali dotati di tutele sindacali e corporative che pensano di poter regolare la globalizzazione ultraliberale.

* * *

Siamo curiosi di capire meglio cosa racchiude questa cultura che si definisce "nonviolenta", ma che stenta a darsi una coerenza e un rigore forti. Dietro l'etichetta nonviolenta infatti si raccolgono posizioni ed argomenti fin troppo eterocliti che fanno pensare a volte ad un uso strumentale di questo labello positivo, sorta di appellazione DOC, legittimante agli occhi dei poteri costituiti. Quando il presidente della LILA (lega italiana per la lotta all'aids), membro di rilievo nazionale del movimento antiglobal, portavoce del mondo del volontariato, partigiano della nonviolenza, condanna gli attacchi contro le infrastrutture e le merci (cassonetti, vetrine di banche e società d'interim, supermercati, concessionarie auto...) con un'acrimonia tutta particolare, che si avvale di una stigmatizzazione etica che eccede la semplice censura politica, e poi sfila - senza esprimere riserve - in un corteo che inneggia a massacri di kamikaze contro una popolazione civile, qualche cosa in questa presunta cultura della "nonviolenza" non funziona. Che un cassonetto bruciato possa essere infinitamente più grave di un giubbetto imbottito di chiodi e d'esplosivo fatto conflaglare dentro un autobus o nel bel mezzo di un mercato popolare, non ci persuade.

In Italia, per diciannove anni, un'organizzazione combattente comunista, le Brigate Rosse, ha praticato la lotta armata, realizzando attentati mortali e ferimenti contro obiettivi statali, governativi o legati all'impresa e all'economia capitalista, subendo anche delle perdite. Questo gruppo ha teorizzato e messo in pratica il rifiuto sistematico del ricorso a strumenti d'attacco, come l'esplosivo, che rischiassero anche solo ipoteticamente di colpire nel mucchio, di ferire o uccidere involontariamente la popolazione civile. Per queste ragioni, essa ha sempre scelto di colpire in modo ravvicinato e con armi sicure i suoi obiettivi, mettendo ogni volta a repentaglio i suoi stessi militanti. Iper sanzionati dalla giustizia, gli uomini e le donne delle Brigate Rosse, come quelli e quelle d'altre organizzazioni dello stesso tipo, sono stati stigmatizzati e ultracriminalizzati, tra l'altro anche in nome della nonviolenza, da un tipo di personale politico che oggi invoca miriadi di giustificazioni e attenuanti per ridimensionare il reclutamento e poi l'invio di giovani "martiri" imbottiti di chiodi e tritolo, da parte di capi clan e notabili locali i quali risparmiano accuratamente i propri figli, per farsi esplodere tra la folla, spesso appartenente ai ceti più popolari.

Questa nonviolenza a geometria variabile, questa etica delle latitudini, merita d'essere verificata nella sua pertinenza etico-filosofica e socio-storica. Troppo spesso gli argomenti da essa sollevati sono sorretti solo da capovolgimenti di significati, da pregiudizi e malintesi e da una sospetta connivenza con l'idea di legalità.

Della nonviolenza come declinazione dell'Etica

Per sostenere le ragioni della nonviolenza alcuni autori ricorrono ad argomenti sorretti da quella che i testi definiscono etica della convinzione anteposta all'etica della responsabilità, entrambe fondate su logiche razionali ma che privilegiano fattori diversi: per esempio, la coincidenza dei mezzi col fine, di contro all'asimmetria dei mezzi dal risultato. Ragione morale contro ragione cinica insomma. Accade spesso, dunque, che il tema della nonviolenza venga affrontato sulla base di convinzioni etiche o religiose. Nella maggioranza dei casi, infatti, la pertinenza, o meglio la superiorità di questo metodo è affermata facendo un uso diretto di argomenti morali oppure lasciandosi ispirare da questi, ma pescando ragioni e tesi su un piano storico o pragmatico.

Altri autori però, resi più accorti nella scelta dei loro argomenti dalla fragilità delle dimostrazioni morali di fronte alle repliche dell'esperienza storica, privilegiano nuove strategie argomentative, preferendo ricorrere alla ragione strumentale, per spiegare come la nonviolenza si sia mostrata storicamente più efficace e per questo (dunque su una base puramente utilitarista) superiore. In fondo, lo stesso Gandhi usava dire che se posto di fronte al dilemma della scelta tra passività e attività violenta, avrebbe preferito la violenza poiché comunque questa restava una forma d'azione. E l'azione contro ogni passività era ai suoi occhi il bene superiore3 . Ed è vero che conquistata l'indipendenza, la nazione indiana non ebbe difficoltà a dotarsi di uno Stato con un esercito, una polizia, dei tribunali, delle prigioni. L'esperienza gandhiana si risolse in un incredibile paradosso, l'abile inversione dei termini propri all'etica della responsabilità: i mezzi al posto dei fini e i fini al posto dei mezzi. In luogo dei tradizionali metodi dettati da un utilitarismo pragmatico (che non escludono l'uso della forza), egli sostituì dei mezzi morali come la nonviolenza per dare spazio a dei fini che sopprimendo gli obbiettivi etici nonviolenti suscitavano la nascita di uno Stato, organismo che per definizione costitutiva esercita il monopolio della forza legittima. L'essenza della concezione gandhiana della politica si risolve in una sorta d'invito continuo all'azione, alla lotta contro la servitù volontaria. Quella gandhiana è stata un'etica suprema della mobilitazione, dell'agire, della sottrazione dell'uomo alla passività e alla remissione, a quella che si può definire come una vera e propria "malattia della volontà". In Gandhi c'è l'idea che l'essenza della dignità umana stia nel prendersi in carico, nello stringere tra le mani la propria vita e il proprio destino. L'uomo è in piedi solo quando sa camminare sulle proprie gambe e scegliere autonomamente la propria strada, altrimenti resta un mammifero supino. La lezione gandhiana traduceva a suo modo una tradizione filosofica che almeno dalla modernità vede iscritti pensatori della portata di Spinoza, Rousseau, La Boetie, Marx.

La nonviolenza, intesa come comportamento fuoriuscito da una pratica che s'ispira all'etica della convinzione, è posta di fronte ad una insormontabile contraddizione: l'assunto etico per avere validità intrinseca, ovvero per rispondere al criterio di coerenza interna, deve intendersi come assoluto. Esso non può trascegliere, adattarsi alle circostanze. Fu questo il grande dramma dei pacifisti nonviolenti del Novecento, in particolare di fronte alla seconda guerra mondiale. Molti alla fine raggiunsero, sulla base d'una scelta duramente meditata, le fila della Resistenza anti-nazifascista. Presero le armi insomma. Altri, restarono rigorosamente nonviolenti. Non vollero farsi coinvolgere dal conflitto, nemmeno di fronte alle nefandezze naziste, ai campi di concentramento. Molti di loro erano rimasti segnati da quel macello di carne umana che fu il primo conflitto mondiale. Avevano assistito a quell'orribile guerra, alle decimazioni decise dagli Stati maggiori contro le truppe insubordinate, agli assalti suicidi contro le linee nemiche. "Mai più !", s'erano detti. Les chemin des dames, in Francia, luogo mitico come da noi furono le alture del Carso, evoca immagini terribili d'uomini immersi nel fango intriso di sangue, dove orde di soldati venivano lanciati all'assalto e obbligati a calpestare i corpi dei propri compagni falciati dal fuoco nemico, per giorni e giorni, settimane intere. In Italia, le truppe venivano sospinte in avanti a suon di cannonate sulle retrovie, sparate non dal fuoco nemico ma da quello amico su ordine degli Alti comandi, mentre i carabinieri seguivano e arrestavano, fucilando sul campo chi rimaneva in trincea o s'imboscava nelle buche sotto i cadaveri. In Francia, a causa della loro scelta pacifista, molti militanti nonviolenti furono processati, comunque invisi perché sospettati di connivenza con la repubblica nazional-fascista di Vichy, che firmò l'armistizio e poi collaborò attivamente col nazismo.

Ora la nonviolenza etica, per le ragioni "predittive" che la caratterizzano (l'evocazione qui e ora, hic et nunc, della società che sarà domani), per la sua pretesa d'anticipare nei metodi una delle regole della società futura, dovrebbe condurre ad una rottura drastica, nettissima (non a caso Thoreau propugnava il rifiuto di pagare le tasse e l'obiezione di coscienza) con qualsiasi ordine costituito che esprimesse violenza, dunque innanzitutto con quell'organo che per definizione esercita la "violenza legittima", ovvero la coercizione legale, quale è lo Stato. Ogni atteggiamento che non fosse coerente con questa condotta verrebbe in qualche modo a trasgredire l'enunciato etico adeguando il proprio comportamento a ragioni d'opportunità inammissibili secondo i presupposti morali affermati. Il nonviolento non dovrebbe credere, ne tanto meno rispettare, i codici di procedura e i codici penali, i tribunali, la magistratura, per quello che esprimono e rappresentano: la legalità. E la legalità è per definizione l'esercizio procedurale di una dose (che s'accresce secondo le esigenze) di coercizione e violenza ritenuta necessaria alla regolazione sociale.

E se delle ragioni - anche comprensibili - d'opportunità vengono evocate, allora si abbandona il terreno dell'etica della convinzione per entrare in quello della responsabilità. Ovvero si sceglie di attuare una strategia i cui mezzi sono (nella fattispecie l'accettazione passiva di una violenza statuale sovrastante), per forza maggiore, non completamente conformi con i fini. Insomma, l'opzione nonviolenta diverrebbe una delle tante strategie dotate di tattiche duttili, fatte di compromessi, ragioni di circostanza, opportunità, ecc. In questo caso, poi, sarebbe ancora più sospetto un atteggiamento di censura netta della violenza esercitata da soggetti deboli, oppositori, contestatori, in ogni caso non appartenenti alle classi dominanti (detentrici del potere economico-finanziario e politico), senza un'eguale condanna aperta e un'azione di disobbedienza attiva e corrispettiva verso lo Stato. Non solo quando questi esercita materialmente violenza attiva, ma per il fatto stesso d'esistere in quanto istituzione. E se anche solo per brevità, tralasciamo il fatto che lo Stato sia quel grande Moloc che si è imposto grazie ad una violenza originaria potentissima e irresistibile che ha travolto le forme d'organizzazione sociale preesistenti, non si può non ricordare che lo Stato di diritto contemporaneo esprime tuttora quella che alcune teorie sociologiche chiamano la violenza simbolica. Ovvero: "quella violenza dolce, invisibile, sconosciuta come tale, scelta quanto subita" (Pierre Bourdieu, Le Sens pratique, Minuit, Parigi 1980). Una violenza mascherata che cela dietro una falsa naturalità gerarchie di valori, saperi, una somma d'ineguaglianze storicamente costruite che esprimono un rapporto di dominazione il più delle volte interiorizzato dai dominati.

Della nonviolenza come ragione pratica

La letteratura nonviolenta non risparmia argomenti in favore della possibilità d'affermare l'efficacia delle sue ragioni e dei suoi metodi sulla base d'un presupposto puramente " pragmatico ", ovvero l'analisi di pratiche storiche concrete, misurando " quali siano i mezzi che hanno maggiori possibilità di ridurre sofferenza, aumentare la giustizia e creare una nuova società "4. Terreno impervio, quasi improbo, quello delle pratiche concrete, accidentato da numerosi malintesi, confusioni ed equivoci storici, dovuti essenzialmente alla scarsa sistematicità del "pensiero nonviolento", al suo carattere spesso approssimato, poco aduso al rigore del concetto.

Una prima difficoltà sorge con i codici linguistici. Infatti, i riferimenti non sono affatto gli stessi tra i termini del dibattito che circola in Nord America e il dibattito Europeo. Testi della letteratura nonviolenta statunitense definiscono " metodi convenzionali " della lotta politica: le campagne elettorali, la propaganda politica, le azioni legali, le petizioni, la compilazione di lettere pubbliche, le attività di lobbing. Questi metodi sono ritenuti: altra cosa dall'azione nonviolenta, la quale definisce innanzitutto le " manifestazioni che hanno origine a livello popolare, quando le persone hanno bisogno d'agitazione di piazza per conseguire uno scopo"5. Questa definizione "a maglie larghe" sembra voler dire che l'azione nonviolenta si distingue dai metodi tradizionali perché non produce delega politica, non chiede mediazioni rappresentative ma si fonda sull'azione diretta, la partecipazione attiva dei soggetti popolari (e perché no delle classi medie ?); in secondo luogo, perché i requisiti di questa azione non tengono conto dei limiti imposti dal codice penale. Insomma, l'azione nonviolenta se ne infischia d'essere illegale. Se presa alla lettera, questa concezione della nonviolenza solleva numerosi problemi rispetto all'accezione che di essa viene fatta in Europa ed in modo particolare in Italia, dove i gruppi sedicenti nonviolenti fanno larga incetta di metodi "convenzionali", di deleghe e d'incoronazioni mediatiche e governamentali (vedi Genova), e confondono la nonviolenza con il rispetto pedissequo del codice penale.

Un secondo problema d'ordine storico sorge quando vengono citate alcune forme d'azione ritenute nonviolente: manifestazioni, sit-in (presidi), occupazioni e scioperi, boicottaggi 6. Ecco che una parte dell'arsenale più tradizionale delle pratiche esercitate nella storia del movimento operaio e dai gruppi politici a lui ispiratesi dal 1848 ad oggi (anarchici, socialisti, comunisti, di varia natura e credo, scuola, Internazionale - ma anche prima, si vedano i Luddisti, come spiega lo storico inglese Edward Thompson in, La formation de la classe ouvrière anglaise. Essi infatti non distruggevano solo i macchinari di fabbrica ma organizzavano scioperi, manifestazioni, praticando le prime forme d'agitazione politica operaia), diventano di colpo gli strumenti privilegiati dell'azione nonviolenta. Difficilmente si può contestare che queste forme di lotta appartengono al patrimonio genetico della cultura politica figlia del movimento operaio, il quale si è distinto storicamente dall'adesione teorica e pratica alla nonviolenza. Il movimento operaio è stato insurrezionale, rivoluzionario, violento, oppure riformista, legalista, istituzionale, ma solo marginalmente nonviolento (nonviolente, forse, possono essere ritenute le società filantropiche, o quelle fabiane e cartiste inglesi che si battevano per un riconoscimento dei diritti politici agli albori del movimento operaio, con strategie petizionarie. Strumenti che però la letteratura nonviolenta più radicale considera oggi convenzionali).

Le strade sono larghe, c'è posto per chiunque voglia condividere, gomito a gomito, i marciapiedi e le piazze, aderire o fare uso dello sciopero, delle occupazioni, dei presisdi ecc., ciò detto, però, è evidente che non può essere intrattenuta la confusione tra nonviolenza e semplice partecipazione a manifestazioni cosiddette "pacifiche", ovvero l'azione di massa, più o meno legale a seconda delle epoche e degli ordinamenti costituzionali. Una condotta condivisa trasversalmente dai più diversi orizzonti politici, sociali e religiosi. Se nonviolenza è sfilare legalmente e pacificamente lungo le strade, oppure occupare provvisoriamente delle piazze, previa autorizzazione fornita dalla questura, allora anche la manifestazione di Forza Italia del 19 novembre 2001, a Piazza del Popolo, era una iniziativa nonviolenta, al pari delle manifestazioni dei poliziotti francesi, che nello scorso dicembre hanno riempito le piazze rivendicando più soldi per le loro tasche e più prigione per gli altri cittadini. Qualunque manifestazione pacifica e legale, quelle attuate dalle forze di governo, come quelle dell'opposizione parlamentare, ovvero da forze politiche che non fanno minimamente cenno nei loro programmi, proclami e statuti, alla nonviolenza, che mai hanno contestato l'esercizio della violenza monopolistica da parte dello Stato e dei suoi apparati coercitivi, sarebbero l'espressione di pratiche nonviolente. Si arriverebbe al paradosso che si potrebbe manifestare in un modo ritenuto nonviolento l'adesione ed il sostegno ad una guerra. Evidentemente, in questo tipo di ragionamento, qualcosa non va !

Sciopero e nonviolenza

É un errore includere lo sciopero del lavoro come quello della fame nella lotta nonviolenta. E se il primo non è affatto ascrivibile come metodo peculiare alla tradizione nonviolenta, il secondo pur essendo una delle forme più identitarie delle condotte nonviolente, è ben lontano dall'essere un comportamento privo di violenza.

Lo sciopero del lavoro nella sua essenza è un'azione d'insubordinazione profonda, di confronto brutale tra rapporti di forza che sovente esula tutte le forme e le procedure: incrociare le braccia, tutti insieme, per bloccare la produzione delle merci padronali. Lo sciopero è un attacco durissimo alla proprietà, all'essenza della valorizzazione del capitale, poiché intacca le merci nel cuore della loro produzione mettendone in gioco la sopravvivenza. Proprio per questo la reazione padronale è stata sempre ferrea, senza risparmio di mezzi repressivi: venivano organizzate le serrate, reclutati i crumiri, organizzate le provocazioni di uomini di mano prezzolati, sollecitato l'invio della polizia, dell'esercito, lo scatenamento della magistratura. Gli operai allora furono costretti a difendere il loro sciopero, per non essere sconfitti prima di cominciare. Lo dovettero difendere conquistando l'autonomia gestionale e dunque politica delle società di mutuo soccorso, che erano nate, con Bismarck in Germania ed il secondo impero in Francia, come cinghie di trasmissione dirette del controllo statale sulla condizione operaia, attraverso la presidenza d'ufficio attribuita a commissari di polizia o a notabili fedeli. Nacquero poi i picchetti (ovvero il fatto d'impedire ai non scioperanti con l'intimidazione del numero, la presenza e la forza fisica, di entrare nei luoghi di lavoro. Infrazione prevista dal codice penale), le occupazioni (invasione per mezzo d'effrazione, intimidazione e forza fisica di proprietà altrui. Infrazione sanzionata dal codice penale), i boicottaggi e i sabotaggi (distruzione di beni e proprietà altrui. Infrazione perseguita dal codice penale), attorno ai quali per quasi due secoli si sono svolte lotte durissime, drammatiche, intrise di sangue, prigione e miseria, anche quando lo sciopero è infine divenuto un diritto tutelato costituzionalmente. Lo sciopero è stato e resta tutt'ora (seppur con attenuazioni, modalità e impieghi differenti) lo strumento comune a tutte le anime del movimento operaio, ma in particolare lo sciopero generale è stato un riferimento quasi mitico che ha alimentato gli universi ideologici più ribelli, contestatari e rivoluzionari : si pensi alla pratica divenuta a volte mito, dello "sciopero insurrezionale", l'elemento che doveva innescare "l'ora x", l'assalto finale (le officine Putilov nel 1917, quelle Fiat nel 1943), il connubio tra violenza insurrezionale e sciopero generale propugnato dal socialista George Sorel, autore del famoso libro, Grève générale et violence.

Lo sciopero della fame, poi, è semplicemente una forma di violenza mutata di segno, non più aggressiva ma autoagressiva. E' autofagia del corpo che comincia a nutrirsi dei grassi residui, i grassi bruni e poi di quelli che avvolgono gli organi vitali. Lo sciopero della fame è l'essenza ultima della vita nuda in rivolta, stadio finale d'un ammasso di carni messo ai margini, d'una esistenza ridotta a semplice carcassa che pur vedendosi dimagrire riesce ancora a sentirsi pesante. Chiuso ogni spazio alla parola e all'azione, resta il corpo nudo da mettere in gioco. Parola e azione agiscono in una comunità, entrano in rete, ma quando non c'è più possibilità di relazione, il corpo divorandosi diventa uno strumento di parola, forma ultima ed estrema d'insubordinazione. Lo sciopero della fame è accettabile quando a praticarla sono individui ridotti alla loro carcassa, prigionieri o schiavi in nude celle sotto sorveglianza, ma diventa una strategia del ricatto, moralmente disprezzabile, quando è impiegato demagogicamente da deputati e portaborse sotto i riflettori dei media. Altra cosa sono poi i digiuni propri della tradizione ascetica e spiritualista, iscritta nella cultura di molte religioni rivelate o senza theos, percorsi di purificazione intima, di testimonianza individuale, d'autismo politico o d'anoressia sociale. Una "bulimia dell'anima" che odia il proprio corpo, lo trova sudicio e vuole liberarsene, elevandosi dalla sostanza terrena oppure fondendosi col resto della materia naturale. Questa "fuga da se stessi" è difficilmente conciliabile con i parametri della razionalità politica Occidentale, in ogni caso è solo demagogia fatta col corpo voler iscrivere la natura asociale dei digiuni purificatori nelle pratiche della lotta politica che conosciamo e pratichiamo, o addirittura in quella del ceto politico-istituzionale.

La nonviolenza nella storia: un bilancio

Due sono gli episodi storici di maggiore importanza che appartengono alle fondamenta della cultura e dell'immaginario nonviolento:

Il primo è legato alla nascita della nazione indiana. Incontestabilmente l'episodio storico dove maggiore è stata la presenza della strategia nonviolenta. Non c'è qui lo spazio per svolgere un'analisi storica appropiata, ma quantomeno vanno fatte alcune osservazioni che ci consigliano d'usare delle cautele di fronte al mito fondatore (tipico di ogni nazionalismo) della nazione indiana. Se l'icona di Gandhi gioca il ruolo di grande padre (espressione saliente di quella che Max Weber chiamava " legittimità carismatica ", potere simbolico magnetico del profeta che può essere ben più lungimirante e equo del demos, ma certo non è sinonimo di potere democratico rappresentativo, partecipativo o diretto...), la nonviolenza è un mito delle origini. Mito lontano e assai paradossale per un paese che da allora non ha finito d'essere straziato da miriadi di conflitti nazional-religiosi e massacri indicibili (secessione del Pakistan e guerra latente perpetua ai suoi confini, rivolta Sik, irredentismo del Kashimir, guerra del Bangladesh), fino al punto di dotarsi della bomba atomica. La strategia Gandhiana si è potuta avvalere del fatto che il partito del Congresso condivideva parte della gestione del potere coloniale inglese. Seppur subalterna, l'elite indiana aveva posti di comando nell'amministrazione. Ciò ha senza dubbio favorito lo sviluppo di una strategia di lotta per l'indipendenza che procedesse per vie interne, appoggiandosi a forme organizzate di non collaborazione. Gandhi elaborò una strategia adattata ad un'India troppo povera e inferiore tecnologicamente per affrontare una guerra guerreggiata. Il ricorso all'imponenza del numero contro l'esigua minoranza dei colonizzatori doveva permettere la cacciata del ceto degli amministratori e degli affaristi che gestivano l'impero coloniale e le sue truppe. La forza del numero aveva margini per incidere nel negoziato avanzato dall'elite indiana anglofona, espressione d'un emergente capitalismo autoctono. Il contesto internazionale favorì la decolonizzazione, sostituita da un nuovo assetto più moderno dell'economia mondiale. La decolonizzazione inglese, francese, portoghese è un processo storico che s'avvia dopo la seconda guerra mondiale sotto l'emergere del nuovo binomio delle potenze mondiali fuoriuscito vincitore dal conflitto: USA e URSS. Gli inglesi s'eclissano dietro l'emergere del nuovo assetto dell'imperialismo economico statunitense. Il ruolo giocato dall'Unione Sovietica, limitrofa e divenuta l'alleato di riferimento dell'India nella regione, ebbe un peso importante. Il tipo di rivendicazione avanzata, ovvero l'edificazione nazionale (mal riuscita per altro), contribuì alla praticabilità della strategia nonviolenta. In effetti, se all'interno delle forze indipendentiste indiane fosse sorto un movimento d'ispirazione socialista, capace d'organizzare le masse contadine attorno alla rivendicazione dell'espropriazione dei latifondi, difficilmente avremmo ricordato l'epopea indiana come una lotta nonviolenta. E quanto fosse fragile, e per nulla predittiva, quella strategia, lo dimostrano i tragici avvenimenti successivi: partiti gli Inglesi scoppiò la guerra civile, seguita dalla guerra di secessione con i mussulmani (che diede vita al Pachistan), segnata da massacri religiosi ignominiosi e dall'assassinio dello stesso Gandhi. La sopravvivenza della società castale è una ulteriore conferma del fallimento della esperienza nonviolenta, mostratasi incapace d'edificare quei nuovi rapporti umani e sociali, fondati sulla riconoscenza dell'altro, ch'essa prefigura e dunque sul superamento d'una società suddivisa gerarchicamente dalla nascita e compartimentata in modo stagno. Paradossalmente la nonviolenza sembra aver contribuito, contro i suoi stessi intenti, ad accrescere quel sentimento d'acquiescenza e di passività che ha rafforzato la percezione della naturalità delle caste e minato l'opportunità d'una rivolta mossa dalla difesa della dignità umana.

L'altro esempio è fornito dalla stagione di lotte per i diritti civili negli USA. Nel caso delle lotte patrocinate dal pastore (anche lui ucciso) Luther king, vi è il desiderio d'iscriversi in una comunità nazionale riconosciuta dai rivendicatori (i neri) ma che pertanto li esclude. Insomma l'obiettivo spiega anche il metodo rivendicativo: pacifista, integrazionista, con una violazione a bassa intensità della legalità, fatto di possenti episodi d'insubordinazione sociale di massa, boicottaggio e schermaglia giuridica. La battaglia si limitava ad abolire l'apartheid per entrare a pieno titolo nella società ambita, non per cambiarla dalle fondamenta. E forse, la battaglia per i diritti civili è stato il solo terreno di lotta politica possibile, in un contesto animato dalla "guerra fredda" esterna che trovava il suo corrispettivo interno nella guerra civile camuffata contro il comunismo, che fu il maccartismo. I limiti di questa battaglia, il fatto che essa sia rimasta incompiuta, sono riconosciuti anche nella letteratura nonviolenta, che non esita a evocare "il razzismo che imperversa ancora" e l'assenza di "vittorie rilevanti"7. L'affermazione dell'eguaglianza formale non ha trovato un suo corrispettivo nell'eguaglianza reale tra le diverse comunità. Le classi sociali in possesso di un minore capitale economico e culturale si trovano ancora maggioritariamente nella comunità nera e in quella ispanica. La battaglia per i diritti civili è servita da volano per l'ascesa e l'allargamento della società dei consumi alle nuovi classi medie nere. Negli anni 70, le politiche economiche keynesiane hanno visto nell'integrazione della comunità nera le potenzialità per un nuovo allargamento dei consumi interni e dunque della domanda. L'affirmative action, è stata la traduzione legislativa delle lotte per i diritti civili, attraverso l'introduzione del principio di discriminazione positiva. In effetti, delle popolazioni danneggiate storicamente da pratiche sociali, culturali e istituzionali, discriminatorie e segregazioniste, vedevano riconosciuto il loro diritto al risarcimento, attraverso delle norme che introducevano procedure privilegiate, quote prestabilite, trattamenti specifici, che favorissero la piena integrazione ed il rapido recupero dell'handicap sociale subito. Questa strategia, abbandonata successivamente con l'arrivo della reaganomics, permise l'emergere di una classe media nera, di una nuova borghesia black. Paradossalmente, il gretto spirito comunitario ha più tardi introdotto la proliferazione delle identità comunitarie, presunte o reali (occorreva infatti essere riconosciuti come appartenenti ad una comunità vittimizzata per poter usufruire dei vantaggi dell'affirmative act), suscitando la rivalità tra comunità svantaggiate. In particolare si è insediato una sorta d'oligopolio che tende ad escludere le nuove comunità meno favorite, a non riconoscerle in quanto tali, per evitare di ridurre i vantaggi dovuti alla posizione di rendita offerta dalle pratiche di discriminazione positiva. In realtà, I limiti della battaglia per i diritti civili non sono dovuti alle forme di lotta impiegate ma ai presupposti teorici che le muovevano, ai limiti politici e culturali, alla gestione ispirata da gruppi religiosi cristiani, al loro carattere prettamente morale.

Nel corso degli anni 80 e 90, si sono sviluppate in Europa importanti lotte per i sans-papiers, attorno ai quali si sono raccolte gran parte delle famiglie politiche della sinistra, senza che emergessero divisioni sulle forme di lotta. Anzi, i gruppi più radicali, caratterizzati da una maggiore propensione alla violenza, si sono distinti tra quelli più accanitamente conseguenti nelle azioni d'appoggio ai clandestini, ai boicottaggi, alle occupazioni di luoghi, uffici amministrativi, centri di ritenzione e aeroporti, dove venivano realizzate le espulsioni (che nel lessico attuale verrebbero definite di disobbedienza, ma che all'epoca erano ancora percepite come pratiche tradizionali di lotta sociale). Al contrario, molti gruppi "nonviolenti" si sono caratterizzati per il fatto di limitare la loro azione al solo ricorso a procedure legali. Si palesa il dubbio che dietro l'ideologia della nonviolenza si celi, in realtà e sempre più, il tabù della legalità.

La nonviolenza attribuita : ovvero l'invenzione del successo della pratica nonviolenta

Gli esempi storici finora affrontati sono pertinenti. Si può discutere della loro portata, dei loro risultati effettivi: la vittoria della borghesia nazionale in India, accompagnata dalla costruzione di una società ultraviolenta e polarizzata socialmente; o ancora, l'emergenza d'una classe media nera negli USA che vede i suoi diritti rispettati, contrariamente a quanto avviene per il resto dei neri e degli ispanici di condizione proletaria o sottoproletaria. Si può dibattere della portata universale di queste lotte, ovvero del loro valore paradigmatico, della esportabilità o meno dei loro metodi oltre che dei loro contenuti (che abbiamo visto essere, gli uni e gli altri, assai modesti), ma incontestabilmente queste esperienze appartengono al patrimonio storico e culturale della tradizione che si definisce pacifista e nonviolenta.

Grossi problemi sopravvengono, invece, quando per dare forza al proprio discorso la letteratura nonviolenta cerca esempi storici altrove: nella rivoluzione komeinista che ha cacciato la scia di Persia in Iran, per esempio, oppure nella recente sconfitta di Slobodan Milosevic in Serbia, o ancora nella cacciata del dittatore Marcos dalle Filippine, tra gli zapatisti in Chiapas, con Solidarnosc in Polonia. O ancora quando addirittura si prova a spiegare l'arrivo al poter dell'ANC in Sud Africa con una presunta adesione ad una opzione politica nonviolenta, o quando si cita l'arrivo al potere del populista Chavez in Venezuela. Stranamente però, tra i diversi eventi evocati c'è un solo episodio che viene sistematicamente dimenticato: la "rivoluzione dei garofani" del 1975 in Portogallo. Forse perché quell'evento fu realizzato da militari, da comunisti che avevano applicato una strategia "entrista" nell'esercito, infiltrandolo, conquistando gran parte dei suoi quadri intermedi fino a decretare il giorno dell'insurrezione, del colpo di Stato. Un complotto rivelatosi incruento, viste le condizioni di decomposizione della società coloniale che caratterizzava il Portogallo dell'epoca. Non si sparò nemmeno un colpo di fucile, anzi i soldati sfilarono acclamati dalla popolazione con dei garofani infilati nelle canne delle loro armi, a dimostrazione che dei militanti rivoluzionari, dotati di un esercito, armati di una cultura che disdegna la nonviolenza, possono ritrovarsi vincitori senza bisogno di sparare un colpo. L'esatto contrario dell'India. A riprova del fatto che la natura violenta o nonviolenta di un evento dipende meno dalle convinzioni e dalle intenzioni dei soggetti che s'affrontano che dalle condizioni storiche che si presentano.

Per evocare in modo pertinente il contributo eventuale fornito dalla nonviolenza in episodi storici di sollevaione nazionale, lotta per l'indipendenza o in cambiamenti di regime, occorre quantomeno la compresenza di due elementi:

1) la presenza d'attori che teorizzino e pratichino in forma magioritaria questa strategia. Tale circostanza è riscontrabile solo in India e negli Usa degli anni 60. Nelle altre circostanze citate, non vi è un solo movimento che abbia giocato un ruolo politico importante, che possa ritenersi nonviolento. Vi sono forze politiche, gruppi di pressione, blocchi sociali, partiti religiosi, eserciti guerriglieri, che grazie a contesti particolari in alcuni casi sono riusciti a conquistare il potere senza il bisogno d'organizzarsi violentemente (e certo non per edificare una società nonviolenta), ma usufruendo dell'appoggio o della neutralità di polizia e forze armate o del sostegno internazionale d'altri Stati ;

2) la realizzazione degli esiti prefigurati dalla strategia nonviolenta, ovvero la presenza di relazioni sociali nuove, fondate sul riconoscimento dell'altro, sulla parità e la simmetria reciproca. Insomma, la disparizione di rapporti sorretti da forme di dominazione e prevaricazione di natura sociale, economica, politica, sessuale, culturale, religiosa.

In nessuno degli esempi sopra citati si sono presentate queste condizioni. Per comprendere quanto è avvenuto risulta più utile fare ricorso a concetti come quello di "implosione" (crollo interno o implosione geopolitica) di di "moto sociale".

In Iran il regime dello Scia s'è decomposto sotto la spinta complessa di movimenti di massa interni, nei quali v'erano milizie armate e gruppi che praticavano attentati. Queste forze percepivano la modernizzazione autoritaria dello Scia come la cappa plumbea imposta dalla colonizzazione Occidentale e in particolare dagli USA sulla società. Il tutto è avvenuto in un tremendo bagno di sangue, con l'avvio immediato della guerra civile tra islamisti e gruppi della sinistra, poi sconfitti e costretti alle prigioni e all'esilio. Per non parlare della guerra decennale con l'Irak e degli effetti iperviolenti sul medio Oriente e sull'Europa dovuti alla diffusione del fondamentalismo schiita, solo recentemente scavalcato da quello di scuola walabita legato al fondamentalismo saudita. Milosevic ha perso le elezioni, non è stato scacciato da gruppi nonviolenti. Anzi, gruppi paramilitari hanno attaccato il parlamento dandolo alla fiamme nei giorni in cui il presidente serbo rifiutava di riconoscere il risultato elettorale. La destra nazionalista, che tanta parte ha avuto nella guerra in Bosnia e in Kosovo è sempre lì. La neutralità dell'esercito non va confusa con l'improvviso sbocciare d'una stagione nonviolenta. Le Filippine di Marcos, divenuto inviso all'establishement USA, sono state il teatro di scontri di piazza con spargimento di sangue. Assembramenti di popolazione, moti, manifestazioni e scioperi, insomma un conflitto a media intensità violenta non è sinonimo della migliore nonviolenza, che per altro nessuno reclamava. Gli zapatisti sono un esercito armato che il 1 gennaio 1994 ha dato vita ad una insurrezione con numerosi morti. Marcos porta un passamontagna per significare il suo status di combattente clandestino e gira armato di M16, non è il miglior esempio da invocare come icona della nonviolenza. Solidarnosc era un potentissimo sindacato-partito (finanziato con enormi risorse dall'Occidente) che raccoglieva nel suo seno la quasi totalità dell'opposizione al regime socialista polacco. Anche se ha praticato in prevalenza forme " pacifiche " di lotta, il suo programma politico non era nonviolento e tantomeno gli obiettivi realizzati (tra cui l'entrata nella Nato). Nel suo seno v'era di tutto, dagli ultraliberali, ai populisti cattolici, dai fondamentalisti religiosi, ai gruppi d'estrema destra, ai monarchici, con tracce persino di qualche " democratico ". L'ANC non ha mai introdotto nel suo programma la nonviolenza, ha semplicemente rinunciato alla lotta armata quando, durante l'epoca Gorbacev, si erano create le condizioni di una trattativa seria che prevedeva la liberazione di Mandela e l'avvio di un processo di superamento de l'apartheid, cioè quando l'essenziale del suo programma stava per compiersi. L'abbandono della lotta armata da parte di alcuni movimenti ha sempre corrisposto ad un passaggio a forme di lotta politiche di tipo tradizionale, ovvero legale, non certo nonviolento. È il caso dell'Ira irlandese, che ha rinunciato gradualmente alle armi quando, attraverso la sua ala legale, è pervenuta ad ottenere importanti obiettivi politici (e soprattutto si sono ridotti i finanziamenti della comunità irlandese residente negli Stati Uniti). Chavez è un ex paracadutista divenuto leader populista negli anni 90 dopo aver essere stato incarcerato per un tentato golpe. Di fronte alla perdita di credibilità della classe politica corrotta, ammantato della sua aureola di eroe, ha vinto le elezioni. Non è un bell'esempio di nonviolenza. Sarebbe come dire che Berlusconi è un nonviolento perché grazie alle sue televisioni usa metodi pacifici di persuasione e con questi ha ottenuto il consenso degli elettori.

Violenza o nonviolenza ? La virtù inesistente del modello unico

Il problema sollevato dal dilemma violenza/nonviolenza sta, in realtà, nel aver mal posto fin dall'inizio i termini del dibattito tra forme di lotta, trasformandole da strumenti, quali esse sono, in rivelatori ideologici, in mezzi intrinsecamente dotati di fini. È questo il rischio inevitabile che si incorre quando la politica è declinata sulla base di un credo etico, quando l'azione si risolve in una messa in forma della morale, qualunque essa sia. In fondo, da questo punto di vista quei pacifisti che a Genova alzavano le mani in segno di resa davanti alla polizia non sono diversi dai militanti del black bloc, che devastano sistematicamente dei simboli del capitalismo, tutto sommato secondari e irrilevanti, senza porsi minimamente l'idea di comunicare, alleare, allargare il fronte e costruire consenso attorno a se. Queste due realtà, solo in apparenza opposte, sono l'espressione di una condotta simettrica dettata dal rapporto puramente etico col proprio agire. Ne deriva una forma di psicorigidità, un'autoreferenzialità estrema che mette in avanti la propria purezza, la propria coerenza, una sorta d'autocompiacimento estetico, l'accordo ossessivamente necessario, e in ultima analisi il solo che conta sempre, tra mezzi e fini che finisce per fare del fine un mezzo. La realtà non conta, il contesto storico, l'analisi dei processi vengono ignorati. La politica è uno specchio in cui rimirare la propria limpida nettezza. Pretesto per " esprimere semplicemente se stessi " come fa l'artista nel corso di una performance. Ciò che è veramente decisivo è il proprio comportamento, la propria perfettibilità etica. È il mondo che deve modellarsi al proprio credo. Si tratta di una purezza totalitaria, intollerante, chiusa, ben altra cosa della contaminazione tanto decantata. La nonviolenza (come l'iperviolenza contro le merci ma non le persone. Quelli del blocco nero sono in questo altamente etici) da esercizio di virtù diventa esternazione del vizio, un desiderio di sublime che fa " peccare d'autocompiacimento ", nutrendo i pacifisti d'una saccente autosufficienza che li porta a considerarsi " più giusti e virtuosi degli altri " e dunque " refrattari al dibattito onesto e pragmatico " a tal punto d'accomodarsi in una " ideologia morale che possa evitar loro un'aperta considerazione delle alternative ". L'importante è testimoniare, testimoniare se stessi in pratiche che sempre più si riducono ad " atti ritualizzati, infrazioni garbate, ad una minimizzazione estrema del rischio"8. In questo senso è pertinente l'espressione impiegata da Ward Churchill nel suo libro intitolato: " Pacifismo come patologia " della volontà.

L'errore sta nel pensare che esista un modello unico e virtuoso, assoluto, di lotta che possa essere valido comunque e dovunque, a seconda delle latitudini e delle epoche (come pensavano le Brigate Rosse o altre organizzazioni comuniste combattenti). In questo senso, nonviolenti e violentisti s'equivalgono. Gorge Lakey ribadisce una ovvietà quando ricorda che " la violenza non è il marchio della radicalità o del fervore rivoluzionario perché è usata costantemente per gli scopi più disparati "9. Infatti, filosofi come Michael Walzer, partigiano della teoria della " guerra giusta " (Guerres justes et injustes, Belin, Parigi 1999) spostano il dibattito sul piano della legittimità e dell'illegittimità delle ragioni che la motivano. Non esiste una forma prefigurativa, un metodo che possa riassumere in se il fine, il modello di società futura. E se è questa l'ambizione che riassume la pratica nonviolenta, occorre riconoscere il suo sistematico fallimento storico. Di contro, è possibile pensare alla nonviolenza come ad un ulteriore risorsa da poter impiegare in circostanze e contesti che facciano di questo strumento un'arma opportuna. La scelta delle forme di lotta è questione complessa e articolata da affrontare secondo i momenti e le condizioni storiche. La migliore delle strategie è quella fondata sulla scelta ponderata delle tattiche più opportune ed efficaci a seconda delle esigenze e dei compiti politici. Senza preclusione alcuna. Ciò detto, non si può ignorare che sul piano storico l'uso della forza, con il suo ampio ventaglio di sfumature, dalle più sottili alle più intense, s'è mostrata sovente una risorsa decisiva. Stati, nazioni, popoli, regimi produttivi, ordini sociali, sistemi di dominio, rivoluzioni liberatrici, si sono succeduti e confrontati attraverso scontri il più delle volte senza mezzi termini. La storia è una immensa valle ricoperta di ossa, scriveva Hegel. Occorre pensare a dispositivi di riduzione della violenza, a forme che ne riducano il più possibile il ricorso, che ne attenuino la portata, che ne canalizzino le forme, ma non si può esulare da un confronto realista con questo problema.

La proposta nonviolenta e il suo inadeguato contributo alla critica del potere

Una delle ragioni forti poste a fondamento della scelta nonviolenta è la rinuncia ad esercitare forme di potere. La nonviolenza più radicale e integrale, rivendica la sua totale asimmetria rispetto all'esercizio del potere. Essa non si pretende un contropotere ma, rifiutando ogni forma di simmetria e concorrenza, si vuole altro dalla logica del potere stesso. Secondo i suoi sostenitori, attraverso il metodo nonviolento si otterrebbe con successo il passaggio dal potere esercitato " su " (dominazione), al potere esercitato " con " (cooperazione con gli altri) oppure al potere " dall'interno " (forza psicologica e spirituale)10. Ma il ricorso ad un brillante escamotage sintattico non risolve il dilemma del potere, la natura della sua origine. Anche un potere che fuoriesce solamente dal l'interno, e che con altri linguaggi potremmo chiamare fine dell'acquiescenza, termine della dominazione introiettata, presa di coscienza, emancipazione, fuoriuscita dall'alienazione, conquista della coscienza per se, assunzione del principio d'autonomia, non sorge per semplice germinazione spontanea, ma è frutto d'un incontro con l'esterno, con l'altro da se. E questo processo di scambio non è esente dal rischio di subire condizionamenti imposti da forme sublimali di potere: il potere simbolico, il potere carismatico, forme di legittimazione che captano la volontà ben più del corpo, grazie all'ineguaglianza economica, alla dissimetria delle competenze e dei saperi, che stabiliscono differenze e gerarchie. Non è sufficiente sostituire delle particelle grammaticali per risolvere l'inevitabile momento del contrasto, della contrapposizione tra poteri diversi. Come evitare di soccombere, quando un'azione fondata sul potere "dall'interno" o dal potere "con", incontra nel suo cammino l'ostacolo del potere esercitato "su" e dunque contro ? Che fare quando il rapporto di forza si fa fisico e chi sta lottando non vuole semplicemente testimoniare se stesso, ma innanzitutto non vuole soccombere? " Non collaborare " è la premessa dell'azione, non il suo esito. Disobbedire è solo il primo passo di un lungo percorso, è ancora un momento reattivo sprovvisto d'autonomia. Disobbedire non basta.

Nonviolenza o legalitarismo ?

In occidente l'impiego più consistente della nonviolenza è rivendicato dai cristiani che guardano alle persecuzioni dei loro primi adepti come ad un momento fondatore della pratica nonviolenta. Il "martirio" di Massimiliano, il primo obiettore di coscienza, e da loro percepito come un glorioso esempio. Non abbiamo qui lo spazio sufficiente per indagare la reale pertinenza della nozione passiva di martirio con quella attiva di nonviolenza. Certo è che questa sovrapposizione la dice lunga sui sottintesi culturali che le differenti accezioni della nonviolenza racchiudono. La concezione sacrificale del martirio, dietro la sofferenza terrena della sua prova, racchiude una compiaciuta idea di piacere masochista suscitata dalla prospettiva dal trapasso definitivo nel regno dei cieli. Subire e soffrire, più che un atto fisico di resistenza umana, è una prova di solidità religiosa, un atto di fede intimamente sorretto da un segreto piacere perverso. Anche se la storia della Chiesa come dei movimenti religiosi riformatori e protestanti, oltre che la testimonianza delle sacre scritture, della teologia e del diritto canonico, rappresentano delle fonti ambivalenti per la tradizione nonviolenta, l'intreccio tra ideologia e pratiche nonviolente con la cultura religiosa resta un fatto avverato. Lo è a tal punto che la distinzione introdotta da Lutero tra la violenza individuale, da condannare, e quella statale o collettiva, da accettare per l'interesse della comunità, resta a tutt'oggi il vero nucleo concettuale che ispira l'essenza della cultura nonviolenta. Ovvero un'ideologia che doma l'autonomia degli individui, li priva del loro libero arbitrio sottomettendoli alla legge del monopolio statale.

A origini illustri e lontane l'atteggiamento di molta parte dei nonviolenti italiani, i quali piuttosto che rivolgere il loro impegno verso la delegittimazione di quei poteri forti che possono avvalersi della protezione e dell'esercizio della violenza legittima, privilegiano lo zelo discriminatorio nei confronti di chi, lottando contro quei poteri, ricorre a strategie diverse. In effetti, troppo spesso in Italia viene chiamata nonviolenza un tipo di cultura politica che si è costruita sul rifiuto della violenza politica dei movimenti sociali sovversivi degli anni 70. Il rigetto della violenza contro il potere, violenza venuta dal basso, ha segnato questa cultura addomesticata sbilanciandola verso un atteggiamento fin troppo compiacente con le istituzioni, titolari di quella violenza legittima esercitata dall'alto. In questo modo s'è radicata l'idea che legalità e la nonviolenza fossero, in fondo, la stessa cosa o comunque ch'esse si trovassero dalla stessa parte dello schieramento. Un malizioso malinteso che ha fatto della nonviolenza e del pacifismo un comportamento subalterno, domesticato, fondamentalmente acquiescente all'ordine costituito.

È questo il grande "malinteso" che egemonizza la nonviolenza italiana e che fa di molti pacifisti dei pacificati o dei pacificatori. Spetta ai militanti più sinceri e autentici di questa corrente risolverlo.

Paolo Persichetti

 

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Lettera di Adriano Sofri a Fausto Bertinotti pubblicata

dall'Unità domenica 2 novembre 2003

 

Caro Fausto Bertinotti,

non ti sembri indiscreta la mia proposta di discutere alla buona che cosa significhi al giorno d'oggi il nome: comunismo. Succede che le parole siano costrette a trascinare una magra esistenza postuma, nell'universale abitudine a credere di sapere che cosa significhino, e a non parlarne più. Vera o no, era un bel caso di umor nero la notizia dell'altro giorno sulla decisione del Cremlino di cambiare la cravatta alla mummia di Lenin. A suo tempo io feci un vasto e sentito uso della parola: comunismo. Tu lo fai ancora, benchè l'idea che il comunismo vada rifondato alluda, accanto a una inclinazione conservatrice, alla constatazione di un affondamento. Oggi la sinistra subisce le sue divisioni, invece di metterle a frutto o tenerle a bada. A volte se ne rallegra, perchè il settarismo ha radici profonde, e perchè la rendita di posizione, grande o piccola, conviene a chi vivacchi contento del suo gruzzolo: magari dicendo di voler cambiare il mondo dalle fondamenta, e tenendo aperto il suo botteghino. Ci vuol altro per fare i conti coi mali del mondo. Altro anche dalla tradizionale devozione -verbale almeno- all'unità eccetera. Ci vuole un'alleanza enorme, poco meno che della specie. I newglobal alludono a volte a questa confederazione universale; e d'altra parte spesso ospitano aggressivi ritorni di faziosità, di settarismo, di narcisismo. Ora fra te e me c'è una influente differenza, perchè io faccio i conti solo con me stesso mentre tu rendi conto a una comunità militante di cui sei responsabile. Ma, dentro questi limiti, possiamo forse discutere costruttivamente. Lo spunto mi è venuto da una tua intervista a Franco Cangini della Nazione, e piuttosto dal titolo -che forse sollecita dolcemente, come succede ai titoli, la tua intenzione: "Bertinotti: 'Lo ammetto, il comunismo ha fallito'." Non intendo legarti a un'intervista, tanto più che non ho un fine polemico. Provo a dire molto elementarmente che cosa penso. C'è un comunismo come aspirazione all'uguaglianza fra gli esseri umani, e all'armonia con la natura -più esattamente, al ripristino di una uguaglianza originaria dalla quale la storia non avrebbe fatto che allontanarci. Questa utopica accezione di comunismo è destinata a non realizzarsi mai e a risorgere sempre, con la potenza di un sogno. Di questo comunismo si può parlare, come già si fece dell'anarchismo, come di una infanzia del movimento che mira a rendere il mondo più giusto. Con l'avvertenza che in passato la maturità di quella infanzia, generosa e ingenua, era additata in un socialismo (o comunismo) come scienza, sul modello delle scienze naturali, pretesa foriera di errori madornali nell'interpretazione del mondo, e di disastri micidiali nella sua trasformazione.

Alla prova del potere, conquistato in Russia e tentato nel resto dell'Europa alla fine della Prima Guerra, il comunismo si caratterizzò come una tecnica della presa del potere (anche quella "scientifica": le fasi della crisi sociale, la trasformazione della guerra fra gli Stati in guerra civile, il dualismo di potere, lo sciopero generale e l'insurrezione ecc.), e come una concezione della transizione di sistema che sacrificava la libertà (dilazionandola) all'uguaglianza. Non credo che si possa ancora dare gran credito all'idea che l'abbandono dell'espansione mondiale della rivoluzione e la ritirata verso il socialismo in un paese solo spieghino la supposta degenerazione del comunismo, come tu sembri ripetere. Comunque, il comunismo al potere, e la sua espansione per via solo raramente rivoluzionaria (soprattutto in Cina) e piuttosto per via statalista e militarista, come nella costellazione di satelliti europeo-centrale e orientale, si è definito, per antitesi al capitalismo, accantonando la questione della libertà civile e personale, e mettendo al centro la conduzione collettivistica. Il comunismo era ormai la proprietà statale dei mezzi di produzione, il primato (morale, per giunta) dell'industria pesante e l'economia pianificata. Già la formula leniniana -di emergenza, certo, nessuno ha ceduto allo spirito dell'emergenza quanto i comunisti al potere- secondo cui il comunismo era il Soviet più l'elettrificazione, mostrava la corda. Che in questa versione non avesse più niente del sogno originario di una società di liberi e uguali, benchè potesse ancora travolgere i cuori di poveri e sfruttati grazie alla potenza di simboli e propaganda, è evidente. Restavano Stalingrado, e Stalin. Anche che il comunismo non avesse più a che fare con la sopravvivenza della denominazione nel Pci, al costo della famosa doppiezza e della protratta dipendenza dall'Urss, è giudizio sul quale ci metteremo facilmente d'accordo, credo. Il nome restava, a buon diritto, come il crocifisso nell'aula di Ofena, in un paese scristianizzato. Quando noi, estremisti della fine degli anni '60 e dei '70, riparlammo di comunismo, lo facemmo in due modi, ambedue di fiato corto. In un caso, riesumando la tradizione minoritaria ed eretica (eretica almeno perchè sconfitta e perseguitata a morte) del movimento operaio, e immaginando una forma di democrazia consiliare un po' libresca, un po' moralista, assai anacronistica. In un altro caso, si scelse il realismo antiutopico della citazione marxiana secondo cui il comunismo "è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente". Suona bene, ma, mutato in slogan, è una metafisica provvidenziale, o, piuttosto, una tautologia. Il movimento reale è il movimento reale come una rosa è una rosa, comunque sia, e non abolisce lo stato delle cose, lo modifica, e resta da vedere come. La predilezione per quello slogan mostrava l'incapacità di definire il comunismo, se non attraverso se stesso. La formula sul "movimento reale che abolisce lo stato di cose presente" è una dichiarazione di rinuncia. Lo storicismo più banale dichiarava razionale la realtà, lo slogan sul movimento reale dichiara razionale la sua abolizione... Dopo l'inaridimento della nuova sinistra, e poi il crollo dell'impero sovietico, il comunismo è rimasto, stalinismi e marxismi-leninismi a parte, come una bandiera di fedeltà morale o sentimentale, nella testata del Manifesto, o nel titolo di partiti come il tuo, o nell'orgoglio di persone che non accettano di cedere a un anticomunismo maramaldo o ignorante. Stimabile sentimento, che però accantonava sia l'eventualità che la fede nel comunismo si traducesse in un'esistenza personale comunista, sia la corrispondenza con una peculiare idea di società. Tu oggi dici che "in realtà, il comunismo non è stato mai messo in pratica": è quello che dicevano quelli come me quando ci riprovarono, sul serio, trentacinque anni fa, più o meno. Ancora un piccolo sforzo -psicologico, essenzialmente- e dirai che "in realtà il comunismo non può essere messo in pratica": il che non gli toglie affatto dignità, anzi.

Se oggi il comunismo è un'aspirazione o una nostalgia o una bandiera di coerenza, ma non un'idea di società nè un processo che vi conduca, la questione vera si sposta sulla struttura logica (e psicologica e morale) di cui l'opposizione fra comunismo e capitalismo era espressione. Il comunismo rivoluzionario era infatti il rovesciamento del capitalismo. A sua volta, per così dire, il capitalismo (e la sua forma politica ideale, la democrazia liberale) ha bisogno del comunismo per esistere come un sistema organico e preferibile. L' esaurimento del comunismo può mettere in mostra la degradazione del capitalismo da "sistema" all'enorme guazzabuglio cui è approdata una storia del genere umano sospinta dal caso, dalla violenza, dall'inerzia e dall'imprevedibilità. Enorme guazzabuglio che la potenza degli interessi parziali e la miopia delle scelte e abitudini culturali hanno condotto alle soglie della rovina universale. Si è riluttanti ad ammettere un paesaggio così disordinato e ignobile, e a rinunciare a un'aspirazione all'antagonismo e all'alterità. A differenza dal comunismo, il capitalismo non è fallito se non nel senso di essersi annullato, diventando tutto. Così, non importa che l'altro mondo possibile, quando non significhi un mondo migliore, o meno peggiore, ma un mondo rifatto dalle fondamenta, quando cioè conservi una tensione alla palingenesi, prenda o no il nome di comunismo: quello che conta è la durata o la reviviscenza di una metafisica antagonista e dicotomica. Nel "movimento dei movimenti" coabitano ambedue le spinte. Tu, che vi hai visto -con sincerità e generosità, del resto: non ho alcuna ragione per dubitarne- la fausta occasione per rigenerare un pensiero e una condotta politica ereditata e asfittica, una trasfusione di sangue, una specie, lasciami dire così, di colpo di fortuna in extremis -o oltre- per uscire dal deserto, ti impegni tuttavia a fomentarne la tensione antagonista. Ma antagonismo a che cosa? Al capitalismo? E dunque continuando a riconoscervi una razionalità (sia pure iniqua) di sistema? E in nome di quale sistema alternativo? Ricavo da quello che dici che la categoria che definisce il mondo cui opporsi dalle fondamenta sia diventato il liberismo. Ma occorre una gran forzatura a mettere sullo stesso piano il liberismo, e a maggior ragione il liberalismo (come fai nell'intervista citata), e il comunismo: nella teoria, e soprattutto nella pratica, dal momento che per regalare al capitalismo contemporaneo una fedeltà coerente e rigorosa al liberismo bisogna essere ben prodighi. E' un'illusione deformante che il liberismo costituisca il nemico sistematico da battere, secondo un'aggiornata dicotomia liberismo-antiliberismo (protezionismo è parola che non si userebbe volentieri). Ma il liberismo è spesso un'ideologia, corvéable à merci. Già oggi si vende male. "La differenza -dici- è che io ammetto la sconfitta del comunismo storico, mentre loro negano quella del liberalismo". Ma con il "comunismo storico" è l'idea di rivoluzione, dell'altro mondo, del mondo nuovo, che è fallita: mentre l'eventualità di un grado maggiore di libertà e di giustizia ha a che fare con la modificazione del guazzabuglio vigente. Vuol dire di volta in volta correre ai ripari, soccorrere, correggere, riformare, anche secondo un disegno di conversione radicale di modi di pensiero e di esistenza materiale. Anzi, senza una simile conversione è spacciato il pianeta, non qualche suo continente, nè qualche sua classe. Ma a condizione di rinunciare alla palingenesi rivoluzionaria, perchè almeno questo è provato, che l'inerzia delle cose accumulate lungo i millenni tiene ostaggi il pianeta e la società in un equilibrio assurdo ma così delicato che a maneggiarlo bruscamente si rischia il disastro. Il giudizio discriminante, oggi, riguarda l'intollerabile iniquità del mondo, e la suicida corsa alla sua distruzione. Bisogna separare la diagnosi e la prognosi radicale dalla terapia duttile, la malattia mortale dalla medicina dolce -una contraddizione in termini, in apparenza almeno. Ma il vincolo fra diagnosi radicale e metodi rivoluzionari destina alla rovina. Fa riuscire l'operazione -ammesso che riesca- e crepare il paziente.

Lasciami proporre un'ultima osservazione sulla ragione profonda del tuo, e non solo tuo, attaccamento alla logica dell'alterità: è un desiderio di assolutezza. Mi rifaccio a una appassionata lettera personale che avesti la gentilezza di scrivermi all'indomani della guerra in Iraq. Mi spiegavi come il passaggio dall'imperialismo all'impero avesse comportato il passaggio dalla solidarietà con le lotte antimperialiste alle pratiche della nonviolenza e della disobbedienza. La coppia guerra-terrorismo, dicevi, "non lascia più alla violenza alcuna possibilità di essere liberatrice". E' vero, ma era già vero. Ci siamo arrivati, per strade diverse, in date diverse, quando ci siamo arrivati. Soprattutto, la Rivelazione deve lasciarci ammettere che non ci sono così limpidamente "loro", quelli della coppia guerra-terrorismo, e "noi", quelli della nonviolenza e della pace. L'antagonismo fra guerra e pace offre una solida frontiera: ma poi bisogna metter fine alle guerre, soccorrere i pericolanti, far rispettare il diritto la libertà e la dignità, avere una polizia, un codice e un tribunale. E non barattare ancora una volta, a tempi scaduti, l'amore per la libertà con il ripudio dell'ingiustizia: che fu il destino dei comunismi storici, con l'effetto di decapitare con un colpo solo libertà e giustizia.

Adriano Sofri

 

 

Risposta di Fausto Bertinotti ad Adriano Sofri pubblicata

dall'Unità domenica 9 novembre 2003

Caro Sofri,

ti sono sinceramente grato per la sollecitazione offerta dalla tua impegnativa lettera. Essa mi induce ad un confronto e ad una riflessione su questioni di fondo e di definizione della politica. Mi indica l'esigenza, con la quale concordo pienamente, di uscire dalla politica politicante che segna tanta parte del nostro tempo, di evitare il pragmatismo o la riduzione dei grandi pensieri nei sentieri solitari dei percorsi individuali.

Chiedere conto del perché un partito si definisce comunista -anche se questa domanda viene avanzata per sostenere la necessità di abbandonare questa definizione - sottolinea comunque la volontà di fare una discussione impegnativa sulla società in cui viviamo. Eludere la domanda significherebbe accettare quell'impoverimento della politica al quale ha così tanto contribuito coloro chi ha abbandonato l'idea della trasformazione sociale accettando la miseria dell'esistente.

Né basta, a mio parere, per rispondere alle tue importanti domande, la sottolineatura che noi non parliamo di comunismo ma di "rifondazione comunista". E la parola "rifondazione" dice della impossibilità stessa di una continuità e della necessità di ricostruire dalle fondamenta. Ma, anche perciò, non basta. Noi che ci definiamo comunisti abbiamo il dovere di dire in che direzione intendiamo muoverci e quale sia il senso della nostra ricerca. Le risposte possono essere incomplete, ma devono essere date. Vale per noi in questo momento della storia il verso di Montale: "Non domandarci la formula che il mondo possa aprirti/ sì qualche storta sillaba e secca come un ramo/ codesto solo oggi possiamo dirti/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo."

Vorrei però fare una premessa. Quel a cui assistiamo in questi anni é un cambiamento del mondo, della sua organizzazione sociale e politica, dei rapporti sociali ed economici talmente forte che nessuna grande cultura del '900 può resistere senza una ridefinizione. Pensiamo alla parola riformismo. Essa ha assunto un significato così vasto, potrei dire multiuso, da potere essere rivendicato da destra e da sinistra e da potere assumere i significati più diversi. Oggi, per fare un esempio, si parla di riforma delle pensioni, sia per dire che vanno tagliate, sia che vanno difese o migliorate. Lo stesso vale per i suoi significati generali.

Eppure il riformismo é stata una idea precisa del movimento operaio del '900. I riformisti per un lungo periodo hanno avuto lo stesso obiettivo dei rivoluzionari, il socialismo, ma pensavano di perseguirlo in altri modi e con una gradualità. Anche quando abbandonano l'idea socialista mantengono l'idea di eguaglianza e sottolineano il riferimento alla classe operaia quale soggetto principale della trasformazione sociale. Ancora Brandt -ricordiamolo- diceva che la socialdemocrazia non é l'officina di riparazione del capitalismo.

Oggi questa idea di riformismo é travolta, cooptata nel pensiero unico, sussunta e fagogitata dalla idea di modernizzazione. E tutto questo é stato possibile anche perché é mancata una ricerca e una elaborazione che qualificasse diversamente il riformismo, lo ridefinisse come progetto politico non omologabile alla modernizzazione.

Ecco, su un diverso ordine di problemi, un compito simile a quello cui avrebbero dovuto assolvere i riformisti tocca a noi, a chi pensa che il termine comunista abbia e possa avere un uso nella politica del nostro tempo.

In questo quadro, la richiesta di fare i conti con il nostro passato, col passato di comunisti, non solo é legittima, ma scaturisce proprio dall'esigenza di ridefinirci comunisti nell'oggi e quindi nasce da un'analisi critica della società contemporanea. Se il comunismo fosse un cane morto, se fosse inscindibilmente legato ad un'epoca storica passata, se fosse figlio dello sviluppo industriale e non del capitalismo, se fosse consegnato nel ciclo fordista, non avremmo motivo di esaminare così spietatamente, lucidamente quello che c'é dietro di noi. O meglio lo faremmo, ma solo per un interesse tutto storico. Se invece nella società che ci circonda rintracciamo, come rintracciamo, problemi e bisogni che hanno a che fare con quelli proposti dalla nascita del comunismo, allora fare i conti con la nostra storia diventa necessario per sapere che cosa é vivo e che cosa é morto, per poter di nuovo porre - se non risolvere - il problema della società futura. L'Angelus novus non é solo una metafora della modernità, ma del proletariato. Esso guarda le macerie e si rivolge al futuro. In quella torsione del corpo sta il suo messaggio e il suo avvenire.

La possibilità che il comunismo sia più di una bandiera o di una nostalgia sta quindi proprio nell'analisi della società in cui viviamo. Nella tua lettera c'é un'affermazione che mi convince pienamente. Tu dici che siamo in una fase dello sviluppo che ci ha condotto "vicino alle soglie della rovina universale". E' vero, siamo proprio di fronte ad una crisi di civiltà. Basterebbe avere a mente la terribile tenaglia nella quale oggi il pianeta é stretto per saperlo. La guerra preventiva è entrata nel nostro tempo e lo sconvolge fino a plasmarlo. E' una guerra infinita e indefinita che l'impero promuove e alimenta per ricostituirsi quando è manifesta la sua incapacità di governare il mondo col consenso. E' la guerra della globalizzazione della crisi. La guerra favorisce l'estensione del terrorismo che porta alla guerra che a sua volta genera nuovo terrorismo. Siamo di fronte ad una crisi che ha caratteristiche terribili e devastanti per l'umanità. Da cosa é generata questa crisi? A mio parere proprio dalla natura di questa modernizzazione. Essa non si é rivelata, come qualcuno ha voluto credere, come l'avvento del regno della libertà dopo la caduta del muro, né il luogo della crescita e del progresso. Questa globalizzazione ha provocato un fatto inedito nella storia dell'umanità. La separazione dell'innovazione dal progresso sociale e civile , della tecnologia dal miglioramento delle condizioni di vita, della scienza dalle possibilità di avanzamento per l'umanità e per la natura.

Tu chiami tutto questo "guazzabuglio" e alludi a qualcosa di confuso, di irrazionale nel quale il capitalismo ha estinto se stesso, ad un caos che domina le nostre esistenze e ci avvicina alla rovina del pianeta. Ma questo é il punto. E' davvero così? Possiamo parlare davvero di caos o in tutto questo c'é una ratio, una necessità indotta dai rapporti sociali? Insomma c'é un ordine che produce questa crisi di civiltà? C'è una logica in questa follia? A mio parere sì e basta guardare ai passaggi di questa ultima fase della nostra storia per rendersene conto.

Quando finisce il ciclo fordista e keinesiano e crolla l'intero sistema dei paesi dell'est si sviluppa un mutamento di fondo che possiamo definire una rivoluzione capitalistica restauratrice. In essa il dominio della scienza e della tecnica é assoluto. A questo tutti sono sottoposti in una catena e in una consequenzialità che arriva alla manipolazione del gene. In nome di questo dominio avanza e si afferma l'idea di poter abbattere ogni barriera culturale, nazionale, religiosa e di fare del lavoro la variabile dipendente dell'intero sistema. In questa modernizzazione la nozione di sfruttamento si dilata oltre i confini del 900, alle persone e alla natura. Sfruttamento allargato, che coinvolge soggetti sociali, individui, ambiente, che va al di là di ogni limite mai immaginato. Esso si raggiunge prima attuando una vera e propria operazione egemonica, poi imponendo l'ordine della guerra. Prima promettendo progresso, benessere, nuova libertà, cioè un mondo finalmente migliore per tutti dopo la caduta del muro e il dispiegarsi dell'innovazione. Poi, di fronte all'impossibilità di raggiungere questi obiettivi, c'è una rapida e violenta conversione: la guerra come unico modo per imporre a tutto il pianeta una modernizzazione violenta, squilibrante, distruttiva ma , nell'apparenza che prendono i processi dominanti, senza alternativa.

Lo sviluppo non si realizza, i progetti saltano per aria da molti punti, compreso uno imprevedibile. Una gran parte delle popolazioni del pianeta rifiuta di essere inclusa nell'ordine globale, non accetta i modelli che si vuole imporre, rifiuta la nuova civilizzazione.

E' evidente allora che sotto quel caos o quel guazzabuglio, dietro quel disordine c'è in realtà un ordine. E' l'ordine dell'impresa e del mercato. Non siamo, come tu dici, fuori dal capitalismo che ha ammazzato se stesso, ma al contrario di fronte ad un nuovo paradigma capitalistico. Non siamo di fronte alla scomparsa, ma ad una iperestensione del capitalismo. Non siamo di fronte ad una evaporazione del potere politico che governa questi processi, ma alla costruzione di un nuovo ordine mondiale. Non siamo di fronte ad una nuova scienza. La mucca pazza non é il frutto del caos, ma di uno sfruttamento che arriva alla natura, la modifica e la può distruggere. Esso é così assolutizzato che persino alcune certezze del movimento operaio vengono messe in discussione, in alcuni casi spazzate via come quella del progresso legato allo sviluppo delle forze produttive.

Quello che tu chiami caos insomma, é il prodotto di una instabilità e precarietà determinata dalla contraddizione che questo stesso sviluppo produce e che non é in grado di governare appunto se non attraverso il disordine e la guerra, con le conseguenze di crisi di civiltà che abbiamo sotto gli occhi.

In questo quadro il liberismo non é la categoria astratta che ci consente una alterità, che - come tu dici - ci da la realtà a cui opporci di opporci. Esso é, come la guerra, la cultura politica e la politica sottesa alla natura profonda di questa globalizzazione capitalistica, cioè quella più funzionale ad essa, incurante delle tesi che l'hanno inspirata.

A questo quadro già in sè drammatico aggiungo un elemento. Di fronte a questo caos o a questa crisi di civiltà, la catastrofe é fra le cose possibili. E' possibile cioè che l'umanità non sia in grado di opporsi a questo processo che porterebbe ad un esito catastrofico. E non vedo, non immagino alcuna possibilità catartica, alcuna possibilità cioè di una soluzione salvifica e liberatrice, che nasca meccanicamente da un possibile crollo di civiltà. Sarebbe, al contrario, l'avverarsi dell'altra profezia di Marx, quella secondo la quale la mancata costruzione di un'altra società darebbe luogo alla rovina di entrambe le classi in lotta. Semmai si potrebbe pensare che è proprio nel nostro tempo , il tempo della globalizzazione, che cova l'alternativa tra il socialismo e la barbarie.

E qui che nasce per noi la questione del comunismo o del comunismo oggi. Il problema é grande, così grande che tu stesso lo riassumi in un interrogativo di civiltà che ti fa chiamare in causa il movimento newglobal, la sua aspirazione all'alterità e al nuovo mondo possibile. Chiediamoci: perché il movimento new global é così cresciuto? Perché ha intuito quel che anche tu pensi, cioè che deve formarsi una nuova alleanza, l'alleanza della specie. Solo che per il movimento questa per potersi affermare non può essere indistinta , ma deve fondarsi sulla critica e sulla contestazione di massa a questo modello sociale e di sviluppo. Deve cioè opporsi a questa modernizzazione capitalistica, deve costruire l'antagonismo a quello che tu vedi come un guazzabuglio e che per me, come per il movimento, é la globalizzazione. Questo movimento ha un progetto. Questo movimento ha già in atto una contesa con questa modernizzazione capitalistica, di questa contesa esso vive.

E' vero esso non parte dalla contestazione del modo di produzione capitalistico per arrivare a vederne le contraddizioni che genera sulla società e sulla natura. Il movimento fa un processo inverso. Parte da queste contraddizioni ma arriva a disvelarne le cause di fondo. Il progetto di nuovo comunismo può rinascere da qui. E può discutere a partire da qui quel che può accettare e ciò che deve rifiutare del 900. E la politica, la politica di chi vuole il cambiamento, non può che cominciare da qui. Dalla individuazione della assolutizzazione del profitto come causa principale della devastazione. Dalla necessità di una trascendimento della società capitalistica al fine di evitare la barbarie.

Per noi parlare di comunismo significa parlare di idee, culture, processi e soggetti assai diversi da quelli che hanno caratterizzato il 900. In questo secolo grande e terribile l'idea di comunismo è stata legata ad una sorta di ineluttabilità, ad una attesa messianica. Su questa attesa e su queste certezze si è fondata la strategia, si è puntato alla conquista del potere e alla costruzione delle società postrivoluzionarie attraverso l'assolutizzazione dello stato. Il proletariato si "è fatto" partito organizzando il potere. Il comunismo reale è stato tutto ciò, ma il movimento operaio è stato anche molto altro.

Oggi noi parliamo di processo aperto e indefinito. Un processo nel quale vediamo i problemi irrisolti, ma non pretendiamo di dare una risposta ora, non pretendiamo di costruire organicamente e scientificamente una strategia per sempre e inequivocabilmente vincente. Parliamo di processualità, non di una ineluttabilità. Siamo consapevoli del fatto che non è detto che ciò proponiamo diventi "storia". Ci serve un ritorno a Marx, al Marx più radicale nella critica alla politica e nell'idea di cambiamento e di liberazione della persona. E affidiamo la risposta ai processi, se ci si intende, alla lotta di classe, più che alle definizioni. Eccetto che su un punto, sul quale invece sentiamo di dover cominciare a rispondere da subito, quello del soggetto rivoluzionario. Il 900 ha visto nel proletariato il centro dell'ingresso delle masse nella politica. Oggi occorre un ridefinizione. Nel movimento c'è un annuncio di questa soggettività, ma é appunto un annuncio, soltanto l'indicazione di una pista di ricerca. Il profilo del nuovo proletariato non ci viene semplicemente dalla sua collocazione sociologica nel processo produttivo, che pure vede una radicale mutazione nella composizione e nel modo di essere del mondo del lavoro, ma nella costruzione dell'antagonismo, all'interno di un processo che tende a formare una nuova soggettività critica e una nuova critica dell'economia.

E il movimento dei movimenti assume pienamente la processualità della costruzione. Esso da più importanza alla critica all'esistente rispetto alla definizione del modello finale. E' anche questo un fatto nuovo. Questo atteggiamento consente la liberazione da quel compromesso che nel 900 il movimento operaio aveva pattuito con lo sviluppo, con la scienza e con la tecnica. Consente una radicalità più libera anche se più a rischio perché meno indirizzata. Consente, infine, di oltrepassare davvero senza remore, senza nostalgie e senza finzioni il 9OO dicendo ciò che in esso é vivo e ciò che é morto e quali problemi irrisolti ci consegna.

Il secolo appena passato é stato sul versante della trasformazione della società capitalistica essenzialmente tre cose: il socialismo reale, i movimenti di massa e le teorie e la cultura del movimento operaio. Il primo é morto. Le altre due, se pure duramente provate dalla sconfitta non solo sono vive ma, oggi, sono interrogate dal movimento dei movimenti. So bene che esse sono vissute sovente interconnesse nella risultante della storia delle masse. E so pure che i tragici errori, e persino i crimini, accumulati nella nostra storia non sono da esse facilmente espungibili senza determinare vuoti drammatici nell'immaginazione di un futuro liberato e senza che si ponga al comunismo un gigantesco problema irrisolto, quello della transizione. I movimenti di massa e la cultura del movimento operaio non sono però un abbaglio e tanto meno un errore della storia che si può cancellare con facilità. Ma la rinnovata critica all'economia capitalista della globalizzazione e alla sua organizzazione sociale e politica per prospettare il loro trascendimento chiede l'incontro del movimento con l'uscita da sinistra dal 900. Ed ecco, caro Sofri che siamo arrivati al punto: l'eguaglianza e l'aspirazione ad essa mai dismessa da milioni di donne e di uomini. Questo alla fine è il nodo da affrontare. Questo é il problema che la politica deve risolvere se non si vuole rivelare servile al potere costituito e -quel che é peggio- ad una organizzazione della società che si propone come eterna e eternamente in grado di organizzare lo sfruttamento e l'alienazione mentre può scavare la fossa all'intera umanità. Non saprei come chiamare questo compito se non comunismo. Spero di essere riuscito a dirti perché, secondo me, esso non risponda solo ad un dover essere e non rappresenti solo un utopia, ma possa costituire il fondamento di un lavoro politico. Grazie

 

Fausto Bertinotti

 

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da Carta, 13/11/2003

Lettera aperta di Marco Revelli a Fausto Bertinotti

C aro Fausto,

devo dirti che, pur condividendo integralmente il contenuto della tua intervista, mi è dispiaciuto - e mi ha provocato una certa amarezza - il modo con cui mi hai tirato in ballo su Repubblica di domenica 2 novembre. Da te mi sarei aspettato che almeno andassi a leggere il testo completo delle mie dichiarazioni su l'Avvenire anziché fermarti alle due righe citate da D'Avanzo [sempre su Repubblica], prima di fare i riferimenti "postali" che hai fatto. Avresti potuto constatare che lì dicevo esattamente le cose che pensi tu:

1] Che questo movimento è del tutto estraneo alle logiche e alle complicità con la lotta armata. Che non ha senso parlare come fanno i media di un qualche rapporto, sia pur minimo, tra Br e "no global", per ragioni anagrafiche, culturali, esistenziali prima ancora che politiche ["Frequento le assemblee dei no-global, conosco il loro linguaggio: non ho mai sentito non dico un elogio, ma neanche una giustificazione delle strategie terroristiche": cito da quell'intervista letteralmente, e per maggior chiarezza te ne mando in allegato anche una copia]; e - a proposito di Segio - aggiungevo di non aver alcun elemento per "avallarne" le ipotesi di infiltrazione o fiancheggiamento occulto [occorrerebbe avere un apparato di intelligence per ciò, e nessuno di noi semplici cittadini ne è in grado]. Dunque, nessun errore di indirizzo, per usare la tua espressione.

2] Aggiungevo però anche di essere d'accordo con Segio quando dice "che è mancata una seria riflessione nel movimento e nella sinistra", sul tema della violenza e più in generale su una concezione della politica come "espressione della forza". E, per non essere frainteso, precisavo di non credere che questo "ritardo" fosse dovuto a pelose ragioni di "omertà". Dunque, se non sbaglio, esattamente ciò che tu metti al centro della tua intervista su "Repubblica". O no?

3] Introducevo poi una terza cosa, e cioè che se una critica può essere mossa al movimento [nome che non mi piace perché non dà conto della sua natura d'arcipelago, articolata ed eterogenea, ma che ormai i media usano, identificandolo con Disobbedienti, Cobas, Rifondazione, un po' di Cgil e di correntone Ds, ecc.], questa è di non aver posto al centro della propria attenzione l'opzione per la non violenza. Di non aver fatto - per riprendere il titolo della mia intervista incriminata sull'Avvenire - "una scelta netta per la non-violenza come strumento politico".

Qui, ti assicuro, l'indirizzo era preciso, e la volontà di far giungere il messaggio più che meditata. Perché credo [e in questo mi sembri del tutto consonante anche tu] che sia finito il tempo delle mediazioni o delle reticenze su questo tema. Che sia il momento di ridiscutere a fondo il rapporto tra mezzi e fini. Che non ci si possa più accontentare della convergenza sui fini, che tutti bene o male condividiamo, e su cui il dibattito si fa stucchevole; ma sia venuto piuttosto il momento di affrontare la questione dei mezzi, del tipo di strumenti e di pratiche con cui perseguire quei fini.

Non possiamo più accontentarci della vecchia idea del movimento operaio novecentesco che i mezzi siano, per così dire, "neutrali". Che si giudichino solo in base alla loro efficacia. Che siano tanto più accettabili anzi doverosi quanto più avvicinano il momento del successo [della vittoria, della presa del potere, del danno massimo inferto all'avversario]. Pensare così significa assumere fino in fondo la logica della Tecnica, su cui il capitalismo è vincente. È il modo con cui quella logica si impadronisce anche dei suoi avversari, e li piega alle proprie ragioni. Credo che si debba dire, oggi, chiaramente, che quel nuovo mondo che noi riteniamo possibile può essere costruito solo con mezzi che non ne neghino le ragioni di fondo, la natura stessa: con mezzi, cioè, che non solo combattano la violenza altrui, ma che la escludano dal nostro orizzonte. Con mezzi, appunto, non-violenti.

Credo anche che sia venuto il momento di dire con tutta la chiarezza di cui siamo capaci che oggi - e sottolineo oggi , non ieri, non nel "secolo breve", non nel 1943 o nel 1935 -; oggi, nell'epoca dello "spazio imperiale", delle "guerre umanitarie", delle invasioni e dei bombardamenti motivati con la diffusione della democrazia e della "libertà"; oggi, nel mondo globale in cui siamo precipitati, la forma più estrema dell'antagonismo, quella davvero irriducibile e non mediabile, è l'azione "non-violenta". Perché è l'unica non assimilabile all'agire dell'avversario. Quella che marca anche nei comportamenti quotidiani, nei minimi gesti, la diversità dai Bush, dai Blair, dai Berlusconi, dai bin Laden, dai Saddam Hussein, e via mostrizzando... E porta incisa nel proprio essere la diversità del progetto che persegue.

la parabola delle avanguardie

Quella, d'altra parte, che non si piega a compromessi [pur praticando l'arte della mediazione], che non ne deve accettare, anzi che non ne può accettare senza trasformarsi in altro da sé. E quindi che reca in sé una cifra di intransigenza che è stata di tutte le avanguardie rivoluzionarie al loro nascere ma che in tutte si è purtroppo spenta nel corso dell'azione, man mano che essa paradossalmente trionfava, fino a rovesciarsi nel proprio contrario al momento [rari momenti] del trionfo, proprio in conseguenza della retroazione dei mezzi "di potenza" impiegati in dosi sempre maggiori.

Oggi possiamo davvero presentarci [innanzitutto davanti a noi stessi] come radicalmente "altri" rispetto a quelli che stanno condannando a morte l'umanità e il pianeta, e che per questo combattiamo, solo se incarniamo un tipo di agire radicalmente e qualitativamente "altro" rispetto a loro. Incominciando, appunto, dai mezzi che usiamo. Oggi, ne sono convinto, si può essere tanto più radicali nel progetto e nell'agire, quanto più si è indiscutibilmente e strategicamente "non violenti" nelle pratiche e negli strumenti utilizzati.

Occorre uno scatto in più

Ecco perché credo che non sia sufficiente la condanna della violenza [in genere di quella degli altri, siano essi i nemici esterni, i Bush, Sharon, Blair, ecc., o quelli "interni", br, lottarmatisti, black bloc, ecc., sugli uni più esplicita, sugli altri magari un po' più reticente ma in genere più o meno ritualmente recitata]. Che occorra uno scatto in più, in positivo, verso l'assunzione strategica e discriminante della non-violenza.

Ho trovato tracce di questi segnali nella tua riflessione più recente. Ma non dirmi che questo è un patrimonio acquisito nel cosiddetto movimento. Nemmeno nelle componenti a noi più vicine. Nemmeno, vorrei dire, in noi stessi, nelle nostre identità personali ancora divise tra i due secoli in cui ci è toccato di vivere [mi è molto piaciuto il tuo riferimento alla Battaglia di Algeri]. È un passaggio che va costruito, con fatica, forse anche con dolore. Mettendo in conto strappi, lacerazioni, cadute.

E qui forse tra noi due c'è quella differenza che già nella nostra conversazione su "Oltre il Novecento" per Carta era emersa, di ruoli, di responsabilità: tu, "politico" - weberianamente incatenato all'"etica dei risultati", costretto a pensare agli effetti che le tue parole produrranno nella realtà qui e ora, nelle tue file stesse, nelle alleanze, nelle prossime settimane, nelle prossime scadenze politiche di movimento e di organizzazione. Io "free lance" del tutto libero da ciò, padrone di sproloquiare tenendo come orizzonte il futuro anteriore e ignorando la durezza vischiosa del presente, saltando le tappe tattiche, leggendo magari le notizie - come diceva un matto in un dibattito torinese - "sul Corriere della Sera di dopodomani", avendo già archiviato come obsoleti   quello di oggi e di domani.

Forse per questo io avverto più di quanto non mi pare faccia tu, l'urgenza di fare chiarezza, ad ogni costo, anche a costo di essere fraintesi, a costo di rompere equilibri e di strappare. Credo che bisogna andare giù duri oggi, e tagliare ogni possibile equivoco alla radice sulla questione della "non violenza senza se e senza ma", perché il tempo è spaventosamente stretto, e si deve fare in fretta, e siamo disperatamente lontani da un livello anche solo accettabile di dibattito.

Quando leggo certe interviste, quando sento le cose dette anche in questi giorni, rozze, assurde, disumane, questa logica parossistica dell'"amico-nemico" portata fino alla struttura del linguaggio; questa autoreferenzialità torpida e assoluta, di piccoli capi che parlano solo per i propri accoliti, nel chiuso delle proprie file e dei propri santuari blindati, senza neppure sapere quali linguaggi "altri" usino quelli che sono fuori, e sono tanti, e sarebbero con noi se solo offrissimo un'immagine meno ottusa e terrifica, quando leggo questo mi cascano le braccia.

Tu fai bene a usare l'esempio della donna incinta per misurare la legittimazione di una piazza. Perfetto. Ma ci sono anche piazze verbali, luoghi del confronto pubblico, appunto agorà. Hai visto anche tu Repubblica nei giorni precedenti alla tua intervista: chi può stare nella stessa piazza ad ascoltare senza scappare ululando? Dobbiamo crescere in fretta, se vogliamo fare qualcosa di serio per questo mondo sempre più "impossibile".

E forse davvero questo ci può aiutare a ridurre le nostre distanze "funzionali".

Può darsi davvero che la velocità del tempo storico che ci trascina, finisca nonostante tutto per avvicinare i nostri due ruoli e le nostre diverse "temporalità". Per costringerci a misurarci con le stesse cose, dal momento che "dopodomani" è già ieri, e il pericolo che la logica della guerra riempia del tutto lo spazio imperiale è qui, nella quotidianità, come è qui la morte del pianeta, il tempo che impazzisce insieme ai governanti del mondo, i poli che si sciolgono [quello artico e quello antartico, non i nostri miseri moncherini di vita politica] come neve al sole, l'aria che manca e l'acqua che costerà come petrolio.

L'arcipelago dei movimenti

L'arcipelago dei movimenti è l'unico, fragile ma esteso ben oltre i confini delle nostre acciaccate culture politiche, punto d'appoggio su cui immaginare di sollevarci da questa caduta. È un bene troppo prezioso per lasciarlo in balia della chiacchiera televisiva e dei giochi feroci della politique politicienne .

Mi piacerebbe ragionare pacatamente con te su questo inedito "che fare?". Ti ho appena spedito un libro dal titolo pessimistico - "La politica perduta" -, in realtà più ottimista di quanto possa sembrare, perché suggerisce una linea di ricostruzione dell'idea di politica oltre il naufragio di quella che chiamo la "politica dei moderni", il paradigma che da Hobbes a Lenin ha dominato il percorso della modernità. Vogliamo usarlo come "occasione" per ricominciare a "cercare insieme" comunicando? Ne sarei felice.

Per intanto un affettuoso saluto con l'amicizia   di sempre

Marco Revelli

 

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Risposta di Fausto Bertinotti a Marco Revelli pubblicata sul n. 43 di Carta del 27 novembre 2003

Caro Marco,

è vero, spesso i tempi della politica e l'esposizione mediatica vincono sulle buone ragioni. Ma non c'è fretta, né consuetudine al commento quotidiano a ciò che appare dai quotidiani che possa giustificare un mancato approfondimento: commentare una tua frase stralciata dal suo contesto è una superficialità di cui mi scuso.

Ma possiamo utilizzare positivamente questo episodio e vederne il lato positivo. Esso ci consente di proseguire un dialogo e di verificare una profonda consonanza.

C'è un punto che ci unisce ed è un punto centrale del ragionamento di entrambi: in questo tempo e in questo spazio la non violenza è la condizione essenziale per portare alla luce e far vivere la radicalità di una critica alla società contemporanea.

La critica che oggi possiamo fare a questo capitalismo in questa parte del mondo può prendere corpo e forma, può far nascere nuove relazioni sociali, può diventare critica al potere, può esprimersi in forme di autogoverno solo all'interno di una idea non violenta del mondo e dei rapporti umani.

Il motivo lo abbiamo ben presente entrambi. C'è una nuova organizzazione bipolare del monopolio della violenza in cui guerra e il terrorismo si alimentano reciprocamente. E non c'è alcuno spazio fra i due se non è uno spazio realmente e completamente alternativo, se non esprime il rifiuto radicale di entrambi nei fini e nei mezzi.

E' vero, c'è stato un tempo nella nostra storia i cui i mezzi potevano essere autonomi dai fini. E' vero che questa autonomia ha portato a terribili e catastrofiche conseguenze, ma quei mezzi allora - in un altro tempo - hanno prodotto un cambiamento, hanno modificato il sistema di potere, hanno fatto pensare che il mondo poteva cambiare. Oggi quegli stessi mezzi sono del tutto inefficaci e non hanno alcuna possibilità. Non riescono a produrre neppure nell'immaginario un'alternativa di società. Essi riconducono inevitabilmente ad uno dei due poli della spirale che può distruggere il mondo.

Se questa tenaglia non viene spezzata le conseguenze saranno ancora più drammatiche. Potremmo nei prossimi mesi addirittura assistere ad una cancellazione della politica intesa come possibilità di intervenire sul mondo e di trasformarlo. Se ci sarà, come appare possibile, una guerra di religione, la politica sarà del tutto oscurata da un durissimo conflitto di civiltà. Unici protagonisti di questa contesa saranno appunto la guerra e il terrorismo, che si autoelegeranno a punti di riferimento di intere aree del mondo e che arbitrariamente si proporranno come rappresentanti dei popoli di questo conflitto di civiltà.

Oggi anche in Italia viviamo una grande difficoltà. La pietas per i morti di Nassiriya, il dolore e la tragedia che tutti sentiamo sta diventando la legittimazione di una scelta per la guerra, la impossibilità per le forze politiche e per gran parte della popolazione di metterla in discussione.

L'attentato alla sinagoga di Istanbul che è venuto qualche giorno dopo è apparso come un moltiplicatore drammatico, un segnale ancora più inquietante sia per chi è stato colpito - gli ebrei, la sinagoga - sia perché ha messo in luce che le potenze distruttrici sono effettivamente due, che il terrorismo ha una potenza devastatrice né secondaria né sottovalutabile.

Io credo, noi crediamo, che non si possa rispondere ad una violenza devastante espressione di un progetto imperiale, con un'altra violenza che accomuna nella dimensione del nemico le forze che producono l'oppressione e l'insieme della società in cui queste forze agiscono. Si tratta di due progetti di violenza e di oppressione che, in concorso fra di loro, portano alla guerra di civiltà , allo scacco della politica e persino alla distruzione dell'umanità.

Ci si sottrae a questo meccanismo solo con la non violenza, solo dicendo no a questo conflitto di civiltà. Solo se siamo convinti che la non violenza è l'unico modo per costruire davvero l'alternativa di società.

Una grande lezione in questo senso ci è venuta dal movimento femminista, dal suo rifiuto della violenza del patriarcato, dalla negazione della divisione fra mezzi e fini della politica. E oggi una grande insegnamento ci viene dal movimento dei movimenti che segna una discontinuità con le culture prevalenti nel movimento operaio e opera una rottura a mio parere di grande importanza.

Credo che non ti sfugga, caro Marco, quanto sia importante ai fini della costruzione di una cultura e di una pratica politica non violenta l'assenza in questo movimento del problema della conquista del potere. Questa assenza estirpa alla radice una modalità di comportamento di tanta parte del 900. Così come credo ti sia chiara la connotazione tutta autenticamente pacifista della risposta del movimento alla terribile violenza di Genova. Tutto questo oggi ci consente di aprire una discussione importante, che però parte già da una reale diversità con il passato.

In poche e semplici parole credo che non si debbano confondere le posizioni di alcune realtà organizzate e di alcune leadership che pure hanno indubbiamente contribuito con l'introduzione e valorizzazione delle differenze alla crescita del movimento con il movimento stesso. Nelle prime - hai ragione - ci sono delle resistenze a questo confronto e quindi è giusto dire che va aperto un dibattito di fondo. Ma il movimento ha già fatto la sua scelta, l'ha fatta nei comportamenti di massa, nella sua prassi.

C'è un ultimo punto che mi preme chiarire in questo nostro dialogo. La scelta non violenta non è solo parte di una cultura politica. Essa deriva da una analisi dell'attuale contesa che divide il mondo. Sia nella guerra preventiva dell'amministrazione Bush sia nel terrorismo si può scorgere un disegno politico regressivo, si può intravedere un modello di società distruttivo delle persone e della libertà. Sia Bush, sia i terroristi sono pericolosi non solo perché violenti, ma perché portatori di una idea di società che confligge con le istanze di cambiamento, con la prospettiva di un altro possibile mondo.

Per questo penso che la non violenza che opponiamo a questa violenza debba avere una valenza ed una forma politica. Possiamo pensare per il futuro ad un neutralismo attivo nei confronti di entrambi? Possiamo continuare su questo punto un dialogo fra noi e con altri?

Fausto Bertinotti

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LA GUERRA E' ORRORE

Venezia, sabato 13 dicembre 2003

Aula Magna IUAV - Architettura

 

Conclusioni di Fausto Bertinotti

 

Non è certo difficile comprendere e sottolineare il valore di

un'iniziativa di Rifondazione comunista sulle Foibe. E non mi

meraviglierò se essa susciterà discussioni e contrasti. Per

noi la ricerca storica è obbligatoria ed è, in qualche modo,

indistinguibile dalla battaglia politica quotidiana e dalle

nostre passioni politiche. E' inutile, infatti, nascondere il fatto

che in una ricerca storica condotta da militanti e da un

partito, entra in discussione tutto quello che ci anima, il

nostro spirito migliore. E dobbiamo lealmente riconoscerlo.

Questa ricerca è dunque collocata dentro un processo

politico e di costruzione di una cultura politica. Un processo

che Rifondazione ha iniziato da tempo e che riguarda il suo

modo d'essere, la sua identità e la sua collocazione sulla

scena politica. In poche parole la ricerca storica che noi

vogliamo fare, anche parlando delle Foibe, non è neutrale o

innocente. E quindi, naturalmente e giustamente, essa

deborderà sull'attualità politica, sugli atti che faremo, su chi

siamo e chi vogliamo essere.

Senza attutire i dissensi, dunque, è per me comunque

importante che venga declinato e condiviso il punto di

partenza della nostra ricerca. E' del tutto evidente che c'è,

ed è forte, un contrasto con i nostri avversari, con la cultura

politica che essi esprimono, e con le forze che li

organizzano. Sarò su questo punto molto chiaro. Noi ci

fondiamo sulla negazione di ogni legittimazione del

fascismo, sull'analisi critica della sua storia e anche di ciò

che di esso continua, sotto traccia, a corrompere il tessuto

sociale e culturale del paese.

IL NOSTRO ANTIFASCISMO

Questo è un asse fondamentale della nostra fondazione. Noi

siamo e rimaniamo radicalmente antifascisti. Di quella

esperienza e di quella storia rifiutiamo la connotazione di

fondo per come si è manifestata in tempi solo relativamente

lontani e come si manifesta, magari in forme diverse, più

ambigue, oggi. E' questo -lo ripeto- un elemento necessario

alla nostra fondazione. Riteniamo che l'antifascismo vada

vissuto, attivato e proclamato.

Chiarito e proclamato questo punto dobbiamo fare i conti

con noi stessi e farci una domanda. Come si fa ad estirpare

il fascismo e i fascismi dalla storia dell'umanità? E' questo il

quesito a cui rispondere per fare davvero i conti con noi

stessi.

Il nostro antifascismo non è un omaggio alla storia -

anch'esso importante sia chiaro - , non è il ricordo annuale

del 25 aprile. E' molto di più. E' la convinzione della attualità

dell'antifascismo. E' la convinzione che esso sia l'unica

religione civile del paese, l'unica capace di costruire una

convivenza civile. Esso è il quadro necessario in cui

esercitare il contrasto ed il conflitto fra chi accetta lo stato di

cose esistenti e chi vuole cambiare la società. L'antifascismo

è un elemento fondamentale della civiltà di un popolo. "L'ora

e sempre resistenza" di Calamandrei non è un urlo o una

testimonianza. Essa manifesta pienamente la cultura di un

popolo. Una cultura avversa alla colonizzazione da parte

delle maggioranze e ad una propensione alla esportazione

delle civiltà che va sorvegliata e messa sotto controllo

altrimenti rischia di dominare e di dominarti.

E' questo uno dei motivi per cui, nel percorrere la storia del

nostro Paese, non possiamo che militare dalla parte della

critica ad ogni forma di patriottismo e ad una ogni forma di

violenza, ammantata di patriottismo, che conduce alla

guerra. Una critica, questa, che possiamo manifestare in

maniera sommessa e composta anche rispetto a quegli

elementi estetizzanti di patriottismo che si vedono dalle

nostre parti, quand'anche indotte dallo stesso Presidente

della Repubblica.

Teniamoci lontani, insomma, teniamoci lontani attraverso

una forma di rifiuto, da ogni elemento di nazionalismo

ovunque praticato.

L'INGANNO DEL REVISIONISMO STORICO

E' questo bagaglio culturale che ci consente di rifiutare

attivamente quel fenomeno assai rilevante, che ha preso il

nome di "revisionismo storico". Quel fenomeno che riguarda

l'Italia, molti partiti e molti intellettuali, ma che riguarda

anche l'Europa e che può essere riassunto in questo modo.

C'è anche del bene nel fascismo e c'è un pò di male nella

resistenza. I due fatti storici si equivalgono o quasi. E una

sorta di buonsensismo ammantato di presunta neutralità e di

molte citazioni mette insieme fascismo e resistenza per

negarli entrambi in nome di una posizione terza non meglio

specificata. In realtà quel revisionismo non è innocente. E' il

tentativo di demolire appunto la possibilità di fare

dell'antifascismo la costante religione civile di questo Paese.

E' il tentativo di tirare una riga nella storia del Paese al di là

della quale c'è la cancellazione di ogni ideologia, di ogni

pensiero forte e la riduzione della politica a variante interna

del dominio del mercato dell'impresa. In poche parole il

revisionismo priva la politica della possibilità di progettare

una società diversa.

GLI AVVERSARI DI OGGI

Antifascismo, come religione civile e rifiuto dell'inganno del

revisionismo storico. Qui siamo collocati e da qui partiamo.

Ma questa collocazione, insisto, che è fondamentale nella

lotta politica culturale nel Paese, non ci aiuta a dire come ne

diventiamo protagonisti nel futuro. Non ci aiuta a questo

neppure la denuncia pure necessaria dei crimini del

fascismo. Ci sono molti fra di noi che su una questione così

scottante e così drammatica come quella delle Foibe si

azzuffano su una questione di numeri. Badate che ogni

elemento di comparazione che facciamo con il fascismo e

con le sue violenze non ci rende più forti. Ci immeschinisce

e riduce la forza dirompente e alternativa dell'antifascismo.

Se la differenza tra noi e il fascismo è solo di grado; se ci

limitiamo, a dire: loro ne hanno uccisi mille e noi solo cento,

la differenza fra noi diventa irrilevante. Noi siamo antifascisti

perché siamo fondamentalmente diversi. Lo siamo nella

visione del mondo, della società, delle donne e degli uomini.

Non è una questione di grado o di numeri.

La denuncia dei crimini del fascismo può diventare un

elemento fuorviante, se non addirittura negativo, se

attraverso di essa si tende ad evitare di fare i conti con la

nostra storia e ci mette sostanzialmente sullo stesso piano.

Il lavoro sulla memoria e sulla storia è fondamentale. Il

problema delle radici è vitale per immaginare il futuro per

tutti. Per una comunità, per un popolo, per una formazione

politica, per una cultura. Ma lo studio delle radici, l'uso della

memoria, oltre che della storia, non può ridursi a rassicurare

la tua identità e la tua esistenza. La storia non è una cuccia

calda dentro cui sei al riparo dalle intemperie del tuo tempo.

Anche perché gli avversari cambiano. Cambiano anche

quando resta il mondo dominato da una formazione

economico sociale capitalistica. Non è vero che ogni

stagione ti mette di fronte agli stessi avversari e agli

stessi problemi. Anzi. Per questo non esistono

rassicurazioni nella storia.

Oggi, battere il fascismo -parlo del fascismo come lo

abbiamo conosciuto alcuni decenni fa, non parlo delle

politiche fascistizzanti, o degli elementi fascistoidi che

persistono- battere quel fascismo è fin troppo facile. E'

capace perfino Fini. E' chiaro il punto? Il nostro avversario di

oggi non è il fascismo, cosa che appunto ci indurrebbe a

gridare ancora una volta quelle colpe che i loro stessi eredi

non sono in grado di contestare. I nostri avversari oggi, in

questa fase della storia, sono la guerra e il terrorismo. Il

mondo in cui viviamo, il mondo capitalistico in cui viviamo,

che è il risultato di una rivoluzione capitalistica restauratrice,

che chiamiamo globalizzazione, non è più in grado di

governare il consenso. Da qui prende corpo una vera e

propria crisi di civiltà che può risolversi in catastrofe. E,

quando affermo questo, ci tengo anche a precisare che non

è detto che la catastrofe possa risolversi automaticamente in

comunismo.

Questa coppia guerra-terrorismo che sequestra

monopolisticamente la violenza, questa realtà, ci mette di

fronte ad un problema assolutamente inedito. Noi non

possiamo pensare di battere questa violenza monopolizzata

con la guerra. La violenza, in ogni sua variante, quale che

sia il giudizio morale, risulta inefficace perché viene

riassorbita dalla guerra o viene riassorbita dal terrorismo

mettendo fuorigioco la politica. Questa coppia costringe a

ripensare la nostra storia per trovare le forze e i modi per

batterla. È una lotta di civiltà, è una lotta nella quale lo

stesso importante problema della trasformazione prende

corpo in modo inedito. Oggi, di fronte alla possibilità di una

catastrofe dell'umanità, siamo obbligati ad indagare sulla

violenza, sul suo ruolo nella storia, sul suo ruolo oggi o nel

futuro dell'umanità.

LA RESISTENZA ALLA VIOLENZA

E da dove partiamo? E' stato affermato che "con Auschwitz

Dio è morto". Un modo di dire non solo per i credenti, che

non è più immaginabile una violenza come quella. Poi c'è

stata Hiroshima, la violenza di chi ha vinto contro il nazismo.

Un passaggio drammatico, terribile. La violenza per battere

la morte produce altra morte. Era legittima Hiroshima?

Potremmo rispondere di sì perché meno distruttiva di

Auschwitz e del nazismo. Perché il nazismo è

intrinsecamente distruzione, sistematica oppressione e

violenza generalizzata. Auschwitz è la sua cattedrale e la

realtà. E' il genocidio.

Hiroshima no. Questa differenza c'è e conta. Hiroshima non

aveva come fine l'annientamento. Era un modo terribile e

violento di opporsi ad esso. Ma non basta fermarsi a questo.

Andiamo avanti. Che cosa determina nei vincitori

Hiroshima? Come agisce nelle culture di fondo? Cosa

produce? E ancora, noi -nel senso di movimento operaioche

non siamo né Auschwitz né Hiroshima, in quel contesto

siamo stati angeli ? Noi, intesi come soggetti della storia,

siamo stati contaminati da quella violenza? E oggi l'esigenza

del balzo per combattere un mondo organizzato sulla guerra

e sul terrorismo, non ci chiede di estirpare anche la violenza

che è entrata in noi e dalla quale siamo stati contaminati da

parte di un avversario dominante nella storia del mondo?

Credo abbia ragione un grande intellettuale come Walter

Benjamin quando dice: rapportiamoci col passato con il

balzo di tigre, torniamo indietro per scattare di nuovo in

avanti verso il futuro. E allora, nelle tracce di resistenza alla

violenza in nome della liberazione noi dobbiamo attingere

per compiere questo salto.

Su questo, è vero, dobbiamo pensare e ragionare di più.

Dobbiamo ragionare e ricercare di più su quello che è già

stato fatto nella nostra storia per liberarci dalla violenza

perché, la mia impressione è che spesso questo tipo di

analisi è stata ignorata preferendo altri filoni di ricerca.

C'è una faccia meno nota della resistenza, di quella

resistenza di cui sono cantate le gesta eroiche, vittoriose e

combattenti. Un lato che è rimasto in ombra, che è quello

delle relazioni quotidiane, del tentativo di sottrarsi ad una

violenza che pareva insormontabile. Questa dimensione

c'era, anche se mi guarderei bene dal dire che era

prevaricante rispetto a quella del conflitto, di un conflitto

drammatico e tragico. Ma pensiamo a Cesare Pavese, ai

passaggi nei suoi libri che riguardano il momento della

resistenza, il suo orrore per la morte e per il sangue. C'era

un ritrarsi, un senso di inadeguatezza, un timore. Pure era

un partigiano. Pensiamo ad un uomo cui siamo stati molto

legati, a Luigi Pintor e al suo libro Servabo. Quando è sul

punto di prendere le armi contro i fascisti, lo fa, ma nel

compiere quel gesto ne sente l'orrore. Ecco vorrei che qui ci

fermassimo a riflettere. Non sto dicendo che in quel

momento, in quei momenti così terribili, non si doveva

premere il grilletto. Sto dicendo un'altra cosa. Sto dicendo

che non dobbiamo mettere sullo stesso piano quello che è e

che si sente come dovere di fronte alla storia e il tuo essere

umano, la tua umanità, politica e culturale. Che una distanza

critica va presa, con coraggio. Che la tua umanità va

salvaguardata. Quasi per anticipare, in quell'atto di

resistenza, una liberazione che nel momento di premere il

grilletto è impossibile, ma domani può avverarsi.

Pensiamo ancora alla Repubblica d'Ossola. Sono di quelle

parti quindi ho sentito tante volte i partigiani raccontare le

loro storie quando sono entrato nella Camera del Lavoro e

avevo 22 o 23 anni a Novara. Ricordo i capi della Camera

del Lavoro, erano carichi di storia, mi sembravano vecchi e

avevano quarant'anni, ma sembravano venire da un altro

mondo. C'era anche chi si chiamava ancora "comandante" e

raccontava molte di quelle storie della resistenza. Lui le

raccontava, ma c'era chi preferiva il silenzio, chi preferiva

non parlarne più. Ricordo uno splendido comandante

partigiano Gino Vermicelli. Lui non raccontava quasi non

volesse essere riattraversato dalla violenza a cui era stato

costretto, quasi temesse che parlare di quella guerra che

aveva fatto e per cui era diventato famoso lo riportasse a

quel clima, a quella violenza.

Ma insieme a quelli che non raccontavano c'era chi amava

parlarne, che raccontava magari con piglio guerriero quanti

ne aveva sterminati fisicamente e come. Dico questo per

arrivare ad una conclusione evidente. Anche i partigiani,

come tutti, hanno sensibilità diverse, umanità diverse. Esse

sono racchiuse in una storia collettiva naturalmente. Ma in

questa storia collettiva possiamo trovare molti momenti,

molte indicazioni di una distanza dalla violenza, di un

pensiero che la respingeva, di un sentimento di pudore

rispetto a gesti considerati eroici, di un tentativo di costruire

altro da quello che si era stati costretti a compiere. Mi colpiva

il fatto che Vigorelli, diventato Ministro di giustizia, poche

settimane dopo che i fascisti gli avevano ucciso il figlio, si

era battuto sistematicamente perché non ci fosse alcuna

condanna a morte. Noi, noi allora giovani, eravamo

affascinati da entrambi gli atteggiamenti, da quelli

guerreschi, eroici, di chi raccontava ancora con orgoglio

quelle gesta e da quelli più silenziosi esplicitamente o

implicitamente critici non nei confronti di quei gesti, ma di

quella violenza che continuava a vivere in una cornice

guerresca. Ma in realtà sul lato non militare di quella

resistenza non si è indagato abbastanza. Abbiamo preferito

fare un'operazione di "angelizzazione" della nostra parte.

Sfidati dalla brutalità del fascismo e dalla sua violenza,

abbiamo preferito pensare che un'alternativa umana ad

esso fosse già compiuta dopo esserci liberati da quel

terribile evento. Questa retorica e questa angelizzazione

non ci hanno aiutato ad indagare nella nostra storia per

ricavarne risultati per il futuro. Hanno invece fatto sì che da

un lato disperdessimo le lezioni più straordinarie che dentro

quel percorso potevano annunciare il futuro, e, dall'altro, che

negassimo le violenze della nostra storia e della nostra

parte.

LE FOIBE

Parliamo delle Foibe, dell'oggetto di questo convegno. Noi

oggi facciamo una cosa impegnativa. Mettiamo insieme

conoscenze diverse, storie diverse e naturalmente non ci

possiamo sottrarre ad un'analisi del caso. Sapendo bene

che dai conti con questa storia deriva un risultato politico,

una conseguenza per noi, per quello che vogliamo essere.

Partiamo dal fatto. Mi pare che su di esso non esistano

grandi differenze. Le Foibe sono state un fenomeno

drammatico che ha investito la Venezia Giulia nella

transizione tra guerra e dopo guerra e che ha una specificità

insieme politica e etnica. In esse si cumula un groviglio, un

concentrato di violenza che parla un linguaggio più

generale. Mi pare che non ci siano dubbi sul carattere

paradigmatico di quella tragedia e di quella violenza.

Quando parliamo delle Foibe i numeri non servono a nulla. I

numeri sono muti, non servono a capire fino in fondo la

natura del fenomeno. Perché da tanti anni proprio sui numeri

c'è una violenta diatriba? E' evidente. Se si fa una

manipolazione verso l'alto e si parla di 350.000 vittime delle

Foibe si accredita la tesi che si è di fronte ad un genocidio,

un genocidio nazionale. Al contrario la manipolazione verso

il basso tende a configurare l'idea che in quelle fosse

c'erano solo fascisti colpevoli che con metodi, sia pure

discutibili, hanno avuto la loro punizione storica.

Io penso che in una ricostruzione storica avvertita, si

configuri un fenomeno che non è riportabile né al genocidio

né alla giusta punizione di qualche rigurgito fascista. Noi

siamo stati di fronte ad un fenomeno di violenza concentrata

che colpisce soprattutto le aree di Trieste e di Gorizia nel 43

e nel 45, e che in entrambi i casi si manifesta nel crollo di

una struttura di potere, di oppressione nel tentativo di

sostituire a questo sistema oppressivo che crolla un nuovo

ordine. Il trapasso cruento di potere tra regimi contrapposti

dà luogo ad una violenza che va indagata per quello che è

e che, secondo me, è il frutto di alcune componenti.

La prima su cui insistono molto le tesi giustificazioniste parla

di una sorta di furore popolare, una specie di riscatto da una

lunga storia di violenze, un'imitazione delle violenze subite.

Non è la prima volta che questo accade nella storia. Vorrei

ricordare che nella prefazione ad uno dei più straordinari libri

scritti contro il colonialismo, il libro di Franz Fanon "I dannati

della terra", uno dei più grandi intellettuali europei, secondo

me del dopo guerra, Jean Paul Sartre avanza una tesi da cui

io, all'epoca, ho sentito tutto il grande fascino e che oggi vivo

come aberrante. La tesi in altre parole secondo cui il colono

non può esistere, non può ricostruire la sua identità se non

con la uccisione del colonizzatore. E si parla proprio

dell'uccisione, dell'omicidio per costruire su quello

l'esistenza dell'oppresso. Nel caso delle Foibe siamo vicini a

questa tesi. Chi ha subito l'onta, l'onta di quella distruzione,

la rovescia contro l'avversario storico. Ma, francamente,

accanto a questo furore popolare io non riesco a non vedere

anche una volontà politica organizzata, legata ad una storica

idea di conquista del potere, di costruzione dello Stato

attraverso l'annientamento dei nemici.

Non si tratta di un'idea perseguita in parti isolate del mondo.

Faccio notare che gran parte della storia delle costruzioni

statuali del movimento operaio nel 900 è passata attraverso

l'idea della distruzione fisica del nemico.

Se questa interpretazione ha un qualche fondamento io

penso che noi dobbiamo avere il coraggio non solo, come

stiamo facendo, di dire la verità, ma -e su questo punto

insisto- di non trovare alcun elemento di giustificazione

nell'orrore che gli oppressori avevano realizzato

precedentemente per giustificare l'orrore che vi fu dopo.

Lo dico e lo chiedo non in nome di una tensione verso la

verità, ma in nome di qualcosa di ugualmente se non più

importante: una diversa idea della politica e della lotta di

liberazione.

DUE ORRORI: GUERRA E TERRORISMO

Questo nostro incontro è titolato: "La guerra è orrore". Vorrei

che ci pensassimo. L'orrore per la guerra contiene un

elemento importantissimo per la riforma della nostra cultura

politica, perché ci aiuta a capire il passato e il presente. Io

non credo, e sono in disaccordo con chi tra noi invece lo

pensa, che si possa pensare che il terrorismo è giustificato

dalla guerra.

Io non penso che in un mondo che si tenta di governare

attraverso la guerra preventiva, e cioè una guerra infinita e

indefinita, il terrorismo acquisti una sua legittimità. Sono

totalmente avverso a questa idea. Il terrorismo è

espressione di una strategia che si contrappone, in questo

caso, alla guerra o a chi occupa un paese in nome della

guerra, attraverso le manifestazioni di ciò che viene definito

terrore. Organizza il conflitto e la distruzione su obiettivi

sociali e civili del paese. Questo è il terrorismo. Una

soggettività politica precisa, non una derivazione, non la

conseguenza spontanea e pulita alla guerra. C'è chi fa la

guerra e dall'altra parte si costituisce una potenza

simmetrica con un progetto politico proprio che possiamo

leggere anche su internet. Questo progetto politico recluta

delle forze, organizza delle resistenze, stabilisce una

strategia di lotta e la attua.

Entrambi questi soggetti politici, il governo imperiale e il

governo terrorista, non sono, secondo me, solo repellenti

perché uccidono, producono morte e distruzione, sono

repellenti perché disegnano e prefigurano una società nella

quale noi non vorremmo vivere. Questo è il punto.

Oggi i mezzi sono inscindibili dai fini, sono due facce della

stessa medaglia. Chi ragiona così non è un patriota. Ebbene

non me ne importa niente. Non è, non sono un patriota.

Voglio cambiare il mondo, che è altra cosa dalla guerra, ma

anche dal terrorismo. E non ho nulla da spartire con

entrambi perché penso che non ne condivido né il metodo

né il fine, anzi, addirittura penso che il terrorismo e la guerra

comandano un processo con il quale si tende ad escludere

le masse dalla politica. Essi chiedono la cancellazione della

politica come progetto, come soggettività organizzata, come

partecipazione delle classi, delle masse, dei popoli, delle

persone. Non voglio avere nulla a che fare con entrambi

perché gli uni, dentro la Casa Bianca, e gli altri, dentro non

so quale luogo, pretendono di decidere le sorti dell'umanità

e dei popoli dal loro luogo di comando. Non è vero che il

terrorismo parla in nome di popoli oppressi. Mai è esistito un

luogo della strategia così separato dai paesi, dai popoli e

dalle masse come questo. Esso è un avversario storico non

solo nostro, ma dell'umanità. La guerra e il terrorismo, sono

due soggetti politici, non è vero che il secondo è un derivato

della prima. Come si contrastano? Con la pace. Con un

popolo della pace.

Allora, se è così, e per me è così, non posso non

riesaminare anche la mia storia, la mia grande ma anche

terribile storia. Bertold Brecht dice tante cose, ma mi

soffermo su due. Dice: "Beati i popoli che non hanno

bisogno di eroi". E poi: "Noi che abbiamo voluto il mondo

della gentilezza non abbiamo potuto essere gentili". Quindi

abbiamo preferito essere eroi. Capisco entrambi le frasi di

Brecht ma quale noi dobbiamo privilegiare oggi, qui e ora?

"Non abbiamo potuto essere gentili" o "beati i popoli che non

hanno bisogno di eroi"? Io penso che per ragioni che

riguardano la città futura, noi non possiamo che scegliere la

seconda: "beati i popoli che non hanno bisogno di eroi" e

comportarci di conseguenza.

QUEL CHE NON HA FUNZIONATO

Se è così allora bisogna vedere anche che cosa non ha

funzionato in noi, perché poi ci ritroviamo con questa guerra

e con questo terrorismo. Io credo, che nel 900 noi abbiamo

perso. Ha perso la nostra gente, la nostra storia, la nostra

cultura politica. Nel 900, il secolo in cui si è realizzata il più

grande tentativo di scalata al cielo e di ascesa delle masse

nella politica, e il tentativo del proletariato di superare la

società capitalistica, cioè la società dello sfruttamento e

dell'alienazione, noi abbiamo perso. La partita nel 900 si è

conclusa con una sconfitta. E' solo colpa dell'avversario?

Guardate che se diciamo così andiamo a casa, chiudiamo la

porta e buttiamo la chiave. Se l'avversario è indefinitamente

più forte di noi è inutile continuare a parlare. Se invece la

storia si fa anche con i "se" allora si può cercare di capire

dove abbiamo accumulato degli errori che hanno contribuito

alla sconfitta.

La proposta che facciamo non è una nostra invenzione.

Mentre la globalizzazione pareva vincere, il pensiero unico

aveva il dominio totale del mondo e noi eravamo una

minoranza sparuta di resistenti, è nato un movimento di

critica alla globalizzazione che ha attraversato il mondo da

Seattle, a Genova, a Firenze e che è diventato il movimento

della pace. La storia è ricominciata, ed è ricominciata così.

Si è trovata una forma di contestazione di massa,

tendenzialmente non violenta al dominio della

globalizzazione capitalista e alla guerra.

Ma allora in quel 900 nella nostra storia c'era anche

qualcosa che non funzionava? Siamo così sicuri che era

proprio necessario massacrarli quelli di Kronstad? Siamo

così sicuri che per salvare il nuovo stato post rivoluzionario

andavano massacrati? E siamo così sicuri che per difendere

la rivoluzione bisognava costruire degli stati autoritari?

Siamo sicuri che lo stalinismo fosse proprio la risposta

necessaria a quella fase? E che il mantenimento delle tracce

dello stalinismo che si sono da lì irradiate non siano state un

elemento, invece, di corrompimento drammatico

dell'alternativa possibile e necessaria del comunismo al

capitalismo? E siamo così convinti che il gulag o non

esistevano oppure erano solo un modo per tenere a freno gli

egoismi di popolazioni che non capivano il comunismo?

Oppure invece era una modalità attraverso la quale una idea

nata per liberare si rovesciava nel suo contrario in un regime

oppressivo?

Quando parliamo di gulag parliamo di 20 milioni di persone

sterminate, di cui la metà comunisti. Vorrei che qualche

brivido ci attraversasse.

Ma al di là dei numeri terribili quello che è successo, quello

dolente, molto sofferto, in cui diceva: "Questo mio popolo è

proprio spogliato di tutto. Non può muoversi, non può

lavorare, non può costruire. Dipende dallo Stato israeliano,

se gli viene aperto il passaggio, se gli viene aperta l'acqua,

se gli viene aperto il lavoro. Ma adesso c'è una cosa ancora

più terribile. La barbarie dell'oppressione dei coloni,

dell'esercito israeliano, ha imbarbarito anche una parte della

mia reazione, della reazione della mia gente. Quella

tensione barbarica entra anche in qualche misura dentro di

me".

Questo punto di osservazione non è un atto di nobiltà. E'

una lucida analisi politica. Senza estirpare da noi questo

elemento di penetrazione dell'avversario, del suo linguaggio,

della sua logica, della sua cultura non vinciamo e rischiamo

di assomigliargli troppo. Troppo. E in questo caso, qualora

anche vincessimo saremmo in realtà in larga misura figli di

quella storia che è il contrario di una storia di liberazione e

di emancipazione.

E poi c'è un elemento che riguarda noi, che riguarda la

nostra storia, l'idea cioè che le Foibe ci possono capitare

addosso non solo per imbarbarimento indotto

dall'avversario, ma perché nessuna cultura forte è immune

dalla propensione fondamentalista. Tanto più pensiamo di

avere un'idea del mondo, tanto più è radicata l'idea di

alternativa, di diversità, di un altro mondo possibile, tanto più

è alto il rischio che si possa accedere alla scorciatoia

fondamentalistica di imporre con ogni mezzo questo esito.

E' in questo modo che chi pensa di dover esportare una

civiltà fa la guerra.

Vorrei poter dire anche ai compagni più avversi a questa

linea di ricerca, che come vedete non è vero che noi

vogliamo disfarci del passato, ma vogliamo scegliere un lato

del nostro passato contro un altro ed esaltarlo al punto da

farlo diventare una pratica sociale, politica e culturale.

Nessuno di noi propone di ricominciare da capo. Noi

proponiamo, sulla base dell'analisi secondo cui il capitalismo

sterminio significa che qualche cosa non ha funzionato o

no? Oppure si è trattato di una perversione orientale,

cadendo la quale tutto può tornare al posto giusto? O non

dobbiamo pensare invece che c'è un rapporto tra Kronstadt,

il gulag e qualche cosa che ha a che fare anche con le

nostre storie e magari con le Foibe? Non parlo di un rapporto

meccanico, ma di una cultura che consentiva l'idea di un

esercizio del potere e una idea dell'avversario come nemico

da fronteggiare, appunto, in termini prevalentemente

militari?

So che alcuni fanno una similitudine fra i campi di sterminio

e i gulag, fra nazismo e comunismo. Non funziona. Il

nazismo è un sistema costruito per l'oppressione, che nasce

e vive sull'oppressione e si esaurisce nell'oppressione di

classe, di Stato, di etnia, sistematicamente e

organicamente. Auschwitz è il suo paradigma. Il gulag non è

il paradigma del comunismo, il gulag è la manifestazione

estrema di una contraddizione che il comunismo si è portata

nella pancia e che è determinata da una idea del potere e da

una idea della violenza. Su questa idea del potere e su

questa idea della violenza noi dobbiamo fare una revisione

coraggiosa.

E' questo, io credo, il passaggio che noi siamo chiamati a

fare, non per essere meno comunisti, ma semplicemente

per cercare di essere comunisti.

RIFIUTIAMO LA BARBARIE DEL NEMICO

Ora se guardiamo a ciò di cui stiamo discutendo possiamo

affermare due cose. La prima riguarda il condizionamento

esterno del nostro avversario, quanto la natura del nostro

avversario incide su di noi. Tema oggi attualissimo. A me ha

fatto molta impressione l'articolo di un dirigente palestinese

che stimo molto, Ali Rashid, che in un momento

particolarmente drammatico in cui Hamas aveva compiuto

uno dei molti attentati terroristici ha scritto un articolo

oggi, porta la guerra come il temporale porta la pioggia, di

sottrarci non solo alla guerra, ma alla cultura della guerra,

alla cultura del potere che è connessa a quella della guerra.

E' un potere gerarchizzato, onnipotente quello a cui viene

delegata la sorte della partita. Noi pensiamo che la partita la

debbano giocare le moltitudini, le masse e le classi, non lo

stato maggiore. Questo è il punto chiave. Se c'è uno stato

maggiore c'è un regime possibile di guerra.

Allora, quelle che appaiono culture deboli e soggetti deboli,

noi dovremo saperlo per nostra storia, sono i portatori del

futuro. Perché la classe operaia è il soggetto del

cambiamento se non perché esprime la realtà dello

sfruttamento e dell'alienazione? E non riposa su di essa la

possibilità, attraverso la rivolta e la rivoluzione, della

liberazione? Ma se è così non c'è già, nell'antropologia

marxiana il rovesciamento del forte con il debole, perciò noi

siamo forti se siamo deboli, noi siamo egemonici se siamo in

grado di valorizzare le diversità? Ma perché la periferia

diventi il centro bisogna che la radicalità sia iscritta in una

pratica di non violenza. Il massimo di radicalità oggi si può

esprimere solo con la non violenza, altrimenti retrocede

immediatamente a braccio armato e si inserisce nella

dialettica guerra-terrorismo. Diventa la fine della politica. Se

oggi facessimo quella scelta, se fosse in qualche modo

compresa nelle nostre possibilità, sarebbe la devastazione

nostra, del campo e della politica.

Ieri era una tragedia e per questo possiamo ragionarci al fine

di poterla estirpare dalla nostra storia valorizzando invece gli

altri elementi che sono descritti nella storia partigiana, della

resistenza, della costruzione delle comunità e poi, via via,

della grande ascesa delle lotte di massa, della nascita del

femminismo.

Se oggi dovessimo accettare la violenza essa

ammazzerebbe soprattutto noi. Per questo, io credo, noi

dobbiamo liberarcene facendo i conti interamente con la

nostra storia.

Fausto Bertinotti

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da La Repubblica del 27-12-'03

Condanna dei gulag, non violenza assoluta: la lunga marcia del segretario di Rifondazione

Dal proletariato ai no global la Bad Godesberg di Bertinotti

In articoli e convegni l´allontanamento dal solco della tradizione comunista

Il segretario nega ogni volontà di abiura, ma recide i legami con l´ideologia

La "scoperta" delle foibe: "Anche da parte dei giusti, soppressione di umanità"

di GOFFREDO DE MARCHIS

 

ROMA - Anche abbandonare una storia, rimanere comunisti di nome ed esserlo sempre meno di fatto, è una lunga marcia. E lenta, e problematica, a volte noiosa nello sforzo di essere una cosa seria, non una "svolta" da annunciare in tv e basta. Fausto Bertinotti scrive, risponde, puntualizza, corregge spostando sempre un po´ più in alto l´asticella, magari solo di qualche centimetro alla volta ma a lui sembra l´unico modo per saltarla davvero. Niente abiure, nel frattempo continuiamo a dirci comunisti, avverte. Si può? Lui dice di sì, declinando in maniera nuova il concetto, la storia, contagiandola con la realtà. È una Bad Godesberg allungata, una corsa a tappe, non uno sprint, che si arricchisce ogni giorno di ragionamenti, lettere, interviste, convegni, di tante "svolte". È il "confronto delle idee" nel solco dell´unica parte della tradizione comunista, quella intellettuale, che il segretario di Prc ha deciso di salvare. Ovviamente il comunismo è stato qualcosa di più del confronto delle idee. È stato culto, ideologia, "religione", si è fatto tragicamente Stato per milioni di uomini. E qui il segretario di Rifondazione non ha dubbi: la statua deve lentamente ma inesorabilmente venire giù.

In questi ultimi due anni, Rifondazione ha scattato alcune nuove fotografie della storia comunista condannando il massacro di Kronstadt e i gulag, "15-20 milioni di persone sterminate". Cancellando dal suo Statuto i richiami allo stato leninista e agli insegnamenti di Gramsci. Rileggendo la Resistenza "per lavorare sui nostri errori". Scoprendo le foibe e ammettendo che sono state per tanto tempo "minimizzate". Impegnandosi quindi a sciogliere il legame con il ?900 e scegliendo l´adesione a una logica totalmente non-violenta della politica. Non caso Bertinotti ha "ripudiato" gli episodi più cruenti della storia comunista. L´approdo è quello del pacifismo assoluto, è il suo indirizzo offerto ai movimenti, alla piazza, ai no global.

Durante il cammino, la domanda è sempre stata la stessa: bene, allora siete pronti a cambiare nome, ad abbandonare la "ragione sociale" comunista? Anche la risposta di Bertinotti è rimasta uguale: "Noi siamo comunisti". Ma con mille punti interrogativi, critici, problematici. Non quelli del secolo scorso. Oggi il comunismo di Bertinotti è un "processo aperto e indefinito", come ha scritto in una lunga lettera di risposta a Adriano Sofri sull´Unità. Una definizione di per sé rivoluzionaria visto che il comunismo non aveva niente di indefinito, era regola, disciplina, autoritarismo. Basta rileggere, 64 anni dopo, Buio a mezzogiorno di Koestler. Se è così, se il comunista di oggi dev´essere tanto diverso da quello di ieri per stare nel mondo del terzo millennio, Sofri chiede al segretario di Prc se sia giusto usare la falce e martello solo come bandiera o nostalgia. Bertinotti parla di nuovi obbiettivi, di un cambio di soggetto politico dal proletariato al "movimento dei movimenti". Ma alla fine allarga le braccia: "Non saprei come chiamare questo compito se non comunismo".

Eppure sempre di più di comunista Bertinotti lascia che nella vicenda di Prc rimanga soltanto il nome. Viene reciso il cordone ombelicale con l´ideologia, con il "grande cambiamento promesso" nel nome del quale il comunismo ha perpetrato i suoi "orrori". Nell´intervista a Repubblica sul dibattito aperto da Sergio Segio a proposito delle possibili infiltrazioni Br nel movimento, Bertinotti ha usato le forbici della memoria: "Non mi appartiene più il Brecht che diceva: Vogliamo un mondo gentile ma per averlo non possiamo essere gentili". Oggi la scelta non può essere altra che respingere ogni atto di violenza". Dopo quelle parole ha aperto un confronto con Marco Revelli e Paolo Mieli sui rapporti tra comunismo e violenza politica. E ha rialzato l´asticella organizzando a metà dicembre a Venezia un convegno sulle foibe, "minimizzate", esempio di come anche "dalla parte dei giusti c´è stata oppressione e soppressione di umanità", l´occasione per "estirpare la violenza entrata in noi". Quell´appuntamento ha celebrato anche rivisitazione di alcuni passaggi che il comunismo italiano aveva trasformato in bandiere indelebili. "C´è stata un´angelizzazione della Resistenza. Sarà pure un problema se Pavese scrive del suo orrore per il sangue e Pintor ci racconta del ribrezzo per le armi", ha detto a Venezia il leader di Prc. E lì ha unito gulag, lotta di liberazione italiana, il massacro di migliaia di italiani per mano dei partigiani fedeli a Tito, per condannarli, per "non giustificarli". Lo ha fatto nel nome dell´anticomunismo? No, lo ha fatto perché è "comunista davvero".

Il travaglio personale e collettivo è accompagnato da una prudente ed elaborata "operazione politica", il lento avvicinarsi ai movimenti, soggetto politico che "non ha niente a che vedere con la storia del ?900", diffidente verso i partiti, verso il Palazzo, verso il passato compreso quello comunista che fu più partito di tutti fino a trasformarsi in partito-stato. Nel collegamento con la piazza l´iconografia comunista appare dunque un peso e quello spazio lasciato libero dall´uscita di scena di Sergio Cofferati candidato a Bologna va guidato con parole d´ordine chiare (la non violenza) ma con il massimo di apertura e indefinitezza. La prossima tappa è dietro l´angolo: il 10 e l´11 a Berlino Rifondazione, i comunisti francesi, gli spagnoli di Izquierda unida e il Pds tedesco firmano un protocollo d´intesa per le elezioni europee. Si presenteranno con i loro simboli ma sotto l´insegna di "partiti della sinistra alternativa". Dopo il crollo della statua, vacilla anche la targa, il richiamo al comunismo.

la Repubblica

27 dicembre 2003

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da Liberazione 28-12-'03

 

non-violenza

Ricordiamoci di Turati e Jaurés

Caro Curzi, noto che va per la maggiore nel nostro partito una nuova ideologia, l'ideologia della nonviolenza, secondo cui d'ora in poi in ogni circostanza storica che si presenterà ed in ogni luogo della Terra si deve rifiutare l'uso della forza e della violenza, e addirittura si devono bandire dal lessico politico termini come battaglia, guerra di posizione, tattica, strategia schieramento, lotta etc. etc., un vero e proprio pacifismo assoluto. Mi auguro che il nostro partito abbia ancora una coscienza comunista sufficientemente salda da saper rigettare questa visione schematica ed antistorica. Dobbiamo forse ricordare che il riformista Turati, nell'Inno dei Lavoratori, scriveva "guerra al regno della guerra" e che J. Jaurés (anche lui socialista) diceva che il capitalismo porta con sé la guerra come le nuvole portano con sé la tempesta? Naturalmente, qui ed ora (oggi come oggi, in Italia ed in Europa), il terreno di lotta è quello democratico e non violento, ma ad es. in Iraq è diverso e dobbiamo sempre essere preparati al peggio (se dovesse tornare il fascismo...).

Pablo Genova Pavia

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da Liberazione 30-12-'03

 

Quell'articolo di "Repubblica"

su comunismo e rifondazione

Caro direttore, sono rimasto sconcertato dall'articolo apparso su "La Repubblica" di sabato 27 dicembre ("Dal proletariato ai no global, la Bad Godesberg di Bertinotti") e ancor più sconcertato dal fatto che "Liberazione", il giorno dopo (28 dicembre). abbia ripubblicato lo stesso articolo senza un filo di commento. Goffredo De Marchis, l'autore dell'articolo, è abile nel far emergere la sua verità: e cioè che il Prc avrebbe intrapreso una sua "lunga marcia" per fuoriuscire dal comunismo ("Sempre di più di comunista Bertinotti lascia che nella vicenda di Prc rimanga soltanto il nome"). Sono affermazioni pesantissime, secondo le quali i militanti e gli elettori del Prc non si troverebbero di fronte ad un cambiamento di linea politica, ma di fronte ad un avanzato processo di cancellazione della natura politica e teorica del loro partito, e cioè di fronte ad un nuovo tentativo di superamento, in Italia, del Partito comunista. A questa "elaborazione" de "La Repubblica" (che già svolse un ruolo centrale nella cancellazione del Pci) occorreva rispondere, denunciando la strumentalizzazione che sale ancora una volta dalle pagine di una testata anticomunista. Quando si ripropone un articolo così pesante di un'altra testata, senza decodificarlo e criticarlo, si rischia di inviare ai propri lettori un messaggio oggettivo, che è, tradizionalmente, questo: "è un articolo importante, che vi proponiamo per farvi riflettere". Poiché sono convinto che non è questo il messaggio che "Liberazione" voleva inviare, sono anche convinto che sia stato fatto solo un errore nel pubblicarlo così nudo e crudo. Un errore che però va corretto, rispondendo chiaramente a De Marchis e, per la verità, anche a tutti i compagni e le compagne sconcertati e inquietati.

Fosco Giannini

 

Caro Sandro, devo dirti che fa un certo effetto rileggere il giorno dopo sulle colonne del giornale del partito l'articolo di Repubblica su "la lunga marcia del segretario di Rifondazione", dove viene attribuito a Fausto Bertinotti l'impegno defatigante e anche un po' noioso di "rimanere comunista di nome e di esserlo sempre meno di fatto". L'approdo di un comunismo del terzo millennio che sfuma in un processo aperto e indefinito, segnato dal lento avvicinamento ai movimenti, e verso il pacifismo assoluto... Immagino che i commenti e forse la replica dell'interessato verranno i prossimi giorni. Non credo che si tratti di una questione personale di Fausto, ma della descrizione deformata e tradotta nel politichese imperante, di una questione che riguarda tutto il partito e le sue scelte congressuali e post congressuali. Nella sostanza si tratta né più né meno della rifondazione per cui è sorto il nostro partito, con l'apporto fin dall'inizio di forze politiche e intellettuali che non avevano aspettato la caduta del muro per esprimere una critica profonda e radicale del socialismo reale. E non mi riferisco solo a chi si richiamava esplicitamente alle tradizioni eretiche del comunismo novecentesco, ma anche alle esperienze di provenienza sessantottina, alle culture maturate nel crogiuolo che è stata la sinistra sindacale negli anni sessanta e settanta, all'elaborazione innovativa di settori della sinistra comunista e socialista italiana, da Lelio Basso ad Aldo Natoli, da Pietro Ingrao al "manifesto", al dissenso di matrice cristiana. Anzi c'è da meravigliarsi, in un certo senso, che sotto l'urgenza delle esigenze di una politica di resistenza, un progetto di ripensamento radicale dell'eredità novecentesca e di progettazione innovativa di un nuovo pensiero comunista abbia tardato a decollare e a uscire dall'ambito di elaborazioni puramente intellettuali. Certamente è stato il movimento dei movimenti che ha creato le condizioni e fatto emergere la necessità di un ripensamento complessivo non più rinviabile. Ed è certamente merito di Rifondazione oggi, del suo ultimo congresso, e del suo segretario, di aver posto questo ripensamento come un atto politico concreto da perseguire non solo in Italia, ma a livello internazionale, almeno nell'orizzonte di una sinistra alternativa europea di cui si avverte drammaticamente la necessità e la mancanza...

Domenico Jervolino

 

A noi l'articolo di De Marchis è parso interessante: non un testo "veritiero" o "condivisibile", ma appunto un documento giornalistico sul Prc e le sue scelte attuali, che valeva la pena di far conoscere anche ai nostri lettori. Com'era ovvio, "La Repubblica" ha fornito la sua interpretazione di parte, nella quale non si distingue tra "abiura" (magari con annesso cambiamento di nome) e "rifondazione" di nuova cultura comunista - forse neppure si capisce la differenza. Dovevamo corredare l'articolo di una presa di distanza? Specificare che non si trattava, da parte nostra, di una "assunzione" acritica? Ma il testo conteneva alcune affermazioni di Fausto Bertinotti che non davano adito ad alcun dubbio sulla qualità, il senso e la portata del percorso che il Prc ha intrapreso, del resto da molti anni. Anche per questo abbiamo evitato un'operazione che sarebbe suonata pesantemente pedagogica, e ci siamo fidati delle autonome capacità critiche dei nostri compagni e dei nostri lettori. Cogliamo l'occasione per ribadire che "Liberazione" spesso pubblica (o ripubblica) testi di un certo interesse politico, analitico o giornalistico, che sono da noi condivisi solo parzialmente: non solo in omaggio a principi liberali e pluralisti, ma al dato di fatto che il mondo (compreso quello di sinistra) "è molto più grande di quanto non ne contenga la nostra filosofia".

(a. c. e r. g.)

 

da Liberazione 31-12-'03

 

comunismo

 

Perché dovremmo ripudiarlo?

Caro direttore, l'articolo di De Marchis su "Repubblica" risulta davvero interessante, alla luce del dibattito suscitato nel partito. Chi scrive, anche per questioni anagrafiche, non ha mai amato, né intende ravvedersi nel futuro, le forme estreme di "comunismo realizzato", condivido quindi il tentativo di una riflessione critica su una storia complessa e controversa, alla quale tuttavia ritengo indispensabile richiamarsi per progettare un futuro possibile per il nostro partito. Ad onor del vero, senza allargare molto gli orizzonti, già nella storia del Pci non sono mancati, a vario titolo, le riflessioni autocritiche su quel lungo evolversi storico, che inizia con la degenerazione della Rivoluzione del '17. Dal memoriale di Yalta al Berlinguer del dopo golpe polacco, ci sono ampie tracce in questo senso; il problema segue dunque altre logiche, che vanno analizzate in altre forme. Le critiche di quanti ripugnano l'idea stessa del comunismo come ipotesi da concretizzare in qualsiasi luogo o modo, poggiano su un assoluto senso di omertà storico, in nome di un presunto divenire delle libertà borghesi, che si astrae dai processi storici. Potremmo discutere all'infinito sui comunismi ortodossi od eretici, ma pur riflettendoci a lungo non sono ancora giunto a darmi una risposta: perché dovremmo ripudiare, a priori, sic et simpliciter forme di impostazione e di organizzazione che hanno mosso nel concreto milioni di persone, in nome di forme "eretiche" che hanno il solo "merito" di essere inverificabili sul piano della concretezza?

Angelo Broccolo Cosenza

 

Chi sono

i comunisti

Caro direttore, tante compagne e tanti compagni hanno fermamente creduto in un partito comunista ed hanno fortemente voluto che un soggetto politico comunista continuasse ad esistere in Italia. Non un soggetto radical-movimentista, ma una forza politica che perseguisse l'obiettivo del partito di massa. Questo è ciò che ha motivato quanti, con fatica, con tenacia, con passione politica hanno in questi anni lavorato alla crescita del partito della Rifondazione comunista; rifondazione, appunto, di un partito comunista che si inserisse nella tradizione comunista, che ne criticasse gli errori, che avesse la capacità di separare "il bambino dall'acqua sporca", di riconoscere comunque in quel bambino la forza rivoluzionaria capace di sovvertire lo stato di cose presente. Un partito fatto anche di memoria del sacrificio dei compagni.

Raffaele Sforza Barletta (Ba)

 

Evitiamo rischi

di regressione

Caro compagno Curzi, è scontato che i nostri avversari politici, compresa la "sinistra anticomunista", ed in particolare De Marchis sulla "Repubblica", svisino le nostre posizioni. Ma la questione è: si tratta di una vera mistificazione? La condanna del "comunismo novecentesco" come cumulo di "errori ed orrori" è una meschina contraffazione di De Marchis? A me pare che, nella migliore delle ipotesi, i suddetti avversari sfruttino debolezze ed ambiguità, o piuttosto concessioni deologiche, che purtroppo non sono affatto "inventate". Domenico Jervolino scrive che "la rifondazione da cui è sorto il nostro partito" sarebbe poggiata su di "una critica profonda e radicale del socialismo reale". Ben venga una tale critica, se basata su fondamenta scientifiche, e quindi sulla distinzione tra processi di transizione postcapitalistica, pur contraddittori, e "democrazia" borghese-imperialista. Ma se si tratta di contrapporre l'interclassismo "personalista" della "dottrina sociale cristiana" (condannato dagli stessi preti operai francesi), anche in versione "di sinistra", al marxismo ed al leninismo, allora non siamo più sulla lunghezza d'onda di un effettivo sviluppo del marxismo "sulle proprie basi", ma piuttosto sulla china di una regressione premarxista, verso il proudhonismo od il "vero socialismo" etico e cristianeggiante.

Fernando Visentin via e-mail

 

 

da Liberazione 3-1-'04

 

 

"Dal proletariato ai no global: la Bad Godesberg di Bertinotti". Così era titolato un ampio servizio sulla "lunga marcia del segretario di Rifondazione" pubblicato il 27 dicembre scorso da "la Repubblica" a firma Goffredo de Marchis, e da noi offerto all'attenzione dei nostri lettori, senza commento, il giorno dopo. E' bastato questo per spingere militanti e simpatizzanti di "Rifondazione" a riversare sul fax e nella email di "Liberazione" decine e decine di lettere incentrate sul "comunismo" e sull'identità del Prc. Riteniamo giusto e utile, a cominciare da oggi, pubblicarle, nella certezza di contribuire alla necessaria trasparenza e all'auspicabile arricchimento di un dibattito di importanza capitale. Non solo per Rifondazione, ma per il movimento e per tutta la sinistra.

a. c e r. g.

 

Non attestarsi

in comode certezze

Caro Sandro, cara Rina, ho trovato molto interessante il fatto che un giornale come "la Repubblica" ritenga di dare spazio al dibattito politico del nostro partito sui temi del comunismo e della rifondazione. L'articolo di De Marchis al di là dell'interpretazione circa la lunga marcia del segretario, riconosce implicitamente il ruolo che il nostro partito sta svolgendo in un contesto che molto al di là del partito stesso e persino del territorio nazionale e riconosce altresì il bisogno che esiste a sinistra di un tale riferimento. Parliamo cioè della capacità di essere comunisti ridando attualità a questo termine, nell'obiettivo storico della trasformazione della società capitalista e facendo i conti con la nostra storia: un processo di rifondazione, appunto. Anche nel merito di quanto dice e scrive il segretario vi possono essere opinioni diverse, osservazioni, modalità diverse di affrontare le questioni, e io pure ne ho, ma ciò non toglie nulla alle responsabilità che ci dobbiamo sentire addosso se non vogliamo attestarci in comode quanto controproducenti certezze. In ogni caso, considero importante la scelta di "Liberazione" di pubblicare interviste e articoli di altri quotidiani che parlino di noi. Mi colpiscono molto, perciò, lettere come quelle di Fosco Giannini e Domenico Jervolino che vi criticano per non aver "dato i voti" all'articolo di De Marchis. Non sono d'accordo con loro: da una parte perché in questo caso una eventuale "operazione pedagogica" sarebbe stata piuttosto invadente, e dall'altra perché mi chiedo se la critica non contenga altro. Se dietro questo bisogno di rassicurazioni non vi sia anche un affidamento al nostro giornale di compiti che stanno altrove. Fermo restando il ruolo determinante di Liberazione nella vita del partito, penso però non possa essere anche sostitutivo di un grande dibattito politico e culturale che invece si deve sviluppare nel partito, che coinvolga gli iscritti e che abbia un seguito nelle politiche concrete delle federazioni, dei circoli, ecc. e non solo oggetto di convegni del segretario.

Graziella Mascia

 

Bisogno di comunismo:

oggi più che mai

Caro direttore, penso che la ricerca di un giudizio critico nei confronti del passato, non debba necessariamente indurci a rinnegare il percorso del Comunismo, ma anzi deve diventare un terreno fertile su cui far crescere la pianta della speranza della libertà e della solidarietà che sono i veri fondamenti della teoria comunista e nello stesso tempo le uniche aspirazioni di quell'ideologia marxista-leninista che si contrappone al sistema capitalistico e disturba i manovratori del liberismo più sfrenato. Oggi più che mai si avverte un bisogno di Comunismo che ci possa condurre, di fatto, ad un mondo migliore.

Pasquale Placanica (Rc)

 

La "lunga marcia"

non è un mistero

Caro direttore, secondo me l'autore dell'articolo, pur non essendo comunista, propone comunque ai lettori del suo quotidiano una chiave di lettura dignitosa e tutto sommato veritiera del cammino intellettuale e storico da lungo tempo intrapreso dal segretario di Rifondazione. Che questa "lunga marcia" sia in corso non mi sembra un mistero inconfessabile, ma piuttosto un segno forte di grande onestà intellettuale, tanto più significativa, in quanto si continua a mantenere vivi gli ideali di giustizia, pace e uguaglianza che perseguiamo da sempre. Sono però cambiate le situazioni storiche e i contesti operativi per cui è necessaria oggi una gestione programmatica moderna e coraggiosa che, in qualche circostanza, può essere giudicata, dall'immancabile "Catone censore" in agguato, di stampo revisionista.

Francesco Sarli Roma

 

Illusorio tagliare

le radici

Caro Curzi, il compagno Broccolo, su "Liberazione" di oggi, dichiara di condividere un tentativo di riflessione critica sulla Nostra storia e ricorda che già il Pci, dal memoriale di Yalta al Berlinguer dell'ombrello Nato e alla "fine della spinta propulsiva dell'Ottobre" ci furono tentativi in tal senso. Io vorrei ricordare, soprattutto ai compagni che vissero quell'esperienza in prima persona, che Rifondazione è nata proprio in contrapposizione a tali politiche che trovarono nella svolta della Bolognina il loro momento culminante. Quanto fosse illusorio pensare di uscire dalle difficoltà politiche abbandonando progressivamente radici e storia per andare incontro alla democrazia liberale e al mercato, l'esperienza successiva del Pds-Ds l'ha ampiamente dimostrato.

Aldo Cannas,

circolo "A. Gramsci", Cagliari

 

Si cerca forse

un nome più "light"?

Gentile direttore, i movimenti profondi della storia vanno letti secondo la prospettiva dei tempi lunghi e non secondo il ritmo di certe svolte che si susseguono, ormai, ogni quarto d'ora. Dopo 150 anni visssuti tra tante ascese e declini "epocali", il movimento comunista ha subito una sconfitta netta e la fase di resistenza durerà ancora parecchio. Tutto ciò che segue l'89-91, Rifondazione compresa, ha a che fare con l'elaborazione del lutto e il difficile bilancio di un ambizioso progetto politico che aveva saputo farsi storia. Siamo un piccolo contenitore di persone diverse, ognuna delle quali si interroga sul proprio essere comunista in modo moderno: per alcuni il comunismo è un'esperienza storica precisa e da rinnovare; per altri è l'eterna aspirazione etica ad un mondo più giusto; per altri è altro ancora. In questo senso, l'articolo di De Marchis da voi ripubblicato senza commento descrive una realtà verosimile ma parziale. Alcuni considerano esaurita la nostra tradizione e, con un'operazione linguistica postmoderna, intendono transitoriamente vivere sulla rendita di un nome vecchio e famoso, ma troppo impegnativo, in attesa di trovarne uno più accattivante e light. Ciò non vale, però, per la generalità del partito, che reagirebbe immediatamente ad ogni tentativo di "mutazione".

Stefano G. Azzarà via e-mail

 

In continuità

con Berlunguer

Caro direttore, sono tra quelli che giudica l'esperienza del movimento operaio e la storia dei comunisti e soprattutto italiani del novecento, non un cumulo di macerie, di errori e orrori, ma una straordinaria esperienza che dalla spinta propulsiva della rivoluzione d'ottobre fino al Pci del compagno Enrico Berlinguer, pur tra luci ed ombre, ha dato dignità e riscatto ad intere masse di lavoratrici e lavoratori e a quanti si sono battuti al fianco degli oppressi contro gli oppressori. Oggi più che mai è necessario la ricostituzione di un forte Partito di massa e comunista. Il Prc a questo deve tendere. A quanti non propriamente comunisti, pur militando nel Prc, non credono a questa prospettiva la facoltà di fare altre esperienze, a noi il compito di difendere, ancora una volta, una scelta coraggiosa ed impegnativa.

Antonio Assogna Pineto (Te)

 

 

 

da Liberazione 4-1-'04

 

Le nostre

responsabilità

Caro direttore, nell'articolo di Repubblica si indicano i riferimenti di queste tappe della Bad Godesberg: Lenin, la violenza, le Foibe, la "Sinistra alternativa". Sicuramente abbiamo avuto delle responsabilità nel favorire questa rappresentazione di Rifondazione comunista. Il fatto di avere cancellato alcune figure che hanno segnato la storia del movimento operaio e comunista del '900 (Lenin e Gramsci) eliminandone i riferimenti nello Statuto del Partito. Sulla questione della non violenza intesa come valore assoluto, rischiamo di favorire quel processo di revisionismo storico, tuttora in corso, che per anni abbiamo condannato. Proprio perché il nostro obiettivo fondamentale resta, oggi più che mai, quello di rifondare un partito comunista, non possiamo commettere gli stessi errori di chi ha tentato con lo scioglimento del Pci di cancellare la storia dei comunisti italiani e del '900.

Giuliano Della Foglia

Pio Rampini

Ambrogio Della Foglia

Vanzago (Mi)

 

E' necessario

un chiarimento

Caro direttore, apprendo dalla stampa borghese, attraverso un articolo ripubblicato dal nostro quotidiano, che di comunista, il Prc, si appresterebbe a conservare solo il nome, e anche questo vacillante. Da militante sono sicuro che mai si sia discusso, né tantomeno deciso, di firmare un protocollo d'intesa - a Berlino per l'appunto - per le elezioni europee con alcune delle forze politiche del Gue: anche qui, sarebbe interessante, oltre che necessario, sapere perché solo con alcune e non con tutte; perché non si prendano neanche in considerazione le forze politiche dei Paesi di nuova adesione e, soprattutto, su che basi e con quale progetto.

Stefano Verzegnassi via e-mail

 

Cosa diversa dal "distacco"

Caro direttore, se diamo in pasto alla stampa "liberal" riflessioni non compiute, ancora deboli ma chiaramente dirette a tagliare il rapporto del Prc con l'intero movimento comunista del '900; se affermiamo, come dei nuovi francescani, che la violenza è tutta da condannare, dimenticando la violenza totale in termini di sfruttamento e dominio esercitata dal capitale sulla classe operaia e sui lavoratori, dimenticando di dire come può liberarsi il popolo palestinese, iracheno, colombiano, come si doveva combattere contro il nazifascismo; se scegliamo di rompere, per fare una lista europea di "sinistra", con i partiti comunisti d'Europa (a proposito: dove abbiamo discusso tale linea?): se intendiamo a delinearci così, e non con un pensiero forte che sorregga un vero processo di rifondazione comunista, il rischio è che poi i giornali come "La Repubblica" ci facciano una caricatura da post-comunisti. Dobbiamo stare attenti: il processo di rifondazione - assolutamente necessario - è cosa completamente diversa dal processo di distacco dalla cultura e dalla storia del movimento comunista.

Rita Ghiglione La Spezia

 

Un albero senza radici

non dà frutti

Caro direttore, la propensione revisionista di parte significativa del partito è nota, ma questo modo di procedere "facendo dire ad altri" ciò che non si ha il coraggio di affermare nelle sedi preposte ricorda una "svolta" non proprio di sinistra partita 14 anni fa guarda caso usando lo stesso quotidiano. Le foibe minimizzate, l'angelizzazzione delle lotta partigiana, Gramsci e Lenin spazzati dallo statuto come metafora delle statue che dovrebbero lentamente cadere, considerare in buona fede le opinioni di Sofri e Mieli, o peggio usare l'interlocuzione con essi per picconare le nostre fondamenta storiche non idilliache come nulla è stato nella storia, ma fondamentali per l'emancipazione di milioni di disperati. Un albero senza radici non può produrre frutti.

Alberto Larghi Rho (Mi)

 

"Anormale" è l'assenza

di un dibattito

Cara "Liberazione", l'articolo di De Marchis, proprio per perché "interessante", non andava lasciato senza commento o prese di posizione, e non solo dal nostro giornale ma anche e soprattutto dal Partito e dal nostro Segretario; a me sembra normale che si discutano gli argomenti interessanti, ed anormale il silenzio! Se è nel giusto il lettore Giannini, se fosse vera questa storia del comunista di nome e non comunista di fatto, sarà opportuno discutere su questo progetto di abbandono del Partito Comunista? Il superamento del marxismo-leninismo non comporta il superamento della democrazia interna; il nostro Segretario su questo non ha mai indicato cose differenti.

Mauro Gibellini Carrara

 

Un'immagine grottesca

della rifondazione

Caro direttore, l'articolo apparso su "La Repubblica" non è, a mio avviso, solo un assai discutibile documento giornalistico su di noi; l'autorevolezza della testata che lo ha ospitato e la natura stessa di quel giornale mi fanno pensare invece che siamo di fronte ad una vera e propria operazione politica tendente a veicolare un'immagine grottesca e deformata del nostro stesso dibattito. Il pezzo de "La Repubblica" dà, peraltro, una visione caricaturale dello stesso processo della rifondazione comunista che intendiamo percorrere. Esso appare infatti una sorta di catarsi autolesionista e non, invece, un percorso difficile ma necessario di ricerca teorica e di sperimentazione pratica per costruire una proposta comunista adeguata a rispondere ai problemi ed alle contraddizioni che l'umanità si trova di fronte nel nuovo millennio, affinché l'assalto al cielo, sconfitto nel Novecento, possa vincere nel Duemila.

Sergio Olivieri La Spezia

 

Socialismo marxiano

da rivalutare

Caro Curzi, posso intervenire nel vostro dibattito sul comunismo? Non sono stato mai iscritto al Pci, sono stato e resto un liberal-socialista. Ma alcune vostre amare e severe critiche al comunismo mi lasciano perplesso. Sul fallimento del comunismo russo tutto è stato detto da tempo e proprio con grande fermezza da un comunista doc: Enrico Berlinguer. Lo stalinismo fu demolito (in epoca non sospetta) dal policentrismo di Togliatti. E allora perché oggi tanto calore nel voler riseppellire un cadavere che è già polvere? Io sono convinto da socialista liberale e libertario che è tempo questo per rivalutare gli ideali del socialismo marxiano contro un capitalismo globale che sta producendo guerre, nuove gravi disuguaglianze e la morte della democrazia.

Giuseppe Maffei via e-mail

 

Questioni vitali trattate

superficialmente

Caro Curzi, l'articolo di De Marchis va davvero letto semplicemente come una "interpretazione di parte"? O non rappresenta piuttosto uno dei più tipici e anche più inquietanti modi in cui l'ideologia mette in caricatura ciò che ha, o dovrebbe avere, ben altro grado di ricchezza e di problematicità? Non credete, in questo senso, che le affermazioni di Bertinotti trascritte nell'articolo, proprio perché riportate nell'ambito di un discorso costruito in modo "ideologico", lasciassero in realtà molti dubbi sulla qualità, il senso e la portata del percorso intrapreso dal nostro partito? Anzi, non credete che fosse precisamente questo l'obiettivo dell'articolo, cioè, ancora una volta, rendere superficiale quanto altrimenti non lo sarebbe o non meriterebbe di esserlo? E ancora: non credete che l'articolo di De Marchis tratti questioni per noi vitali (come il rapporto con il Novecento e con la storia del movimento operaio) con un approccio fortemente astratto e superficiale, e cioè nel modo esattamente opposto a quello che dovrebbe appartenerci, dialettico e complesso?

Armando Petrini via e-mail

 

 

da Liberazione 6-1-'04

 

Siamo in fase

di ricerca

Cara Rina, caro Alessandro, la tesi di Goffredo De Marchis consiste nel dimostrare che l'intento di Bertinotti sia quello di uscire dalla storia del movimento comunista, "l'allontanamento dal solco della tradizione comunista", una "lunga marcia lontano dai legami col comunismo" recidendo "i legami con l'ideologia", conservando solo il nome e alzando ogni volta di pochi centimetri l'asticella quale unico modo per poterla saltare e giungere alla Bad Godesberg del Prc. Questo intento non mi pare d'averlo colto in Bertinotti (che, nello stesso numero di "Liberazione", nella sua rubrica domenicale, assume tutta la storia del comunismo, doverosamente in modo critico), di cui ho sempre apprezzato lo sforzo di ricerca teorica al fine di individuare la strada per giungere al superamento del capitalismo, tenuto conto del suo attuale assetto e delle stesse nostre sconfitte storiche. Che si dicano cose, in fase di ricerca, anche non corrispondenti al vero o non convincenti (molte delle cose da lui dette non mi convincono) - suscettibili, quindi, di modifiche da parte dello stesso autore - è un fatto che non può sminuire il valore di chi si impegna in essa. Ma, se l'intento di questa ricerca - a cui tutti dovremmo essere chiamati a contribuire - fosse quello attribuitogli dal De Marchis (conservare il solo nome espellendo tutta l'esperienza del comunismo), non potrebbe trovarmi in alcun modo d'accordo.

Gilberto Volta

via e-mail

 

Insinuazioni

malefiche

Caro Curzi, l'articolo di De Marchis, per la gravità di alcune affermazioni in esso presenti, sino ad arrivare a delle insinuazioni malefiche nei confronti del nostro Segretario, forse meritava un intervento di puntualizzazione. Non mi basta pertanto che un articolo sia interessante.

Jone Bagnoli Milano

 

"la Repubblica"

ha visto giusto

Caro Sandro, noi riteniamo che Goffredo De Marchis su "Repubblica" abbia colto correttamente la natura, la portata e quindi la sostanza del pensiero di Bertinotti. Volerlo negare può servire solamente a chi si adopera affinché l'operazione "trasformazione" del Partito proceda nel modo più soft e meno traumatico possibile. Non da oggi riteniamo che il fine ultimo della nostra attuale dirigenza sia quello di mutare radicalmente il nostro Partito comunista in un altro soggetto politico, affatto diverso nella teoria, nella prassi politica e negli obiettivi finali. E nessuno si illuda: questo processo sarà velocissimo, molto più di quanto si possa ragionevolmente temere.

Ezio Lovato, Ezio Simini Vicenza

 

Ma il partito

che dice?

Caro direttore, "curioso" il fatto che i compagni e le compagne militanti e iscritti al PRC, con ritualità ormai prive di imbarazzi, vengano informati dei repentini mutamenti di rotta dalle "Repubblica" di turno. Una domanda semplice: il nostro Partito, condivide quelle affermazioni, quel percorso scelto gentilmente per noi dal signor De Marchis? Stirare come un elastico il documento congressuale per fornire giustificazioni sempre e comunque evidenzia come purtroppo stiamo navigando a vista, come la bussola sia orientata male, sarà forse colpa delle calamite come la "Repubblica"? Sembra rispondermi De Marchis, "il segretario di Rifondazione non ha dubbi: la statua deve lentamente ma inesorabilmente venire giù". Mah...

Massimo Marcelli Flori Ancona

 

Un linguaggio

da Cominform

Caro Curzi, la lettrice Rita Ghiglione di La Spezia (credo una militante di Rifondazione) critica aspramente Bertinotti per aver concesso, anzi cito testualmente "dato in pasto alla stampa liberal riflessioni non compiute, ancora deboli ma dirette a tagliare il rapporto del Prc con l'intero movimento comunista del Novecento". Questa prosa mi ricorda (e forse ricorderà anche a te) il peggiore linguaggio del Cominform, la sciagurata organizzazione internazionale inventata dai sovietici dopo lo scioglimento della Terza Internazionale, per dominare i vari partiti comunisti nazionali. Mi domando: è possibile dopo tante tragedie, che hanno messo in gioco l'idea stessa di socialismo e comunismo, criticare chi prova con coraggio intellettuale a dare ancora un senso positivo ai nostri ideali di socialismo? Io sono rimasto fuori dalle vicende politiche dopo la fine del Pci. Cinquanta tessere del Partito comunista italiano sono rimaste sole non accettando le strane appendici Pds, Ds ecc.. Ma oggi, nonostante l'età, vorrei fare qualcosa per salvare l'Italia dal disastro. La sinistra, quella vera, deve essere capace di estirpare il berlusconesimo e per riuscire a far questo deve trovare la strada dell'unità. Permettimi, ancora, un'osservazione. Certi lettori di "Liberazione" se fossero vissuti politicamente quando Enrico Berlinguer proclamò in televisione che era finita la spinta propulsiva della Rivoluzione di Ottobre, sarebbero inorriditi e avrebbero accusato il nostro Enrico di revisionismo. Quindi ritengo che Bertinotti nella sua ricerca sia in buona compagnia.

Mirko Manzi Roma

 

Le stesse parole

di Berlinguer

Caro direttore, è significativo nella recente intervista il passaggio in cui il segretario del Prc afferma che "questo capitalismo ha smarrito la sua spinta propulsiva": le stesse parole anni fa furono pronunciate da Enrico Berlinguer sul declino del Socialismo reale. Se ai comunisti e sul comunismo sono state sempre chieste autocritiche, spesso pubblicate forzandone i significati, al contrario ad ogni tentativo di far luce sugli scheletri del capitalismo, dagli interessati e dai loro cortigiani, viene opposta una cortina fumogena se non la blindatura degli armadi. Voci autorevoli (per la verità poche) che auspicano indagini al più alto livello istituzionale sul fallimento del nuovo (si fa per dire) capitalismo vengono subito liquidate come espressione di un marxismo ortodosso, nostalgico dei processi bolscevichi. Poco importa se, nel frattempo, in questo mondo di ladri larga parte della popolazione viene precipitata nella miseria ed i lavoratori, privati del posto di lavoro, vengono considerati esuberi o definiti residuali.

Agostino Piludu Quartu S. E. (Ca)

 

Ben venga

questa provocazione

Caro direttore, sono stato assiduo lettore di "la Repubblica" per molti anni. Adesso la leggo saltuariamente: mi è capitato di farlo anche il giorno dell'uscita dell'ormai famoso (ma solo nel nostro partito) articolo di Goffredo de Marchis. Ho subito colto il suo carattere di "provocazione". Metto questa parola tra virgolette perché, secondo me, bisogna distinguere tra la provocazione che vuole essere subito distruttiva e quella che ha l'evidente scopo di suscitare una discussione: si vedrà poi se il soggetto provocato farà diventare questa discussione motivo di crescita oppure di stallo. Penso, perciò, che "Liberazione" abbia fatto molto bene a rilanciare questa "provocazione", mostrando fiducia nella capacità di giudizio autonomo e di discussione costruttiva dei suoi lettori, come poi si è verificato. Mi rammarico solamente che queste discussioni non avvengano anche nei circoli e nelle federazioni, almeno dalle mie parti. Ho una grande nostalgia degli anni '70, quando le discussioni erano animate e accese in tutta la sinistra: se non ci si trovava d'accordo si votava. Credo che i compagni che non sono d'accordo sulla linea, che "la Repubblica" ha provocatoriamente definito "la Bad Godesberg di Bertinotti", dovrebbero cercare di suscitare questo dibattito democratico, se sono convinti di poterla cambiare, invece di prendersela con "Liberazione".

Siro Valmassoni via e-mail

 

Siamo

frastornati!

Caro direttore, il servizio de "la Repubblica" è sconcertante. Le affermazioni poste vanno ben oltre le tesi del nostro ultimo Congresso. la questione è grave. Liquidare con tanta leggerezza Lenin, Gramsci e il movimento comunista del '900, pongono in essere l'esigenza di un congresso straordinario! Noi militanti comunisti siamo frastornati!

Ernesto Montalbano e Vincenzo de Stefano

via e-mail

 

Fra errori

e conquiste

Caro Direttore, è importante e naturale "ripercorrere criticamente" la storia del movimento comunista, ma questo non può significare semplicemente separare il pensiero originario di Marx dai Marxismi. Le semplificazioni servono alcune volte a rendere comprensibile la complessità di un percorso e possibile la sua concretizzazione politica. Le semplificazioni riguardano l'immaginario collettivo, e la possibilità di trasformare in consapevolezza di massa un' Progetto. Le semplificazioni hanno anche purtroppo portato a errori, abiure e perfino a decadenze. Sono per queste ragioni estremamente importanti. Da usare con estrema cautela. Per me rifondare il comunismo, significa tentare di individuare gli errori commessi, per evitare di farli nuovamente, ma anche tenere sempre conto delle conquiste sociali, culturali, politiche, democratiche, degli avanzamenti di civiltà che i "marxismi" e fra questi i comunismi hanno fortemente contribuito a realizzare. E che la stessa esistenza dell'Unione Sovietica ha reso possibile, nonostante le sconfitte e le degenerazioni. Io milito e lavoro per la costruzione di un Partito comunista di massa nuovo, necessario e capace di contribuire al reale mutamento dello stato di cose esistenti. Penso che questa sia per così dire la nostra ragione sociale e che avere questa consapevolezza significhi riconoscere anche la parzialità della funzione del partito rispetto al processo per la costruzione di un altro mondo possibile, evoluzione complessa e che coinvolge una pluralità di soggetti e culture.

Franco Izzo via e-mail

 

Ma dove

ci state portando?

Caro Direttore, a proposito dell'articolo pubblicato da "la Repubblica" e ripreso da "Liberazione", temo che il segretario del Prc ci abbia annunciato l'ennesima svolta. Com'è possibile prendere decisioni come quella annunciata per il 10/11 gennaio senza consultare o informarne neanche la Segreteria Nazionale? Com'è possibile pubblicare quell'articolo senza neanche una postilla od un distinguo?

Dove ci state portando?

Pierfrancesco Bruno Torrevecchia Teatina (Ch)

 

Attenti

al settarismo

Signor Curzi, lei e la signora Gagliardi avete motivato (o giustificato?) ai vostri lettori la ripresa di un articolo del quotidiano "La Repubblica" sulle ultime svolte politiche di Bertinotti. Io, che presto molta attenzione alle vicende di Rifondazione e di tutti i gruppi politici che in qualche modo possono essere ricondotti all'ex Pci, apprezzo molto questa vostra discussione. Sto, infatti, lavorando alla mia tesi di laurea proprio sul post-comunismo in Italia. Se mi permette vorrei esprimerle la mia perplessità per l'emergere di un settarismo, che Lenin avrebbe definito infantile, tra molti suoi lettori. L'onorevole Bertinotti tenta di trovare, dopo il fallimento del comunismo soviettistico, una strada nuova alle idee di Marx sull'uguaglianza. L'appassionata e colta ricerca bertinottiana dovrebbe far piacere a quanti ancora non vogliono arrendersi ad un capitalismo che nella fase liberista globale rivela tutto il suo potenziale antidemocratico.

Lucrezio Masetti

via e-mail

La storia

va guardata in faccia

Cari e care, scusate ma non se ne può più, c'è stato un congresso che ha scelto veramente di rifondare! Ho 28 anni e sono un precario non posso non dire che probabilmente sotto Stalin avrei avuto un lavoro ma sarei stato sfruttato almeno quanto lo sono nell-Italia capitalista, con ritmi e alienazioni di stampo fordista: altro che liberazione dal e del lavoro! E mi pare di vederli questi compagni ogni volta tirano in ballo Lenin, Gramsci, e tutti i santini della loro religione: gli stessi che nel mio circolo quando i Gc fanno azioni che vanno al di là del volantinaggio insorgono chiamandoci con mille epiteti della tradizione stalinista, se si occupa un posto ritengono che sia sbagliato perché poi la gente chissà cosa pensa, di conflitto neanche a parlarne etc. La storia con i suoi errori ed orrori va guardata in faccia per quella che è stata e se nella nostra storia ci son stati orrori e io penso di si, cercarne le cause significa dare un contributo ad una possibile liberazione per l'oggi e non un altro punto all'avversario. Questi compagni hanno solo paura di perdere i loro miti. Saluti rebeldi, la storia e il conflitto vanno comunque avanti.

Christian Spotti

Garbagnate Milanese (Mi)

 

Un processo aperto

non un vagabondaggio

Cara "Liberazione" non ho letto "la Repubblica" ma a questo punto alcune risposte vanno date ai lettori. Le Tesi dell'ultimo Congresso sono impegnative per Rifondazione comunista almeno fino al prossimo Congresso, oppure no? Il comunismo è "un processo aperto" (come ogni ricerca vera) e "indefinito" fino a che punto? (Se è troppo indefinito non è una ricerca ma un vagabondaggio). A proposito stiamo lavorando alacremente per definire un programma di governo che il Partito deve discutere, approvare, assimilare e che nel confronto con l'Ulivo dovrà essere mediato entro limiti definiti. Se a questo programma stiamo lavorando dovremo anche necessariamente definire i suoi rapporti con la prospettiva comunista.

Alessandro Volponi Marche

 

Diversità interne

da non caricaturare

Caro Sandro, cara Rina la compagna Mascia poteva risparmiarsi la caricatura fatta a me a Domenico ("Giannini e Jervolino vi criticano per non aver dato i voti all'articolo di De Marchis"). Così si discute? E' lecito ridurre una critica, in un partito che si vuole libero, ad una sorta di pedagogia poliziesca? Scrive la Mascia: "mi chiedo se la critica non contenga altro...". E' un'allusione pesante, che ho già sentito sulla mia pelle quasi ogni giorno, per tutti i lunghi anni in cui mi sono battuto contro il processo di liquidazione del Pci. E' del tutto evidente che vi sono in giro troppi retropensieri ed è ormai tempo di fare chiarezza. La fase, per il movimento operaio e per i comunisti, è terribilmente difficile, il rilancio e l'unità si potranno trovare solo attraverso una sintesi politica e teorica all'altezza dei tempi e dello scontro di classe, e nulla sarebbe più sciocco e contrario a questo obiettivo che ridurre le diversità interne al partito in caricature. E' il progetto di "rifondazione comunista", da costruire senza nostalgie o liquidazionismi, la risposta al problema. Il punto è: è stato mai avviato tale processo? La risposta è no! Non si può credere che un processo di così grandi ambizioni possa poggiare su strappi improvvisi e solitari o di pochi dirigenti. Occorre un grande lavoro collettivo, scevro da ogni provincialismo e dal respiro internazionale, che aggredisca i nostri grandi temi (il movimento comunista del '900, il socialismo realizzato, la forma partito, il movimento comunista in Italia), li svisceri a lungo, coinvolgendo l'intero corpo del partito e soggetti esterni, intellettuali e del movimento operaio, nell'obiettivo di darci una cultura alta e condivisa. Perché i mali peggiori sono l'improvvisazione e il solipsismo, mali che possono portarci a "ratifiche" ben presto sconfessate dalla realtà delle cose, come sull'imperialismo, o a condanne precipitose, come quella sulla "violenza". Ma anche qui: perché questa precipitosa scelta semantica (la "violenza" non distinta dalla "forza"), perché questa confusione intellettuale? Dovremmo essere più chiari, per non mistificare. La violenza è una pulsione sorda e bestiale, volta alla sopraffazione, che "viola" ogni diritto, ogni legge morale. La forza è l'esatto contrario, poiché è con essa che si risponde alla violenza, si supera la "legge animale", si costruisce una più alta Legge dalla quale discende una nuova Morale (per rassicurare: non è Lenin, ma è l'essenza stessa della Teologia, è il senso ultimo dei Dieci Comandamenti). Se non si distingue tra violenza e forza, si estende la condanna anche alla forza, tornando indietro di millenni, rinunciando - intanto - alla lotta di classe, scambiandola per un pranzo di gaia.

Fosco Giannini

 

Un concreto

approdo

Cara Liberazione, i dubbi che hanno pervaso molti di noi sulle motivazioni per la neutra ripubblicazione di quell'articolo che potrebbe rimanere nella breve storia di questo partito, a me sembra, siano stati del tutto sciolti. Le argomentazioni addotte sono state assunte e riproposte alla discussione, a mio avviso legittimamente, come documento politico-identitario, vista la mancanza di qualsiasi commento, in non casuale coincidenza con le ultime accelerazioni su temi quali la non violenza e il ruolo della religione sulla formazione delle coscienze. Il possibile approdo ad una formazione dell'antagonismo, comunista per sintesi terminologica, come riconoscibilità di un comune sentire o sinonimo di una universale aspirazione ad un mondo migliore possibile, ma espressione di culture, identità e pratiche politiche maturate perlopiù al di fuori della storia del movimento comunista nella sua interezza e dal quale si pigliano le dovute quanto antistoriche distanze, è abbastanza concreto. La questione è seria, ed è quindi ormai ineludibile che, aldilà delle tribune epistolari, e in modo più compiuto rispetto all'ultimo passaggio congressuale, venga proposta, affrontata e, nel caso, acquisita in tutti gli organismi preposti.

Nuccio Marotta Certaldo (Fi)

Perché non possiamo non dirci comunisti

Rina Galgliardi

 

Perchè mai l'articolo di De Marchis ha suscitato una reazione così intensa tra i nostri compagni e i nostri lettori? Perchè si teme - per dirla in breve - che Repubblica abbia detto il vero. Perchè dietro l'apparenza della polemica contingente quel che preme è un bisogno forte di identità - di tornare a ragionare a voce alta, e collettivamente, su che cosa vuol dire chiamarsi comunisti nel 2004. Perchè viviamo un'epoca buia, nella quale l'avversario cerca in ogni momento di cancellarti, negarti, dichiararti "obsoleto", "residuale" o dannoso. Perchè, certo, nel nostro Partito, per mille ragioni che qui non è possibile analizzare, si discute troppo di questioni particolari (per usare un eufemismo), e troppo poco di questioni di fondo.

E allora ben vengano le lettere a Liberazione, anche quando la polemica si fa aspra e perfino "ingiusta". Ben venga il contributo di idee, e anche di emotività, che questa comunicazione corale contiene. Purchè, naturalmente, riusciamo - tutti insieme - a parare due pericoli che incombono quasi "oggettivamente": il passaggio dalla durezza dialettica all'aggressività che impedisce l'interazione, il passaggio dal confronto politico a quello puramente, indefinitamente ideologicistico. Ma la gran parte di coloro che scrivono, in realtà, pone problemi ideali, strategici, generali, sempre riconducibili alla politica.

Ed è proprio dalla politica - intesa come noi la intendiamo, vale a dire la dimensione alta dell'agire umano che "muta lo stato delle cose presenti" - che deve cominciare, ri-cominciare, il dibattito sull'identità comunista del XXI secolo.

Per una ragione su tutte: noi non coltiviamo il comunismo come un sogno o come una "nostalgia" e, soprattutto, non lo circoscriviamo a una sorta di "imperativo morale", che vale, magari, per il nostro orizzonte individuale o intimo. Noi pensiamo che il comunismo sia non "una legge della storia,", ma una possibilità politica - strategica - del nostro tempo: l'unica risposta razionale alla crisi di civiltà, al disordine caotico, alla violenza devastante, alla regressione sociale che il capitalismo attuale, nella sua versione tardoliberista, porta con sé. Noi, perciò, a differenza di altri comunisti diffusi nella sinistra o nella società, ci affidiamo, per "testimoniare" e praticare la nostra identità comunista, anche ad un soggetto politico organizzato che quell'identità porta, appunto, nel suo nome: come una sfida per il futuro, come una chance per noi e per "coloro che verranno".

Quando ci domandano il "senso profondo" dell'essere comunisti nel 2004 - e dell'essere militanti di una forza comunista -, credo che così dovremmo rispondere.

Chi si propone il superamento (l'abbattimento) del modo di produzione capitalistico, dello sfruttamento e dell'alienazione del lavoro; chi pensa ad un "altro mondo possibile", cioè ad una società fondata sulla libera volontà delle donne e degli uomini associati nello "spazio pubblico" invece che sulla logica dell'impresa e del mercato; chi crede possibile e necessaria la liberazione del lavoro salariato come condizione ineludibile per cominciare, finalmente, la storia umana e un vero cammino di libertà; chi vuole, insomma, mutare radicalmente l'esistente e non si rassegna all'illusione riformista, trova nella prospettiva del comunismo l'unica risposta convincente.

Essa non è stata dichiarata, come tale, dai movimenti, dai critici radicali della globalizzazione, dai milioni di pacifisti che sono scesi per le strade a dire no alla guerra di Bush: ma è latente nella loro ricerca, nelle loro domande, nei loro bisogni - quasi sempre, certo, senza consapevolezza esplicita.

Eppure, non c'è altro modo, nella storia del presente e del passato, di indicare questa volontà di "rivoluzionare" la società, l'economia, la politica, i rapporti interpersonali. Non esistono sinonimi di comunismo o di socialismo, concettualmente o simbolicamente ad esso equivalenti. Qui sta l'impossibilità - va detto agli amici come ai nemici - di pensare ad un cambiamento del nome che non sia anche un cambiamento di pelle e di prospettiva.

Vi obietteranno che il peso delle sconfitte e dei fallimenti del passato pesa drammaticamente proprio sull'attualità di questa sfida. Qui, certo, il tema della "resa dei conti" con la nostra storia s'intreccia con le radici, anche quelle emotive, dell'identità, la interroga, la "inquieta", la mette a duro cimento. Qui entrano le differenze, spesso molto grandi, tra generazioni, culture, storie personali, vissuti. Molte compagne e molti compagni, che hanno alle spalle decenni di identificazione tra la "meta finale" del comunismo e le esperienze del "socialismo realizzato", o comunque dei Partiti comunisti del XX secolo, faticano a persuadersi che questa vicenda si sia conclusa con un fallimento drammatico, anzi totale: perché, da un tale drastico giudizio, sentono messa in causa tutta la loro vita, le loro passioni e le loro lotte, come le loro speranze. O perché, se più giovani o giovani, non accettano, anche e soprattutto dal punto di vista intellettuale, l'idea di uno scarto così grande tra la realtà concreta - la storia - e le possibilità del futuro. E' una discussione difficile, sì, perché mette in campo le passioni, di cui per fortuna tutti siamo nutriti, prima che gli argomenti riflessivi e razionali, di cui pur tutti siamo capaci.

Dobbiamo comunque sapere che la "rifondazione" è anzitutto questo processo vivo, la capacità collettiva non di liquidare il passato, ma di condannarne senza esitazioni le tragedie e gli errori (come abbiamo fatto in alcuni passaggi cruciali da Livorno a Venezia), non di buttare via tutto, ma di farne tesoro critico, alimento prezioso di rinascita e trasformazione permanente, filtro "spietato" di de-costruzione e ri-costruzione.

Credo di capire perché tanti compagni sono così diffidenti verso l'innovazione: hanno ragione se dicono che, il più delle volte, l'innovazione è stata sinonimo di nuovismo ed eclettismo, ha mascherato tout court spostamenti secchi a destra, revisionismi più o meno storici e così via. Ma tutto questo non ha a che fare con la necessità politica e culturale dell'innovazione.

Di essa, del resto, è ricca proprio la nostra storia, la storia comunista. Penso a Lenin, un grande dirigente rivoluzionario del XX secolo e un grande simbolo: non ha innovato, quasi ad ogni attimo della sua vita politica, ben al di là della tattica? Non è passato dal giacobinismo elitario del Che fare? alle straordinarie utopie di Stato e Rivoluzione? Non ha segnalato, poco prima di morire così prematuramente, proprio le tendenze involutive di quella grandiosa scalata al cielo che fu l'Ottobre? L'eredità più preziosa di quella lezione, credo, sta a tutt'oggi nella centralità del momento soggettivo, nel processo rivoluzionario, non certo nel culto dottrinario di testi pensati per un "qui e ora" ormai lontanissimo.

Penso al Pci, un grande partito ormai estinto, forse non soltanto per improvvisa volontà di "tradimento" del suo gruppo dirigente, certo anche perché l'esito della Bolognina era in qualche modo contenuto nel pallido "riformismo" e nel moderatismo culturale degli anni precedenti. Ma quella gigantesca costruzione alternativa che fu il partito di massa non ci consegna proprio il compito - improbo - di una rivoluzione "comunitaria" capace, nelle lotte, di prefigurare la diversità possibile, in quanto praticata da centinaia di migliaia di persone fin dal presente? Mi è consentito qui solo uno schematico accenno al tema della nonviolenza che, secondo me, da oggi - senza proiezioni indebite sul passato o su situazioni troppo diverse dalla nostra - dovrebbe costituire un tratto cruciale della nostra identità. La rivoluzione nonviolenta come trasformazione radicale dell'esistente, e come contestazione concreta del terrore oggi al potere nel mondo. Non c'entra nulla, si dice, con la storia dei comunisti.

Eppure, proprio nella vicenda del Pci, c'era come tratto peculiare e distintivo, un'idea diversa della politica, una forte e diffusa autonomia, un'appartenenza che dava senso anche ai momenti "minori" e alle scelte della vita quotidiana: non è soprattutto questo che oggi dovremmo riuscire a ricostruire, con i soggetti, i bisogni e le soggettività di oggi, nel tempo della crisi - e del bisogno disperato - della politica? Non è uno dei nostri compiti prioritari proprio la rifondazione della politica? A me pare si collochi qui il tema cruciale della "rifondazione". Ereditiamo un passato che, per nostra fortuna, non si fonda solo su grandi, complesse e tragiche esperienze statuali, ma su grandi movimenti, organizzazioni ed esperienze che hanno inciso in profondità nella storia e nella costituzione materiale del mondo.

Il comunismo non è stato, nient'affatto, la proiezione meccanica di Stati o di grandi potenze politiche: è stato, giust'appunto, "il movimento reale" che molto ha abbattuto, molto ha costruito, molto ha seminato, molto ha sbagliato. Un lungo ciclo storico - segnato dalla III Internazionale - si è compiuto. Se crediamo di avere tra i nostri compiti prioritari quello di contribuire a iniziarne uno nuovo - io ne sono del tutto persuasa - possiamo trarre da esso molte lezioni: a condizione di avere il coraggio di uscire da ogni rimozione, o da ogni consolatoria certezza.

RINA GAGLIARDI

 

 

da Liberazione 7-1-'04

Ingrao: "Bertinotti rompe uno schema"

Intervista al "grande vecchio" della sinistra comunista: "Il pacifismo è la strada giusta"

 

A Pietro Ingrao il ragionamento con cui Fausto Bertinotti ha concluso il convegno veneziano sulle Foibe, svoltosi in dicembre, è piaciuto davvero molto. Domenica scorsa, quando Liberazione ha pubblicato l'ampio testo del segretario di Rifondazione comunista, se l'è letto con cura, ha preso appunti su un taccuino, come sua abitudine, infine si è fatto vivo con noi, manifestando la voglia di svolgere sul nostro giornale una "riflessione a voce alta". Una telefonata a Sandro Curzi, ieri mattina, ovviamente comprensiva degli auguri per il 2004, ed ecco l'intervista che abbiamo realizzato - nella giornata particolare dell'Epifania romana, molto soleggiata e assai gelida, affollata di famiglie e ragazzini non ancora paghi di questo lungo clima festivo. Come sempre, Pietro ci accoglie nella sua casa al quartiere Nomentano con il suo fare affettuoso, caloroso e inflessibilmente "lavorista": appare in ottima forma e più che mai dedito al vizio che lo ha sempre caratterizzato, quello di pensare in grande. "Questo testo di Fausto" mi dice subito "mi pare proprio di grande interesse. Soprattutto, mi appare fecondo per gli sviluppi, il tipo di lotta e il lavoro a cui chiama. Per la densità e la novità delle sue posizioni, insomma, apre molte domande, sollecita un impegno serio di riflessione ed elaborazione, anche in rapporto alla lettura dei processi reali". Molti di questi interrogativi, o forse tutti - anticipiamo uno dei temi principali che compariranno alla fine di questa conversazione - ruotano attorno al tema dell'efficacia del pacifismo e della politica. La domanda del "come" si incide sui poteri reali - e sempre più terribili - del nostro tempo. Ma, prima, ci sono molte considerazioni da fare.

Che cosa ti ha più interessato e stimolato, nel testo di Bertinotti?

In generale, mi ha colpito il ragionamento che propone sul pacifismo e sulla lotta armata. In questo testo, non c'è solo la netta condanna dello stalinismo, ma qualcosa che va oltre: la capacità di rompere uno schema - anche un immaginario - che era profondamente radicato in tutti noi, nella stessa tradizione leninista. Questo schema è quello della rivoluzione come assalto armato al Palazzo d'inverno, come il momento nel quale scatta la necessità dell'ora X, dell'attacco finale al potere. Uno schema politico che è stato celebrato tante volte nell'arte e nella poesia, fino al punto da saldarsi con la storia - la nostra storia del mondo. Penso ai film di Ejzenstein e a tanta parte della cinematografia sovietica. Ma penso anche alla letteratura marxiana precedente: la Comune di Parigi, una vicenda gloriosa che poi è diventata oggetto di immagini, di simboli, di culto. C'era in noi - voglio dire - la persuasione profonda della dura necessità della lotta armata, che era tornata con forza nella tragedia degli anni '30. E non eravamo affascinati da una frase marxiana (la violenza come "levatrice della storia") di cui eravamo intrisi anche nei momenti più intensi della lotta per il disarmo?

 

Vuoi dire che per i comunisti di molte generazioni, compresa certo la tua, la dimensione violenta della politica e della rivoluzione è stata un valore, sia dal punto di vista razionale che da quello emotivo?

Voglio dire che per molte e diverse ragioni - prima di tutto qui entrano le biografie, i vissuti, le storie personali, come quella di chi, come me, è interamente cresciuto nel XX secolo - per molti anni non abbiamo avuto una vera distanza critica né dalla violenza né, certo, dalla guerra. Ricordo molto bene lo sgomento che io ho provato al momento del patto di Monaco, ricordo bene l'ira, l'odio vero e proprio verso i "monacensi" e verso Chamberlein, insomma verso quell'imbelle cedimento all'aggressione hitleriana. Un sentimento che poi fu ribadito nel periodo terribile del crollo della Francia, con l'Europa intera che cadeva nelle mani del nazismo. Poi, negli anni successivi, ci furono le cataste di morti, i lager, le torture, fino al 1945. E ci fu, da parte nostra, l'epica della controffensiva e della partigianeria. Un canto come "Bella ciao" non è forse la celebrazione poetica di quest'epica?

 

...anche un canto come quello dei "maquis" francesi, che chiama alla lotta, esalta il "fardeau" della dinamite e anche il sacrificio supremo ("ami, si tu tombe, un ami sort de l'ombre à ta place" "amico, se tu cadi, un amico sorge dall'ombra al tuo posto") ...

Appunto, ciò che io chiamo "lettura poetica" è questa esaltazione della chiamata alle armi, e anche del cadere per la libertà con le armi in pugno. Questa idea è rimasta stampata nelle mie viscere, se posso dirla così, anche negli anni successivi, quando avevamo scelto fino in fondo in Italia la strada della lotta democratica. Nel fondo di noi stessi, non avevamo rinunciato all'idea di un "momento finale" che prima o poi poteva o doveva arrivare. L'ora X, abbiamo detto. Ma anche la sensazione di vivere su un crinale di frontiera - quante volte abbiamo paventato un golpe, dormito fuori casa, temuto il complotto dei generali? Mi torna in mente un'espressione di Foster Dulles (segretario di Stato degli Usa tra il '53 e il '59, durante la presidenza Eisenhower, sostenitore della guerra fredda e di un rigido antisovietismo, Ndr) che certo oggi è dimenticata: parlava dello stato del mondo come di una "danza sull'orlo dell'abisso".

 

Poi ci fu la gloriosa vicenda del Vietnam, in comune a più di una generazione di comunisti e di rivoluzionari...

Anche il Vietnam, sicuramente, è parte di questa storia di liberazione consegnata alle armi. Scusa se tendo a esibire i miei ricordi. Ma mi torna nella mente l'emozione che provai nel corso di un viaggio proprio in Vietnam, nei primi anni '70: fui portato a un passo dal fronte di guerra, dormii sotto una tenda, vicino a un soldato che sembrava un bambino, e tante cose, in quella terra, evocavano la sensazione fortissima che c'era una soglia armata ineludibile, per conquistare la libertà...

E oggi?

Non so: forse dobbiamo avere il coraggio di fare un salto? Fausto, questo salto, lo fa: segna uno stacco dall'idea dello scontro armato come liberazione, prospetta linee di un nuovo e radicale pacifismo. Lo fa con una nettezza e una limpidezza - ma oserei dire anche con una semplicità - che raramente ho avvertito. E mi pare molto significativo il modo con il quale intreccia questi temi con la condanna della guerra preventiva di Bush (quella che, segnalo cocciutamente, è per me la grande novità del III millennio) insieme con una ripulsa altrettanto netta del terrorismo. Da parte mia, vorrei solo porgli alcune domande che proprio questo ragionamento mi ha sollecitato.

Falle, queste domande

C'è una questione che Fausto non esplicita. In un'epoca in cui la guerra è a tutto campo e non è più, come nel crudo secolo che ci sta alle spalle, una scelta "obbligata" ma, come appena stavamo dicendo, si fa "preventiva", come si risponde all'aggressione armata? Che cosa si fa contro la violenza armata dell'aggressore? Qui torna una parola - il "resistere" - che mi è costata un incidente per me piuttosto sgradevole: un'intervista alla Repubblica in cui, poiché parlavo della necessità per il popolo iracheno di "resistere", ero indicato nel titolo come un amico di Saddam Hussein. Ma quali sono, se ci sono, le alternative alla "resistenza"? Come si affronta l'ingresso concreto della violenza delle armi nella nostra vita?

 

In questa tua più che logica domanda, mi pare sottovalutata la questione della forza tremenda, gigantesca, che hanno acquistato gli apparati della guerra - parlo di quelli nordamericani, ovviamente, che sono più potenti, distruttivi e terrorizzanti dell'insieme del resto del mondo. Mentre fino a un certo punto - nel secolo scorso - si poteva non solo "resistere" ma anche e soprattutto vincere (il Vietnam che tu stesso ricordavi è stata una lotta vincente, sia dal punto di vista politico che militare), oggi questa possibilità non è data - per lo meno, la sproporzione appare, allo stato, incolmabile. Una delle ragioni più importanti per cui torna il terrorismo, e si affacciano pratiche come quelle degli attentati suicidi, non è proprio questa impossibilità di vincere sul terreno dello scontro militare?

Io sono ben persuaso che il terrorismo non è la risposta da opporre alla guerra - e apprezzo molto, nel testo di Bertinotti, anche questa condanna, che può sembrare ovvia, ma non lo è per nulla. E' vero però che noi non abbiamo ancora elaborato una strategia di risposta al terrorismo: anche al terrorismo che si pone di fronte a un avversario, come gli Stati Uniti che, certo, hanno messo in piedi uno strapotere così soffocante. La mia non è una polemica, è un assillo: quale strada possono percorrere questi milioni di persone, questi popoli, per respingere la violenza americana? C'è, o no, un obbligo di resistere, anche con le armi? C'è un diritto di difesa che non deve o non può rinunciare al loro uso? Quello che sto cercando di dire, è che non abbiamo lavorato abbastanza su questo tema - anche se e quando la nostra ricerca pacifista è cominciata da anni. Ho partecipato alla prima marcia Perugia-Assisi, quella di Capitini e Lombardo Radice: continuo a pensare oggi come allora che il pacifismo sia la stella di un nuovo mondo, e mi colpisce che il segretario di un partito, il quale affonda alcune delle sue radici nel leninismo, indichi oggi nitidamente e imperiosamente quella strada pacifica. Il fatto è che a noi, alla nostra generazione, è apparso ineluttabile quel percorso di liberazione dallo sfruttamento capitalistico, di uscita dalla soggezione, che una parte del mondo non poteva non compiere attraverso la lotta armata. Mia moglie Laura, che era una persona mite, nella mia casa aveva posto su un cassettone della nostra stanza, bene in vista su tutto, il ritratto di "Che" Guevara...

...un simbolo glorioso non solo della rivolta armata, però, ma anche di una sconfitta. Non credi che, tra le risposte ineludibili, ci debba essere la riaffermazione della politica? Della politica come "arma" che sconfigge la logica della guerra?

Ci credo o almeno ci spero. E con altri - Oscar Luigi Scalfaro, per esempio - ho chiamato in campo un testo tutto "politico" come la Costituzione Repubblicana. Ho chiesto pubblicamente se l'articolo 11 della Costituzione - che, per l'Italia, ripudia ogni guerra che non sia di difesa - sia valido ancora o invece no. Non ho avuto risposta. Mandiamo i nostri soldati a morire a Nassiriya, li esaltiamo e li celebriamo come martiri, li salutiamo commossi quando tornano nelle loro bare. E poi? Io continuo a chiedere: l'articolo 11 è valido o no, nei confronti della nuova guerra americana? Chiedo a me stesso e anche ai miei amici, ai giovani dei grandi cortei, a cui ho partecipato, e quali sono i luoghi, gli enti, le istituzioni che possono agire, in concreto, per respingere e inibire questa nuova pratica della guerra?

 

I tuoi dubbi e i tuoi interrogativi, mi pare, ruotano tutti attorno ad un unico tema, l'efficacia della politica. O mi sbaglio?

Non ti sbagli. Voi di Liberazione - faccio un altro esempio - avete fatto e continuate a fare, giustamente l'esaltazione dei movimenti. Ci sto, come sapete. Ma, testardamente, continuo a proporre il tema: come si incide sui poteri? Come si incide sulla politica data? Io sono "vecchio", non solo anagraficamente. Non ci credo che la politica sia morta...

...o perduta, come dice Marco Revelli

No, la politica c'è. Anche gli americani fanno politica, la loro politica: non usano solo l'esercito, le armi. E non sono nemmeno un blocco compatto; sono un paese complesso, articolato. E noi dobbiamo apprendere meglio a pesare anche su questo colosso chiaro-oscurato, su questo globo complicato in cui viviamo. Non è questo forse un punto-chiave anche per il domani della nuova Europa che è in cantiere, e di cui pensiamo e speriamo di essere un attore forte, importante? E quando, domani, andremo a votare su questa Unione, non saranno le questioni di cui abbiamo ora discusso insieme veri e propri punti-chiave su cui dobbiamo discutere e chiamare a pronunciarsi la gente di questa Penisola, di questo estremo lembo europeo che da millenni si sporge verso quella soglia dell'Asia oggi in fiamme?

Rina Gagliardi

Essere comunisti

essere in cammino

Cari direttore Curzi, scusa se chiedo di intervenire in ritardo ma, al di là dell'ormai famoso articolo di "Repubblica", la cosa che mi sconforta di più è leggere la diffidenza di molti compagni proprio sul tema della rifondazione. Sembra davvero che il percorso che tutti assieme abbiamo condiviso da Livorno in poi, passando per il V Congresso, sia andato sprecato. Tutto questo ostentare "identità", questa voglia di "definirsi", è come avere del piombo fra le ali (e basterebbe ricordare Marx che ripeteva di "non essere marxista"). Mi domando, ma di quale identità stiamo parlando? Che cos'è l'identità? Secondo me o l'identità è una cosa viva, che si nutre della realtà, che fa i conti con la realtà, che la si può usare per cambiare la realtà, oppure è solo una cosa vuota. Credo che Franco Fortini, abbia dato una delle più belle definizioni all'essere comunisti, una definizione che penso possa andare d'accordo con la stragrande maggioranza di noi tutti: "essere comunisti significa essere in cammino". Camminare, attraverso la storia, attraverso le lotte, attraverso le vittorie, attraverso le sconfitte, ma mai fermarsi, mai guardare indietro. Dobbiamo continuare a camminare, anche perché c'è già chi lo fa, indipendentemente da noi. Noi dobbiamo continuare questo cammino da comunisti, e dobbiamo farlo sperimentando nuovi percorsi di liberazione delle uomini e delle donne, una nostra nuova idea della rivoluzione, in piena sintonia con quel "movimento reale" che abolisce lo stato di cose presente. "Siamo gli stessi di prima, sì ma siamo nuovi", come scrive il Subcomandante Marcos. E' questo la rifondazione che un giovane come me, appena nato durante il crollo del Muro, si aspetta dal mio partito.

Daniele Lombardi via e-mail

 

Coinvolgere

tutto il partito

Caro Sandro, cara Rina, come è difficile comunicare in questo partito! Quello che continua a colpirmi è il vespaio che può suscitare un articolo di "Repubblica": le numerosissime lettere che hanno seguito quelle dei due compagni con cui ho interloquito confermano, a mio avviso, che dietro la critica/richiesta mossa al giornale (che non c'entra nulla con la dietrologia!) ci sono questioni che hanno bisogno di un approfondimento che coinvolga l'intero partito. Di questo "Liberazione" è parte fondamentale, ma senza chiedere che essa svolga ruoli di supplenza. Non mi sento, in due righe, di dire la mia sui temi del comunismo e della rifondazione e perciò spero si determini una sede propria alla discussione. Intanto vi ringrazio per il contributo che già avete dato in tal senso.

Graziella Mascia

 

 

da Liberazione 8-1-'04

 

Sulle proposte di Bertinotti e l'intervista di Ingrao, una lettera del direttore di "Carta"

Comunisti nonviolenti? Si può

Caro Sandro,

siccome leggo tutti i giorni Liberazione (insieme al manifesto e al messicano La Jornada è il solo quotidiano che la mattina guardo sicuramente), sto seguendo con grande interesse la discussione, le lettere e le interviste, come quella di Rina Gagliardi a Pietro Ingrao, seguite alla ri-pubblicazione di un certo articolo della Repubblica. Dato che, come sai, quel tema - la nonviolenza - Fausto Bertinotti l'ha trattato in principio rispondendo su Carta, il mio giornale, a una lettera aperta di Marco Revelli, ho deciso di auto-invitarmi in questo dibattito. Anche se non ho la tessera di Rifondazione, sono certo che mi permetterai questa piccola violazione del galateo: d'altra parte, la lettera di Revelli e la risposta di Bertinotti furono simultaneamente pubblicate anche da Liberazione, per essere poi riprese da Paolo Mieli sul Corriere della Sera, e infine - ma solo infine - dalla Repubblica. Quindi siamo sulla stessa barca, per così dire.

Ricostruire il percorso di questa discussione sulla nonviolenza non serve a rivendicare un primato (sebbene anche: dibattere tra noi è sempre meglio che lasciare ad altri, che hanno altri interessi, l'opportunità di interpretarci), ma a dire che, leggendo leggendo, mi sono fatto questa idea: che il punto su cui i tuoi lettori e gli iscritti a Rifondazione stanno discutendo non è precisamente quel che appare. Molte lettere sembrano porre così il problema: è giusto, in questo momento, rinunciare a simboli, parole, schemi interpretativi e modi di azione consolidati, o tradizionali, della sinistra comunista? Posta questa domanda, si capisce angosciosa per molte persone che attorno a quella parola, "comunista", hanno costruito una vita intera, ci si divide, spesso duramente, tra chi pensa che sì, è opportuno, e chi no, è sbagliato, è un tradimento, un cedimento, e così via.

A me pare invece, lo dico con qualche timidezza, che la domanda di fondo, quella che secondo la mia impressione muove Bertinotti, sia la stessa che, in fondo, sta nella ragione sociale del partito, nel suo stesso nome: rifondazione. La questione è: in che modo, adesso, archiviato il secolo, nel mondo della guerra permanente ("la grande novità del terzo millennio", dice Ingrao nell'intervista a Rina), si può essere altrettanto radicali (intransigenti, alternativi, attivi nel cambiare il mondo...) quanto lo furono i comunisti, attorno, diciamo, alla fine della prima guerra mondiale e l'inizio degli anni venti del Novecento, quando ruppero a loro volta con una tradizione, quella della Seconda Internazionale?

Vedi, sto scrivendo questa lettera come se fossi in una piccola vacanza, perché in questi giorni sono sommerso dalla traduzione del libro sui dieci anni di insurrezione zapatista, El fuego y la palabra, che Carta pubblicherà tra qualche settimana. Il libro contiene, oltre a una lunghissima auto-intervista del subcomandante Marcos, decine di testimonianze di indigeni, molti dei quali insurgentes, come dicono loro, ossia soldati dell'Esercito zapatista. E quel che mi colpisce, leggendole, è quanto quegli uomini e quelle donne - che senza ombra di dubbio si stanno ribellando, sono antagonisti del neoliberismo - si interroghino su come hanno iniziato, con le armi in pugno, e su dove sono arrivati, a considerare come loro principale proposta ("civile e pacifica", dice Marcos) quella dei Caracoles, i municipi autonomi, insomma l'auto-organizzazione democratica dei popoli zapatisti. E il prima, le armi, e il dopo, i municipi, convivono spesso contraddittoriamente in una stessa persona, un militare, si badi bene, per quanto rivoluzionario, che magari dice "le armi sono ancora qui", e poi aggiunge "però non dobbiamo diventare militaristi", e conclude "la cosa più importante è l'autonomia delle comunità".

Ora, mi pare, Bertinotti dice: una scelta nonviolenta è la condizione necessaria per una radicalità reale, che cioè non si limiti all'atto di proclamare la propria opposizione. E questo proprio perché è il linguaggio della violenza quello con cui il dominio parla: la guerra permanente, appunto. Revelli fa un passo oltre, per me convincente: in fondo, dice, il linguaggio della violenza, per quanto rivoluzionaria, entra nello stesso ordine del discorso imperiale, quindi è per sua natura il mezzo di una trattativa. Mentre la nonviolenza scarta di lato, o altrove, è una lingua talmente differente da quella dominante da non poter che essere intransigente.

Qui è il nocciolo della questione. Cui si arriva, anche, mettendo in conto non solo la diversità dell'epoca in cui si è costruito quel corpus di pensiero e azione che è stato il comunismo del Novecento, ma i suoi - a fare un bilancio - evidenti e tragici fallimenti. Su cui c'è poco da discutere: l'idea della conquista violenta del potere, per poi da lì trasfomare la società, è, come dice molto autorevolmente Ingrao, uno schema del passato. Il movimento "altermondialista", tutto intero e in tutte le sue diversità, sta cercando di trasformare la società in modo che il potere sia il più disperso possibile.

Infine, i nomi e i simboli. Quando mi chiedono se sono "comunista", rispondo citando Lenin, il quale decise che il Partito socialdemocratico russo (bolscevico) dovesse assumere il nome di comunista discutendone con i suoi compagni sul treno blindato, fornito dal Kaiser tedesco, che dalla Svizzera lo riportava in Russia, nel 1917. Gli pareva, probabilmente, che l'aspirazione alla democrazia sociale (da cui "socialdemocratico") aveva bisogno di un altro "logo", per potersi rinnovare, segnando una frattura con il movimento operaio fin lì organizzato. Io sì, sono comunista, per forza, dopo più di trent'anni di giornalismo di questo tipo. Ma se mi chiamano "altermondialista", di "quelli di Genova", "filozapatista", o anche "pacifista", o quel che serve in quel momento per significare che esiste un'altra possibilità, non sto a reclamare. C'è posto per tutti, nel mondo che, come dice quel tale mascherato, contiene molti mondi.

Grazie per l'ospitalità.

Pierluigi Sullo

Direttore di Carta settimanale

C'è proprio bisogno

di idee nuove

Caro Curzi, bellissimo il dialogo a distanza, su "Liberazione" tra Bertinotti e Ingrao sulle grandi questioni di questo mondo del terzo millennio (pace, non violenza, terrorismo). Finalmente la politica vola alto, come avrebbe detto anni fa Alfredo Reichlin. E Dio sa quanto c'è oggi bisogno di idee nuove. Spesso, infatti, è difficile trovare sui quotidiani (ricchi di pagine, ma scarsi di cervello) qualcosa, almeno uno spunto, che ti stimoli a riflettere al di là delle tristissime cronache del giorno. Ad esempio nel mio giornale preferito, "Il Corriere della Sera", io salto tante cose inutili e corro a leggere tutti i giorni l'angolo delle lettere curato da Paolo Mieli, perché lì quasi sempre trovo qualcosa che mi interessa. La mia scoperta di "Liberazione" con l'intervento di Bertinotti, "L'orrore della guerra", che prendeva spunto dalle polemiche sulle foibe e ieri la risposta, sempre su "Liberazione" di Pietro Ingrao, nell'ottima intervista di Rina Gagliardi, sono dovute, caro Sandro, alla segnalazione di un anziano amico comune, Camillo Martino, ormai tuo lettore abbastanza abituale. Forse dovresti pubblicizzare meglio il tuo giornale per smuovere anche pigri come me. Comunque, ti ringrazio per quello che fai, forse sei uno dei pochi, della nostra generazione, ad avere ancora entusiasmo e voglia di fare. Permettimi, infine, una conclusione: Pietro Ingrao, le sue argomentazioni, la sua lucidità di analisi rappresentano per tutti noi ex Pci ancora una bussola valida.

Lorenzo Galli via e-mail

Televisione

Disintonizziamoci

da Rete4

Cari compagni ho pensato ad una semplice misura per ovviare all'arroganza berlusconiana: dal 1 gennaio 2004 ho provveduto a desintonizzare Rete 4 dalla mia tv di modo che ad essa si possa accedere solo via satellite come previsto dalla famosa sentenza della corte costituzionale. Facciamolo tutti, non ci possono certo imporre quali canali poter vedere e a quel punto i loro decreti e le loro leggi non serviranno a nulla.

Renato Marangon via e-mail

movimenti

 

Prima c'era

una saracinesca...

Cara "Liberazione", prima c'era una delle tante saracinesche abbassate che si vedono nei nostri quartieri, dove da anni hanno chiuso piccoli negozi, botteghe artigiane, circoli ricreativi e mancano spazi di aggregazione sociale e culturale. Ora, un gruppo di abitanti della zona ha deciso di tirarla su quella saracinesca, e invitiamo tutti ad entrarci per costruire un luogo accogliente, pieno di iniziative e di socialità. Siamo convinti che le proposte non mancheranno, perché sappiamo che il nostro territorio ha molte e vitali energie da esprimere, che purtroppo non trovano luoghi e risorse per poterlo fare (pensiamo alle tante associazioni che si trovano sul territorio, animate dalla passione e dalla voglia di fare qualcosa). Nello Scup (Spazio Culturale Peperino) in via del Peperino 19-21 nel quartiere di Pietralata a Roma, d'ora in poi sarà possibile fare cinema, teatro, musica, mostre, incontri e dibattiti, consulenze, informazioni e assistenza sui temi del lavoro, della casa, dell'immigrazione, momenti ricreativi, feste...

Comitato d'occupazione Peperino Roma

non-violenza

Coerenti

con la nostra storia

Caro direttore, l'insistente richiamo di Bertinotti alla non violenza non introduce nessuno elemento di novità nella linea di Rifondazione. Noi che abbiamo raccolto l'eredità del Pci, abbiamo sempre ispirato la nostra azione politica ai principi della non violenza in coerenza con gli insegnamenti di dirigenti della statura di Togliatti, di Longo, di Berlinguer, i quali hanno sempre parlato di via democratica al socialismo, di laicità dello Stato, di pluralismo e di pace e che non hanno mai giustificato episodi di violenza consumata nelle vendette personali. Bertinotti dovrebbe, comunque, evitare di assumere la non violenza come valore assoluto altrimenti rischia di portare acqua al mulino di chi vuole criminalizzare la Resistenza che, come è noto, non è stato un pranzo di gala.

Lucio Piccoli via e-mail

 

Un dibattito

fuorviante

Cara "Liberazione", negli ultimi tempi su giornali/riviste della sinistra sono apparsi degli articoli, i cui autori principali sono stati Rossana Rossanda, Fausto Bertinotti e Marco Revelli che hanno riaperto una discussione attorno alla fondamentale scelta della non violenza come elemento dirimente per il raggiungimento di una società nova... Aggressioni militari dell'impero statunitense e terrorismo islamico, la politica omicida dello Stato di Israele ed i kamikaze palestinesi, la polizia dei fatti di Genova del luglio del 2000 e le Brigate rosse... Per sfuggire a questo dualismo, a vostro dire l'unica scelta è quella della non violenza. Francamente a noi ci sembra che su questi argomenti si ragioni molto sull'impatto degli eventi e molto poco sui contesti. Secondo noi il nodo così come è stato posto è fuorviante e forse nasconde un altro problema, forse non è più credibile un superamento del capitalismo viste le sconfitte che ci sono state in questi anni? Forse le uniche battaglie credibili sono quelle di un riformismo che miri ad una sorta di società capitalista dal volto umano molto "partecipata"?

Comitato di Quartiere Alberone Roma

foibe

 

Un segnale

importante

Cara "Liberazione", personalmente concordo con l'analisi e le conclusioni da espresse da Bertinotti a Venezia a proposito delle "foibe". Si tratta di dichiarazioni necessarie anche al fine di separare le responsabilità di elementi locali delle formazioni partigiane da quelle del comando dell'armata di Liberazione jugoslava e soprattutto dal Cln italiano. Ma soprattutto è un segnale importante, nell'attuale momento politico, per dimostrare che la sinistra italiana - le cui origini sono nell'antifascismo e nella Resistenza - persegue la verità storica contro il revisionismo strumentale. Purtroppo è un segnale isolato, che se qualifica la l'onestà intellettuale e politica di Bertinotti non può essere considerato a se stante. In questo contesto stiamo preparando una pubblica manifestazione con i partiti che riconoscono le loro origini nell'antifascismo e nella Resistenza, con i sindacati, con i movimenti della società civile, manifestazione che a fronte di elucubrazione sul fascismo buono (cattivo solo per via della Shoah) e sulla distinzione tra partigiani generosi e patrioti e partigiani assassini asserviti all'ideologia comunista, ci trovi uniti per respingere falsità e interpretazioni arbitrarie (anche ad opera di intellettuali che si dichiarano di sinistra). Il decadimento delle istituzioni democratiche si accompagna con il revisionismo storico strumentale, elemento non secondario per attuare un disegno politico teso a sovvertire gli stessi dettami costituzionali che richiedono l'attuazione dello Stato sociale.

Massimo Rendina Associazione nazionale Partigiani d'Italia, Roma

 

Un cambiamento

troppo repentino

Caro Curzi, sono una compagna di Venezia che ha partecipato all'ormai famoso dibattito avente come fulcro la discussione sulle Foibe. Devo dire che sono rimasta sconcertata. Non sono per nulla soddisfatta da questo repentino cambiamento di linea del Partito e da questa nuova visione storica degli avvenimenti che hanno tragicamente segnato lo scorso secolo.

Laura Biasutti Venezia

 

 

da Liberazione 9-1-'04

Contro guerra e terrorismo la dissociazione non basta.

Non si può leggere senza emozione il testo di Fausto Bertinotti. Il solo fatto che queste cose siano state pensate, e proposte come asse di un ripensamento radicale della storia vissuta, e di una altrettanto radicale novità della storia da costruire, e che siano dette non in una comunità di illuminati o in un laboratorio di pensiero, ma in un partito che agisce nella lotta politica reale e che partecipa, già in sede locale, a responsabilità di governo, costituisce un evento: qui sono rifiutate le antropologie pessimistiche, il sindacalismo della disperazione e il fatalismo dell'esistente; qui si ricomincia a pensare la politica, i suoi mezzi e soprattutto i suoi fini. Altra questione è naturalmente che queste cose possano diventare patrimonio condiviso e linee di azione per grandi aggregazioni umane; ciò richiede che esse siano vagliate e integrate; e poiché comportano un cambiamento di mentalità, non possono che passare attraverso il fuoco del dibattito e delle esperienze vitali.

La conversione consiste nel passaggio dal pensiero della guerra (quale è stato presente anche nella tradizione comunista) al pensiero della pace, e dalla accettazione dei metodi della violenza alla adozione di mezzi alternativi di resistenza e di costruzione politica, mezzi "deboli" e nonviolenti. Tuttavia ciò non equivale a scegliere la politica contro la guerra e la ragione contro il terrorismo: perché anche la guerra fa politica e anche il terrorismo ha le sue ragioni; se il mondo tutto rappreso nell'antitesi tra guerra e terrorismo non avesse né politica né ragioni, non sarebbe un mondo umano; come infatti ciascuna delle due parti nega l'umanità dell'altra. Ma così non è; è con uomini che abbiamo a che fare, sia quelli della guerra perpetua sia quelli del terrorismo infinito, ed è perciò che possiamo non vedere in loro solo il nemico.

Dunque la dissociazione non basta; si tratta di fare una politica che intenda e superi la politica della guerra e di avanzare ragioni che identifichino e rovescino le ragioni del terrorismo. Ciò vuol dire che l'opposizione alla guerra e al terrorismo va storicizzata; noi non siamo del mondo della guerra e del terrore, ma siamo nel mondo della guerra e del terrore, né vogliamo toglierci da esso; uscirne, sì, ma tutti insieme, attraverso la lunga fatica della storia. A metà del 900 sembrò che questo lungo cammino di secoli fosse compiuto, per quanto riguardava la guerra, e la mettemmo al bando del diritto, papa Giovanni addirittura la mise fuori della ragione. Ma evidentemente quel tempo ancora non era finito, e ora dobbiamo fare un altro duro pezzo del cammino; ma non metteremo fine alla guerra all'improvviso, né ci impadroniremo della pace con un gesto di rapina. Il tempo che resta, lo spazio intermedio è quello della politica. Anche il movimento no-global è atteso alla prova della politica.

Storicizzare la questione della guerra e del terrorismo vuol dire fare analisi separate dell'una e dell'altro. Avendo ben presente che l'uno è figlio dell'altra: diceva padre Turoldo che lo scontro tra loro è uno scontro edipico, perché "il terrorismo di cui parla l'informazione ufficiale non è che il figlio naturale - neppure bastardo - dell'altro terrorismo che è sprigionato dall'Occidente" e che oggi - proprio per la volontà di un dominio universale senza egemonia - prende le forme della guerra preventiva e perpetua. Capire questo non vuol dire giustificare, ma nemmeno permette l'indistinzione tra il governo imperiale e il governo del terrorismo, pur entrambi, come dice Bertinotti, "repellenti". Ma la distinzione permette di far politica, e proprio lì dove noi possiamo di più, perché la guerra oggi sgorga dal nostro campo.

La guerra è sempre stata un orrore. Ma perché oggi apre una crisi di civiltà e può risolversi in catastrofe? Perché la guerra oggi è rimasta prerogativa di una parte sola, anzi di una sola potenza. Gli Stati Uniti, per stabilire la loro sovranità universale, si sono riappropriati della guerra, ma nello stesso tempo l'hanno resa a tutti gli altri impossibile. Creando e gloriandosi di avere una potenza militare senza pari e quale mai si è avuta nella storia, inventandosi una guerra dove si dovrebbe morire da una parte sola, affidandosi ad armi intelligenti e maneggiate da lontano, e sprigionando una superiorità schiacciante su qualsiasi avversario, hanno reso la guerra, fatto di per sé essenzialmente dialettico, per chiunque altro impossibile. Chi osa resistere loro in guerra fa la fine della Yugoslavia, dell'Afghanistan, dell'Iraq. Le sole guerre che sono ancora possibili sono quelle tra poveracci, le cosiddette guerre dimenticate. Ma con l'America non c'è partita, se la partita è la guerra.

E allora se la guerra è stata resa impossibile, il suo surrogato è il terrorismo. Non potendo ricorrere al terrorismo principale, che è la guerra, che si combatte con armi pubbliche (publicorum armorum contentio), si ricorre al terrorismo secondario, che si combatte con "armi private". Il terrorismo è la guerra degli sconfitti, che non vogliono continuare ad essere sconfitti, e che sperano di non essere più oltre sconfitti. E' terribile ma è ancora umano; e perciò è politico, ed è suscettibile di una soluzione politica. Ricomprendere tutte le possibili resistenze nell'unica categoria del terrorismo, che si tratti di ceceni, palestinesi, latino americani o iracheni, vuol dire non riconoscere più alcuna causa. Forse quelle di ieri, in modo che si possano ancora guardare i film western stando dalla parte degli indiani, ma non quelle di oggi. E' questa l'operazione dell'Occidente, ma è appunto questo che impedisce ogni uscita politica. La denuncia dell'orrore della violenza, e la scelta nonviolenta che, come giustamente ricorda Bertinotti, si può fare anche stando nel cuore della Resistenza (non violento era Dossetti, che comandava il Comitato di Liberazione Nazionale a Reggio Emilia) non possono che accompagnarsi alla intrapresa di un'altra strada che permetta agli umiliati di intravedere un'alba di giustizia.

Quest'altra strada, per noi, è di togliere politicamente all'ultima guerra rimasta, quella asimmetrica della Grande Potenza per la quale tutti gli altri sono "combattenti illegali", le radici di cui si nutre nel mitico sogno di un unico dominio, di un unico modello di reggimento politico, di un unico ordinamento economico, di un nuovo grande Leviatano che con mano invisibile gli uni destina alla salvezza, gli altri alla perdizione. Tornare al diritto, tornare all'ONU, tornare alla costruzione di una comunità mondiale nella quale pace e sicurezza siano indivisibili per tutti e l'eguaglianza torni ad essere il valore, così faticosamente conquistato, che riconosce pari in dignità e diritti tutti gli esseri umani e le "nazioni grandi e piccole": questa è la politica oggi negata, e che occorre riaprire. L'Europa certo può fare la sua parte; e per questo è attaccata, non solo da Israele o dagli anonimi di Bologna, ma dalla destra al potere in America, che solo qualche settimana fa lanciava, sulla copertina della sua rivista, la parola d'ordine: "Against United Europe", contro l'Unione Europea.

Coraggiosamente Bertinotti riapre il dossier della storia comunista. Su questo non tocca a me interloquire. Ma credo che la sconfitta non dipenda solo dalla violenza da cui essa è stata contaminata. C'è stato un limite, che Claudio Napoleoni ha indagato, nella capacità stessa di concepire il superamento del capitalismo. Su questo occorre tornare a pensare. Ma intanto nella rivisitazione a me piace ricordare che proprio nell'imminenza della sconfitta, dal cuore del potere sovietico, fu avanzato un grande progetto, politico, "per un mondo libero dalle armi nucleari e non violento". Fu quella, credo, la grande occasione perduta del Novecento.

C'è dunque molto filo da tessere. È un grande merito del segretario di Rifondazione avere aperto, con la sua iniziativa, una nuova prospettiva di riflessione e di azione per tutti, ma soprattutto per i giovani. Poco prima di morire, Giuseppe Dossetti, a Massimo D'Alema che era andato a trovarlo a Monteveglio, chiese: "Ma voi, che cosa fate per i giovani? ". Questa di Bertinotti mi sembra una prima risposta.

Raniero La Valle

La nostra storia,

il presente, il futuro

Caro Curzi, confesso che faccio fatica a capire questa disputa che dura da tempo sulla "violenza" e "non violenza" e che coinvolge non solo il presente ma anche la storia ed il futuro. La mia generazione ha imparato (in una vita di duri scontri) quel che diceva Bertold Brecht: "Anche l'ira per l'ingiustizia rende la voce roca". Stravolge la nostra stessa faccia. C'è il rischio incombente di diventare altri; contrari dei valori che si vogliono affermare. Mutare la nostra stessa natura. La nostra scelta è "non violenta". Vogliamo l'azione di massa non di sola protesta. Ma di proposta. Intelligente; forte sui contenuti, capace di allargare i consensi al di là della piazza. Capace quindi di incidere guardando agli altri non come ad un blocco omogeneo da scomunicare ma nella loro complessità e contraddizioni, esercitando quindi una egemonia gramsciana. Ma non è ineluttabile che una lotta armata sbocchi nel dispotismo. La Resistenza italiana ha portato libertà per tutti. Certo vi furono fatti ed atti decisamente condannabili. Come abbiamo fatto a Torino per le foibe ancora prima della conferenza di Venezia. La nostra "violenza" fu assai diversa da quella del fascismo; fu per così dire accidentale e non industrializzata come quella nazista. Ha ragione Bertinotti nel dire che non tutta la nostra "storia va assolta" ma "tantomeno va buttata via estirpandone le radici". Oggi si tende da destra a stabilire faciloni parallelismi; va detto chiaro che la "piazza" non è "violenza". E la lotta armata non è terrorismo. Che Guevara che ha fatto guerriglia ha scritto contro il terrorismo. E prima di lui Lenin ha svolto una dura polemica col Nichilismo. Ma detto ciò, oggi e qui, questo orientamento non potrà essere generalizzato in ogni luogo ed in ogni tempo, quasi teoria universale sempre valida.

Quando svolsi queste argomentazioni al Comitato politico Rina Gagliardi opportunamente scrisse che i giudizi vanno storicizzati. Siamo testimoni d'un tempo. E più di altri abbiamo il dovere di capire. Di indagare anche su di noi. Se nel 1944 ci avessero detto di non adoperare le armi ci saremmo messi a ridere. E quando un autorevole generale, comandante supremo delle forze Alleate nel Mediterraneo ci invitò a farlo, sia pure temporaneamente, nessuno gli diede retta per il semplice fatto che non era possibile... Ingrao nelle considerazioni, sempre profonde, che condivido parla di quella che fu una nostra "persuasione profonda della necessità della lotta armata". E' vero. Ma riferita al '43-'45 era forse una persuasione sbagliata? Ingrao è sempre molto stimolante. Ma mi pare che nella sua intervista più che dare risposte pone domande. Domande importanti certo. Ma domande. Forse la "soglia armata" di cui parla per conquistare la libertà non è "ineludibile". Ma non dipende solo da noi. Ingrao parla di un suo "assillo". E' anche il mio.

E qui gli interrogativi restano. Dice Ingrao: "C'è o non c'è un obbligo di resistere anche con le armi?". "C'è un diritto di difesa che non può rinunciare al loro uso?". C'è sempre o no "l'efficacia della politica?". Anche il primo grande pacifista della storia prese la frusta per cacciare i ladroni dal tempio. Non faccio l'indovino. Le strade della storia sono infinite. Non so cosa sarà il futuro del mondo con le sue tante diverse facce. Per ora so solo dire che mi pare azzardato generalizzare un orientamento per tutti i luoghi e per tutti i tempi.

Gianni Alasia Torino

La "ragione sociale"  di Rifondazione

 

Cara Rina, l'intervento di Sullo, apparso ieri, evoca - pur nella sua brevità - una serie di grandi questioni e solo con alcune, per ragioni di spazio, ci si può qui confrontare: sul tema della "ragione sociale" del Prc (chiaramente sollevato da Sullo); sul tema della necessità di una "nuova radicalità" dei comunisti; su quello del "potere diffuso" come alternativa al "potere rivoluzionario" e sul tema della violenza.

Sulla ragione sociale del Prc: Sullo sembra chiaramente dire che il problema non è più quello dei "simboli" o della parola "comunista", ma che "la domanda di fondo, quella che secondo me muove Bertinotti, sia la stessa che sta nella ragione sociale del partito, nel suo stesso nome: rifondazione". E' già un primo momento forte di discussione: in verità se la ragione sociale del nostro partito stesse solo nel termine "rifondazione" saremmo di fronte ad una ragione sociale amputata e, anzi, geneticamente mutata rispetto ai nostri obiettivi originali e attuali e rispetto al volere dei nostri iscritti, dei nostri militanti e dei nostri elettori. In verità sono le due parole, rifondazione comunista, che esprimono, insieme e non separate, la nostra ragione sociale, la nostra storia, le nostre lotte, i nostri obiettivi. Le compagne e i compagni che, in coraggiosa controtendenza rispetto ai tempi, alle sconfitte e alle abiure, scelsero di dar vita ad un nuovo partito comunista in Italia dopo la sciagurata liquidazione di Occhetto, non saprebbero certo che cosa rifondare se non un partito comunista che, senza disinvolti liquidazionismi o sorde nostalgie e tenendo conto della grande storia comunista, delle sue vittorie planetarie e delle sue degenerazioni, provi ad attrezzarsi ed essere all'altezza dei tempi e dell'odierno scontro di classe. E' il comunismo, caro compagno Sullo, che non vogliamo cancellare e dunque anche la parola per dirlo.

Seconda questione: l'esigenza, dice Sullo, di una nuova radicalità dei comunisti. Giusto, forse per diverse ragioni ma concordiamo. Poiché quando Sullo prosegue affermando che i comunisti di oggi dovrebbero essere radicali quanto lo furono quelli "attorno alla fine della prima guerra mondiale e l'inizio degli anni 20 del '900, che ruppero con una tradizione, quella della Seconda Internazionale", ricordiamo che i leninisti ruppero perché i socialisti della Seconda Internazionale stavano abbandonando ogni progetto rivoluzionario, stavano imboccando la strada del gradualismo positivista, che non ha mai ritenuto centrale la rottura rivoluzionaria: "tanto il socialismo viene da solo, senza strappi".

E', dunque, il potere, la terza questione posta da Sullo. Citando gli zapatisti (che comunque entrarono a San Cristobal con le armi e con esse si difesero dai padroni delle terre), Sullo assume come questione centrale per la rifondazione (non necessariamente comunista) la categoria del "potere diffuso", che escluda a priori il problema del potere rivoluzionario (per una rifondazione, appunto, non comunista?). Qui vorremmo solo citare Gramsci, ricordando che il contropotere diffuso era parte centrale del suo pensiero (i consigli di fabbrica, la conquista delle casematte) ma era, appunto, contropotere diffuso poiché non rinunciava al potere rivoluzionario. Ultima questione, la violenza. Ho già avuto modo di dire che, dal mio punto di vista, quello sulla violenza è un terreno di discussione inaccettabile, poiché solo i padroni, i fascisti e gli spiriti animali possono difendere la violenza. Altra cosa è la forza. Il compagno Ingrao, nell'intervista che tu stessa gli hai fatto, Rina, si chiedeva come i popoli possono resistere, senza forza, senza armi, al tallone di ferro dell'imperialismo. Stiamo attenti a non guardare il mondo dal lato del nostro salotto buono: se condanniamo la forza per sempre e in ogni dove, come potranno, oggi, liberarsi i palestinesi, gli iracheni, i colombiani? La Cia, Pinochet, non soppressero con la violenza Allende? Se si poteva, come si doveva rispondere? Bush non vuol farlo oggi con Cuba, con Chavez, con Lula, con lo stesso presidente argentino Kirchner ("Liberazione" di ieri, pagina 13)? Se questi popoli condannassero a priori l'uso della forza, come resisterebbero? Riassumiamo in pieno Gandhi e Aldo Capitini, si dice. Giusto: i valori del pacifismo sono i valori dei comunisti. Senza dimenticare però, come giustamente vuole Sullo, la svolta radicale dei leninisti dopo la prima guerra mondiale, ma anche senza dimenticare che era lo stesso Capitini, negli anni '30, a scrivere che l'unica risposta alla libertà d'impresa è quella del "massimo di socialismo nelle istanze economiche" e "la socializzazione dei mezzi di produzione".

Fosco Giannini

 

Le armi,

extrema ratio

Caro direttore, un errore è comune ad entrambe le posizioni di Ingrao e Bertinotti: assumere pace e lotta armata, non per quello che sono, cioè due possibilità storiche, la seconda ovviamente subordinata e funzionale alla prima, bensì come due atteggiamenti antitetici, che impongano una scelta di vita tra due strutturazioni opposte della propria anima. Eppure il marxismo (direi qualsiasi tipo di marxismo, purché davvero tale) almeno su questo punto era chiaro: vivere e lottare per la pace, pronti, se necessario, ad impugnare le armi (sempre e soltanto come extrema ratio). Che poi su questo si siano spesso strutturate singole personalità "combattentistiche", era certo un pericolo oggettivo, che può però essere sempre superato con l'approfondimento critico collettivo. Cosa che il movimento proletario del Novecento, in linea di massima, seppe fare bene. Ma certo, per farlo, è necessario il movimento proletario e il partito di massa: purtroppo, in questa fase storica, il primo sembra piuttosto disorientato, il secondo non esiste.

Giovanni Cerri via e-mail

 

L'immaginazione

al potere

Caro Curzi, seguo la discussione sul comunismo non violento, che si è aperta su "Liberazione" con gli interventi di Bertinotti, Ingrao, Sullo e tanti altri compagni, con un interesse che da tempo credevo di aver perso. Quando giovanissimo gridavo, con spavalderia, "L'immaginazione al potere..." forse intendevo dire proprio quello che scrive Ingrao. Forse il nuovo comunismo non violento è la speranza di questo secolo.

Giulietto Lorenzi via e-mail

 

 

 

da Liberazione 10-1-'04

 

Ieri "non potemmo essere gentili". Oggi dobbiamo essere nonviolenti.

Una bella discussione di questi tempi è un lusso, faceva dire Brecht a un contadino nel Cerchio di Gesso del Caucaso, in una terra devastata dalla guerra contro le armate naziste. Non siamo a questo, ma il dibattito aperto da Bertinotti è un dono.

Non mi permetto di entrare in una dinamica che ha, com'è giusto, un aspetto peculiare, di partito. Ma questo dibattito interessa tutta la sinistra - e va anche al di là. Non a caso Ingrao menziona Scalfaro.

Non incidentalmente, è un dibattito che si intreccia su Liberazione a quello sulla questione religiosa, partendo da una citazione di Marx, sradicata però da una dialettica che porta in tutt'altra direzione. Non dimentichiamo che Vittorini sul Politecnico, proprio da quella frase di Marx sull'Oppio dei Popoli, perveniva - senza sofismi - a una conclusione vitale: che religione e liberazione potessero virtuosamente camminare insieme. La grande riflessione, a sinistra, sulla religione, ha segnato un attraversamento cruciale. E ha avuto come protagonisti tantissimi credenti.

C'è un tratto che unisce Brecht (per esempio negli scritti alti del dopoguerra, fino all'aspra critica contro la repressione degli operai berlinesi in rivolta nel 1953) alla riflessione odierna di Bertinotti.

Nella stessa citazione che Bertinotti sceglie da Brecht, sul "noi non potemmo essere gentili" non è difficile avvertire un dolore profondo, un'amarezza avvolgente. Di più, forse: un acuto tormento nella ricerca di un'altra strada. E' la temperie che vive un comunista tedesco resistendo al nazismo, sentendosi ventre della Bestia.

Oggi più che mai sappiamo che la Grande Promessa della Resistenza dobbiamo mantenerla, ed è consegnata innanzitutto agli europei, che hanno prodotto sia il Nero che il Rosso, e non solo nel Vecchio Continente. Dalla Resistenza (anche imparando dalle pagine buie) abbiamo individualmente ricevuto il mandato di muoverci verso un mondo di giustizia, pace, libertà, democrazia. E' l'opposto del mondo che abbiamo di fronte e intorno (in un certo senso anche dentro). Questo sistema-mondo ha con logica follia incorporato la guerra (di più: la guerra preventiva) come paradigma. Scusate lo schematismo: se vogliamo l'alternativa, la nonviolenza deve appartenere al nostro cammino.

E non è vero che non ci siano impronte profonde di questa impostazione dentro la vicenda storica del movimento a cui apparteniamo. E' sbagliato attribuire alla nonviolenza un connotato dottrinario libresco, o pensare che Gandhi e Martin Luther King non ci debbano toccare. Non è forse una (lo so anch'io: non la sola) delle condizioni necessarie per intrecciarci al Forum di Mumbay, e per manifestare insieme ai movimenti Usa il prossimo 20 marzo?

Ed è ancor più sbagliato non vedere quali connessioni profonde ci siano tra tante storiche lotte pacifiche e democratiche del movimento operaio, della sinistra, e le lotte nonviolente. La nonviolenza non è una categoria anomala, separata dalla via maestra della storia. E' dentro di essa. Talvolta resa clandestina se non violentata.

Tornare alla concretezza della storia; avere il coraggio con Majakovski di "rimestare la merda dei secoli" può aiutarci a trovare i fiori che tuttavia sono nati: nel coraggio di immaginare e praticare un mondo differente. Non fermiamoci al Novecento. Ricordiamoci dell'immenso carico di lavoro per sistemi di valori, per il sogno e l'immaginazione di un mondo "altro", anche sperimentando magnifiche alternative - un percorso di civilizzazione che ci incoraggia a camminare avanti.

Molte delle cose che pratica il Movimento dei Movimenti hanno radici lontane. Dando ragione - quasi come un'ovvietà - a Le Goff quando descrive l'onda lunga della storia, ricordiamoci che si parla anche della nostra "autonoma" storia.

Questo ci obbliga a fare i conti con onestà: chi è comunista deve fronteggiare il fatto che la bandiera con la falce e il martello che liberava Auschwitz, garriva sopra il Reichstag nel 1945, sventolava anche sui Gulag - prima e dopo di allora. Spero che questa consapevolezza spezzi anche i cardini della porta della percezione dell'orrore che è stato compiuto.

Chi è stato, o è diventato socialista (e dintorni) sappia che quel movimento politico ha una storia impregnata anche dalla corresponsabilità in pagine terribili: vogliamo parlare del colonialismo? Vogliamo parlare dei crediti di guerra votati da quasi tutti, mentre si apriva l'abisso della prima guerra mondiale? Vogliamo parlare del peso di ciò che è avvenuto di recente nei Balcani?

Solo un profondo cambiamento porterà la sinistra fuori da quei gorghi che ancora la lambiscono, con il rischio di un naufragio. Altro che il 1989. La caduta del Muro non ha fatto cadere il nostro socialismo, ma un sistema totalitario nella sua essenza, nonostante l'immane sforzo del comunista Dubcek, e quello finale dell'abbandonato Gorbaciov. Domando: qualcuno di noi, rossi, vorrebbe vivere sotto Ceausescu, o avere i diritti dei metalmeccanici cinesi di oggi?

La Realpolitik (anche di sinistra) non ha saputo né aprire la strada al superamento dei vecchi blocchi politico-militari, né illuminare una prospettiva di cambiamento. Non poteva farlo innanzitutto per una sua strisciante implosione culturale. Forse la vera Realpolitik è quella del campo di forze che mette insieme pace e democrazia e diritti sociali e di cittadinanza e di giustizia.

Se la strategia della pace è inscindibile da un autentico processo di civilizzazione, come non vedere lo spazio di espansione della nonviolenza? E' qualcosa già dentro i movimenti reali: la nonviolenza ha spezzato il ghetto, non è affatto una subcultura marginale, bensì il marxiano fantasma che si aggira - e non unicamente per l'Europa, come sempre più esperienze dimostrano in giro per il mondo.

Questo implica una progressiva trasformazione della qualità della politica, con un punto di congiunzione con i principi veri della legalità internazionale - a partire dalla Carta dell'Onu e della Dichiarazione universale dei diritti umani. Nemmeno qui si parte da zero.

La sfida quest'anno è aspra: il grande cratere che include Medio Oriente, Golfo, Afghanistan è lì a catapultare pericoli planetari. Il terrorismo spande la sua peste - e spinge a restringere gli spazi di libertà. C'è una possibilità di uscire da questo doppio ricatto?

Non occorre essere ciechi di fronte ai pericoli, per investire consapevolmente sul futuro. Le oche giulive cercatele tra chi crede che la guerra risolva i problemi. I sanfedisti sono i volonterosi collaborazionisti dello stato di cose esistenti. Dev'essere massimo lo slancio e il coraggio per una società aperta, basata sull'idea di stato di diritto.

Il popolo della solidarietà e della pace, quello che ha fede nella partecipazione, sa che il terrorismo, oltre che assassinare le persone, dilania la cittadinanza della politica - e la politica della cittadinanza. Più luce, più attaccamento alla vita, più amore per le generazioni a venire. Quelle che stanno forzando la storia del Novecento, peraltro, imponendo il diritto al futuro, per se stesse ma anche per le altre generazioni. O vogliamo accettare la corresponsabilità della dissipazione dell'eredità della Resistenza, quando essa ci ha indicato di muovere dal tempo dell'impossibilità della gentilezza, verso qualcosa che non può non dirsi nonviolento?

 

TOM BENETOLLO

Presidente nazionale dell'Arci

L'ideologia, la storia e le realtà concrete

 

Caro Sandro, nelle ultime settimane su "Liberazione" si sono intrecciati due temi: quello relativo alla definizione della religione come "oppio dei popoli", e quello riguardante il rapporto tra il nostro partito e il "comunismo" (spesso non solo quello cd. "reale").

Sul primo punto non mi dilungo, poiché la frase di Marx (Feuerbach) va letta in rapporto al suo tempo, nel suo complesso, tenendo presenti gli scritti di Feuerbach su "L'essenza della religione" e "L'essenza del cristianesimo" (e, se credi, pensando anche agli odierni kamikaze).

Sul secondo punto, essendo io contrario a ogni "revisionismo", non voglio farne uno di segno eguale e contrario.

Ma una lettura storica (che per me resta quella in chiave marxiana) si impone sempre. Perché finora nessuno ha provato a farla, sia sul socialismo reale che sullo stalinismo? Andrebbero analizzati la realtà concreta del paese zarista in cui si è avuta la prima rivoluzione socialista: un paese senza sviluppo capitalistico e senza alcuna esperienza democratica, né diretta, né parlamentare, ben presto accerchiato economicamente e militarmente, che ha dovuto difendersi non da una delle "democrazie occidentali", ma dalle Ss hitleriane (i comunisti sono morti nei campi di concentramento, assieme ad ebrei, zingari e omosessuali). Non si poteva rispondere ad Hitler porgendo l'altra guancia (a proposito di astratta non-violenza). Né è possibile tagliare col coltello, senza analizzare le situazioni storiche concrete, il bene (che spesso si riduce alla parodia di un voto "tarato" secondo il sistema elettorale) dal male (la dittatura), senza entrare all'interno delle realtà concrete.

E' il caso di porsi una domanda: quale comunismo? Quello dei gulag, dei processi staliniani, delle degenerazioni anche successive, o quello che aveva assicurato a tutti (sia pure a livelli modesti) lavoro, casa, studio e cultura, assistenza medica, ferie pagate? E' quello che rimpiangono tuttora molti strati della popolazione in Russia - ove mi reco spesso -compresi i professori universitari e gli Accademici delle scienze, che di fronte a forme di accumulazione scandalose, sono stati declassati da ceto benestante o classe media a categoria sulla soglia della povertà (letteralmente!).

E non dimentichiamo due circostanze: a) ogni tentativo "democratico" di socialismo, in varie parti del mondo, è sempre stato soffocato da colpi di stato militari. Inutile fare esempi. Ciò ha impedito di avere altre esperienze socialiste da analizzare; b) i compagni che hanno dato la vita o lunghi anni di libertà per quello ideale (parlo in particolare del Pci). Né il memoriale di Yalta e Berlinguer erano fuori dal comunismo.

La stessa domanda può riguardare anche l'altro problema: quale cristianesimo? A parte l'età più antica, su cui ho scritto alcuni saggi, è cristianesimo quello del Concilio Vaticano II o quello che consentì - dopo non averli osteggiati - la fuga dei criminali nazisti? La teologia della liberazione (condannata dalla Chiesa ufficiale) e dei preti operai (stesso trattamento) o quello che, anche di fronte alla piaga biblica dell'Aids, vieta la contraccezione? L'accorato grido per la pace o le tesi su divorzio, aborto, procreazione assistita?

E anche per il passato: il cristianesimo è quello di frate Francesco o quello dell'Inquisizione, delle torture, dei roghi, degli autos da fe'?

Si potrebbe parlare per ore e giorni, ma quello che va posto in risalto è, in primo luogo, che la realizzazione di ogni ideologia, come la storia insegna, deve fare i conti con la realtà concreta in cui si cala e con le proprie contraddizioni interne; in secondo luogo, il politico vero non può essere anche uno storico della politica, e compito della storia è quello di esaminare ogni realtà in tutti i suoi aspetti, non limitandosi a condannare, assolvere o "rivedere".

Gennaro Franciosi preside della facoltà di Giurisprudenza della II Università di Napoli

 

 

 

Le leggi e la forza

Caro direttore, suggestivo e molto interessante il dibattito tra Revelli, Bertinotti, Rossanda, Ingrao, in particolare nella risposta data al compagno Bertinotti sulla questione pacifista. Posizione che, lo dico con dubbi atroci, non mi convince. Intanto perché la violenza, quella agita nelle comunità dai tempi dei tempi è sempre stata questione costitutiva della condizione umana e il tentativo di espungerla o controllarla dal contesto sociale ha trovato sempre mille difficoltà. Così per il rapporto tra nazioni, tuttavia vi è un elemento che non riesco a comprendere nei ragionamenti sin qui fatti. In un mondo disuguale, in realtà macro e micro umane dove prevalgono rapporti di forza, anche nelle relazioni affettive, lo strumento principe per controllarli e prevenirli è il diritto e le leggi. Leggi che vanno conquistate anche con la forza, situazione che sfociano nella necessità di essere regolamentate (diventare diritti) proprio a partire da lotte anche violente. Insomma ho dei dubbi che l'ipotesi pacifista radicale possa tenere, altra cosa è essere pacifisti per affermare razionalmente un altro modo di intendere la società, esserlo contro le guerre ingiuste, ecc.. Veramente ho dei dubbi atroci.

Diego Valeri via e-mail

 

Comunismo

punto e basta

Caro Curzi, comunismo: questa parola sembra come all'epoca di Marx mettere paura a tutti i potenti del mondo. E, a volte, perfino nei dibattiti nostri sembra che qualcuno debba ricorrere a cento giustificazioni prima di dichiararsi comunista. Certo, abbiamo tanti buchi neri nella nostra storia, ma il cristianesimo non ha buchi nerissimi nei due millenni? Eppure il Papa chiede che il richiamo alle origini cristiane sia scritto nella Costituzione europea. Comunisti erano i fratelli Cervi fucilati dai fascisti, ma nessuno lo dice più. E non parlo di Berlusconi che non sa neppure chi siano, ma del presidente Ciampi che, per ricordarli, ha detto solo erano degli antifascisti. La faccio corta se no tu mi tagli: io sono perché in Italia, e spero in Europa, si costruisca un forte partito che si chiami comunista. E non c'è bisogno di altre parole come nuovo, per l'alternativa, eccetera. E' chiaro che siamo nuovi perché viviamo in questa epoca storica e perché conosciamo anche gli orrori del passato; è chiarissimo che siamo alternativi perché vogliamo battere il capitalismo e costruire una nuova società.

Lorenzo Lorenzi via e-mail

 

"Angelizzazione"

della guerra partigiana?

Cara Liberazione, siamo due compagni e, dopo aver letto la relazione di Bertinotti "La guerra è orrore" siamo rimasti alquanto dubbiosi. Come si fa a parlare di "angelizzazione" della guerra partigiana da parte della sinistra in un periodo di revisionismo come questo?

Michele e Piergiorgio

via e-mail

 

Analizziamo

e critichiamo

Caro direttore, innanzitutto sono contento di veder raddoppiate le pagine-lettera sul nosto giornale. Di questo ti ringrazio. Il compagno Bertinotti, che spesso ha saputo analizzare le vicende future con grande acutezza, pone ora il problema di un'ulteriore analisi sul modo di essere comunisti, quindi analisi del passato, del presente e del futuro. Esatto il suo giudizio sulla questione "tutta italiana" delle Foibe, pagina nera dentro la brutta storia della II Guerra Mondiale. Oggi siamo nell'epoca della guerra permanente, dell'imperialismo e del liberismo selvaggio. Giustamente si auspica la pace, si guarda al pacifismo del movimento, alle esortazioni del Papa ecc.. Ma come può essere fermato il capitalismo che agisce con le armi, vista l'impotenza della politica? Condivido appieno l'analisi di Bertinotti sul fatto che il nazismo aveva intrinseco identitariamente la violenza del suo dna, quella del comunismo è stata una violenza causata dalle contraddizioni e da come sono andate le cose in Russia dopo la Rivoluzione, culminate nel dramma dello Stalinismo. Il comunismo non contiene la violenza a priori nel suo dna, eccetto che per il momento rivoluzionario. Mi pare che nel cercare disperatamente elementi di ricerca di pace, nelle analisi complessive si tenda nel criticare ciò che è che era ingiusto un po' tutto il movimento comunista novecentesco. Analizziamo e critichiamo. Guardarsi allo specchio serve a criticarsi senza avvilirsi masochisticamente per migliorarsi. Gli eccessi in questo senso, ci porterebbero a qualcosa di simile a cio' che diede il via al movimento per la Rifondazione Comunista nel 1991.

Stefano Maggiolo Noli (Sv)

 

Compagni,

non miti

Caro Curzi, apprezzo parte della lettera di Cristian Spotti, pubblicata martedì 6 gennaio, quando critica i compagni/e del suo circolo e del partito per l'atteggiamento che assumono nei confronti di alcune lotte che vanno oltre al volantinaggio, ma anche, per ricordare a Cristian che Lenin, Marx, Luxemburg, ect., ect, non sono miti ma, compagni che hanno scritto la storia del comunismo e che con "un altro mondo è possibile" si identificherebbero.

Daniele Boniardi Bollate (Mi)

 

Non miriamo

al potere personale

Salve direttore, sono un compagno di 51 anni, che ha attraversato come tanti questi tumulti del cuore comunista. Prendo spunto dalla lettera del compagno Christian Spotti di martedì per dire la mia. Caro Christian e cari compagni, il problema, non solo di Rifondazione, ma di tutto il processo del movimento comunista è se un partito comunista è ancora per il raggiungimento della dittatura del popolo sulla borghesia capitalista, se il potere deve essere - politico ed economico - delle assemblee popolari, se l'economia deve essere socialista, se la proprietà privata deve scomparire, se la classe operaia, per quanto frastagliata e diversa deve ancora dirigere il movimento popolare. Questi sono i principi del marxismo e della visione scientifica e materialistica della società. Ben vengano anche i credenti, ma in una società laica che attraversi le forme del governo popolare, del governo socialista, del socialismo e del comunismo, forme certo future e che sono da immaginare, come spesso ci stanno insegnando le esperienze sudamericane, ma che certo non potrebbero verificarsi senza una lotta dura, chiara, senza quartiere e spesso traumaticamente violenta. O si può pensare che i padroni capitalisti ci facciano passare con i tappeti rossi? O la lotta di classe l'ho inventata io? O Giovanni Pesce era un terrorista?

Massimo Mollo Napoli

 

Rifondazione

non è revisionismo

Caro Sandro, Cara Rina, la meta è lontana, ma il movimento non è tutto. La necessaria rifondazione non è un ritorno al vecchio "revisionismo". Il "socialismo reale" ha causato danni irreparabili, ma il Partito comunista italiano, per il suo radicamento (pur con i suoi limiti), ha rappresentato la migliore Italia di quel tempo. Gramsci è stato il più lungimirante pensatore del '900. La nonviolenza è per noi, soltanto oggi, ossia dopo gli stermini del '900 e di fronte all'unipolarismo sfrenato odierno, un dovere assoluto. Ma non è un valore retrodatabile a piacere per equiparare, nel passato storico, rivoluzioni e controrivoluzioni.

Giuseppe Prestipino via e-mail

 

Nessun culto

del capo

Caro direttore, in una lettera un compagno ha tenuto a definirsi bertinottiano. Non mi piace, io sono comunista da trentanni, ma mai ho dichiarato di essere berlingueriano, eppure Berlinguer era l'uomo che ho più stimato nella mia vita. Il culto del capo, lo sappiamo, è stato fonte di tante degenerazioni. Ho apprezzato Bertinotti per le affermazioni contro lo stalinismo. Vogliamo, allora, cambiare stile?

Persindo Magnaghi via e-mail

 

 

Dal manifesto 10-1-'04

 

Risospingiamo nell'agone le forze di sinistra riluttanti

 

E' sempre un felice evento incontrare Pietro Ingrao: sia per la presentazione di un suo libro, come l'ultimo La guerra sospesa, resa famosa ormai dal fatto che è arrivato a piazza Montecitorio a cavallo di un motorino; sia per la conversazione di un'intervista, come quella a Liberazione, di mercoledì. Da lì apprendiamo che è "in ottima forma" e del resto il suo lucido ragionare ben lo dimostra. Perché di altri uomini politici si può avere stima, su alcuni si può avere riserva. A Pietro si vuole bene, e basta. Il resto, nel dialogo con lui, viene da sé.

Non sempre tutto fila liscio. Perché ha le sue impennate, è cocciuto, batte sullo stesso tasto a ripetizione finché non vede che qualcuno ha sentito. E' da anni ad esempio che ci ripete come l'errore del movimento operaio sia stata la militarizzazione, del suo linguaggio, e forse più del suo pensiero, oltre alla pratica dei suoi comportamenti. Io su questo non lo seguo. Credo che il cuore degli errori pulsi altrove e che le autocritiche debbano avere altri indirizzi. L'età delle guerre civili mondiali, con dentro il fascismo e il nazismo, non l'ha voluta il movimento operaio: è storia moderna, capitalistica, del Novecento, con cui, in qualche modo, i conti bisognava farli. La violenza, politica, di cui parlava Marx era la risposta alla violenza, sociale, implicita da sempre nel rapporto di capitale, dalle terrificanti fasi dell'accumulazione originaria ai terribili passaggi delle rivoluzioni industriali, alle spietate avventure coloniali, fino alla mondializzazione presente, che condanna tre quarti del pianeta alla miseria assoluta, e là dove non può arrivare con le leggi di mercato arriva con la pratica della guerra.

E comunque non credo che sia questo il discorso più urgente da fare. Anche perché si espone su una frontiera carica di ambiguità. Quella del pentimento risulta oggi la categoria politica più diffusa. La ritrattazione pare essere diventata uno sport nazionale. Squallida è questa gara a chi dice prima e più forte di non essere più quello che un tempo era stato. Io assumo, per quanto mi riguarda, l'atteggiamento opposto: mi faccio carico di tutta intera una storia. Come movimento operaio, stanno a questo punto dietro le mie spalle tutte e due le grandi tradizioni, quella della socialdemocrazia e quella del comunismo, ambedue per la gran parte irripetibili, ma con un deposito di differente eredità tutta da investire. E anche della tradizione comunista prendo tutto, dalle utopie alle cosiddette realizzazioni. E' storia fatta, non ancora da fare. Non è che posso scegliere. Troppo comodo, troppo facile prendere la storia bella e lasciare quella brutta ai cattivi. Per certe cose posso dire: mai più così. Poi guardo avanti: a ciò che può esserci d'altro rispetto a ciò che adesso c'è. Il problema non è l'altermondializzazione. Il problema è l'oltre di questo mondo, che non sia più costretto a mascherare l'eterno ritorno del sempre uguale. Per questo, tutto ciò che abbiamo fatto in due secoli di storia, tutto, ci serve.

Più interessante mi sembra tutta la seconda parte dell'intervista, dove Ingrao fa le sue domande sull'attuale congiuntura. La politica e le armi, qui e ora. Le forme presenti, specifiche, della guerra. La ricerca dei modi più efficaci del contrasto. Mi lascio anch'io interrogare da queste domande. "Che cosa si fa contro la violenza armata dell'aggressore? Come si affronta l'ingresso concreto della violenza delle armi nella nostra vita? Che vuol dire, oggi, l'obbligo di "resistere"? Qual è l'efficacia politica del pacifismo?" Ecco, lo stesso modo di porre gli interrogativi, rivela il politico che viene da una storia, che ha messo a frutto alcuni passaggi di quella storia e se ne serve per trovare risposte nuove.

Nuova non è la risposta del terrorismo, che, essa sì, è subalterna alla logica della guerra. Non è un caso che mai il terrorismo, mai, ha attecchito sul terreno di lotte del movimento operaio. Oggi la guerra è terrore, come il terrorismo è guerra. E lo specifico del momento è qui. Non c'è più la "messa in forma" della guerra, su cui pure si era cimentato il pensiero di grandi giuristi e di grandi politici, dallo jus publicum europaeum alle organizzazioni sovranazionali di pace. Il diritto in guerra non conta più niente. E' più importante una telecamera che una legge. Le istituzioni internazionali nessuno le sta a sentire. E' più da considerare un'elezione di mezzo termine che una risoluzione Onu.

Ingrao insiste molto sul carattere inedito della forma "preventiva" della guerra. E fa bene. Questo è il luogo dell'assoluto arbitrio, in mano a chi possiede l'assoluta potenza. Non il monarca investito da Dio, ma il potere democraticamente legittimato è, nelle relazioni internazionali, legibus solutus. La sola condizione è che abbia, e che mostri, incontrastata forza. E qui c'è un risvolto del problema che viene taciuto. Nel passato della storia moderna abbiamo visto gli Stati e le Nazioni, i Re e gli Imperi, e poi i totalitarismi, scatenare la guerra. Che succede quando va in guerra la democrazia? Si mette in moto un circuito perverso di mobilitazione totale dell'opinione pubblica, dall'alto dei mezzi di comunicazione di massa, dove tutto serve, la paura ancestrale del nemico, l'orgoglio dell'eccezionalismo di nazione, la fede dell'etica puritana. Questo fa maggioranza, non silenziosa, ma bellicosa.

La guerra americana, possiamo discutere se sia legittima, ma, dal punto di vista sia pure declinante della statualità democratica, è legale. Non è imposta, è liberamente accettata. Ecco perché è così difficile contrastarla. Non è solo la tecnica che si dispiega senza avversari, è la politica - dice bene qui Ingrao - che spazia dall'Atlantico nel mondo senza antagonisti. In fondo, come si è espressa la distinzione tra Kultur europea e Zivilisation americana nei nostri miseri tempi? Come distinzione tra "guerra umanitaria" e "guerra preventiva". Era bello, quando eravamo in piazza, con milioni di persone, sentirci definire la seconda potenza mondiale. Solo che non era vero - almeno non secondo i miei parametri, mi correggerebbero le mie amiche femministe. C'è una potenza unica che fa il bello e il cattivo tempo, come gli pare e piace. Quando si è in marcia per la pace, bisogna avere in testa, chiara, questa consapevolezza: che non stai fermando, come si diceva una volta, la mano dell'aggressore, stai esprimendo, al meglio, un'altra idea di mondo e di essere umano. Sono due cose diverse, che solo la grande politica sa, ha saputo, tenere insieme. Si parla nell'intervista di Vietnam. Ma lì è la prova che Golia può essere battuto e David può vincere. Non il terrorismo ma la guerra di popolo fece sì che le classi dirigenti del paese più potente rimanessero intontite per un decennio e che una generazione di giovani dell'occidente respirasse l'aria della vera libertà. Diverse erano le condizioni geopolitiche, né è consigliabile il ripetersi di una tale immane tragedia.

Come si incide sui poteri?, è un'altra domanda di Ingrao. E c'è una bella mestizia nella frase che segue: "Io sono "vecchio", non solo anagraficamente. Non ci credo che la politica sia morta". Io dico che non lo è solo se sa rinascere da un'altra parte. I neoconservatori americani hanno capito che nella mondializzazione ritorna un bismarckiano primato della politica estera, e a loro modo lo stanno praticando. Quando lo capirà l'Europa, e al suo interno la sinistra europea, rischia di essere troppo tardi. Compito delle forze di movimento è spingere in questa direzione. Il pacifismo deve fare politica. Deve contrapporre la legittimità della pace alla legalità della guerra, mettendo i piedi nel piatto dei problemi di sistema politico, di funzionamento istituzionale, di conflitto sociale. Altrimenti diventa un'istanza etica, rispettabile ma inutile. Il vecchio Ingrao e il nuovo Bertinotti dovrebbero spendere la loro autorità per rimettere in circolo le forze cosiddette antisistema dentro le contraddizioni di sistema, per contribuire a spostare i rapporti di potere reali, risospingendo nell'agone - una indimenticabile parola ingraiana - le riluttanti forze politiche della sinistra ufficiale, anch'esse su un altro terreno in movimento.

MARIO TRONTI

 

 

da Liberazione 11-1-'04

 

Rifondare

il comunismo

Caro Curzi, nessuno sta cercando di ristrutturare il partito comunista ma tutti siamo impegnati a rifondarlo. Cosa c'è di male se la rifondazione approfondisce determinate situazioni che prima erano considerate dei tabù? Cosa c'è di male se cerchiamo di separare dalla violenza il comunismo che oggi vogliamo ricostituire, anche se siamo convinti delle necessità che prima l'hanno chiamato, auspicato, tenacemente voluto perchè esistevano condizioni disumane che per superarle c'è voluta la rivoluzione comunista?

Enzo Rossi Castelnuovo Magra (Sp)

 

Movimento

e partito

Cari Sandro e Rina, mi permetto di smentire il semplice fatto che vi sia stata nel tempo una quasi necessaria "evoluzione" dall'essere limitrofi ai bisogni proletari al confinarsi nella galassia no-global, come appare da alcuni scritti sia apparsi su "Liberazione" che su altre testate. Una cosa non esclude l'altra: da quando è nato il Movimento, ho sempre pensato che non ci si doveva porre le problematiche dello stare "nel" movimento, ma semmai del "come stare" con il movimento. Esserci è naturale e spontaneo per un partito comunista: come esserci è invece un enigma che ancora va risolto... Un dato di fatto, come la rifondazione comunista, non può tramutarsi in variabile dipendente dal Movimento e dalle sue parole d'ordine. "Un altro mondo è possibile", certo. Fissare una trasformazione sociale con un credo ideologico è stupido, dogmatico e anche molto poco marxista. Tuttavia i nostri valori ci conducono ad una società comunistica: tutto il contrario del socialismo reale. Su questo fondiamo la nostra differenza di genere politico e sociale: su questo si deve continuare a lavorare, senza la paura di non essere compresi, o accettati. Sia dal movimento che dal centrosinistra.

Marco Sferini Savona

 

 

da Liberazione 13-1-'04

Collegare la nonviolenza alla nostra idea di rivoluzione

Caro direttore, negli stessi numeri di "Liberazione" che ospitavano il dibattito sulla scelta nonviolenta del nostro Partito, si potevano leggere, in altre pagine, altri interventi sulla questione religiosa, in cui risuonava dopo molti decenni la secca definizione di religione come "oppio dei popoli" (una definizione già liquidata a suo tempo dal Pci di Togliatti, e tanto più imperdonabile oggi, quando ormai dovrebbe venire in mente a tutti di domandarsi come mai proprio l'uso di quell'"oppio" abbia spinto e spinga tanti non a sonnecchiare soddisfatti e passivi bensì a diventare rivoluzionari e comunisti).

Io credo che sarebbe opportuno unificare i due dibattiti, e porre a loro fondamento il tema della nostra laicità. Mi pare infatti che un'insufficienza di laicità sia la base comune di tanti fraintendimenti e, forse, di veri e propri errori. Per "laicità" non intendo affatto ateismo (un partito programmaticamente ateo ci riporterebbe davvero molto, troppo, indietro nella nostra storia), ma intendo la rigorosa separazione dei piani, la distinzione del politico (e del programmatico) dal religioso; quest'ultimo piano è, e deve restare, altra cosa, appartenendo ad una sfera intima e personale di tutte/i, anche di chi compie un'opzione comunista, ma non riguarda e non deve riguardare in alcun modo il partito in quanto tale; e quest'affermazione è motivata esattamente dalle stesse ragioni che ci spingono ad opporci (e dovremmo farlo con più forza) al sostegno statale per le scuole private, o all'incorporazione in leggi dello Stato di valori o comportamenti dettati da una religione (dalla procreazione, alla sessualità, alla esposizione dei crocifissi nelle scuole di tutti).

Un partito laico è dunque un partito capace di trovare nella sua politica, e solo in essa, il fondamento dei propri valori e delle proprie scelte, e capace di chiedere ai suoi iscritti e militanti l'adesione ad un siffatto patrimonio politico come condizione necessaria e sufficiente per partecipare al suo stare insieme collettivo. Sul resto il partito deve semplicemente tacere, e come non spetta al partito intervenire in merito ai comportamenti alimentari, o sessuali, così non può spettare al partito incoraggiare, o combattere, le scelte religiose di chicchessia.

Questo io credo che si debba intendere per laicità; e mi sembra dunque una grave insufficienza di laicità (non un suo eccesso) la polemica antireligiosa condotta in nome dell'illustre quanto logoro ritornello dell'"oppio dei popoli": parla in quella polemica non la laicità ma solo un'ideologia religiosa di tipo ateistico, che si giustificava solo in altre fasi della nostra storia, quando la debole identità del primo movimento operaio aveva bisogno di tali puntelli religiosi o contro-religiosi (importati in effetti dalla sinistra borghese) per potersi affermare.

Si deve impostare in questi termini del tutto laici anche il problema della nonviolenza. E' una grande lezione quella che ci viene da un nonviolento "storico" come Raniero La Valle che invece di limitarsi a battere le mani e dire (potrebbe farlo) "Finalmente! L'avete capita anche voi comunisti! ", ci invita piuttosto (su "Liberazione" del 9/1) a riscoprire ed approfondire ancora e sempre la politica, e le motivazioni tutte politiche di una scelta certamente giusta. Io penso che anche la nonviolenza (viene da dire: perfino la nonviolenza) non rappresenti per noi un assoluto a-storico, e che essa non poteva valere sempre e comunque, proprio perché la sue motivazioni sono legate per noi alla politica, ma dunque alla fase storica che viviamo, e non a qualche imperativo di tipo religioso (questo sì, per sua natura, assoluto).

Io sono personalmente molto convinto della fondatezza della scelta nonviolenta (e non da oggi), e tuttavia non mi consento affatto la sciocca superbia di proiettare all'indietro nel tempo tale scelta (magari per criticare su questa base i nostri partigiani), così come non mi permetterei di proporla in ogni parte del mondo e in qualsiasi situazione (magari per dare lezioni moralistiche ai compagni cubani o a chi pratica l'autodifesa di massa dei nostri cortei). L'assoluto appartiene infatti solo alla religione, non alla politica rivoluzionaria; alla politica dei comunisti spetta invece una scelta razionale, e condivisa dalle masse, in merito ai fini che il movimento si dà e ai mezzi più adeguati per conseguire quei fini; e tali scelte evolvono nel tempo con il mutare della situazione, come dimostra anche l'esperienza (per tanti aspetti esemplare) della rivoluzione zapatista.

Così non vorrei che si confondessero la resistenza, le resistenze, con il terrorismo. Bertinotti dice cose fondamentali e profonde e tutte da me condivise sui motivi della nostra opposizione radicalissima al terrorismo, ma ci sono forme di resistenza anche armata dei popoli che nulla hanno a che fare col terrorismo, e anzi gli si oppongono non meno duramente di noi. Il diritto/dovere alla resistenza è peraltro uno dei principi fondamentali della nonviolenza.

Resta allora per tutto il corpo del partito la necessità di motivare politicamente la scelta della nonviolenza che Bertinotti ci propone, e questa motivazione non risiede tanto in considerazioni di realismo (diciamo così) "militare" quanto nella nostra stessa idea della rivoluzione comunista come autogestione e democrazia integrale, e dunque nella necessità che il processo rivoluzionario non contraddica nel suo svolgersi questi fini fondamentali.

Ma questo è un discorso davvero troppo complesso per poterlo anche solo accennare in questo spazio (ho cercato di cominciare a farlo in un altro luogo). Qui posso solo proporre che il partito nel suo complesso voglia e sappia discutere della nonviolenza mettendola in rapporto con la nostra idea di rivoluzione, e non isolandola come se fosse solo un'opzione di tipo morale o religioso.

Raul Mordenti

 

 

da Liberazione 14-1-'04

Nel cercare dove sbagliammo mi sento più vivo e più forte

 

Mario Tronti è persona simpatica anche per il garbo con cui lui - uomo di convinzioni tenaci e forti - replica ad un interlocutore, anche quando egli respinge una posizione che considera. Ed è stato così anche giorni or sono, quando, in un articolo sul "Manifesto", ha espresso un netto dissenso rispetto ad una mia intervista su "Liberazione", in cui io valutavo positivamente l'opzione pacifista espressa nettamente da Fausto Bertinotti, sviluppando una autocritica forte sul posto che la violenza armata ha avuto nella storia e nella ideologia del movimento comunista.

E però stavolta il mio amico Tronti non mi ha convinto. Non mi ha persuaso il suo giudizio per cui la violenza del Novecento era tutta da addossare alla ferocia costitutiva del capitalismo di quel secolo, di cui - certo - ognuno di noi ha fisso nella mente le guerre spietate, lo spirito di rapina, la predicazione e la scienza dell'uccidere pubblico.

Ma la "violenza rivoluzionaria" che fu predicata e scritta sulle nostre bandiere non era solo una risposta al sangue del capitalismo. Essa era esplicitamente iscritta sulla nostra lettura dell'atto rivoluzionario; e divenne a un certo punto (e abbastanza presto), una pratica di sopraffazione e di schiacciamento anche su una parte stessa del movimento operaio.

Lo vedemmo in Russia già col dispiegarsi della Rivoluzione d'Ottobre: con i massacri (io oggi li chiamo così) che si rivolsero persino contro i propri militanti (i propri figli, potremmo dire); e quella violenza sciagurata tornò poi infaustamente nella seconda metà del secolo: a Postdam, a Budapest, a Praga, e in altri luoghi di cui non sapemmo riconoscere nemmeno il nome.

I "gulag" non sono stati una favola. Perché dovrei assumerli oggi nel patrimonio mio, nel mio sentirmi comunista, ora che non ho più nemmeno l'alibi del "non sapere"? E perché dovrei cancellare tutto questo oggi da una aperta, dichiarata riflessione autocritica?

Non mi convince nemmeno il fastidio che Mario mostra verso la categoria (e la pratica) del "pentimento".

Lo so: è una parola - il pentimento - che sembra appartenere a linguaggi lontani dai nostri, e pare un fastidioso bigottismo. Ma se pentirsi è riconoscere l'errore, io non ho paura nemmeno di questa parola, che - certo - ha sapore di sacrestia. Anzi ritengo vitale (cioè necessario alla vita, segno di vita, bisogno di vita) cercare (sì, cercare) di fissare pubblicamente se ho sbagliato e perché ho sbagliato. E ritengo che di questo lavoro per la parte comunista ci sia materia: e che sia utile imparare da quegli errori.

Tronti scrive: "mi faccio carico di tutta intera una storia". È un'affermazione che per me non è tanto chiara. E difatti se essa significa dichiarare che io da quella storia (di comunisti!) vengo, certo che è così, e seppure volessi non potrei cancellarlo, e io poi non lo voglio per nulla: tanto che continuo a chiamarmi così, anche se - nel caso - oggi non ho tessera in tasca.

Ma io non sento per nulla "squallore" (è la parola usata da Tronti) nel cercare dove sbagliai o sbagliammo. Anzi: sento in ciò forza e vitalità. Soprattutto sto meglio, e mi sento più forte, più vivo se so mettere sotto il microscopio la storia mia e della mia parte: e leggere dove vidi giusto e dove no.

Tronti dice: "è storia fatta, non già 'ancora da fare'". Rispondo: e perché mai non dovrei riesaminarla e ripercorrerla e cercare di vedere dove è bianco e dove è rosso o dove è nero? Cedo, forse, mi indebolisco così? Io penso esattamente il contrario. In questo modo io capisco: sviluppo dentro di me una nozione più larga e più ricca dell'accaduto.

E poi andiamo al sodo: sono secoli e secoli che l'uomo si interroga - giorno per giorno! - su ciò che fa e su ciò che gli capita. E anche Tronti l'ha fatto, e con rigore, quando io forse sbagliavo, anche se adesso egli si "diverte" a mostrare una qualche ripugnanza verso l'autocritica. E se Dio vuole, io ho imparato - spesso e parecchio - dalla sua ricerca.

A dire il vero, a me l'interrogarmi e il dubitare su quel che facevo (e anche sulla tessera che avevo in saccoccia) ha dato sempre giovamento. Il guaio invece era quando stavo fermo, e accettavo il dogma.

Per ultimo: quando giungo alla fine dell'articolo di Tronti la scena cambia: e il mio amico discorre sul pacifismo (e questo mi piace e mi preme) e invita il movimento pacifista a "fare politica": annota - nel suo stile - che siamo a un "bismarkiano ritorno della politica estera", e invita le "forze del movimento" e il pacifismo a stare in campo: a non fermarsi all'istanza etica: ad agire e a fare politica "dentro le contraddizioni del sistema", sino a "trascinare le riluttanti forze politiche della sinistra ufficiale ... anch'esse su un altro terreno in movimento".

Qui torna il discorso che mi interessa. E forse mi sarebbe piaciuto, mi piacerebbe, che il dibattito sorto da quella presa di posizione di Bertinotti divenisse più vasto, e "Liberazione" allargasse - ancora di più di quanto fa ora - questa ricerca sul che fare: visto che in tutti noi è chiara - amarissimamente - la novità recataci dal nuovo secolo: la nuova "guerra preventiva" già in campo, e la mutazione di fondo recata dall'impero americano nell'agire politico. Lo dico perché non sono sicuro che nelle forze giovani e fresche che con emozione profonda abbiamo visto scendere in piazza di fronte alla nuova guerra "preventiva", siano chiari i punti su cui contrattaccare: per spostare i "poteri", per incidere realmente sui luoghi dove si decidono e costruiscono le armi e le azioni militari - e però anche le ideologie, i consensi di massa, e i compromessi di cui si nutre la politica (mai dimenticare questa parola, questo livello) dei nuovi guerrieri, con alla testa quel puritano arrogante e spocchioso che si chiama Gorge Bush.

PIETRO INGRAO

Una risposta

flessibile

Gentile direttore, seguendo il dibattito sulla nonviolenza che si sviluppa questi giorni su "Liberazione", ho pensato di scrivere al giornale per dare anche il mio piccolo contributo. Gli interventi che si sono succeduti da quello di Bertinotti in poi tendono ad esaltare la strada nella pratica di una radicale nonviolenza in contrapposizione guerra-terrorismo. Non sono d'accordo ad eliminare completamente l'utilizzo della forza per la liberazione in quanto innanzitutto ci porrebbe in maniera contraddittoria nei confronti di molte situazioni dove il popolo armato combatte per disfarsi dall'occupazione straniera o dalla tirannia a cui è soggiogato. Una delle maggiori argomentazioni a favore del pacifismo radicale è l'enorme disparità di mezzi che al giorno d'oggi si è venuta a creare, argomentazione del tutto vera, alla quale però ad una più attenta analisi mi viene da rifletttere che se da un lato c'è un enorme disparità di mezzi fisici, a questa non sempre corrisponde una disparità di risorse umane, le quali in una lotta di liberazione sono fondamentali. Non credo che la radicale nonviolenza sia una risposta universale da poter sempre praticare, tuttavia tendo a pensare che questa strada debba essere sempre tentata di percorrere e solo nel caso di fallimento, in mancanza di qualunque altra forma di alternativa, si debba arrivare all'utilizzo della forza rivoluzionaria.

David Camboni via e-mail

 

Partire

dal contesto storico

Caro direttore, esprimo il mio scetticismo nei confronti delle posizioni a favore della non-violenza. Intanto il tema è troppo importante per essere affrontato così, quasi tra pochi intimi, quando invece investe una delle ragioni di fondo del movimento comunista, da Marx ad oggi, dal 1848 alle attuali "guerre costituenti" passando per il '17, la Resistenza, il Vietnam, il '68, il Chiapas eccetera. Per cui spero che lo spazio che - ancora una volta meritoriamente - "Liberazione" dona ai comunisti si allarghi poi alle altre sedi idonee: il partito, i movimenti. Il movimento comunista non solo ha sempre rifiutato il terrorismo, ma quando - sempre a cominciare da Marx - ha parlato di violenza lo ha fatto specificando che si trattava di "giusta violenza rivoluzionaria o difensiva", cioè di una dolorosa necessità imposta dalla violenza del capitalismo e dell'imperialismo, per rimuovere ostacoli che non era possibile rimuovere altrimenti. I due eventi storici-base della costruzione dello stato democratico in Italia - e cioè il Risorgimento e la Resistenza - sono eventi di lotta armata: tutti scemi, dunque, i patrioti e i partigiani, che avevano a disposizione e non-violenza e non l'hanno praticata? Evidentemente, come legittimamente hanno ragionato i comunisti in passato, vi sono contesti storici nei quali vi può essere una giusta violenza, e vi sono contesti storici - come questo attuale - nei quali la non-violenza è un fattore positivo, ma non si può generalizzare.

Pasquale Vilardo Roma

comunismo

 

Hesse e la nostra

"lunga marcia"

Caro direttore, Hermann Hesse, il grande scrittore tedesco premio Nobel 1946, nel febbraio 1950, quindi ancora vivo Stalin e in piena guerra fredda, così scriveva, in una lettera, al sig. R. H. di Monaco: "... non possiamo mettere nello stesso calderone Hitler e Stalin, ovvero il fascismo e il comunismo. L'esperimento fascista è un esperimento retrogrado, inutile, stolto e volgare, ma l'esperimento comunista è un esperimento che l'umanità doveva fare, e che, nonostante che si sia così tristemente fermato e impantanato nel disumano, dovrà essere sempre e continuamente ripetuto, e questo non tanto per realizzare la sciocca "dittatura del proletariato", bensì qualcosa di simile alla giustizia e alla fratellanza tra borghesia e proletariato...". Mi sembra che queste parole, più di qualsiasi sterile richiamo ad antiquate ideologie e a dottrine obsolete, contengano il nocciolo filosofico-programmatico del nostro "essere comunisti", della nostra "lunga marcia" verso la realizzazione pratica di un mondo diverso da quello attuale.

Francesco Sarli Roma

 

Una brutta

piega

Caro direttore, bene ha fatto il nostro segretario ad accollarsi le responsabilità del nostro passato ma anche a denunciare gli errori fatti. Se non si riconoscono gli errori siamo destinati a perdere. Ogni occasione è buona per dividerci invece di cercare di risolvere i problemi che hanno i lavoratori, i disoccupati. A livello nazionale il nostro partito fa una politica interessante e con tante belle proposte, poi invece dove governiamo a livello locale si fa ben altro. Vedi ad esempio nella nostra Regione Marche dove è stato rinnovato per altri venti anni il contratto alla raffineria Api di Falconara senza batter ciglio. I consiglieri della Regione Marche si sono aumentati lo stipendio dicendo che è un meccanismo automatico, ma per i lavoratori il meccanismo automatico non c'è? Voglio dire, qual è la nostra diversità?

Giuseppe Polinori Ancona

 

Manca

un'autocritica interna

Cara "Liberazione", siamo due giovani comunisti della periferia di Milano, se abbiamo, come tanti, aderito al Prc è perché ci sembrava che nel nostro Paese fosse assolutamente necessaria la presenza di una forza politica comunista organizzata che difendesse giovani, lavoratori, pensionati e cittadini dai crimini e dalla violenza del capitalismo dominante e dei suoi boss. Oggi la necessità ineludibile della presenza del partito comunista ci sembra confermata: chi dovrebbe lavorare concretamente per dare una speranza alle nostre sconfinate e disastrate periferie? Alle migliaia di persone che ogni giorno che passa perdono la possibilità di vivere dignitosamente perché private persino delle cose più essenziali? C'è forse un'altra sinistra all'altezza in Italia? Forse in qualche salotto borghese, sicuramente non nel Paese reale, che è quello che conta! E come faremo a raccogliere il consenso popolare se alla fine, pur tra tanti distinguo, ci sputiamo addosso da soli? Cosa dire poi ai militanti dei circoli, che questo partito lo tengono quotidianamente in piedi, proprio perché comunisti in un partito comunista? Ma forse questo a una parte di noi interessa meno... ed ormai la moda impone operazioni, queste si di vertice, come quella che si accenna a Berlino. Forse un po' della durezza utilizzata nell'affrontare il '900 andrebbe applicata anche ad un'autocritica interna, finora assente.

Spartaco Puttini, Mattia Gatti

terroirismo

Militarizzazione

senza incolumità

Caro Curzi, circa il terrorismo, tutto il pianeta viene militarizzato senza mai, in realtà, assicurare la incolumità di nessuno. Ma quanto dovremo aspettare una vera lotta per sbarrare la strada ai focolai di guerra e di forte ingiustizia nel mondo? Riguardo all'intervista a Pietro Ingrao, su cui sostanzialmente d'accordo, c'è un breve passaggio, che riporto testualmente: "Ma anche la sensazione di vivere un crinale di frontiera - quante volte abbiamo paventato un golpe, dormito fuori casa, temuto il complotto dei generali?". Deve essere compito dei compagni che "dormirono fuori casa" evitare il rischio che le giovani generazioni, compresi i trenta-trentacinquenni, non comprendano appieno questa affermazione. In Italia la situazione non è precipitata anche perché la lotta contro le tentazioni golpiste è sempre stata all'ordine del giorno dal dopo guerra in poi: non solo per le notti che molti compagni dormivano fuori casa, ma anche per la ferma volontà e la dura lotta per inverare la nostra democrazia senza aspettare l'ora X.

Ilario Rosati Firenze

 

 

da Liberazione 15-1-'04

 

La rifondazione non riguarda solo il comunismo

Caro Sandro, cara Rina, vorrei dare anch'io il mio contributo al dibattito sui contenuti della rifondazione comunista. Il filosofo francese Paul Ricoeur afferma che la nostra è un'epoca di ri-fondazioni più che di fondazioni e che rifondare un'idea, un movimento, una corrente storica significa "mantenere le promesse non mantenute del passato". L'esigenza di rifondare non riguarda solo il movimento comunista, ma molte altre cose essenziali: per esempio il senso dell'agire politico, la pratica della democrazia, la cultura della trasformazione, l'essere di sinistra ecc.: tutte cose che oggi sembrano perse e che sono da riconquistare. "Rifondare", inoltre, comporta un rapporto col tempo, con le generazioni passate e con quelle future, un rapporto di grande rispetto verso chi in passato ha lottato, ha creduto, ha sperato, ma anche di grande sollecitudine verso chi si appresta a vivere nuove esperienze e deve poter riuscire ad evitare errori e fallimenti del passato.

Senza queste premesse anche il dibattito su comunismo, nonviolenza, cultura della pace rischia di essere falsato: non stiamo parlando di ideologie astratte, ma di esperienze storiche. Sappiamo bene che la storia finora è stata impastata di violenza, che la guerra ha segnato le vicende dell'umanità, che in certe situazioni si è imposta la necessità di resistere all'oppressione con guerre di resistenza e di liberazione. Proprio perché sappiamo tutto questo, ci possiamo oggi interrogare se l'umanità nel suo complesso non sia giunta oggi a un tornante della sua storia in cui si pone da una parte la minaccia di una guerra infinita, distruttiva delle stesse possibilità di vita nel pianeta, dall'altra la prospettiva di relegare la guerra, attraverso la pratica della nonviolenza attiva e la lotta per la costruzione di un nuovo ordine mondiale, fra gli arnesi del passato, passando, per parafrasare Marx, dalla preistoria alla storia, o, in altri termini, conquistando un più alto livello di civiltà.

Battersi per questa prospettiva, perché di lotta pur sempre si tratta, significa per noi scegliere di fondare la possibilità di un comunismo a venire sull'orizzonte della pace, riprendendo tra l'altro un'aspirazione profonda di cui si possono cogliere le tracce nel movimento socialista e comunista del passato (la parola d'ordine "guerra alla guerra", il grande leader della sinistra socialista francese Jaurès che cade vittima di un fanatico militarista, prima dell'immane macello della prima guerra mondiale, Rosa Luxenburg e Karl Liebknecht in carcere per la loro opposizione al conflitto, ecc.).

Nell'esperienza concreta del socialismo e del comunismo novecentesco si è trattato di tracce, di aperture che per ragioni diverse non si sono concretizzate e la cui realizzazione è stata rinviata ad una umanità futura, sempre più remota, mentre nei regimi del socialismo cosiddetto reale (e anche, in forme diversa, nelle socialdemocrazie) si affermava una realtà tutta opposta. Quello che oggi invece s'impone è proprio la coerenza fra mezzi e fini, l'impossibilità di rinviare a un futuro radioso quello che non si riesce in nessun modo a prefigurare nella pratica del presente: questa impossibilità è stata espressa dal filosofo marxista André Tosel con la formula "comunismo della finitudine", che significa appunto un'idea di comunismo che sia pensata sulla misura dell'esistenza concreta degli essere umani, dei soggetti in carne e ossa.

Per questo vedo un nesso strategico fra comunismo futuro e lotta pacifista e nonviolenta oggi: anzi propongo (con un lavoro che richiede certamente grande spessore e molteplici contributi) di rileggere la parola "comunismo", accentuando il motivo della "comune umanità" che ci lega a tutti gli altri esseri umani (umanità che viene alienata nella logica capitalistica), in un mondo e in una società dove i beni essenziali siano "comuni" e sottratti alla logica della mercificazione. Questa prospettiva umanistica ed etica non solo non sminuisce ma anzi potenzia la critica al modo di produzione capitalistico e la lotta per un suo superamento, passando per il conflitto sociale e le lotte e per una capacità di gestire in modo pacifico e nonviolento il conflitto e le lotte.

Un altro punto su cui si è concentrato il dibattito su "Liberazione" è la questione della religione e della sua critica da parte di Marx. Anche qui l'esperienza storica del movimento operaio è tutt'altro che univoca. Come saltare quasi due secoli di esperienza storica che hanno visto, soprattutto nell'ultimo cinquantennio, un'imponente partecipazione di compagni credenti alle lotte di liberazione in tutto il mondo? Per chi proviene da questa esperienza, peraltro, la critica marxiana della religione è stata assunta come una sfida in positivo, come la necessità di dimostrare in concreto che la fede è non una fuga in un altro mondo ma un modo di atteggiarsi e una proposta di vita in questo mondo. Non credo che una forza politica possa chiedere di più ai propri aderenti. Il resto appartiene alle discussioni filosofiche e alle convinzioni personali.

Domenico Jervolino

Ma la non-violenza non contraddice il nostro comunismo

Caro Curzi, mi pare che nel dibattito che si sta sviluppando sulla nonviolenza vi siano molti fraintendimenti. La nonviolenza (scritta tutta-di-seguito) non è il contrario della violenza. Allo stesso modo per cui affermiamo che la pace (quella positiva, fondata sulla giustizia) non è semplicemente l'assenza di guerra guerreggiata. La nonviolenza non è (solo) una prassi, una tattica, una modalità che possono scegliere i movimenti politici di trasformazione della società a seconda delle opportunità con cui la storia si presenta a noi.

La nonviolenza, almeno dentro alcune teorie generali (gandhiane, ma non solo: pensiamo ai neri d'America o alla teologia della liberazione), allude ad un'idea politica complessiva del potere che chiama in causa strutture, istituzioni, rapporti sociali, sistemi di valori, culture, coscienza di sé, comportamenti. Ed è un'idea di società alla radice inconciliabile con l'attuale, affatto diversa da quella capitalista perché ne mette in discussione la costruzione ideologico-giuridica principale: la separazione tra individuo e società, tra etica e politica, tra etica della coscienza ed etica della responsabilità (per citare Bobbio), tra libertà e potere (Capitini). Quando si dice che "i mezzi stanno ai fini come il seme all'albero", si demolisce il pensiero occidentale che regge le istituzioni capitalistiche (dall'impresa allo stato) da qualche secolo. Almeno che non si pensi che la guerra, la divisione della società in classi, la depredazione delle risorse naturali... siano accidenti indesiderati, effetti collaterali emendabili, così che sia possibile "mettere al servizio" di altri scopi le modalità di produzione, la scienza, la tecnica, lo sviluppo della potenza sociale delle forze produttive.

La violenza dell'uomo sull'uomo, sulla donna, sulla natura rimane l'elemento inevitabilmente costitutivo e ordinatore dei rapporti di produzione e di potere, quindi sociali, capitalistici. In questo senso la nonviolenza va certamente oltre il pacifismo. Allude ad una società di liberi ed eguali, una democrazia sostanziale di comunità capaci di auto-organizzarsi al proprio interno e di rapportarsi secondo schemi di cooperazione e di reciprocità all'esterno. L'azione nonviolenta (la disubbidienza, la non collaborazione, il boicottaggio, l'obiezione, l'interposizione, la mutualità e le mille e mille forme individuali e collettive con cui ci si può opporre all'avversario, sciogliere i fili del comando, sottrarsi alle sue leggi, destrutturate poteri e colpire i suoi interessi economici...) quando è davvero efficace, costruisce rapporti umani e solidarietà sociale la cui bontà e convenienza sono immediatamente dimostrabili. Istanza etica e azione politica si identificano. Rottura e innovazione dei rapporti sociali procedono di pari passo. Organizzazione (mandato) e rappresentanza (delega) non si separano.

Non mi pare che tutto ciò possa contraddire in alcun modo l'idea che abbiamo noi di comunismo. Al contrario, penso, possa consentire di rimetterla in marcia, qui e ora, sulle gambe e con il fiato di molte più persone, di tanti giovani e, soprattutto, di donne. Mi sono chiesto, allora, cos'è che (da sempre) fa scattare tanta diffidenza, se non persino avversione all'idea di lotta nonviolenta in molti teorici e attivisti della sinistra rivoluzionaria? Penso sia la convinzione che la nonviolenza sia un inganno. Per due motivi: uno dettato dal pessimismo verso l'ipotesi che sia possibile dispiegare a livello di massa una tale consapevolezza individuale capace di reggere conflitti nonviolenti di grande intensità (nonostante e più di Genova, Cancun, il 15 febbraio...ma non dimentichiamoci ciò che c'è stato anche prima, anche da noi; Comiso e il nucleare, ad esempio). Il secondo, dettato da una incrollabile certezza sul fatto che prima o poi - comunque - il sistema è destinato ad implodere e potrebbe essere necessario il ricorso alla lotta armata, nelle varie forme che abbiamo visto guerriglie di resistenza e di liberazione conosciuto e che la storia ha reso necessarie (guerre di popolo anticolonialiste, guerriglie di resistenza e di liberazione, insurrezioni). La scelta della nonviolenza ci precluderebbe una possibile via di salvezza/uscita.

Insomma torna la questione della inefficacia del pacifismo nonviolento. Problema che giudico di difficile, se non di impossibile soluzione a tavolino. Si possono solo fare delle valutazioni molto soggettive sul piano storico e tentare di trarre qualche insegnamento. (Se mi fosse consentito di togliermi dall'impiccio con una battuta, direi che sono finiti crocifissi sia Cristo che Spartaco, o che sia l'India che la Russia sono state costrette a strisciare nella periferia dell'impero). Ciò che ritengo sicuramente obbligatorio per una forza politica è compiere delle valutazioni pragmatiche, ora e per il futuro, facendosi guidare dall'unico criterio di valutazione possibile in politica: scegliere ciò che permette di attivare il più gran numero di energie sociali lungo un percorso di trasformazione, scegliendo le modalità più coerenti e convincenti, più innovative e più partecipate, capaci di mostrare già ora qual è la società che vogliamo domani (almeno sotto il profilo delle regole politiche che devono intercorrere tra di noi).

Paolo Cacciari

Un grazie

a Pietro Ingrao

Caro direttore, non conosco l'indirizzo privato del compagno Ingrao, ma voglio fargli arrivare i miei ringraziamenti per il coraggio col quale ha aggiunto nuova legna al fuoco acceso dal compagno Bertinotti, correggendone a mio avviso anche certe sfumature critiche, cosa che ben si addice a un uomo che ha militato nel Pci e che ne ribadisce l'orgoglio.

Otello Fabbrocini Perugia

 

La libertà di pensare

criticamente

Cara "Liberazione", ritengo sia più che necessario un dibattito per "ripensare" il comunismo ripartendo dalle radici marxiane e considero positivi i passi avanti fatti in questo senso, sia sul piano teorico che di proposta politica, da Bertinotti. Perché non tentare un'uscita dal comunismo (o almeno dal fallimento del socialismo reale) a sinistra e non a destra come è accaduto finora per le formazioni ex-comuniste? Penso che la "contaminazione", usando un termine improprio, con altre esperienze, pensieri e idee, sia più che salutare e quindi non posso che esser contento della nascita di una nuova Sinistra europea, che non sia unita da anacronistici dogmatismi o stiracchiati ideologismi, ma dalla condanna unanime della guerra e del neoliberismo. Sono iscritto a Rifondazione (Giovani comunisti), ma con diversi punti interrogativi, la mia non è un'adesione ideologica ma una vicinanza culturale. Rivendico la libertà di "sentirsi altro", di dubitare e di pensare criticamente. Non mi piace un mondo in bianco e nero: le sfumature esistono e bisogna riconoscerle, lontano dalle ortodossie. Perché un mondo diverso sia fatto di tanti colori!

Mauro Ravarino via e-mail

 

Pensare, ripensare,

fondere...

Cara Rina, caro Sandro, la storia si fa anche con i se e con i ma, come afferma giustamente Bertinotti, e ripensare correttamente il '900 e la storia grande del movimento comunista, significa pensare possibile un percorso diverso rispetto a quello provvisoriamente vittorioso quasi cent'anni fa. Significa ripensare a Kronstadt, e non solo a Kronstadt e significa rendere attuale sul piano culturale, sociale e politico quell'altra storia, non ancora interrotta, fatta di autorganizzazione e di autocoscienza di tanti soggetti che lungo il secolo hanno cercato di superare le colonne d'Ercole del capitale. Significa riscoprire nel movimento anti-liberista ragioni antiche che hanno teso a fondere la lotta per la trasformazione del mondo con una radicale, profonda trasformazione di sé, non definibile da alcuna coscienza esterna e separata (il Partito), ma risultato difficile di una pratica costante, quotidiana, di democrazia senza aggettivi (i Consigli); una pratica che è superamento della separazione tra mezzi e fini in cui annega l'idea aberrante della soppressione dell'altro da sé e che nella scoperta della non-violenza si ricongiunge con una politica, quella delle donne, che sta in mezzo, né sopra né tantomeno, come dice Revelli, "altrove, in una sfera separata". E allora potremmo pensare che le esperienze che nel XX secolo hanno "perso" possono oggi illuminare di più e meglio la ricerca della rifondazione rispetto alle logore certezze di qualche catechista di troppo. E in sostanza capire che non solo un altro mondo ma che anche un altro comunismo è oggi possibile.

Marzia Mencarelli, Marco Savelli Pesaro

 

Una pluralità

di teorie e di pensieri

Cara "Liberazione", penso che farei un torto all'intelligenza e alla sensibilità politica di Fausto Bertinotti se credessi che nelle varie "esternazioni" del suo pensiero egli abbia "messo all'indice" il pensiero e l'opera di Lenin. Nessun comunista che abbia "letto" criticamente la storia del Novecento ritiene politicamente sensato perpetuare il culto di Lenin, ogni comunista che voglia "immergersi" nella storia del XXI secolo efficacemente per costruire una società di "liberi ed uguali" deve conoscere e valutare pensiero e azione dei propri "antenati" (considerando ovviamente il contesto storico) al fine di ricavarne eventuali indicazioni preziose o di non ripercorrere gli stessi fatali errori. Ora, se è deprecabile che il segretario (o la direzione) di un partito comunista detti la "linea" interpretativa della Storia e del Pensiero e la imponga ai membri dello stesso non è neanche auspicabile che ognuno pratichi i culti che vuole. Quindi un "atteggiamento" condiviso nei confronti del passato (teoria, prassi, eventi) s'impone. Si trova forse in una felice ed appropriata espressione di Bertinotti, "ci sono diversi marxismi", il senso di una pluralità di teorie e di pensieri.

Angelo Nigrelli Lecco

 

Non deleghiamo

la linea politica

Cari compagni/e, sono un anziano partigiano comunista, sin dal '43, seguo la politica con passione da sempre... Ho sempre avuto fiducia nel socialismo/comunismo, quindi ho sempre lottato, tanto da essere licenziato nel '54 alla Weber di Bologna perché davo fastidio ai padroni Fiat. Seguo, il dibattito su "Liberazione", non sono intellettuale ma la vita in fabbrica e la lotta partigiana mi hanno forgiato al marxismo e leninismo... Si è veramente comunisti, per quello che si fa, come si agisce, non per quello che si dice di essere, o per il colore della cravatta che si porta, o la bandiera abbracciata. Da vecchio comunista trovo strano che a questo dibattito non intervenagano i componenti della segreteria, direzione, Comitato politico nazionale... Perché la linea del partito la si delega a Repubblica o a "Liberazione" e non ad un congresso straordinario? Se si vuole un partito solo di nome, io non ci sto! Io penso che se tutte le energie spese da tanti contro l'Urss e i paesi socialisti (pur con i loro difetti) fossero state usate per smascherare le malefatte del capitalismo, dell'imperialismo, cominciando dagli Usa... forse oggi non ci troveremmo in questa barbarie.

Armando Vignoli (Pezzi) Anzola Emilia (Bo)

 

Quale rapporto

col centrosinistra?

Cara "Liberazione", abbiamo il merito di avere anticipato e capito molti processi che investivano la classe operaia, ma quando questi hanno cominciato a concretizzarsi in lotte effettive abbiamo in parte mollato. Io non so quanto ci sia di "nuovo" in questa lotta né quali siano i loro limiti. (A me sembra, ad esempio, che ci sia una insufficienza di politica), per intanto verifichiamo il ruolo che dobbiamo svolgere noi. Chiediamoci anche cosa fanno di nuovo le nostre federazioni. Come cambia (e se deve cambiare) il nostro rapporto con il centrosinistra? E come rinnoviamo e riclassifichiamo l'impegno del partito nella lotta dei lavoratori?

Nuccio Tirelli Piacenza

 

 

 

da Liberazione 16-1-'04

 

Di fronte al potere violento non ci basta dirci non violenti

 

di Piero Bernocchi,Marco Bersani,Salvatore Cannavò,Luca Casarini

 

Caro Sandro, cara Rina, la strategia della guerra globale permanente e preventiva non offre scampo ai popoli, agli uomini e donne della terra intera inglobati in uno stato di "terrore permanente" fin dentro gli avamposti occidentali più ricchi e non più sicuri, gli aeroporti. Ma tale terrore non è solo espressione della guerra globale: è sempre più fatto immanente delle società in cui viviamo, espressione di un rapporto di dominio prodotto dal dispiegarsi delle leggi del capitale a cui tutto deve soggiacere pena una repressione sempre più indiscriminata - cosa sono, da ultimi, gli arresti di Roma se non questo? - anzi, pena l'iscrizione d'ufficio nell'albo dei violenti di turno, sempre troppo contigui al terrorismo e quindi da castigare anche con la galera. E' in questa torsione semantica e politica che risiede il rischio maggiore per le lotte di cui siamo protagonisti e che il dibattito, così come avviato dall'intervento di Fausto Bertinotti, contribuisce, purtroppo, ad alimentare.

La violenza come fatto intrinseco al sistema dominante, espressione di un rapporto di dominio e di potere - anche quando viene monopolizzata dall'attentato terroristico - finisce per costituire la cifra identificativa delle lotte stesse e dei soggetti che si oppongono allo stato di guerra permanente.

Questa torsione è resa possibile da un'idealizzazione dei concetti che, in luogo di definire ed esprimere fenomeni reali dotati di variabili e sfumature concrete, finiscono per diventare pure astrazioni, private del loro contesto e della loro materialità. Il punto è che il cosiddetto terrorismo, inteso nel senso classico, è un fenomeno storico non una categoria assoluta. E in quanto fenomeno esprime a sua volta forme ed espressioni differenti. Oggi, ad esempio, la sua forma più evidente e visibile è quella di coloro (Al Qaeda in primo luogo) che, mediante il massacro feroce di civili, sembrano rispondere alla guerra permanente con una forma di "guerra a bassa intensità" altrettanto sporca e spietata, cercando di colpire il "cuore" dell'occidente ma avendo in realtà come obiettivo cruciale sopratutto il rivolgimento di alcuni stati arabi, l'Arabia saudita innanzitutto. Ma questo uso del terrore indiscriminato, che non colpisce avversari "militarizzati" e in armi ma per lo più civili

inermi, è cosa ben diversa dall'uso del terrore che ad esempio i kamikaze palestinesi fanno nei confronti di Israele: uso che, oltretutto, avviene sotto l'ala oppressiva della sconfitta della lotta pacifica e di massa. E, a sua volta, quell'uso del terrore si differenzia ancora rivolgendosi, a volte, in maniera indiscriminata, contro i civili, ma altre attaccando i coloni, assai militarizzati e violenti nei confronti del popolo palestinese, o, in molti casi, scegliendo obiettivi militari o comunque più classicamente bellici: in questi ultimi casi usare il termine terrorismo piuttosto che quello di resistenza armata diviene una scelta ideologica e di schieramento con effetti assai negativi. E altrettanto ideologico e "di schieramento" è la scelta di un termine o dell'altro nel caso iracheno dove agli attentati di ignota matrice si susseguono vere e proprie azioni militari contro l'occupazione statunitense, o inglese o italiana, che nulla hanno a che fare con il terrorismo, ma che

divengono espressioni di una resistenza armata. Tanto più in un contesto che ormai vede veri e propri moti di ribellione di piazza che avvengono ogni giorno e che segnalano quanto sia esteso il rifiuto dell'occupazione militare.

 

Queste analisi concrete non puntano affatto a sostenere l'uso del terrore, ma servono o aiutano a comprendere la realtà in cui operare per averne una rappresentazione il più possibile esatta. Servono a capire, ad esempio, perché Noam Chomsky può dire che il "terrorista n° 1" sia George Bush e servono a comprendere il ruolo che, in particolare in Italia, ha avuto il terrorismo di Stato scagliato contro i movimenti. Ma tale concretezza di analisi scompare del tutto quando si sceglie la contrapposizione idealistica tra "la Guerra" e "il Terrorismo", quando cioè due categorie analitiche acquisiscono soggettività politica, quasi una vera e propria personalità e un intero apparato organizzato: e vengono utilizzate per descrivere non solo l'esistente ma anche il passato e addirittura l'intero futuro. Così anche il Vietnam diventa un fatto violento esecrabile, schiacciato sulla deriva autoritaria dello stato vietnamita svalutando quell'effetto di "intontimento delle classi dirigente

americane", di cui brillantemente parla Mario Tronti, che allora ebbe: e, perchè no, magari anche l'intera attività dei rivoluzionari cubani e dello stesso Che Guevara. La coppia guerra-terrorismo (addirittura come "spirale"), che ad alcuni sembra così efficace nella descrizione del presente, invece lo comprime e lo cancella in una dicotomia astratta. La strategia imperialistica degli Usa punta a questa dicotomia per costringerci a scegliere tra l'una e l'altra: e quindi se sei contro la guerra globale sei per il terrorismo. E' stato così nel caso di Nassirya, anche se abbiamo finito per non accorgercene. Quell'attacco militare contro il contingente italiano - di questo si è trattato come ha sottolineato anche un osservatore non certo a noi vicino, come Sergio Romano - è stato descritto come un fenomeno terroristico, naturale conseguenza dell'opposizione alla guerra. Accettare la dicotomia assoluta, la "spirale" crescente tra i due concetti significa dunque rischiare di

assoggettarsi a questa strategia che in ultima analisi punta a delegittimare qualsiasi obiezione, qualsiasi anomalia nella lineare strategia di guerra permanente, qualsiasi "diserzione" che, automaticamente, diverrebbe un passaggio da un campo all'altro dello scontro e non un'alternativa (accusa che infatti Sharon muove ai Refusnik o che, peggio, sostanzia la direttiva europea sul terrorismo finalizzata a redigere una lista "nera" di movimenti di opposizione da considerare fuori legge). Continuare a discernere, a selezionare gli argomenti, a descrivere i fenomeni per quello che sono e rappresentano, rifiutare la falsa dicotomia guerra-terrorismo, ci sembra invece il lavoro più difficile ma anche il più indispensabile per seguire una strada di opposizione all'ordine mondiale che gli Stati Uniti ci vogliono imporre.

 

Si dice, però, che il mezzo per rigettare quella dicotomia - che nel discorso di Bertinotti non viene smentita, anzi appare condivisa e persino enfatizzata - e sottrarsi alla morsa micidiale della presunta "spirale" guerra-terrorismo sarebbe il rifiuto assoluto della violenza e quindi l'accettazione completa della pratica nonviolenta. Che l'opposizione alla guerra globale permanente sia oggi il movimento di massa su scala mondiale è un fatto ormai acquisito già dalla risposta che questo è stato in grado di offrire dopo l'11 settembre. Non crediamo però che questo possa essere riassunto solo nella pratica non violenta. Intanto anche qui la scelta della terminologia è già una scelta ideologica, politica e persino di schieramento. Spesso i movimenti, le opposizioni sociali sono costrette a un uso della forza che è cosa ben diversa dall'esaltazione della violenza, per praticare forme di autodifesa e di resistenza alla repressione, alla barbarie, allo sfruttamento, al sopruso. Se è vero

che non esiste una dicotomia guerra-terrorismo, ma decine di sfumature, variabili, situazioni concrete diverse di caso in caso (a quale categoria iscriviamo lo zapatismo o la resistenza colombiana?), anche per quanto riguarda la scelta di pratiche di lotta esistono modalità molteplici. Tra violenza e non violenza, lo abbiamo dimostrato anche qui in Italia nel movimento e imparato l'uno dall'altro, esiste la disobbedienza, la resistenza, il boicottaggio, il sabotaggio, ecc. E queste a loro volta si esprimono in forme differenziate a seconda dei contesti. Cos'erano, se non questo, via Tolemaide, piazza Da Novi, piazza Dante, piazza Alimonda il 20 luglio 2001 a Genova? Le manifestazioni, le lotte e quindi le pratiche scelte si definiscono in funzione assoluta o invece vanno commisurate agli obiettivi che si scelgono e ai risultati ottenibili?. Violare le "zone rosse" - che ormai costituiscono la frontiera interna della guerra globale - si misura sul tasso di nonviolenza o sul

significato che ciò esprime per le lotte stesse, sulla fiducia che si accresce, sulla forza che acquista un movimento? Non si può calare sulle lotte, dall'alto di una definizione astratta, una categoria, la nonviolenza, che ne cristallizza il divenire e rischia di paralizzarne l'azione. Insomma, non si può commettere il rischio opposto a quello degli anni Settanta quando sembrava che una determinata lotta o processo rivoluzionario fossero tanto più degni di nota, quanto più facessero uso della forza (o della violenza). Queste astrazioni vanno lasciate da parte. Le lotte si commisurano sulla base della capacità di mobilitazione, sul tasso di partecipazione e di scelta democratica che sanno garantire; le forme di lotta si definiscono sulla base degli obiettivi che si sono scelti e, in ultima istanza, si giudicano su quanto rafforzano la fiducia in sé stessi, nelle proprie ragioni, su quanto allargano consenso e protagonismo sociale, su quanto evitano forme di "avanguardismo" e di

pratica separata ed escludente. Ma naturalmente dipendono anche dall'atteggiamento, e dal grado di violenza dispiegata da chi il potere gestisce. Perchè se così non fosse, dovremmo dire che avevano ragione i nazisti a chiamare "banditen" i partigiani. Mezzi e fini non sono disgiunti nel senso che si scelgono i mezzi migliori per raggiungere i propri fini. I nostri fini sono un mondo senza sfruttamento, senza padroni, senza guerre, democraticamente "governato", in questo senso pacifico e in cui l'eliminazione della violenza è giocoforza un processo da acquisire. Per questo il movimento "no global" non si è mai fatto affascinare dalla violenza gratuita ed è infinitamente "altro" dal terrorismo. Certamente aspiriamo a un mondo senza violenza e a un percorso di lotte il più possibili immuni dalla violenza. Ma l'altro mondo possibile che vogliamo è costruito giorno per giorno, in scelte quotidiane, in lotte quotidiane, spesso difficili, in scontri non voluti ma imposti da leggi ingiuste

e dalla repressione. Lotte che non sempre possono scegliere, pena l'immobilismo, tra violenza e nonviolenza, avviluppate come sono dalla violenza del potere: e che in certi casi devono anche autodifendersi. Possono scegliere, invece, di essere partecipate, co-decise, mezzi consapevoli e autodeterminati aventi come fine un mondo migliore.

 

Piero Bernocchi, Marco Bersani, Salvatore Cannavò, Luca Casarini

 

Una discussione vera su un nodo cruciale

Dopo l'intervista di Bertinotti al "Corriere"

Violenza e nonviolenza: riesplode un dibattito antico e attualissimo, sia nella sua valenza generale (quasi "teorica") sia nei suoi brucianti risvolti politici, ora che sul movimento (specie a Roma) cala la stretta repressiva del ministro dell'Interno. Una frase di Fausto Bertinotti - estrapolata dal contesto di un'intervista del segretario di Rifondazione comunista pubblicata giovedì dal Corriere della sera - sta producendo un dibattito vero, e anche una polemica: "Io di bastone non porto neppure quello della bandiera. E invito gli altri a fare altrettanto. Alle manifestazioni si va a mani nude e a volto scoperto", ha detto il segretario di Rifondazione comunista. Ieri, sullo stesso giornale, la replica di alcuni esponenti del movimento, da Paolo Cento a Luca Casarini. Come è sempre avvenuto, s'intende, molti useranno questa discussione in modo strumentale, magari per dimostrare che l'intero movimento insorge contro Rifondazione o che Rifondazione intende "mollare" il movimento. Nè l'una nè l'altra cosa hanno fondamento alcuno. E' vero, invece, che i dissensi non sono nè piccoli nè banali.

L'intervista del Corriere a Bertinotti muove dall'arresto di Nunzio D'Erme e di altri militanti del movimento romano, per la manifestazione del 4 ottobre dell'anno scorso. Su questa vicenda specifica, critica quell'"eccesso di zelo", a senso unico, cioè quegli "interventi reiterati" contro il movimento che hanno spinto gli inquirenti a considerare "socialmente pericolose" persone come Nunzio D'Erme. Ma il ragionamento si allarga a temi più generali e di cultura politica. E' giusto, chiede l'intrervistatrice, partecipare alle manifestazioni con "casco, bandana e scudo", come ha detto lo stesso D'Erme? Sono leciti comportamenti violenti, come teorizzano alcuni esponenti del movimento? Bertinotti risponde riproponendo la scelta non violenta, ovvero quella "battaglia culturale per la non violenza" "che oggi è l'unica possibile in una società che ha la vocazione della repressione". Una battaglia, come è noto, che il segretario di Rifondazione ha riaperto a partire dal convegno (sulle foibe) svoltosi a Venezia nel dicembre e che sta suscitando - proprio sulle colonne di questo giornale - un confronto appassionato. "Mi batto perchè si arrivi a forme condivise di nonviolenza", dice Bertinotti, sempre nell'intervista al quotidiano diretto da Stefano Folli. "Non faccio di questa mia teoria politica un elemento discriminante nei rapporti con il movimento. La nonviolenza è il traguardo, ma non metto sotto la stessa definizione di violenza qualsiasi forma di resistenza e di lotta". Ci sono, insomma, molte forme di lotta - i picchetti durante gli scioperi, il boicottaggio, l'occupazione di case - che si possono definire, al tempo stesso, nonviolente e non legali: sottinteso, in una questione così complessa non si può fare d'ogni erba un fascio. "Un consigliere comunale che occupa una casa per darla a chi non ce l'ha fa bene il suo mestiere. Un militante che fa gesti violenti fa male".

 

Sul Corriere di ieri, le risposte e la critica di alcuni esponenti del movimento. Luca Casarini è lapidario: "Non siamo non violenti. E' vero che la violenza nella storia dei movimenti rivoluzionari del '900 ha portato tragedie. Ma vorrei sapere che cosa ha fatto Gandhi". Ancora più polemico Guido Lutrario, uno dei leader dei disobbedienti romani: "E se Bertinotti il casco non se lo vuole mettere, non se lo metta. Noi alle nostre teste ci teniamo". A favore del casco, anche Daniele Farina, del Leoncavallo di Milano, mentre don Vitaliano della sala appare un po' più perplesso e Mario Capanna, glorioso leader del '68 si schiera decisamente con Bertinotti. "La nonviolenza diventa irresistibile, toglie alibi alla controparte. Le masse con forti ragioni non sono mai violente" dichiara - ed è di sicuro uno che di cortei, violenti e nonviolenti, se ne intende.

Fin qui, un dibattito destinato, in tutta evidenza, a continuare e forse ad intensificarsi. E' chiaro che siamo a uno snodo molto complesso non solo di posizioni, ma di piani: un conto è il tema - generale - della violenza nella pratica del movimento operaio, del ricorso alla lotta armata, del valore della resistenza da parte dei popoli aggrediti e invasi; un altro conto è il dibattito ravvicinato sul e nel movimento, le sue scadenze, i suoi comportamenti, le sue pratiche. E un altro conto ancora è l'intreccio di questi temi strategici con il dibattito interno di Rifondazione comunista. Una cosa è certa: il segretario di Rifondazione comunista ha avuto il coraggio politico di mettere sul tappeto una questione cruciale come la nonviolenza in termini netti e limpidi: una assunzione forte di responsabilità, una scelta che non chiama a banali "schieramenti" ma a una discussione di verità.

Rina Gagliardi

 

 

 

da Liberazione 17-1-'04

 

LIDIA MENAPACE

 

Ma il terrorismo isola chi lo fa e rende le masse spettatrici

 

Sulle pratiche terroristiche non esprimo un giudizio etico: delle sue

azioni ciascuno/a risponde alla sua coscienza e - se non se ne sottrae -

alla legge positiva. Non esprimo nemmeno un giudizio assoluto. Si tratta di

un fenomeno storico e per tale lo valuto. Se fu praticato dai Tartari mi

interessa poco, dato che non fluisce più nella storia di oggi, praticato

dai Narodnikj, i populisti russi, tra i quali vi era Leo Jogiches e la

stessa Rosa, che se ne distaccarono (ma vi passarono, sia detto per

scandalo delle anime belle). Mi interessa invece, perchè riguarda una

persona della quale voglio rinnovare la memoria, non museale, ma attiva e

viva.

 

Politicamente sul fenomeno terrorrismo nelle sue varianti storiche e

geopolitiche dò un giudizio negativo: non tanto per la ferocia persino

autodistruttiva o perchè ci vanno di mezzo innocenti (anche: ma questo è un

giudizio generico che riguarda troppe cose per essere un fondamento saldo)

ma perchè il suo scopo dichiarato o comunque il suo effetto non eludibile è

che allontana le masse, le passivizza, le colloca in un limbo di inattività

a fare da spettatrici. E per questo a me oggi pare sempre un fenomeno di

destra per quanto rivoluzionaria possa essere la soggettività di chi lo

pratica.

 

Chiamo dunque terrorismo una azione molto violenta contro persone agita

individualmente o in un piccolo gruppo con una esposizione personale

"eroica", che a me non piace mai: resto con Bert Brecht: "Beato il popolo

che non ha bisogno di eroi".

 

Non è invece terrorismo la resistenza anche armata o la guerriglia, che ha

una organizzazione e ha bisogno dell'appoggio popolare come del pane.

Ricordiamo il motto di Ho Chi Minh che il partigiano è come un pesce

nell'acqua e l'acqua è appunto il favore popolare che deve assolutamente

conquistare e mantenere. La resistenza anche armata è legittima dal punto

di vista del diritto internazionale per qualsiasi popolo occupato e da lì

non mi muovo: il popolo iraqeno invaso e occupato ha il diritto di lottare

contro gli occupanti e delle morti che ne seguono rispondono quelli che

hanno mandato soldati ad occupare, vergognosamente: oggi i carabinieri

uccisi a Nassiriya servono per consentire a imprese italiane di lucrare

sulla "ricostruzione" dell'Iraq. Davvero assassini, come dissi a Parigi

dando la notizia durante il Forum delle Donne. Non sollevo dunque nessun

rilievo critico sulla legittimità della guerriglia o della resistenza

armata iraqena: se interpellata tuttavia non giudicherei allo stesso modo

qualsiasi gruppo resistenziale: a me che vincano i sunniti o gli sciiti,

come in Egitto magari i fondamentalisti islamici, come in Iran vinsero gli

Imam, davvero non piace: so bene che qualsiasi dittatura è esecrabile, ma

comunque le dittature religiose sono -almeno per le donne - peggio ancora

di quelle laiche: per dirlo con esempi chiari, le donne Afgane stavano

meglio con Najibullah che con i Talebani o con il governo di destra di

oggi; le donne pakistane poco giovamento hanno dal fatto che il loro

governo appoggi e sia appoggiato dalla "democrazia occidentale". In Iraq

certo le donne avevano più agibilità con Saddam di quanta ne avrebbero in

una democrazia teocratica. Sarebbe come aver accettato durante la

Resistenza che il fascismo cadesse per far posto allo stato pontificio o

alla monarchia rafforzata e per restaurare lo Statuto albertino invece di

fare la Costituzione.

 

Interpellata, in più direi come scelta e indicazione personale che

preferisco boicottaggi e sabotaggi, pozzi incendiati e binari fatti saltare

che attentati a persone, mine sulle strade ecc.. E qui voglio ricordare che

l'azione nonviolenta non è affatto necessariamente legale o remissiva e

comprende appunto sabotaggi boicottaggi attentati a cose.

 

A me sembra che sia un atteggiamento conservatore quello di chi si appella

al passato prossimo non per dare uno spessore storico al suo cammino in

avanti, ma per avere un esempio rassicurante e agire una sorta di coazione

a ripetere. Conviene anche ricordare che le pur gloriose e legittime

guerriglie e lotte armate di resistenza alle invasioni (Vietnam) o alla

tirannia interna (Nigaragua, Cuba) hanno prodotto o regimi autoritari e

inamovibili o addirittura l'andata al potere di governi di destra. Conviene

fare uno sforzo di creatività e trovare nuove strade: una scelta di azione

collettiva nonviolenta del tutto interna alla storia del movimento operaio

e sindacale e a quello delle donne a me pare interessante.

 

Un atteggiamento di questo tipo starebbe bene immesso nelle lotte degli

autoferrotranvieri: piuttosto che una ripetizione un po' fuori tempo

massimo dei CUB e delle lotte operaie dell'autunno caldo. Si può altrimenti

diventare persino subalterni: se i ferrotranvieri non vedono la differenza

tra mercato e servizi e non si danno da fare per un pieno coinvolgimento

dell'utenza non solo a sostegno passivo della loro lotta, ma con propria

presenza (come ad esempio invece fanno i Cobas contro la riforma Moratti,

insieme a genitori e associazioni) rischiano l'isolamento e la

ripetitività, e sembrano lasciar credere che anche per loro i servizi sono

un pezzo del mercato.

 

LIDIA MENAPACE

 

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Insurrezione, resistenza, insubordinazione, disobbedienza...

 

Daniele Farina

 

Diversamente da quanto espresso ieri da Cannavò e altri compagni non credo

affatto che l'intervento di Bertinotti abbia alimentato alcunché di ambiguo

o peggio di negativo. Prosegue semmai un dibattito di lungo periodo

rialimentatosi nel movimento dopo i fatti di Genova 2001.

 

Sono tra quelli che, in quel frangente, respinse l'idea che di fronte ad un

ordine pubblico palesemente uscito dai cardini, fino all'omicidio,

servissero servizi d'ordine, e non, piuttosto, forme estese e condivise di

autotutela personale e collettiva. Tra quelli che all'indomani della

manifestazione del 4 ottobre scorso ha espresso contrarietà evidente sulla

conduzione di quella manifestazione e gli effetti sul movimento. Non oggi

discutiamo dunque sull'onda di una palese operazione politico-giudiziaria

ma riprendiamo il filo di un ragionamento mai realmente interrotto.

 

La disobbedienza come processo sociale dimostra una straordinaria

estensione: è entrata nel vocabolario materiale di larghi settori sociali,

nelle lotte di Basilicata contro le scorie nucleari, in quelle degli

autoferrotranviari, nelle mobilitazioni per il diritto all'abitare o allo

studio. Un grande, immaginario, luogo comune nel quale la tradizione non

violenta, quella di Capitini, si confronta con altre pratiche, tra le quali

quelle comuniste ed eterodosse di molti di noi. Ne sta emergendo un

linguaggio che declina la non violenza in una forma nuova e diversa da

ciascuna di esse, fortemente attualizzata. Del che sembra non rendersi

conto anche quella parte del movimento che attribuisce a pratiche nuove

significati antichi, prigioniero di gabbie semantiche e politiche. Errore,

questo sì, che cristallizza e paralizza l'azione.

 

D'altro canto se il reciproco riflettersi di guerra e terrorismo va rotto

in qualche punto è all'interno di questa novità che il cuneo va cercato e

non certo in una disputa geometrica sulle forme di questa relazione. Questo

è anche il luogo nel quale si concretizza l'obiezione e la diserzione alla

guerra, in cui disobbedienza e boicottaggio acquisiscono legittimità sociale.

 

Non ho dubbi che l'ondata di movimenti globali sviluppatasi dal 1999 in

avanti ha portato con se l'eredità del passato e che riaffiorino i felici

detriti di un conflitto irrisolto. Che proprio la guerra, nelle sue varie

declinazioni, terrorismo compreso, ci ponga di fronte in modo più

stringente ad una necessaria e radicale trasformazione dell'esistente,

quasi ad uno stato di necessità, entro un modello di sviluppo, che per

convenzione chiamiamo neoliberista, percepito come socialmente e

ambientalmente intollerabile. Che riemerga un problema di legittimità delle

forme di lotta che si intreccia ad uno "ius resitentiae" che permea la

nostra cittadinanza.

 

Dalla dichiarazione giacobina del 1793 "di fronte all'ingiustizia e

all'oppressione l'insurrezione è il più sacro dei diritti dei cittadini",

attraverso l'irredentismo italiano, l'articolo di Dossetti in sede

costituente, "la resistenza individuale e collettiva. è diritto e dovere di

ogni cittadino", lungo la guerra d'Algeria e l'insubordinazione dei 120

intellettuali francesi, attraverso la disobbedienza civile del movimento

Usa per i diritti civili, e via di questo passo, fino allo zapatismo, c'è

un filo piuttosto visibile che arriva fino a noi.

 

Ma è un sentiero che si modifica nel tempo, dall'insurrezione al diritto di

resistenza, all'insubordinazione, alla disobbedienza in un percorso forzoso

che mi piace pensare corrisponda ad un estendersi, un socializzarsi.

 

Che ci consente di parlare di non violenza con piena libertà, fuori da

categorie immutabili e da una ricerca spasmodica di coerenza tra mezzi e

fini dell'agire politico. Che non ci impedisce di leggere la violenza dei

rapporti di dominio imperanti ma senza rimandare ad un lontano futuro la

radicale rottura con essi, il posizionarsi da subito alle soglie del mondo

migliore possibile.

 

E' dibattito insomma che fuoriusciti dal travisamento del giornalismo

interessato ( "Il Corriere della Sera" di "Casco sì, no, forse") può

portare lontano.

 

Daniele Farina

 

 

dalla mailing list fori-sociali@yahoogroups.com

17-1-04

 

Lucia Mielli

 

Rispetto al documento elaborato da Bernocchi, Bersani, Cannavò, e

Casarini  voglio esprimere il mio sentire e le mie perplessità. Mi

lascia di prima battuta perplessa l'eterogeneità dei quattro firmatari

nel sentire, nelle pratiche, negli obiettivi, nella capacità di fare e

lavorare collettivamente.

Ricordo Riva del Garda perché l'ho vissuto da dentro, ricordo le

critiche mosse ai disobbedienti, sulla loro incapacità di un lavoro

collettivo, di condivisione di percorsi con tutti gli altri, sulla loro

autoreferenzialità e atteggiamento da "essere superiori", gli unici a

capire e a muoversi nel giusto modo, sulle loro scelte a volte senza

senso come quelle del taglio delle pompe di benzina, che non ledono

minimamente la multinazionale e non fanno ragionare le persone su tutto

il discorso che esiste dietro a tali mega-aziende, anzi, a volte

producono proprio l'effetto contrario sul sentire comune. Queste

valutazioni sono condivise da moltissime persone che compongono il

movimento italiano, dette nei corridoi, e deriva dall'esperienza

diretta, dal lavoro sul territorio, dalle mobilitazioni che si tenta di

mettere in campo perché loro, e lo sappiamo in molti, si comportano

proprio così. Possiamo fare decine di esempi in tutta Italia senza paura

di smentite. E lo dico condividendo in grandissima parte le tesi e le

letture che fanno, muovo quindi ai disobbedienti una critica di metodo e

non di merito (anche se poi c'è una stretta correlazione tra forme e

contenuti). Altre pratiche autoreferenziali ed escludenti le abbiamo

vissute in altri ambiti, con altri gruppi e associazioni, basti pensare

alla recente lotta contro il WTO. Con questo per dire che non è solo una

peculiarità dei disobbedienti.

Penso anche ad incontri e seminari come quelli di Milano organizzati

inevitabilmente per pochi a causa della scelta della città (il sud è

lontano) e del luogo (una sala per cento persone non capace di contenere

tutti i partecipanti e quindi non tutti coinvolti nel dibattito) ed

economici (ci si è posti come i ragazzi e non solo si possano pagare

senza rimborsi viaggio, vitto e alloggio?).  Per queste ragioni, il

vostro pezzo che recita " Le lotte si commisurano sulla base della

capacità di mobilitazione, sul tasso di partecipazione e di scelta

democratica che sanno garantire; le forme di lotta si definiscono sulla

base degli obiettivi che si sono scelti e, in ultima istanza, si

giudicano su quanto rafforzano la fiducia in sé stessi, nelle proprie

ragioni, su quanto allargano consenso e protagonismo sociale, su quanto

evitano forme di "avanguardismo" e di pratica separata ed escludente."

mi pare veramente avulso dalla realtà. In netta contraddizione tra

vissuto ed enunciato.  E' interessante che parliate di scelte

democratiche. Sarebbe bene aprire un dibattito reale sui meccanismi di

funzionamento del movimento italiano. E' un'autocritica che non ho

saputo cogliere? Possibile. Auspicabile.

Mi sembra veramente poca cosa l' utilizzo che fate della  Resistenza

(dei banditen dei nazisti), del Vietnam, dello zapatismo come se chi

parla di non violenza dovesse improvvisamente non sentire più questi

eventi come parte della propia storia collettiva e personale ed anzi,

trattare tutti o come guerrafondai o terroristi. Se qualcuno che parla

di non violenza  pensa questo, per cortesia, lo dica chiaramente. Credo

che non sia affatto così e temo che qualcuno di voi, mentre lo dice, non

sia in totale buona fede. Un conto è essere critici su alcuni aspetti

della Storia che ci appartiene un'altra è ragionare su che basi fondiamo

il nostro agire ora. Mi era parso che parlare di non violenza non era

costruirsi una lente con la quale rileggere e ristoricizzare con essa

ogni fatto avvenuto, ma proprio, in questo preciso contesto storico,

nella dicotomia Guerra-Terrorismo, porsi in un cammino altro,

alternativo. ORA. Per questi motivi non mi convince affatto quello che

affermate "Accettare la dicotomia assoluta, la "spirale" crescente tra i

due concetti significa dunque rischiare di assoggettarsi a questa

strategia che in ultima analisi punta a delegittimare qualsiasi

obiezione,qualsiasi anomalia nella lineare strategia di guerra

permanente,qualsiasi "diserzione" che, automaticamente, diverrebbe un

passaggio da un campo all'altro dello scontro e non un'alternativa". Mi

pare che ragionare su non violenza sia l'esatto opposto.

Nel convegno a Riva del Garda Luca Casarini e Lussurgiu (con Gian Franco

Benzi, una rappresentante della Retelilliput, Giovanni Russo Spena,

Marco Bersani) mi hanno proprio convinta quando parlavano che era

necessario ricostruire una nuova legalità anche con azioni non legali

(la legalità non  c'entra nulla con il discorso violenza e non violenza,

tant'è che Ghandi praticava azioni non violente e del tutto illegali -

certo non è riuscito a costruire una società diversa ma ha liberato

l'India dal colonialismo britannico) rifiutando e combattendo la non

legalità della legge Bossi-Fini, la non legalità dei CPT, la non

legalità delle leggi che precarizzano ogni ambito della nostra vita,

attraverso la disobbedienza,  la contrapposizione dei corpi ma

soprattutto con la non violenza per non utilizzare lo stesso terreno dei

nostri avversari, non solo per la sproporzione dei mezzi utilizzati ma

soprattutto perché un altro mondo migliore deve nascere necessariamente

ed esclusivamente su altre dinamiche sociali.  Ma di quale non violenza

parlavate allora?

Sull'odierno dibattito sulla non violenza si vuole discutere della

Storia o del movimento italiano ora, dopo il 4 ottobre? Voi aprite il

documento parlando della repressione del movimento oggi, con gli arresti

di Roma (e tra poco si apre il processo a Genova contro i compagni del

movimento con imputazioni pesantissime). Perché questa repressione?

Forse perché i singoli colpiti fanno paura al Sistema? Su via, non

scherziamo, ognuno di noi, come singolo può realmente far paura ed

essere percepito dall'Impero come un pericolo da reprimere?

Gli scudi in plessiglax terrorizzano il Sistema? Il taglio delle pompe

forse o l'abbattimento delle zone rosse?  E' il Movimento, vasto,

Mondiale, radicale nei contenuti, capace di cambiare le coscienze, il

senso comune, capace di mettere in discussione il Pensiero Unico e di

vincere su questo versante (vedi Cancun) che fa paura a Lor Signori. La

repressione su pochi, e lo abbiamo detto da sempre, da Genova 2001 in

poi, ha lo scopo di delegittimare TUTTO il Movimento, e questo sì fa

paura al Sistema, che vuole far passare TUTTO il Movimento come

violento, e quindi neutralizzarlo, renderlo incapace di mobilitare, di

coinvolgere ed in sostanza impedire che si rivoluzionino i rapporti di

forza reali nella società. Per disarticolare ed annullare questo Loro

progetto noi, ora, che facciamo? Ne sono convinta, la non violenza,

senza se e senza ma. Oppure pensate che ci troviamo di fronte ad una

situazione come nel '21 con una repressione di massa e sul ciglio di una

guerra civile?

 

Lucia Mielli

 

 

da Liberazione 18-1-'04

 

Alessandro Curzi

Rina Gagliardi

 

 

Nonviolenza, l'arma più forte

di cui oggi disponiamo

L'intensa discussione, che si va sviluppando da molti giorni sulle colonne

del nostro giornale, suscita interesse e attenzione anche al di là delle

nostre fila, nella sinistra, nel movimento, nel sistema dell'informazione.

 

 

Ne prendiamo atto con soddisfazione: è una prova in più che questo

dibattito "molteplice" - anzi, questi dibattiti che si susseguono e,

talora, si intrecciano su questioni politiche e ideali di prima grandezza -

non è mosso da spirito autoreferenziale. E' un confronto vivo che ha a che

fare, non a caso, con la politica viva del presente, dove si misurano non

solo posizioni diverse, ma culture politiche, esperienze e spesso "vissuti"

tra di loro lontani. Noi, per parte nostra, abbiamo cercato di garantire

sia la pari dignità di tutte le voci, interne ed esterne a Rifondazione,

che hanno voglia di farsi sentire, sia di contribuire, per come possiamo,

ad una "buona dialettica": ovvero ad una discussione che, senza pensare a

sintesi oggi impossibili, ci arricchisca, ci aiuti a fare un passo avanti,

nella comprensione e nella chiarezza reciproca.

 

Con questo articolo, vogliamo anche noi dire la nostra, misurandoci con

quel nodo teorico-politico, violenza e nonviolenza, che appassiona non da

oggi il movimento operaio e la sinistra.

 

 

E diciamo subito - da militanti comunisti, diversi per sesso e generazione,

per pratica di vita e riferimenti culturali - che l'opzione strategica

pacifista e nonviolenta, che Fausto Bertinotti ha avanzato e Pietro Ingrao

ha rilanciato proprio su "Liberazione", ci persuade profondamente. Ovvero:

è la stessa scelta che abbiamo maturato in questi anni, nel fuoco dei

conflitti drammatici che hanno devastato il mondo, nel dipanarsi concreto

dell'impegno.

 

Non è in questione, s'intende, un "assoluto" che, chissà perché, molti

compagni vedono o paventano tutte le volte che viene dichiarata la

necessità di una pratica nonviolenta: per noi laici e comunisti non

esistono mai "assoluti" o fedi astratte, al di là del tempo e dello spazio.

E' in questione, ci pare, un'idea della politica e - se la parola non è

troppo grossa - della rivoluzione del futuro: nell'era della guerra

globale, infinita e preventiva, la violenza non è più una via di autentica

liberazione dei popoli, delle classi e delle persone e, al tempo stesso,

non è più uno strumento capace di garantire la "vittoria finale". Nell'era,

insomma, della spirale guerra-terrorismo, che concerne il "qui" e l'"ora"

del capitalismo globalizzato, il terrore è tutto dell'avversario e dei suoi

apparati colossali di sterminio e di morte: gli appartiene fino in fondo,

perfino come vocazione e come nuova idealità. Ce lo spiega bene Kagan,

teorico dei neocons nordamericani, nel suo lucido pamphlet "Il Paradiso e

il Potere", quando contrappone la civiltà dell'America fondata sulla forza

militare e sullo spirito di aggressione alla civiltà dell'Europa,

continente "imbelle" e vocato ai diritti sociali piuttosto che alle armi.

 

 

Questa nostra persuasione è il risultato, anche e soprattutto, dei nostri

rispettivi percorsi di vita. Noi non siamo nati pacifisti: abbiamo creduto

nella "guerra giusta" e nel valore liberatorio della guerra e della

guerriglia di popolo. Uno di noi ha partecipato, giovanissimo, alla

Resistenza: ha impugnato le armi, da partigiano, ha praticato

l'antifascismo. E non solo non se ne pente, ma continua ad andare

orgoglioso del proprio passato. Una di noi ha condiviso, finché è stata

giovane, le lotte, anche quelle "dure" dei movimenti occidentali e quelle

armate dei movimenti di liberazione del Terzo Mondo. E non ha nulla di cui

pentirsi. C'è stata un'epoca della nostra storia nella quale la violenza

delle armi ci è apparsa non solo una risposta necessaria alla violenza del

potere, ma anche la risposta più radicale, più in sé rivoluzionaria, più

efficace: la Resistenza ha vinto, la lotta del popolo vietnamita ha vinto,

il movimento di liberazione dei popoli colonizzati ha vinto. Non si tratta

certo oggi di proiettare su questo passato le idee che abbiamo maturato nel

presente: questo sì sarebbe puro "pentitismo", opportunismo oltre tutto

antistorico. Si tratta di ben altro: far tesoro di quelle esperienze, anche

alla luce di alcuni, forse non casuali, esiti negativi, mettendone in causa

il valore assoluto e l'attualità schematica.

 

Oggi, insomma, sentiamo la necessità di una strada nuova, di nuovi

percorsi: un ciclo della storia si è chiuso, con il '900, un nuovo ciclo

può avviarsi. L'immagine che abbiamo ancora negli occhi è quella dei 110

milioni di persone che nello stesso giorno di febbraio sono scese in

piazza, in tutto il mondo, contro la guerra di Bush. Quelle masse, che il

"New York Times" ha definito la "seconda potenza mondiale", hanno fatto

paura, davvero, ai nostri avversari imperiali. Non sono riusciti, no, a

impedire la guerra: ma hanno pur segnato un gigantesco salto di qualità, di

coscienza critica, di consapevolezza, di soggettività. Un patrimonio

immenso, anche dal punto di vista della forza, che a tutt'oggi domanda alla

politica una risposta adeguata.

 

 

La nonviolenza, dunque, come pratica alta del conflitto - come opposto

della passività o della rassegnazione - è oggi l'arma più forte di cui

disponiamo. La nonviolenza, anche, come "smilitarizzazione" delle nostre

coscienze e della politica (che continua, proprio nel suo linguaggio tutto

nutrito di "tattica", "strategia", "schieramento", "obiettivo",

"battaglia", a mostrare il suo profondo spirito bellico), nella sua

connessione profonda con la società altra che vogliamo costruire.

 

Non siamo "anime belle", siamo ahimè fin troppo contaminati con le brutture

che ci circondano, e conosciamo tutte le sottigliezze della politica e

della Realpolitik: ma non è l'ora di cominciare a colmare l'abisso che

separa i nostri valori generali dalle nostre pratiche? Ma davvero possiamo

continuare in eterno a propugnare una distanza - così "assoluta" - tra i

fini che ci proponiamo e i mezzi che mettiamo in atto per realizzarli?

Torna a proposito, qui, la questione del terrorismo, dal quale siamo sempre

stati lontani e che mai ci è appartenuto, anche per le ragioni che

osservava ieri Lidia Menapace.

 

E' vero, sì, che i nostri avversari battezzano sotto la dizione di

"terrorismo" anche ciò che è pura resistenza all'invasore. E forse hanno

ragione quei compagni che dicono che ci sono luoghi del mondo in cui la

nonviolenza è una pratica difficile, quasi impossibile, se non un lusso:

infatti noi non ci permettiamo di criticare coloro che, di fronte ad

aggressioni od invasioni armate, reagiscono anche impugnando le armi.

 

 

La nonviolenza, lo dicevamo, non è un imperativo categorico. E tuttavia,

anche nel passato recente, ci sono esempi significativi sui quali

riflettere. La prima Intifada palestinese, quella nonviolenta, con i

ragazzi che si opponevano alla potenza dei carri armati israeliani con le

fionde e con i sassi, conquistò nel mondo un consenso enorme alla causa

dell'indipendenza nazionale palestinese: avrebbe potuto vincere, se

l'Europa, invece di limitarsi ad applaudire, fosse intervenuta ed avesse

messo in campo la sua potenza politica.

 

Oggi, quali sono le prospettive concrete di vittoria della lotta e della

guerriglia armata nel Medio Oriente? A parere quasi unanime, nessuna. E

quegli attentati suicidi - come l'ultimo della giovane madre che voleva

essere martire - possiamo sì distinguerli dal terrorismo e battezzarli

"azione di guerriglia militare", se hanno soldati nemici come bersaglio. Ma

possiamo tacere del loro carattere feroce, disperato, perdente? Quando una

lotta di liberazione entra in contrasto così totale con i valori della

vita, della speranza, della costruzione, quando il sacrificio di sé è

ricercato come valore e perfino simbolo positivo, vuol dire che in essa la

dimensione della tragedia è diventata dominante. Vuol dire, anche, che

forse non si è abbastanza riflettuto sul fatto che, anche e soprattutto là

dove l'oppressione e la prevaricazione sono massime, la violenza del

potere, introiettata e metabolizzata senza anticorpi, produce una violenza

distruttiva uguale e contraria.

 

L'aveva scritto Marx, un secolo e mezzo fa: la nostra rivoluzione dovrà

essere un processo di lunga durata, di "rivoluzionamento" dei rapporti

economici e sociali esistenti, anche perché soltanto in un processo di

lunga durata potremo liberarci dal "sudiciume" che la società del capitale

ha disseminato in ciascuno in noi. Era già questa un'idea di rivoluzione

nonviolenta, di comunismo. Che oggi, soltanto oggi, possiamo cominciare a

praticare. Almeno, a provarci.

 

Alessandro Curzi

Rina Gagliardi

 

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La dialettica non è un qualcosa che ci deve dare fastidio

 

Libero Vallicelli

 

Vorrei intervenire sul dibattito aperto da "Liberazione" sul tema

non-violenza. Colgo subito un aspetto positivo: la decisione di allontanare

dal movimento quelle forze grigie di confine che ne potrebbero minare il

carattere aperto e fecondo. E d'altra parte il rigetto definitivo dello

stalinismo come pratica politica (non dell'Urss), cosa palese ma

scarsamente praticata.

 

Premetto, di essere d'accordo con Ingrao sulle valutazioni che egli ha più

volte sottolineato negli interventi sul nostro giornale. E qui vorrei

approfondire (pur nella ovvia sintesi) gli spunti che lui ha lanciato, ma

sui quali vedo una riluttanza diffusa a intervenire, e che invece sono i

temi politici/ideologici che già ci troviamo davanti.

 

Partiamo dalla non-violenza. Essa evidentemente esprime un afflato etico

condivisibile che deve informare le vite di ciascuno di noi. Il problema è

un altro, ovvero l'assolutizzazione concettuale che se ne fa. Essa è

inattendibile per diversi fattori. Il primo, è che nessuno storico

indagherebbe la storia con quel paradigma, a meno di non scivolare sul

terreno crociano, ovvero liberale (per sintesi, perché il pensiero è ben

più raffinato, egli pensò alla storia come storia della libertà). Ed

infatti mettere sullo stesso piano la vendetta con la repressione non solo

non ha nessun appiglio scientifico, ma appare evidentemente banale. La

questione andrebbe invece rimessa sulla negazione del concetto schmitiano

della politica come continuazione della guerra, che traduce il tutto nella

volgarizzazione amico/nemico, e che riporta questa estremizzazione anche

all'interno del proprio schieramento, producendo distorsioni vergognose

come quelle dei gulag. La questione diventa quindi non una semplice scelta

etica (peraltro la violenza scaturisce proprio da quella sostanza), ma una

dura battaglia storica sul tema del potere, della sua effettività storica,

dei rapporti tra le classi, della intima fallacia della democrazia.

 

Quest'ultima affermazione ci interroga sulle nostre vite: come fare per

salvaguardare la democrazia e al contempo produrre una critica che ne veda

le incongruenze, tale per cui pensiamo ad un altro mondo possibile, che

appunto non è la democrazia. Anche qui sarebbe bene ricordare che la

democrazia non è un valore, ma una forma determinatasi dallo sviluppo

storico e "obbediente" alla fase del capitalismo maturo. Mi pare di dire

cose lapalissiane. Banalmente potrei dire: il voto di Agnelli equivale a

quello dell'operaio di Melfi? Le strutture sovranazionali, come l'Fmi, sono

aliene alla democrazia o ne costituiscono una parte della stessa? Come fare

per rendere veramente egualitario il voto di ciascuno (per forza bisognerà

limitare l'efficacia di qualcun altro) e al contempo sostenere

l'eliminazione di quelle strutture senza prevedere una reazione violenta e

repressiva delle forze dominanti?

 

In Iraq, sta succedendo qualcosa di complesso. Mancano in quel paese le

strutture della democrazia (almeno come passaggio storico). Al contempo

l'occupazione, perché di questo si tratta (anche da parte degli italiani),

continua. Possiamo rimanere equidistanti dagli invasori e dai "poveracci"

locali che si battono contro "l'impero del male"? Dobbiamo porci le stesse

domande di Ingrao?

 

In India si sta per aprire il Forum sociale mondiale. Diversi intellettuali

hanno aperto una serie di interrogativi, tra i quali spuntano decisi la

questione della lotta politica e del potere come obiettivi e tematiche di

praxis del movimento, pena il riflusso. Vogliamo parlarne? O preferiamo le

grandi e particolari opzioni etiche, peraltro condivisibili, che però non

propongono la trasformazione del mondo come necessaria ed ineludibile, e

che quindi spesso finiscono per affluire nel ventre grasso dei nostri

vicini di Partito?

 

Essendo la mia pratica politica impregnata di movimento, di gramscismo e di

disponibilità al confronto con le diversità, non sono imputabile di volere

un Partito settario. Penso che l'estremizzazione ideologica porti alla

sconfitta e alla rovina delle idee di libertà che i comunisti promuovono, e

anzi ne sia la negazione. Ma l'assolutizzazione concettuale della pratica

politica è la cosa più dannosa che un Partito comunista, o un'aggregazione

che si richiami a quel mondo, possa avere. Rientra per-altro in campo quel

regime della verità che è intrinseco alla religione. Siamo uomini e donne

del nostro tempo, viviamo pienamente questa società per poterla cambiare,

senza farci irretire nelle sue forme dominanti. E anche la nascita, non la

giustezza del progetto in sé, del partito della sinistra europea, ha in sé

i germi della pratica politica che si dice di voler eliminare. La

dialettica, soprattutto quando si colgono le ragioni di una iniziativa

politica, non è un qualcosa che ci deve dar fastidio.

Libero Vallicelli

 

 

dalla mailing list fori-sociali@yahoogroups.com

 

18-1-'04

Rossana

 

Mah il richiamo al ruolo dello spettatore mi ricorda le riflessioni operate sul pensiero kantiano inerenti la storia e politica.Il punto di vista dello spettatore permette di "staccarsi" e riflettere su ciò che è accaduto (vedere rivoluzione francese). Dunque lo spettore almeno a livello temporale non è presente.

 

Mi pare però che tutta la diatriba faccia parte del linguaggio della politica, e personalmente non mi interessa caderci dentro.

Già Chateaubriand scriveva: avendo (gli operai) dalla loro la forza, solo dei cattivi profeti possono spingerli a prendere come modello il risentimento".

Il pensiero giusnaturalista è pieno della necessità di resistenza al tiranno, e allora si dovrebbe discutere in maniera più leale sulla questione del contratto, della sovranità e del popolo.

Che contratto hanno sottoscritto gli iracheni? Che potevano fare i partigiani (tutti, giusto per eliminare la questione della resistenza a più colori)?

Il terrorismo fa parte del linguaggio dello Stato per imporre l'immobilismo. Io son d'accordo su alcuni aspetti con entrambi le parti che ripeto, mi pare pecchino di un linguaggio tutto politico.

 

La stessa Manapace ne è intrisa, lei non è spettratrice oggi di ciò che accade durante le lotte degli autoferrotranvieri, lei prende una posizione chiara e legittima, e, negando però alla verità di venir fuori, si pone sullo stesso piano di chi critica.

In queste lotte ho visto e sentito l'appoggio di una cittadinanza certamente alle prese con disagi, ma solidale con la lotta messa in campo. La solidarietà che nasce dalla consapevolezza che a volte solo l'illegalità permette ai soggetti reali di far valere le proprie richieste e i propri diritti.

 

E poi, come si può parlare di sottostare alle leggi del mercato da parte di chi chiede a gran voce, evidenziando la possibilità di incontro fra lavoratori e cittadini, che il privato debba uscire dal settore pubblico?

 

Perchè allora non stiamo neanche a parlare di mettere in discussione le spese militari, e badate che i lavoratori spesso non guardano a chi li paga e il cosa della loro produzione.

Oggi chiedere di smettere di produrre per il militare, significa mettersi contro la proprietà privata di chi dà salario in cambio di forza lavoro.

 

Su questo discorso e sulla legittima difesa dello Stato con le armi, cascano tanti cantori del pacifismo astratto.

 

 

"Un atteggiamento di questo tipo starebbe bene immesso nelle lotte degli

autoferrotranvieri: piuttosto che una ripetizione un po' fuori tempo

massimo dei CUB e delle lotte operaie dell'autunno caldo. Si può altrimenti

diventare persino subalterni: se i ferrotranvieri non vedono la differenza

tra mercato e servizi e non si danno da fare per un pieno coinvolgimento

dell'utenza non solo a sostegno passivo della loro lotta, ma con propria

presenza (come ad esempio invece fanno i Cobas contro la riforma Moratti,

insieme a genitori e associazioni) rischiano l'isolamento e la

ripetitività, e sembrano lasciar credere che anche per loro i servizi sono

un pezzo del mercato"

 

Rossana

 

 

dal manifesto del 18-1-'04

MARCO REVELLI

 

Il nostro dopoguerra

"Contro ogni logica bellica". Con il `900 si è tragicamente consumata la

stagione dello scontro "militare" e nell'era della guerra preventiva serve

coerenza tra mezzi e fini. Per questo "l'ipotesi nonviolenta è l'unica

scelta veramente radicale". Riflessioni sul dibattito aperto da Pietro Ingrao

 

 

"Al potere si risponde col potere. All'organizzazione con l'organizzazione.

Al lavoro con il lavoro. Alla guerra con la guerra". Così un paio di anni

fa, in occasione della presentazione del mio Oltre il Novecento, Alberto

Asor Rosa aveva sintetizzato il "paradigma politico" dei comunisti

novecenteschi, a cui dichiarava la sua adesione. Rina Gagliardi, nel

riferirne su Liberazione, aveva riprodotto la formula con esplicito

compiacimento, scegliendo però di cancellare l'ultima frase. E fu un

peccato. Perché quell'ultimo segmento del paradigma - la guerra - non ne

era un'appendice esterna (un optional, si direbbe oggi), ma ne costituiva,

al contrario, un elemento in qualche misura necessario a dar senso al

tutto, significando appunto che quella contrapposizione, quel rapporto

antagonistico simmetrico, per essere sostenuto, presupponeva un conflitto

duro, "totale", spinto fino al dispiegarsi della forza nella forma estrema

e "selvaggia" della guerra E perché quella formulazione brutalmente sincera

ci avrebbe aiutato a discutere meglio di quanto non sia in realtà accaduto.

Ora Pietro Ingrao (nei due successivi interventi su Liberazione sulla

questione posta da Fausto Bertinotti del pacifismo e della nonviolenza), ci

permette di riprendere il filo di quel ragionamento, e di farlo - grazie

all'onestà intellettuale che lo contraddistingue - nelle condizioni

migliori. Senza reticenze, o rimozioni Due cose ci dice Ingrao. La prima è

che la prospettiva dell'uso della forza (della violenza, della guerra) era

parte integrante

dell'immaginario e della cultura politica suoi e di quelli come lui.

 

Che, appunto, anche per chi si batteva per la pace e aveva scelto la strada

della democrazia, la guerra appariva, in ultima istanza, come un'opzione

possibile e per certi versi inevitabile. Non costituiva, insomma, un tabù.

La seconda verità che Ingrao ci consegna è il carattere "generazionale" di

quella visione politica. Il suo essere radicata in un preciso luogo

storico. Il suo essere "figlia del proprio tempo".

 

Identità pericolose

 

Si tende a dimenticarlo, in una discussione spesso un po' dottrinale e

orientata a questioni di principio, ma la militanza politica novecentesca

si è costituita e s'inscrive pienamente in un contesto storico segnato a

fondo dalla guerra, da quella terribile, immane tragedia bellica che fu la

prima guerra mondiale e dal suo prolungamento feroce nei decenni che la

seguirono. L'immaginario collettivo, la dimensione esistenziale, l'identità

politica delle generazioni che hanno prodotto la tradizione alta e dura con

cui oggi ci misuriamo, si erano formati interamente nel clima della

"mobilitazione totale" scatenata da quella guerra, e con la guerra erano in

buona misura impastati: era bellico il linguaggio; erano belliche le divise

(non c'era formazione che non avesse le proprie "milizie" con le proprie

bandiere e le proprie uniformi); era bellica la poetica che li ispirava

(quell'epica di cui parla Ingrao). Non stupisce che la guerra comparisse,

sia pur come extrema.' ratio, nel repertorio dei mezzi cui affidare

l'efficacia della propria azione. Si erano trovati a fronteggiare nemici

feroci ("assoluti", potremmo dire), nazismo, fascismo. Avevano subìto la

caccia all'uomo implacabile contro ogni brandello di opposizione, la

minaccia della tortura e la cancellazione della libertà in ogni interstizio

della vita sociale. E in qualche misura inevitabile che affidassero la

possibilità di salvezza a una forza eguale (in potenza) e contraria (nelle

finalità), capace di combattere il male (assoluto) di quel tipo di

oppressione con il male (relativo) del ricorso alle armi (di ogni arma,

purché efficace). Dunque che convivessero con la guerra senza eccessivo

disagio. Che giungessero anche ad auspicarla, come via alla libertà e

all'emancipazione. Non solo i comunisti, si badi. Intere generazioni di

democratici, di liberalsocialisti, persino di liberali e di cattolici, - di

antifascisti in genere - vissero la guerra (e la desiderarono) come

inevitabile strumento di liberazione. E reagirono al Patto di Monaco con lo

stesso disgusto di Ingrao, odiarono Chamberlain e gli attendisti come

traditori della causa dell'umanità,  soffrirono la caduta della Spagna

prima e poi della Francia come il prodotto di una diserzione. Ricordo che

fu proprio l'argomento "generazionale"' di Monaco - la memoria dei propri

sentimenti di quel tempo - quello con cui Norberto Bobbio spiegò, a noi che

insorgevamo, e non lo comprendevamo, in lui che era stato razionale teorico

della pace, il suo possibilismo nei confronti della prima guerra del Golfo.

Difendere le ragioni della nonviolenza, di un pacifismo che non si

limitasse a contrastare le guerre degli altri ma che giungesse a estinguere

le' radici stesse dell'opzione bellica "senza se e senza ma" all'interno

del proprio stesso campo politico, quale che ne potesse essere la

motivazione e l'obiettivo, in quell'epoca era impresa terribilmente ardua.

E quasi inevitabilmente "impolitica". Chi la tentò e realizzò in Occidente

- e non mancano i casi, da Simone Weil a Aldo Capitini -, lo fece sorretto

da una risorsa "extrapolitica": da una spiritualità e una religiosità

difficili da riprodurre fuori dalla ristretta cerchia dei "persuasi". Quasi

tutti gli altri, assorbiti totalmente nel corpo a corpo con un nemico

mortale e totale, non ebbero 'né tempo né modo, allora, di riflettere sulla

retroazione che la violenza opera su chi la pratica. Sulla metamorfosi

antropologica che la violenza impone al soggetto che si trova a

"impiegarla" (un tema tipico, invece, della riflessione non-violenta).

 

Derive globali

 

Allora. Ma oggi? Oggi che gli effetti di quella deriva sono sotto gli occhí

di tutti? Oggi, quando è ormai ben visibile, nella caduta del comunismo

orientale, la devastazione che il mezzo impiegato ha operato sui fini

stessi che avrebbe dovuto servire; e la rivoluzione, come dice Ingrao, ha

divorato i suoi figli. Ma quando è anche ben visibile la devastazione

prodotta a "occidente" da quel contagio bellico (dell'introiezione della

pratica della guerra fin nel cuore dei modello "democratico"), quale la si

può leggere nello spettacolo desolante delle potenze che quella guerra

vinsero trasformate a loro volta in macchine belliche (e bellicose),

determinate a imporre il proprio modello politico con la forza,

dall'Indocina in poi, lungo la catena che dal Vietnam arriva su su, fino

alla "intrusione umanitaria" e all'aberrazione della guerra preventiva e

infinita, dove la retorica 'della liberazione serve da viatico

all'occupazione manu militari. Per le generazioni che in questa scenario si

sono formate, non è forse giunto il momento di aprire un contenzioso

esplicito con quella "tradizione"? Col paradigma politico che ha dominato

il Novecento (e nel Novecento è "esploso")? E di provare "un'uscita in

avanti"? Credo che intenda qualcosa di simile Ingrao quando dice che "forse

dobbiamo avere il coraggio di fare un salto". E riconosce a Bertinotti il

merito di "rompere uno schema" (che rischia di diventare davvero una

"camicia di Nesso"). L'ha detto bene, d'altra parte, Gigi Sullo -

intervenendo ancore su Liberazione in qual dibattito che proprio da Carta

era stato aperto quando ha paragonato l'esigenza attuale, di rottura in

avanti del vecchia paradigma, a quella che spunte, l'altra transizione di

secolo, alle origini del Novecento, quelle generazioni di comunisti a

tagliare con l'esperienza della Seconda Internazionale, e tornare a portare

la propria voglia di radicalità e di antagonismo in mare aperto. Né mi

sembra, sinceramente, praticabile la linea di "buon senso" proposta da

Tronti sul manifesto di una sorta di "rivoluzione recuperante" capace di

avanzare senza tagliare nessuna radice. Come può una generazione formatasi

nell'epoca in cui la guerra è dilatala forma stessa della vita sociale così

come è concepita dai nuovi poteri "imperiali", e cresciuta da ribelle

all'insegna dell'improponibilità assoluta della guerra come strumento per

qualsivoglia causa, immaginare di acquisire una propria capacità autonoma

di azione nel nuovo mondo prodotto dalla globalizzazione, se non sulla base

di un qualche "nuovo inizio"? Dell'elaborazione di un'idea di politica

segnata a sua volta da una qualche discontinuità, capace di incorporare nel

proprio paradigma non l'assolutizzazione della forza - in forma di

"potenza" - come era avvenuto per quello precedente, a destra come a

sinistra, ma una qualche entità più congruente con il "mondo altra" che si

vuole "possibile"? La produzione di relazionalità, per esempio, in luogo

della tradizionale "conquista del potere". E la nonviolenza come mezzo

adeguato, in luogo della guerra come ultima istanza. Come può, d'altra

parte, risalendo più indietro nella riflessione sul novum radicale

introdotto da Hiroshima, dalla distruttività totale di un'umanità divenuta

per la prima volta nella storia tecnicamente capace di annientare se

stessa, accontentarsi dello strumentario conflittuale di prima? E non

invece arrischiarsi nell'esercizio creativo di trovare nuove forme, non

distruttive, per il proprio antagonismo? Forme che, liberandolo

dall'involucro di ferro in cui il Novecento e la sua tecnica mortale

l'avevano imprigionato, gli permettano di dispiegarsi nell'estensione che

le sfide planetarie di oggi richiedono? Nell'epoca della guerra preventiva,

non è il caso di pensare a una politica "altra" fondata, all'opposto, sulla

logica della "pace preventiva" (la pace, cioè, praticata giorno per giorno

nell'azione quotidiana anziché posta come obiettivo finale da ottenere con

mezzi anche violenti)? Lo so che tutto ciò è ancora assai generico, e non

risponde alla domanda decisiva che Ingrao ci rilancia: "come si incide sui

poteri reali del nostro tempo"? Come si tiene aperta la speranza (la

possibilità) che l'ingiustizia assoluta sia rovesciata se si rinuncia al

"rapporto di forza"?

 

Formiche politiche

Ma forse è proprio qui il nodo della questione: il rapporto di forza. Se

tuia nuova natura (oltre che formi) della politica va trovata, essa !loia

passa forse proprio dalla rottura di quella dimensione "simmetrica"

dell'antagonismo di cui si parlava all''inizio? Dalla cecità dì rompere con

l'idea che l'antagonismo si esprima solo in un gioco frontale a somma zero,

giocato da entrambi i contendenti sullo stesso terreno e con le stesse

unita' di misura, in cui alla fine conta chi ha acucmulato piu' potenza. E

di elaborare una strategia "asimmetrica" (come appunto, asimmetrica e'

ormai la guerra) in cui l'alterita' si costituisca amnche a partire dal

terreno e dalle risorse che  impiega nell'esrpimere il proprio antagonismo:

non quello (proprio di "poteri terribili" che minacciano pianeta) del

confronto muscolare ma quello (davvero "solo nostro" dell'uso della parola

e del racconta Non l'uso della potenza per conquistare strumenti di

coercizione, m l'apertura di spazi in cui elaborare la propria socialità

altra. In questo quel popolo di formiche che apparve silenziosamente dieci

anni or son nelle strade di San Cristobal de la Casas, qualcosa da

insegnarci forse ce l'ha. Ha lanciato la sua sfida a u potere infinitamente

sproporzionato sul piano della forza, ed è ancora 1 Qualcosa vorrà pur

dire. E d'altra parte, tutto ciò che si è mosso, in questo decennio, dentro

é contro Ia globalizzazione, da Seattle ai 500.00 materializzatisi

inaspettati in Indi in questi giorni, passando per quell "seconda potenza

mondiale" che è opposta alla guerra di Bush, muove ormai in una logica

lenticolare, disseminata e nonviolenta che rompe con i centralismi ,

muscolari non solo dei nuovi poteri ma anche degli antichi ribelli Una

riflessione più attenta la meriteranno pure.

MARCO REVELLI

 

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dalla mailing list fori-sociali@yahoogroups.com

19-1-'04

Marco Bersani

 

Care\i, quando si vuole attraverso un articolo comunicare qualcosa e tutti

quelli che lo leggono ne capiscono totalmente altro, c'e' un' unica possibilita':

si e' commesso un grosso errore.

Mi riferisco ovviamente all'articolo co-firmato da me e apparso su Liberazione

sul tema guerra\terrorismo.

Un tema sul quale quel giornale aveva da tempo aperto il dibattito e rispetto

al quale da tempo mi sarebbe piaciuto intervenire per contribuire alla discussione.

Complice il poco tempo a ridosso della partenza per Mumbay, ho seguito la

proposta di un articolo a piu' mani senza dedicarvi il tempo che un tema

cosi' delicato avrebbe richiesto.

Il risultato, riletto con calma qui a Mumbay, e' quello di aver francamente

sbagliato.

Vorrei provare a spiegare il perche', sgombrando il campo da alcune interpretazioni

dietrologiche che anche sulla stampa sono state date.

Non sono i compagni di firma il problema, persone anche molto diverse da

me, ma con le quali e' possibile che su un tema specifico si possa costruire

una riflessione comune. Nessuna alleanza strategica dunque, ma solo la necessita'

di contribuire ad un dibattito con un contributo collettivo ( risultato

non raggiunto, ma di questo argomento in seguito).

Ne' tantomeno era mia intenzione partecipare ad un' operazione politica

che, mettendo insieme persone di culture differenti, andasse ad impattare

nella dialettica interna del PRC, schematicamente in funzione anti-bertinottiana,

in particolare rispetto al percorso politico-elettorale intrapreso.

Casomai l' errore -grossolano lo riconosco- e' non aver riflettuto abbastanza

di come questa lettura potesse essere data indipendentemente dalle mie intenzioni.

Ma e' soprattutto nel merito, che mi sento di dover riconoscere l'errore

compiuto.

Da tempo avrei voluto intervenire sulla questione guerra\terrorismo, perche'

continuo ad essere convinto che il dibattito cosi' com'e' stato impostato

sia largamente insufficiente.

In particolare, quello che avrei voluto comunicare e' che l' assunzione

della categoria "il terrorismo" come categoria unica e compiuta in se',

non aiuta l'analisi politica e di conseguenza non orienta l'azione del movimento.

Occorre articolare la categoria, perche' altrimenti il rischio e' quello

di pensare al mondo come diviso tra due nemici uguali e contrari, che si

alimentano reciprocamente. Assumere acriticamente questa analisi, rischia,

aldila' delle intenzioni, di mettere dentro un'unica categoria fatti estremamente

diversi fra loro, fino a provocare un certo balbettio e una difficolta'

d'iniziativa del movimento. Provo a fare un esempio : la strrage di Nassirya

contro il contingente italiano ha visto una enorme difficolta' di intervento

da parte del movimento, che si e' rivelato tanto timido nell'esprimere la

pietas per i morti di quel fatto quanto balbettante nello scendere in piazza

per il ritiro delle truppe italiane. Io credo che questa difficolta' fosse

dovuta proprio all'assunzione della categoria terrorismo come onnicomprensiva.

Se avessimo articolato la categoria, avremmo letto Nassirya come un atto

di guerra, doloroso quanto si voglia, ma che ci avrebbe consentito una capacita'

d' iniziativa piu' incisiva, perche' avremmo ascritto quell'attentato come

l'ennesima violenza provocata dalla guerra permanente.

Insomma, quello di cui avremmo bisogno, credo sia una maggior capacita'

di analisi politica dei fenomeni in corso. In Iraq ci sono sicuramente gruppi

terroristi in azione, con l'appoggio dei servizi di paesi stranieri limitrofi;

ci sono sicuramente azioni di resistenza armata, piu' assimilabili a quella

che noi storicamente definiamo "resistenza"; e ci sono importanti fenomeni

di resistenza popolare non violenta.

Non separare queste vicende, analizzandole criticamente, rischia di mettere

tutto in un unico calderone,"il terrorismo", che non aiuta la nostra capacita'

d'iniziativa e di aggregazione.

Vale per l'Iraq come per moltissime altre situazioni. Ma quello che avrei

voluto (non riuscendovi, mi rendo conto) comunicare e' la necessita' di

piu' analisi politica.

Il risultato e' invece un documento che non contribuisce a questo obiettivo,

ma anzi rischia di far incistare il dibattito sullo schieramento etico violenza\non

violenza come puro schema di appartenenza.

Un ultimo punto su questo. Riletto attentamente, il documento ha un passaggio

sui mezzi\fini che rischia di far pensare ad un arretramento macchiavelliano.

Non e' cosi', per quello che mi riguarda. Penso che i mezzi debbano corrispondere

ai fini e che i fini debbano essere la capacita' di comunicazione e di allargamento

del consenso di ogni iniziativa intrapresa. Questo significa, per la dinamica

italiana ed europea, quello che l'insieme del movimento ha da sempre ( pur

con qualche sbavatura) praticato, ovvero il patto genovese fondato su azioni

non violente, pacifiche e di disobbedienza civile.

Personalmente, tutto questo non mi impedisce di accettare in altre situazioni

altre forme purche' corrispondenti ai fini - capacita' di comunicazione

e allargamento del consenso-i quali valgono per qualsiasi situazione si

analizzi.

Questo in estrema sintesi quello che avrei voluto comunicare partecipando

alla stesura di quell'articolo. Mi rendo conto di non aver centrato l'obiettivo.

Ma spero che troveremo tempi e modi per affrontare questo tema con l'attenzione

e l'intelligenza collettiva che la delicatezza dell'argomento richiede.

 

Marco Bersani

 

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dalla mailing list fori-sociali@yahoogroups.com

 

19-1-'04

Antonio Rossin e Walter Seresini

 

Caro Walter Seresini,

Trovo il tuo messaggio intrigante, poiche' provengo anch'io da una

famiglia resistente (di quelle non armate) e cosi' mi e' venuto voglia

di inserire qualche commento nel tuo testo, chissa' che non si riesca

a costruire un discorso.

 

 

At 15:12 +0100 18-01-2004, Walter, Federica wrote:

Condivido l'intervento di Lidia Manapace, anche perchè non

si ferma ad un ragionamento solo teorico seppur basilare ma

entra nella realtà ed accenna alle conseguenze di alcune scelte.

Mi dispiace invece che "Il Manifesto " legga tutto il dibattito in

corso come una rottura tra un partito ed il Movimento, anzichè

un arricchimento per entrambi( ma questa è un'altra cosa!)

 

Infatti io sono convinto che quando si parla di violenza e di

nonviolenza dobbiamo tutti fare lo sforzo di capire cosa poi

deriva da queste due modalità di comportamento. Allora,

io mi pongo delle domande a volte retoriche e faccio delle

considerazioni, che, da "ragazzo di paese" vi giro ed alle

quali spero si cerchi di dare risposta.

 

Si cita spesso la resistenza italiana, ed io provenendo da

una famiglia resistente, ho riflettuto molto su questa cosa,

la resistenza italiana si costruì su un progetto politico

trasversale ( diremmo oggi), fondato su quella che oggi

è la nostra costituzione, sperimentata  sul campo con

"prototipi" di repubbliche, cito l'Ossola per tutte, ed

attraverso scontri ideologici anche aspri.

I Resistenti addivennero alla republica, attraverso una guerra

partigiana dura e furente ma anche ad una resistenza non

armata altrettanto pericolosa, per chi la fece, ed importante.

Una resistenza fatta di persone disarmate che nascondevano,

alimentavano, boicottavano, sabotavano, insomma si

opponevano come potevano perchè lo volevano.

 

La resistenza fu fatta con gli strumenti culturali, ideologici,

storici, politici,  a disposizione del periodo; da quegli strumenti

si produssero i mezzi per raggiungere un fine.

 

Ora io credo che i nostri padri e le nostre madri fecere del

loro meglio per costruire attraverso quei mezzi il fine, ma

allo stesso tempo il fine raggiunto non è stato il "giusto fine "

perchè i mezzi non erano giusti anche se ripeto erano a mio

avviso i migliori di quel tempo.

 

"Il fine"... intendi l'attuale ordinamento della Repubblica Italiana?

Io non lo vedrei come un fine, che mi suona statico, ma come

un divenire, una specie di corsa a staffetta senza fine dove

ciascuna generazione consegna il testimone a quella successiva.

Per cui, se ad un certo punto della corsa, diciamo oggi, il "giusto

fine" non e' poi abbastanza "giusto", non sarebbe da guardare ai

padri che hanno ormai fatto la loro parte il meglio che hanno

potuto, ma a noi stessi che siamo in corsa oggi, per vedere cosa

si puo' fare per migliorare il sistema che non ci piace.

Ricordo a questo proposito che un sistema, in quanto problema,

non si puo' risolvere usando gli strumenti logici che l'ha costruito,

(ha detto Einstein, che di problemi se ne intendeva.)

 

 

 

Dico questo perchè se la nostra democrazia è imperfetta ed

addirittura in molti casi autoritaria credo che ciò derivi anche

se non sopratutto dai fini usati per raggiungerla.

 

E non credi invece, che cio' derivi dagli uomini che vi fanno parte?

Se pensiamo che autorita' e sottomissione, variamente distribuiti,

sono elementi importanti del carattere di una persona, io non andrei

a cercare tanto indietro nel tempo per trovare le cause che rendono

imperfetta una democrazia.

 

 

Voglio dire, che noi oggi abbiamo maggiori strumenti di ieri,

maggiori possibilità di fare percorsi evolutivi e pur proseguendo

su una traccia dataci possiamo elaborare percorsi nuovi che

partano anche dalle esperienze passate.

 

Non è vero che la scelta del meno peggio porta al giusto.

 

Cosa c'entrano i "Banditen" con tutto il ragionamento su violenza

e nonviolenza?

E' evidente che ogni potere identifica gli oppositori come banditi,

soprattutto se i mezzi usati sono simili, perchè il linguaggio

codificato diventa inevitabilmente simile, quello che noi dobbiamo

obbligarci a fare è codificare un linguaggio nuovo che mandi in

tilt " il Grande decodificatore".

 

Buon punto.  Hai qualche proposta ? (io ne ho).

 

 

Anche il ragionare sulla spirale "guerra- terrorismo" secondo me

deve partire da questo concetto, la guerra è oggi (ma anche ieri)

la forma istituzionalizzata di terrorismo, dalla fine della seconda

guerra mondiale, il 90% delle vittime durante le guerre sono civili,

la guerra serve  a terrorizzare, ad eliminare le coscienze critiche,

a schiacciare le società al volere dei "liberatori" che divengono i

"ricostruttori di un nuovo ordine". Il terrorismo non istituzionale

fa ugualmente e si alimenta del concetto del nemico istituzionale

armato, producendo la stessa condizione politica e storica.

 

(Questo pero' mi sembra il linguaggio tradizionale, non "nuovo")

 

Quando "cataloghiamo" l'attacco di Nassyria, piuttosto che altri

come atti resistenziali ( e può anche essere!) dobbiamo pensare

che sono morti anche 8 civili irakeni ( la nazionalità non è

importante); come definiamo queste vittime?

Effetti collaterali, errore umano, contingente necessità ?

Se questo è "il nome" o qualifica che diamo a quelle vittime

ci assumiamo lo stesso linguaggio e responsabilità di chi fa

della guerra il proprio progetto politico e pur pensando di

avere ragione diventiamo simili al nostro avversario.

 

Se invece diamo "accezzioni" diverse ( quali?) alle stesse vittime

civili, credo che allora dobbiamo tenere aperto il ragionamento su

violenza e nonviolenza perchè da una "semplice qualifica" ne

risulterà una progettualità diversa e molto articolata,che forse

non sempre ci soddisferà.

 

Un abbraccio Walter Saresini

 

Qui un po' mi perdo. Per me la faccenda di Nassyria e' un errore

da non prendere in considerazione come modello di codificazione,

perche' non fa testo. L'errore, mi spiego, e' l'essere andati in guerra.

Dopo, una volta andati,  cosa resta da codificare ?  E' tardi.

 

Ed e' tardi anche per me, e' mezzanotte e me ne vado a letto,

perche' domani ho da lavorare:  ho da fare resistenza...

 

Antonio Rossin

 

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da Liberazione 20-1-'04

Franco Russo (coordinatore tavolo forum per la democrazia europea dei fori sociali)

 

Il potere è violento

ma opporsi con la spada

perpetua il potere...

Diversi, legittimi e di indubbio interesse sono stati finora i modi di

affrontare il dibattito sulla non violenza, evocando infatti il solo

termine 'non violenza' si destano emozioni, riflessioni, propositi: è una

discussione che ci coinvolge in quanto persone, finalmente.

 

Al cuore della stagione apertasi con il '68, che rompeva gli schemi

istituzionali tradizionali con un tumultuoso processo di sconvolgimenti

dello stesso modo di fare "politica" - il personale dello studente,

dell'operaio, della donna è politica (si sosteneva) -, c'era critica del

potere e dei suoi linguaggi. A questa innovazione si sovrapposero una

pratica e un'ideologismo dei partitini che ripetevano i rituali del

terzointernazionalismo. Questo si presentò purtroppo anche nella sua

incarnazione più tragica, e farsesca al tempo stesso - in quella del

partito armato per compiere la giustizia proletaria. Contro questa

riapparizione di un'avanguardia che in nome del destino storico del

proletariato e del comunismo si arrogò il massimo dei poteri - di dare la

morte - ci ergemmo in molti e acquisimmo la consapevolezza - con

l'assassinio di Moro - che l'avanguardismo, con la sua autoreferenzialità,

è la coltura del fanatismo ideologico che scambia la propria azione con il

"fare" della storia e le proprie elucubrazioni con la verità assoluta - che

gli discenderebbe dal possedere la bibbia delle leggi del divenire sociale.

Ci si presentò con forza drammatica il problema di chi e di come si decide

nella società: chi è il popolo, come e quando parla. Il '68 cominciò

un'opera di decostruzione del potere e delle sue manifestazioni quotidiane

- a scuola, in famiglia, nelle istituzioni 'totali', oltre che nei luoghi

classici della fabbrica e dello stato -, ma quell'opera si è interrotta.

 

Il potere. Questo è l'oggetto della questione. A mio avviso Bertinotti non

ha tanto evocato un problema di analisi storica se non per delineare una

questione squisitamente teorica, e specificamente di teoria normativa. Gli

è stato anche risposto che le generalizzazioni oscurano le differenze, che

c'è bisogno di discernere caso per caso: così si rischia però di ricadere

nello storicismo giustificazionista. Il problema non è giudicare il

passato, è di vedere quello che dobbiamo fare oggi riflettendo anche sul

passato; non è una questione di contingenze e circostanze: è il tema

classico del potere, dunque un nodo di analisi teorica e di invenzione

politica.

 

Sulla futura, che speriamo di realizzare, società si è tutti apparentemente

d'accordo: senza sfruttamento, senza patriarcato, con relazioni solidali,

partecipazione alle decisioni collettive e autonomia della persona nel

perseguire il proprio progetto di vita (superando così un rozzo

collettivismo da caserma). Ma il punto dolente è come giungere a questa

società. C'è chi, come Tronti con i consueti accenti nicciani, invita i

movimenti a dotarsi di una volontà di potenza pari a quella di Bismarck:

questa mi pare una proposta isolata, anche se a sostenerla è Tronti che si

assume addirittura l'intero peso della storia del movimento operaio sulle

spalle (come Atlante). Bernocchi, Bersani, Cannavò e Casarini mettono

invece al centro delle proprie riflessioni il potere, e la sua violenza.

Ripropongono un'analisi classica: nella società capitalistica il potere è

concentrato nello stato, che esercita il monopolio, peraltro legittimo e

legale della violenza. Esso agisce - legalmente quando è sufficiente, e

violentemente quando è necessario - per impedire i processi di

trasformazione: anche se ci fosse uno slittamento della sovranità, verso il

basso o verso l'alto, esso si ferma a una soglia, quella oltre la quale i

movimenti minerebbero le fondamenta della società capitalistica.

 

Insomma, sostengono, dietro Locke c'è sempre il Leviatano di Hobbes, dietro

il purismo dell'ordinamento normativo di Kelsen c'è lo 'stato d'eccezione'

di Schmitt: la violenza è una manifestazione necessaria dell'organizzazione

statale - la guerra la sua pratica quotidiana, tanto più oggi che è

divenuta permanente.

 

E' questo che ci divide? Certo, in termini di analisi, si dovrebbe andare

più a fondo: per esempio esaminare il ruolo della sovranità

nazional-statale, e il suo lascito autoritario alla stessa versione

popolare della sovranità, che si è dovuto incanalare nell'alveo del

costituzionalismo per evitarne derive assolutistiche. Non è la violenza del

potere l'elemento di discussione: questa riguarda il come superare quella

violenza nella prassi trasformatrice delle classi e delle persone oppresse.

Qui lo storicismo, la comprensione del caso per caso si tramuta in

positivismo proceduralistico: essendo avviluppate dalla violenza del potere

le lotte sono costrette anche a forme non-non violente, che "possono

scegliere di essere partecipate, co-decise. mezzi autodeterminati avendo

come fine un mondo migliore". La citazione mette in luce un paradosso,

quello proceduralista: una violenza si legittima perché è decisa da una

maggioranza? E chi garantisce che la maggioranza abbia ragione? L'efficacia

storica dell'azione, cioè l'utilitarismo dell'atto? Siamo a Bentham. Anche

i capitalisti fanno il computo dei costi e benefici e sostengono che il

prezzo dello sfruttamento è compensato dallo sviluppo delle forze

produttive e dal benessere, sia pure diseguale Si scrive ancora: si

scelgono i mezzi migliori per raggiungere i propri fini. E' il calcolo

razionale della scuola della 'scelta pubblica', che definisce razionali i

mezzi più economici per raggiungere un fine.

 

Siamo alla scissione di morale e politica, che il movimento no global ha

giustamente messo in crisi, revocandone la validità, sostenendo invece che

le scelte morali sono politiche: la pace è un valore assoluto che

sovradetermina le opzioni politiche. Dopo la seconda guerra mondiale venne

superato il positivismo, perché fonte di legittimazione di qualunque stato,

e venne riarticolato il nesso tra morale, politica e diritto. Oggi il

movimento prosegue quel lavorio teorico e pratico.

 

Solo superando la scissione dei mezzi dai fini, si raggiunge una idea

regolativa capace di orientare i processi di trasformazione. Il potere è

violento, la spada è sempre pronta a colpire chi si oppone; ma opporsi con

la spada dà vita a nuove pratiche sociali di relazioni solidali e libere o

perpetua la violenza e il potere? Abbiamo mai visto qualcuno deporre la

spada, preso il potere? Questi sono i problemi, questa è la ricerca da

condurre con spirito aperto, senza anatemi e politicismi: altrimenti la

storia continuerà a vendicarsi di noi.

 

Franco Russo

 

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da Liberazione 20-1-'04

Nella Ginatempo (coordinatrice tavolo bastaguerra dei fori sociali)

Dobbiamo disarmare la violenza con la nonviolenza

L'intervento di Bernocchi, Bersani, Cannavò e Casarini su Liberazione non

riesce a darmi speranza. Aldilà dei tanti ragionamenti mi trasmette il

messaggio di una condanna: come se noi tutti che lottiamo, disobbediamo,

resistiamo, fossimo condannati a non poter uscire dal paradigma della

violenza, di fronte ad un potere che si fa sempre più violento, e specie là

dove la guerra asimmetrica dei potenti schiaccia ogni libertà e resistenza.

Ma credo che sia proprio questa condanna che dobbiamo smentire, questo

paradigma che dobbiamo rompere nel nostro pensiero, nelle nostre pratiche,

nel sostegno che diamo ai movimenti di liberazione degli altri popoli.

 

Se vogliamo aprire le porte di un altro mondo possibile, dobbiamo saper

immaginare un modo diverso di lottare contro la ferocia e la violenza

dell'Impero. Definirsi nonviolenti non è una insufficienza, non è un minus,

ma al contrario è il primo passo di una utopìa concreta. E la questione

cruciale non è neanche stabilire se la resistenza armata in Iraq o in altri

contesti sia legittima oppure no, ferma restando una giusta distinzione tra

terrorismo e resistenza. Il problema cruciale è chi siamo noi, che cosa

vogliamo essere. Infatti, una volta stabilito che è legittimo difendersi

anche con le armi, non abbiamo però fatto i nuovi passi che possano farci

aprire la porta del futuro; non abbiamo prodotto alcuna innovazione per

essere diversi dalle pratiche dell'avversario che ci sovrasta. Oggi

l'Impero ha dichiarato guerra al resto del mondo, a cominciare dagli Stati

canaglia. Io credo che l'Impero sia invincibile sul piano militare, che il

movimento può batterlo solo sul piano politico distruggendo definitivamente

e a livello planetario la sua egemonia. Ma per far questo dobbiamo essere

consapevoli di un nuovo ruolo. Non possiamo continuare a guardare al

passato, non ci basta giustificare i metodi di lotta del Novecento,

dobbiamo annunciare il futuro, essere ambasciatori di una nuova civiltà,

cominciare concretamente un nuovo processo di civilizzazione che dimostri

l'impossibilità di governare il mondo con le armi. Ma se noi stessi

continuiamo a giustificarne l'uso, continuando a credere nella loro

efficacia, vincerà sempre chi ha le armi più potenti. Noi dobbiamo invece

dimostrare che le armi non servono perché tutto il mondo si ribella al loro

uso e disarma i signori della guerra. Non so come faremo a fare questo e

non so come si potrà fare a liberare l'Afghanistan, la Palestina, l'Iraq e

tutti gli altri, affermando la strada della resistenza nonviolenta, civile,

di massa.

 

Non so quali altri mezzi troveremo per affermare che tra Uccidere e Morire

c'è una terza via: Vivere. Ma so che la strada della nonviolenza è

obbligata perché dobbiamo lasciare la violenza tutta nelle mani

dell'avversario, come depositario di quel mondo che vogliamo cambiare

radicalmente.

 

E le contraddizioni economiche e politiche del capitalismo globalizzato mi

fanno ben sperare che questo ordine del mondo non è eterno e che noi

contribuiremo a costruire l'alternativa.

 

La posizione così chiaramente espressa da Fausto Bertinotti non solo non è

minoritaria nel movimento di cui anch'io faccio parte, ma è maggioritaria

nella società civile che si muove e confligge insieme a noi e attorno a noi.

 

Il movimento delle lotte sociali e delle lotte per la pace e la giustizia

si fonda su pratiche nonviolente e di massa ed esprime creatività,

vitalità, fiducia nella partecipazione collettiva.

 

Sappiamo che il nostro compito in Occidente è quello di disarmare l'Impero,

opporre la pace alla guerra, la nonviolenza alla violenza. Tutte le grandi

idee rivoluzionarie del passato all'inizio sembravano astratte e

irrealizzabili. Oggi i nonviolenti vengono tacciati di astrattezza, ma la

storia ci darà ragione.

 

Nella Ginatempo

 

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dalla mailing list fori-sociali@yahoogroups.com

20-1-'04

CINZIA ARRUZZA- DEL CONSIGLIO NAZIONALE DI ATTAC

Care, cari,

inizio, precisando che il mio intervento e' di natura

strettamente personale, sebbene io faccia parte del

Consiglio Nazionale di Attac, cosi' come lo era quello

di Marco Bersani: Attac, infatti, deve ancora fare un

percorso di discussione, che credo fara' nel corso

della prossima assemblea nazionale, il 13, 14 e 15

febbraio, per arrivare, in maniera orizzontale e

condivisa a una posizione e a una elaborazione il piu'

possibile collettiva. Spero, comunque, che questo mio

intervento possa essere utile per la discussione di

Attac e in generale del movimento.

Vorrei prendere le mosse dall'articolo di Cannavo',

Bernocchi e Casarini (temo di non poter piu'

annoverare tra gli autori Marco Bersani, considerata

la sua per me incomprensibile e politicamente

immotivata tardiva "dissociazione": dico immotivata,

perche' mi sembra che nella sua email Bersani abbia

ribadito quello che nei fatti rappresenta il nucleo

dell'articolo, vale a dire la questione del diritto

alla resistenza armata di un popolo invaso- nel caso

specifico l'Iraq- e l'impossibilità di fare della non

violenza una categoria metafisica).

Non mi dilungo troppo e vengo al punto.

1) non credo che l'articolo volesse porre la questione

dell'efficacia o inefficacia in termini assoluti della

non violenza o equiparare la non violenza a passività

(al contrario, molti degli strumenti che oggi il

movimento adopera, che creano consenso e ottengono

risultati, sono patrimonio dell'elaborazione sulle

pratiche non violente). Da questo punto di vista,

bisogna in primo luogo sgombrare il campo dalla

dicotomia violenza/non-violenza, che farebbe sembrare

che in questo dibattito ci siano fautori appassionati

della violenza (la scelta di Liberazione di pubblicare

la foto della kamikaze palestinese come "ornamento"

grafico dell'articolo rientra in questa forzatura del

dibattito e delle posizioni). L'uso della violenza,

credo, porta sempre, in ogni caso, un contenuto di

dolore, irrimediabilità degli atti, rischio di

instaurazione di rapporti di potere gerarchici e

oppressivi, con cui è sempre, in ogni caso,

costantemente necessario fare i conti. Direi dunque

che la domanda non è affatto "violenza o

non-violenza?", ma piuttosto: "è possibile fare della

non-violenza un valore assoluto, un principio

irrinunciabile, quali che siano le circostanze?".

2)Oggi, in Italia, l'intero movimento contro la

globalizzazione si muove all'interno di un patto,

quello genovese, che "è fondato su azioni non

violente, pacifiche e di disobbedienza civile".

Dunque, non credo che sia qui in discussione se il

movimento debba o meno far ricorso a pratiche violente

né a qualcuno credo che stia passando per la mente di

proporre forme di militarizzazione del movimento che

si sono sperimentate in altri periodi, a danno della

mobilitazione sociale. Tuttavia, quando si riflette di

violenza, e' necessario sempre aver presente la

violenza che quotidianamente il capitale, il governo,

i capetti grandi e piccoli (in particolar modo sui

luoghi di lavoro) esercitano su ognuno di noi,

psicologicamente, emotivamente e anche fisicamente.

Per non ricadere in quello che rischia di diventare

uno sterile moralismo da pruderie piccolo-borghese.

3) E' stato gia' detto, e lo condivido: le pratiche di

lotta devono essere scelte e valutate in relazione

allo specifico contesto storico, politico e sociale;

non c'e' una situazione uguale a un'altra ne'

categorie valide sempre e per tutto. Inoltre devono

essere pratiche condivise ed essere radicate in un

consenso di massa, non riproporre fenomeni di

avanguardismo che rischiano di favorire la

passivizzazione sociale. Se si guarda alla situazione

in Iraq, e' innegabile che vi siano gruppi che fanno

del terrorismo la propria pratica di lotta; e a questa

pratica si accompagna spesso anche una proposta di

società reazionaria, teocratica e ademocratica che e'

quanto di piu' opposto sia immaginabile rispetto

all'"altro mondo possibile". Ma e' altrettanto

innegabile che c'e' un fenomeno di resistenza armata

all'invasione, che prende di mira obiettivi militari e

non civili, e che gode di un consenso collettivo e di

massa e, dunque, si intreccia con la mobilitazione

sociale e politica. La domanda che voglio fare non è

semplicemente se gli iraqeni abbiano o meno il diritto

a resistere, anche con le armi, all'invasione, lo do'

per scontato, essendo peraltro un diritto riconosciuto

persino dall'Onu. La domanda e': il movimento contro

la globalizzazione capitalista e la guerra permanente,

come si deve porre e relazionare di fronte a chi oggi

in Iraq tenta di resistere all'occupazione, avanzando

ideali di democrazia ed emancipazione, e utilizzando

"anche" la lotta armata? Pensiamo che senza questa

opposizione all'occupazione, anche con l'uso della

forza, si potrà mai costituire un nuovo Iraq piu'

democratico, in cui regneranno equità e giustizia

sociale? Sono tutti terroristi?

4)Infine, è vero che la burocratizzazione verificatasi

nelle esperienze di socialismo reale ha impiegato

sistematicamente la violenza e il terrore per

consolidare il proprio dominio. Ma mi sembra piuttosto

naif sostenere che l'impiego della violenza (peraltro

certo non nelle forme di una fantomatica "presa del

palazzo di Inverno") nella rivoluzione russa o in

altre rivoluzioni sia la radice dei processi di

degenerazione burocratica che poi sono seguiti.

Casomai le ragioni sono da individuare in un complesso

di circostanze storiche, economiche e sociali.

Bisognerebbe a volte ricordarsi che la stessa

Costituzione italiana, a cui molti fanno spesso

riferimento, affonda le sue radici nella resistenza

armata e di popolo al nazifascismo.

Per tutte queste ragioni, penso che il dibattito, per

come e' stato impostato rischi di essere fuorviante;

piuttosto che discutere oggi di Violenza e Non

violenza nel modo in cui se ne sta discutendo, sarebbe

forse piu' utile riflettere su come si sta modificando

il movimento in Italia, sul significato delle lotte

sociali, dagli autoferrotranvieri, a Scanzano, alle

lotte per la casa che si stanno moltiplicando  e su

quali sono le forme sociali e di lotta utili per

ricomporre e rendere cosi' piu' efficaci queste

mobilitazioni, intrecciandole nel movimento contro la globalizzazione.

 

CINZIA ARRUZZA- DEL CONSIGLIO NAZIONALE DI ATTAC

 

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Michela Vitturi 21-1-'04

 

Mi sono sentita sollecitata ad alcune riflessioni dall'intervento di

Cinzia Arruzza in questa ml che desidero condividere sperando anch'io

in una qualche loro utilità in Attac e nel movimento.

Inizio dicendo che ho ben compreso le ragioni della `dissociazione'

di Marco: quel documento era tutto fuorchè chiaro, prova ne è che

oltre alla sua spiegazione ne è giunta anche un'altra, quella di

Cinzia Arruzza appunto; e una spiegazione è sempre un'interpretazione

(Wittgenstein). Ringrazio Marco Bersani, quindi, per la sua onestà

intellettuale al quale va tutta la mia stima.

 

Lungi da me il voler fare della nonviolenza una categoria metafisica

assoluta, ma non voglio che il campo venga sgombrato così 'tout-

court' dalla dicotomia violenza/nonviolenza, liquidandola quasi come

una perdita di tempo o di vista dei veri obiettivi, quali ad esempio

le lotte degli autoferrotranvieri . Voglio che se ne parli, proprio

per comprendere il modo in cui si sta modificando il movimento in

Italia e le ragioni per cui un movimento che sembrava avere tante

potenzialità il febbraio dell'anno scorso, dopo le manifestazioni del

12 aprile e del 4 ottobre non ha saputo balbettare una parola sui

morti di Nassyria e non sa intrecciare efficacemente le lotte sociali

di questi giorni. Voglio che se ne parli proprio perché da vetero-

marxista potrei dire io per prima che il dibattito sulla nonviolenza

che attraversa il movimento starebbe a dimostrare le sue radici

piccolo-borghesi a fronte delle vere lotte proletarie che si stanno

facendo altrove, e che quindi il tanto vagheggiato altro mondo

possibile rimarrà un ideale kantiano per il movimento mentre diverrà

realtà necessitata in quanto è inscritta nel futuro stesso di quelle

lotte. Per inciso,'mutatis mutandis', potrei sostenere la stessa

posizione per la resistenza del popolo iracheno e quello palestinese.

E invece non lo faccio proprio perché da marxista penso che allora sì

saremmo completamente fuori dal mondo e dalla nostra storia, dal

nostro qui e ora, che ci impone, senza via di scampo, senza

scorciatoie, di fare i conti fino in fondo non solo con delle

categorie di pensiero che pure hanno quantomeno inquadrato una certa

prassi, ma con il Potere che si dispiega ogni giorno in tutta la sua

violenza. E noi, come vogliamo rispondere a questo Potere? Rimanendo

dentro la sua logica di violenza e contemporaneamente agire per

costruire un altro mondo possibile? Come? Vogliamo riflettere e

ragionare allora su questa categoria dell'alterità? Come possiamo

dirci ed essere`altro' rispetto a questo Potere?

 

Mi pare che sulla impossibilità della separazione mezzi/fini siamo un

po' tutti d'accordo, e del resto dopo l'analisi puntale di Hannah

Arendt nel suo "Sulla Violenza" datato 1968, ritornare a posizioni

machiavelliane sembra davvero una strada non più percorribile. Ma

poi? Basta il rimuovere la dicotomia che il Potere ci propone

(violenza/nonviolenza), basta il simulare nelle piazze la sua

violenza? Non credo sia efficace per nulla, perché se il medium è il

messaggio, e la piazza non è un teatro, quello che passa non è quello

che diciamo di essere, ma quello che facciamo. E in questa società in

cui la Verità la dice la televisione noi ci troviamo ad essere, ci

piaccia o no, quella `rappresentazione simbolica' che viene trasmessa

in tv. Al di là di questa torsione mediatica che i nostri contenuti

subiscono, e che a mio modesto parere altro non fanno se non quello

di allontanare le persone e il loro consenso da noi (non credo sia un

caso se dopo il 4 ottobre tante persone siano tornate a casa e non

abbiano nemmeno avuto la voglia di rimettere fuori la bandiera della

pace in novembre), sono davvero stanca anche solo di sentir usare un

certo linguaggio e di veder vestire in un certo modo, forse perché ho

vissuto il movimento del 77 già allora in contrasto con le teorie e

le prassi della Autonomia Operaia. Quando sento che si deve `dare

l'assalto alla zona rossa', `assediare l'ambasciata inglese perchè

punto strategico ecc.', indossare caschi e scudi per `difendersi', mi

rendo conto di quanto noi per primi siamo permeati dalla violenza del

potere, tanto da usare lo stesso linguaggio bellico, qui sì mi vien

da dire `cristallizzati' e immobilizzati dentro una gabbia non solo

linguistica ma proprio categoriale, che ci impedisce anche solo di

pensarlo, se non di dirlo e praticarlo, un altro mondo possibile. Per

queste ragioni ritengo non più rinviabile un dibattito sulla

nonviolenza che mi auguro il più ampio possibile.

 

Michela Vitturi

 

 

da Liberazione 21-1-'04

 

La nonviolenza,  opzione matura   ed efficace

Pasquale Martino

 

 

Caro Sandro, cara Rina, da laico e materialista, non credo che esistano valori assoluti, al di sopra di quelli che gli uomini e le donne costruiscono nella storia. Lo stesso campo dei valori è un campo di lotta, di conflitti, di rapporti di forza. Il ripudio della guerra, impostosi alla metà del Novecento, e così spesso ipocritamente aggirato, è stato dichiaratamente rimesso in discussione all'inizio del nuovo secolo. Le acquisizioni etiche che delineano un modello di civiltà non sono irreversibili. Pure, il complesso e contraddittorio cammino dell'umanità ha prodotto principi di convivenza e di civiltà, scaturiti da lotte, rivoluzioni e anche da ripetute sconfitte che hanno preparato vittorie.

Il "non uccidere" non era inscritto nella natura umana ab aeterno, eppure ha finito con l'affermarsi come principio basilare dell'etica e della convivenza civile, sebbene limitato da deroghe più o meno numerose che ne giustificano la violazione. In questo senso credo che la nonviolenza debba essere assunta come un carattere fondativo del progetto di società a cui alludiamo.

 

L'essere comunista nella nostra epoca significa anche essere, in quanto anticapitalista, radicalmente ecologista, femminista, pacifista e nonviolento. Non si tratta dunque di una giudizio retrospettivo e tanto meno retroattivo. La Resistenza armata è stata una scelta indiscutibilmente giusta; ma va anche colto dialetticamente, nella nostra prospettiva, il dibattito che è esistito fra i resistenti (a partire dal Pci) sulla necessaria alterità di concezione dell'uso della forza rispetto ai nazifascisti, e sui limiti da porre conseguentemente all'esercizio stesso della violenza. Non si tratta neanche di una pretesa di giudicare le forme di lotta che concretamente si dispiegano oggi nelle diverse realtà del mondo, soppesandole sulla base di criteri precostituiti. Si tratta di far prevalere una spinta alla coerenza fra i caratteri del processo rivoluzionario e l'ideale di civiltà che prefiguriamo, di superare nella pratica e nella cultura politica la separazioni dei due tempi, que

llo dei mezzi e quello dei fini. Una coerenza che non esigiamo assoluta, ma visibile e credibile, ricercata mediante l'accumulo di esperienza, la discussione e la condivisione.

 

Non stiamo parlando di un annuncio profetico, del sogno di un'utopia. La nonviolenza è un'opzione che diventa matura ed efficace nell'epoca in cui i signori della guerra hanno un monopolio della violenza inoppugnabile sul piano militare. La risposta terrorista non solo è moralmente riprovevole, non solo è incapace di sconfiggere la guerra, ma la rafforza e la propaga con effetti devastanti. Noi dobbiamo certamente distinguere fra il terrorismo e le forme legittime di resistenza armata a una forza occupante, sancite dal diritto internazionale (o da ciò che ne resta). Ma non è questo il punto. Il punto è che la prospettiva avanzata dell'alternativa mondiale oggi è rappresentata da un soggetto internazionale - il movimento per la pace e per "un altro mondo possibile" - che per cultura, modalità e apparato simbolico rende credibile e praticabile l'esercizio di massa della nonviolenza.

 

A questo movimento ci rapportiamo indicando nella nonviolenza l'opzione politica fondamentale. Che è anche disobbedienza, boicottaggio, occupazione, picchetto, miriade di forme di lotta, di resistenza e di opposizione. Forme che esaltano e moltiplicano esperienze che pure sono appartenute, eccome, al movimento operaio.

 

E poi discutiamo in concreto, volta per volta. Io per esempio c'ero a Roma il 4 ottobre, e non penso che privilegiare il fronteggiamento della polizia davanti alla "zona rossa" anche a costo dell'autoscioglimento di un grande corteo sia stato un successo politico. Come non credo che sia stato tale lo schieramento dei - e delle - disobbedienti con caschi, fazzoletti e scudi. Non scopro niente di nuovo se dico che le forme di lotta, sul piano concreto e simbolico, devono interloquire fecondamente con i caratteri di massa del movimento. La partecipazione popolare ai blocchi stradali in Basilicata ha scoraggiato qualsiasi velleità di intervento da parte delle forze dell'ordine. Le pur durissime azioni di lotta dei ferrotramvieri hanno dimostrato, finora, una impensabile tenuta nei rapporti di consenso con i cittadini e gli utenti. E ciò dovrebbe essere di lezione.

 

Pasquale Martino

 

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Contro l'Impero il primato della politica

 

Roberto Del Bello

 

Caro direttore, prendo l'intervento apparso il 16 gennaio, che porta le firma di Bernocchi, Cannavò, Bersani e Casarini, ad esempio dell'insieme di "luoghi comuni" o di "fuori luogo" che andrebbero evitati nella discussione che si sta faticosamente, ma inesorabilmente, avviando nel Partito ed anche nel movimento.

In primo luogo non credo che la questione, come è stata posta da Bertinotti (e non solo), sin dal convegno veneziano sulle foibe, sia tacciabile di astrattezza. Siamo perfettamente convinti che la scelta delle forme di lotta e l'impostazione organizzativa, progettuale, culturale, programmatica di una forza politica vada collocata nel contesto storico attuale. Proprio per questo un primo "fuori luogo" è quello di analizzare il dualismo guerra e terrorismo sciorinando una macabra casistica, accompagnata da un'arbitraria gradazione sulle forme si lotta armata da considerarsi legittime o meno...

 

Nel corso del novecento la distinzione tra guerra civile, guerra guerreggiata e terrorismo era palese, evidente non solo nelle forme assunte, nei soggetti coinvolti, ma anche e soprattutto nelle finalità e nei contenuti.

 

La guerra preventiva, permanente e costituente è invece una categoria totalizzante. E' combinazione di guerra tecnologica, sociale ed economica e si rappresenta come momento costitutivo di nuovi mercati, di nuovi campi di relazione sociale, di nuovi poteri.

 

Al tempo stesso esprime un potenziale di distruzione di massa, indifferenziato e dispiegato che non ha precedenti. Con una terminologia tradizionale si potrebbe dire che essa ingloba in sé, nello stesso momento, gli elementi della guerra civile e gli elementi della guerra fra stati. Un fenomeno la cui novità avevamo in tanti interpretato, già da molto tempo, nella cosiddetta "libanizzazione dei conflitti", con la variante che oggi siamo precipitati in una fase di unipolarismo dominato dagli stati uniti d'America. Lo zapatismo in tutto questo assume esattamente la posizione di un'alternativa: la liberazione del territorio e l'organizzazione di relazioni sociali liberate intorno alle zone rosse (che sono occupate per lo più dalle icone del potere globale), piuttosto che l'assalto alle zone rosse; l'accerchiamento e lo svuotamento della funzione "governativa" attraverso l'organizzazione del consenso sociale (in forme strutturate e definite di autogoverno) e del dissenso politico

piuttosto che la conquista del potere...

 

Non è in discussione la denuncia della criminalizzazione delle lotte sociali attraverso i meccanismi repressivi e a nessuno passerebbe per la mente dire che gli scioperi selvaggi degli autoferrotramvieri sono violenti o che lo sono le lotte dei metalmeccanici, od egli occupanti di case etc.

 

Nè ci stiamo occupando di "tafferugli". Ciò di cui ci stiamo occupando è esattamente il senso che vogliamo dare al nostro agire politico, a quegli " scontri non voluti" che gli estensori della lettera su Liberazione attribuiscono ai soggetti in lotta.

 

Qui sta il punto: nella storia del movimento comunista non ci sono mai stati "scontri non voluti". L'idea che la trasformazione del mondo si rappresenta come un processo in due tempi in cui si tratta di stappare il potere all'avversario prima, per usarlo come leva della nuova costruzione sociale, poi, è intrinseca alla tradizione comunista novecentesca. In questo semplice dualismo, che richiama tutti i dualismi propri dell'idealismo, compreso quello cristiano, sono contenute( e si sono giustificate) tutte le tragedie e gli errori legati all'esperienza sovietica, e non solo. In esso si è consumata la fatale scissione tra fini e mezzi.

 

Io credo che oggi cadano proprio le ragioni storiche di questo dualismo e con esse le ragioni politiche di ogni pratica che a quel meccanismo alludano...

 

La questione della presa del potere non può essere all'ordine del giorno perché il potere globalizzato, in quanto tale, non si rappresenta più come un luogo o un nome, ma come meccanismo sociale oggettivo. D'altra parte la dialettica crisi-guerra-rivoluzione, dimostra oggi la sua inattualità, in quanto la guerra si presenta come semplice gestione (e riproduzione) della crisi

Interrogarsi sul metodo di lotta della nonviolenza diventa, a questo punto, un interrogativo fondamentale sul tema della natura del potere e di una rivoluzione possibile, sulla condizione stessa perché il movimento globale contro il liberismo diventi il soggetto in grado di praticare la liberazione sociale...

 

L'apertura di una ricerca e di un dibattito sulla nonviolenza assume oggi per noi caratteristiche di una fortissima radicalità e di una incommensurabile forza innovativa che ci porterà, lo spero davvero, alla chiusura dei conti con il novecento e ad aprire, veramente, il sipario sul terzo millennio, nella convinzione, soggettiva, della permanente attualità del Comunismo.

 

Roberto Del Bello

 

 

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Atti simbolici e messaggi veicolati

Lidia Cirillo

 

 

Caro Curzi, sono d'accordo con lo spirito e la lettera dell'intervento di Bernocchi-Bersani-Cannavò-Casarini con l'eccezione di un paio di passaggi. Mi soffermo su uno soltanto. Ho sempre considerato la pratica della violazione della "zona rossa" più dannosa che utile, anche se poi mi sono ben guardata dal firmare testi femministi di condanna al presunto militarismo maschile in nome dell'altrettanto presunto pacifismo femminile. Mi sembra che l'utilità di un atto simbolico dovrebbe essere misurata dalla sua capacità di veicolare messaggi. In questo caso quel che giunge all'opinione con cui si interloquisce è ben diverso dalla programmatica violazione di un ordine costituito nella prospettiva di un altro mondo possibile. Passa invece il messaggio che la repressione è autorizzata dalla violenza dei manifestanti e l'autorizzazione a procedere è concessa soprattutto da una sorta di continuum immaginario, che di fatto per opera dei media si crea. Il continuum è tra gli atti in lar

ga misura simbolici e gli episodi di violenza autentica del tutto fuori dal controllo della parte organizzata del movimento. Ora, che una pratica provochi risposte repressive e autorizzazioni a procedere può non essere argomento sufficiente di dissuasione, purché si spieghi che cosa c'è sull'altro piatto della bilancia. Ricordo che alla vigilia di Genova era diffusa l'illusione che le pratiche della violazione avrebbero potuto garantire l'unità del movimento e il controllo della piazza. La violenza simbolica, cioè, avrebbe dovuto esorcizzare quella reale. Le cose - si sa - sono andate diversamente. Come è ovvio e per il tipo di rapporto esistente tra simbolico e reale.

Lidia Cirillo

 

 

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Un nuovo spazio pubblico per la ribellione e l'alterità

Giovanni Russo Spena (senatore del PRC)

 

Bertinotti sta dando impulso, a partire dall'ultimo congresso, ad un percorso rifondativo vero, radicale, sofferto a cui partecipo con condivisione, ma anche con forte emozione. Avverto, infatti, vicini al mio percorso culturale e politico i paradigmi interpretativi. Non ci si chiede di "schierarsi", ma di essere attori della necessaria "reinvenzione infinita" (direbbe Balibar). Per questo è meschino immiserire la discussione con torsioni politiciste: non c'entra niente il confronto con l'Ulivo, né si sostituisce il ritratto di Marx con quello di Gandhi. Ci si confronti con la vera tesi: non so dirmi comunista oggi se non sconfiggo il paradigma della necessità della "violenza rivoluzionaria", che è imploso anche all'interno del movimento operaio (errori, orrori, sopraffazioni, assassinio, gulag); e la nonviolenza non è abbandono del conflitto di classe, consociativismo aclassista (come se la radicalità fosse equazione di possibile violenza), ma forma contemporanea della disob

bedienza, che è punta più alta di radicalità.

Essa, infatti, è principio ordinatore delle forme attuali della democrazia conflittuale, che si oppone al crescente emergenzialismo e ad un autoritarismo che identifica, ormai, conflitto e crimine. Lo sanno gli autoferrotranvieri, gli occupanti di case, i movimenti, che lottano contro la "società disciplinare". La disobbedienza (dal "trainstopping" a Scanzano, Terlizzi, Acerra) è diventata percorso sociale: da carsici comportamenti di ribellione individuali o di gruppo a "comunità disobbedienti".

 

Sul piano culturale, la trama che scorre dalla nonviolenza classica alla disobbedienza, vive un confronto, un intreccio, a volte una sinergia (certo difficile) tra cultura libertaria, cristiana, comunista. Non penso affatto (come collaboratore assiduo di "Liberazione" ho tentato di indagare anche in brevi note i processi autoritari, violenti del capitalismo contemporaneo) che la nostra ricerca rimuova o sottostimi le coordinate del "potere violento", lo stato di "terrore permanente". È una critica inconsistente, perché è esattamente il contrario. Risollevo l'attualità della nonviolenza proprio perché io credo, come Agamben, che lo "stato di eccezione" sia il frutto primo della guerra preventiva e che "il paradigma politico dell'occidente non sia più la città ma il campo di concentramento, non Atene ma Auschwitz".

 

Non parte da qui la riflessione di Bertinotti? Il tema è posto dall'essere dentro il processo rivoluzionario. Non è eludibile. La forma più radicale di lotta non può introiettare, in maniera speculare, la violenza infinita del comando imperiale; né alla sua violenza, per contrapporsi ad esso, deve corrispondere un tasso più alto di nostra violenza. La lotta più radicale, penso, è quella che tenta di riscrivere la grammatica della liceità sociale, oltrepassando il legalitarismo formale; la nonviolenza non è assenza di lotta; è, anzi, messa in discussione, messa in gioco del proprio corpo per mettere in crisi il potere militare: Rachel e Tom Hurndall, uccisi durante azioni di protesta diretta nei territori occupati palestinesi non sono icone di una lotta radicale? E i refusnik, i militari israeliani che rifiutano di obbedire allo stato di occupazione militare del governo israeliano, non sono l'esempio più radicale ed efficace di disarticolazione del comando imperiale?

 

Proporrei, piuttosto, di uscire da un dibattito semplificato ed ideologistico e di entrare nel merito di alcuni temi: come si inseriscono, all'interno della pratica nonviolenta, le azioni di boicottaggio, di sabotaggio, che colpiscono direttamente i processi di accumulazione e di valorizzazione del capitale? La nonviolenza non è una parola d'ordine; va organizzata seriamente (anche attraverso scuole di formazione e di comportamenti, come ci insegnano le esperienze più consolidate e avanzate).

 

È bene dissolvere un secondo equivoco: nessuno pensa di riscrivere retroattivamente la storia, le forme, i percorsi della liberazione dei popoli oppressi. Sto pensando alla lotta armata contro il nazifascismo; e ritengo che i popoli oppressi non debbano essere ingabbiati né dal mito della forza, né dalla ideologia della nonviolenza intesa come dogma. Sono i popoli stessi che decidono in base alla condizione storica ed alla contingenza concreta. Noi poniamo un problema politico, qui ed ora; ""alla forza smisurata sul piano militare delle forze dominanti della globalizzazione"" - scrive Bertinotti - ""si può solo contrapporre la forza delle coscienze, dei movimenti, delle convinzioni"". È banale ridurre la nostra ricerca ad una polemica sulle forme di lotta. L'interrogativo vero è come si raccorda l'iniziativa di massa di oggi con l'idea di società "altra" che vogliamo costruire, come essa viene prefigurata dall'anticipazione che vive nel conflitto oggi. Noi alludiamo ad un nuo

vo spazio pubblico in cui esercitare la ribellione e l'alterità.

 

Lo annotava Mordenti: la nostra idea della rivoluzione comunista è autogestione, democrazia integrale, e, dunque, vi è la necessità che il processo rivoluzionario non contraddica, nel suo svolgersi, questi fini. Personalmente credo che andrebbero indagati a fondo i limiti anche teorici sulla concezione dello stato e del diritto degli stessi gruppi dirigenti comunisti storici. In questo senso va rimessa in discussione la concezione stessa del potere novecentesco. Quale rapporto con lo stato di diritto? Perché il "potere socialista" ha ritenuto, con la "dittatura del proletariato", di annullare, in nome e per conto del popolo, con la forma massima di sostitutismo, il garantismo, il sistema delle regole e dei diritti, la lotta sindacale stessa? Non nasce da questo errore teorico, prima che politico, il "gulag"? la critica da sinistra dello stalinismo, lungi dal ricadere nelle secche fallimentari della democrazia rappresentativa borghese, riparte dallo stato di diritto per giunge

re all'autogestione. Già Bloch, nel 1953, nello stesso anno dei moti operai a Berlino e in altre città della Repubblica Democratica Tedesca, annotava che, alla base della degenerazione del "socialismo reale", vi era l'insufficiente elaborazione della categoria di "dittatura del proletariato", la quale aveva del tutto omesso il giusnaturalismo e la possibilità di una sua interpretazione di sinistra.

 

Marx, del resto, nella "Guerra civile in Francia" scriveva che la Comune di Parigi fu una "forma politica fondamentalmente espansiva, mentre tutte le precedenti forme di governo erano state unilateralmente repressive". Il dibattito violenza/nonviolenza, è bene saperlo, allude, insomma, alle forme della politica e alla democrazia.

 

Giovanni Russo Spena

 

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La nonviolenza

non è un flirt e via...

Daniele Lugli (segretario del Movimento Nonviolento)

 

 

Caro Curzi, il dibattito, in cui Rifondazione appare chiaramente impegnata, su violenza e nonviolenza è molto importante e non solo per quel partito e per le persone che alla sua azione ed elaborazione guardano con interesse. E' un nodo decisivo, sul quale sono state dette molte cose del tutto condivisibili, anche da chi ha fatto della nonviolenza il criterio fondamentale e imprescindibile dell'agire politico. Rilevante è la scelta di un convegno di studi a fine febbraio a Venezia, per l'articolazione dei temi e per la qualità dei relatori, persone tutte che sanno collegare la ricerca teorica con l'impegno sociale e politico. La nonviolenza non è un frutto esotico trapiantato in nquesta parte di mondo. Ha radici autoctone, come Lidia Menapace, ama ricordarci, nel movimento operaio e nel movimento delle donne: "Questi hanno modificato il mondo più di qualsiasi guerra e più in profondità di qualsiasi rivoluzione, che della guerra abbia ripetuto i foschi modelli; hanno stabilito

forme di autonomia, dignità e coscienza". Ha avuto nel nostro Paese insigni maestri ed interpreti: un nome per tutti, quello di Capitini, ma altri potrebbero aggiungersi. Nel suo ultimo articolo su "Azione Nonviolenta", intitolato "Nonviolenza concreta", dell'ottobre del 1968 (muore nello stesso mese) Capitini ammonisce a non "giocare con la nonviolenza, farci un flirt e via". Il modo, con cui a partire dal Segretario Fausto Bertinotti, sono condotti discussione e confronto e l'appuntamento del Convegno sembrano lontani da questo atteggiamento. Il nostro Movimento e la rivista Azione Nonviolenta, fondati da Aldo Capitini all'indomani della prima marcia Perugia-Assisi, seguono con attenzione e partecipazione dibattito e approfondimenti, pronti a dare, nelle forme che si riterranno utili e possibili, il loro contributo.

Daniele Lugli segretario del Movimento Nonviolento

 

 

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Ma come si può

escludere a priori

l'uso della forza?

Marcello Graziosi

 

 

Cara Rina, vorrei entrare subito nel vivo del nostro attuale dibattito interno, che non considero affatto la coda del V Congresso ma un'anticipazione di quello che sarà il VI, non senza aver espresso un profondo malessere per quella che vivo come una progressiva e secca involuzione della democrazia interna al partito, che stride con le altisonanti dichiarazioni di principio. Se altri fanno come o peggio di noi (vedi Berlino), la cosa non mi rallegra affatto. I bolscevichi votarono nei Soviet prima della conquista del Palazzo d'Inverno, il nostro Segretario si reca a Berlino per dare vita ad un nuovo partito (non comunista) europeo senza alcun mandato da parte degli organismi dirigenti.

La sinistra di alternativa in Italia. Più volte abbiamo discusso, negli organismi dirigenti, della possibilità di costituire un nuovo soggetto politico della sinistra di alternativa in Italia, negando però con decisione che si ragionasse di un nuovo partito, non comunista, considerato giustamente una fuga in avanti organizzativistica, non in grado dunque di risolvere problemi che erano e rimangono squisitamente politici. Abbiamo così ragionato di Forum, di Costituente, fino all'attuale Forum per un'alternativa programmatica di governo.

 

Il Partito della Sinistra Europea. Perché, allora, in Europa abbiamo agito del tutto diversamente, dando vita senza alcuna discussione diffusa ad un nuovo partito, di orientamento non comunista, destinato ad indebolire e non già a rafforzare il Gue? Senza nemmeno aver prodotto una discussione compiuta sui grandi temi della costruzione dell'Europa, elemento che si riflette in un appello assai generico, per non dire moderato?

 

Il '900 ed i comunisti: contestualmente a Berlino è ripreso il processo alla storia dei comunisti del '900, con l'imposizione del dogma della non-violenza, assurto a strumento valido al di fuori del tempo e dello spazio, "al di là del bene e del male". Con un furore ideologico che non trova alcuna ragion d'essere oggettiva. Alcune osservazioni:

a) faccio miei i quesiti posti da Ingrao sulla possibilità o meno di resistere anche con le armi contro lo strapotere Usa e le aggressioni armate, la risposta ai quali rompe quella visione che individua la non-violenza come unica soluzione per non trovarsi immersi nella "dialettica guerra-terrorismo" (diciamolo ad iracheni, palestinesi, colombiani...);

b) guerra e terrorismo sono due aspetti dello stesso processo (non una spirale e due centri equivalenti del terrore), entrambi funzionali ai progetti di egemonia mondiale degli Usa dopo la disgregazione dell'Urss. La Rivoluzione d'Ottobre ruppe l'egemonia mondiale del capitalismo, il 1991 l'ha reintrodotta, con conseguente arretramento dei rapporti di forza su scala mondiale. Hiroshima è stato il cinico segnale dell'egemonia imperialista Usa, un salto di qualità drammatico per l'intera umanità, come oggi lo è la guerra preventiva di Bush;

c) come si può rimettere in corsa una prospettiva rivoluzionaria escludendo a priori l'uso della forza e la conquista del potere? Come è stato per la borghesia rispetto al feudalesimo? Nessun comunista ha mai considerato obbligatorio l'uso della forza, ma ha sempre avuto la consapevolezza della difficoltà di modificare radicalmente i rapporti di produzione se le leve del potere rimangono nelle mani dell'avversario di classe. Nel qual caso, l'alternativa rimarrebbe interna al sistema ed il binomio socialismo-comunismo semplicemente un'utopia, com'era prima non di Lenin ma del Manifesto di Marx del 1848;

d) I comunisti del '900 hanno sempre fatto i conti con la propria storia e le proprie esperienze, strada facendo, pagando anche dei prezzi altissimi (tra gli altri, la rottura Cina-Urss). Sarebbe importante aprire una grande ed alta discussione, sull'evoluzione del movimento comunista internazionale, sull'Urss e le ragioni della sconfitta, sulle attuali transizioni in corso, imparando dagli errori ma senza recedere dalla prospettiva. Perché? Perché nessuno è più a sinistra e radicale dei comunisti, senza i quali non può esistere alcuna alternativa di massa non solo al neoliberismo, ma al capitalismo stesso.

 

Marcello Graziosi

 

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da Liberazione 22-1-'04

Patrizia Sentinelli (responsabile dipartimento movimenti PRC)

 

Mistificanti i riferimenti al Vietnam e alla Resistenza

 

In questo dibattito di grande livello, non per caso "nobilitato" dagli

interventi di Pietro Ingrao, si discute anche della sorte politica del

movimento. La sua divisione, abbiamo più volte detto, è obiettivo che molti

si sono dati in questi anni e che tutti abbiamo contribuito a respingere, a

partire dalla denuncia dell'uso manipolativo della categoria "buoni" e

"cattivi". Proprio per questo ho avvertito un sovrappiù nell'intervento a

quattro firme uscito qualche giorno fa come se la sua priorità fosse, prima

che la discussione di merito, una "delimitazione di campo". Una scelta

singolare e non proficua. Tanto più in un dibattito come questo, dove non a

caso, io credo, lo stesso segretario di un partito interviene in prima

persona, non per solitudine o per sovrapposizione, ma per rispondere ad una

esigenza di interrogarsi anche in proprio e fuori dai contesti ravvicinati

della battaglia politica più immediata. Anche per evitare qualsiasi rischio

di sovrapporre dinamiche di partito, e interne ai partiti, al movimento. E

per accompagnare la riflessione stessa del movimento che è in corso

collettivamente e in modo impegnato.

 

Il merito dell'articolo di Casarini, Cannavò, Bernocchi e Bersani mi pare

un po' "antico", "conservatore", non all'altezza della rottura operata dal

movimento stesso. Certo c'è sempre il rischio di banalizzare le posizioni

altrui ma ciò che non mi convince non è l'articolazione prospettata tra

forme varie assunte in contesti diversi dalle pratiche violente, ma la

contestazione della spirale guerra-terrorismo come fenomeno tipico di

questa fase che opera concretamente per annichilire la politica e in

particolare contro il soggetto che sta in campo, per reinverare la politica

stessa, e cioè il movimento. Qui non sono proprio d'accordo. Se non vediamo

che la guerra e il terrorismo nell'era della globalizzazione sono altro da

ciò che sono stati nel '900, non vediamo il nuovo e cioè il carattere

sovrastante delle nuove forme di dominio imperiali e fondamentaliste,

capitalistiche e religiose, portatrici di un conflitto devastante tra

"modernità barbarica" e "barbarica modernità". E inseguono una vecchia

lettura statualistica dei conflitti che crede ancora centrare la politica

nel suo avvalersi della forza e non coglie l'assolutizzarsi della forza

come distruzione della politica.

 

E' questo elemento del tutto nuovo che rende mistificanti i riferimenti a

epoche passate, dal Vietnam alla Resistenza. Non è la comprensione di

questa novità, come si afferma nel testo di Cannavò e degli altri compagni,

a far "interiorizzare" il punto di vista della strategia della guerra

preventiva e permanente al punto da non saper più articolare i giudizi e

percepire le diversità che permangono nelle pratiche della forza, ma al

contrario è la sottovalutazione della sua portata ad impedire la rottura

necessaria a non essere manipolati o sussunti nell'agire.

 

Nel mondo ci sono tanti conflitti aperti, come è sempre stato, ma il punto

è che ce ne è uno, la spirale guerra-terrorismo che esprime la crisi della

globalizzazione nel suo portato storico potenziale, cioè il suo essere

crisi della modernità tout court nelle sue forme storicamente costituite,

assolutizzando la forza contro la politica in quanto considera questa

ultima non praticabile e in nome non più di idee condivise di progresso ma

di una visione assolutizzante di un "bene" assunto come categoria del

dominio.

 

E' questo prevalente reale, e non la sua interiorizzazione psicologistica,

che bisogna evitare che sussuma tutto il resto. Che non vi sia alcuna

interiorrizzazione psicologistica è evidente nei comportamenti politici del

Movimento e di tutti noi che, appunto, lungi da farsi dividere tra buoni e

cattivi e incorporare l'equivalenza totalizzante, dal terrorismo alla

disobbedienza, troviamo l'unità nel massimo di radicalità del contrasto

disobbediente alla guerra e nel massimo di garantismo rispetto alle

pratiche, sapendo leggere le dinamiche concrete dei conflitti e delle

piazze e le asimmetrie tra potere e di chi vi si oppone. Sapendo però che

quella spirale c'è e che non ne saremo garantiti agendo, come nel '900,

nella pura contraddizione dei poteri in lotta, ma dispiegando l'altro mondo

possibile.

 

Intendiamoci, anche nel '900, questo altro mondo si era dichiarato con il

movimento operaio ma si era poi consegnato a una dinamica statuale, quella

sovietica, che aveva garantito equilibri ma anche imprigionato l'istanza di

cambiamento. Qui la discussione si fa più su di noi stessi. Perché, io

penso, che non solo "l'oggettivo" ci porta a pratiche del tutto nuove, come

quelle nel rapporto con la forza e ciò che essa significa, ma anche il

"soggettivo". E anzi, che la rivoluzione come forma storicamente nuova di

modernità sia proprio un reincontro tra oggettività e soggettività come mai

c'è stato, così come tra umanità e natura. Ce ne parlano il femminismo e

l'ambientalismo. Nessuno mette in discussione la Resistenza e il Vietnam,

di cui siamo tutti figli e figlie, ma oggi posso dire, che ciò che andava

fatto allora, l'uso della forza, vorrei non fosse necessario vogliamo

comunque interrogarci su come la categoria della forza abbia potuto

deformare soprattutto nelle sue pratiche statuali, quella istanza di

liberazione di cui ero e voglio essere portatrice? C'è in questo, tanto del

nuovo movimento, dal valore di tutte le persone, al suo carattere

orizzontale che rifiuta quella verticalizzazione che è già violenza. E c'è

una dimensione collettiva e insieme individuale. Io sono per le pratiche

radicali ma, ancora più come donna, vorrei poter contemperare pratiche per

me gestibili e rivendicabili, non per aver interiorizzato la repressione o

per sfuggirla, ma perché mi consentono di esprimermi in modi inequivocabili

senza lasciarmi attraversare da categorie altrui di cui voglio liberarmi.

Non è una discussione facile, anzi molto difficile, come è a volte

liberarsi dal passato, in un presente difficile, ma guardando al futuro.

 

Patrizia Sentinelli

 

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Da Liberazione 23-1-'04 (dove era stato tagliato, ma questo è integrale)

 

INTERVENTO NEL DIBATTITO SULLA NONVIOLENZA

 

di Francesco Ricci (vicepresidente Collegio Nazionale di Garanzia del PRC)

Associazione marxista rivoluzionaria PROGETTO COMUNISTA

 

Il dibattito sulla nonviolenza va affrontato, credo, sia dal punto di vista teorico, sia indagando il legame con le scelte politiche che si compiono. Un lavoro che meriterebbe la convocazione di quel congresso straordinario che migliaia di militanti del partito chiedono con la sottoscrizione della petizione promossa dal compagno Marco Ferrando.

 

1) Dal punto di vista teorico la questione investe problemi immediati, perché le classi dominanti oppongono la violenza dei loro apparati alla crescita dei movimenti mentre il dogma "nonviolento" prescrive la rinuncia persino a ogni forma di autotutela dalle aggressioni poliziesche nelle manifestazioni; e investe problemi strategici, perché nessuno ha finora indicato un modo diverso dalla violenza rivoluzionaria delle masse per affrontare la resistenza che storicamente la borghesia contrappone a ogni processo rivoluzionario, resistenza che si concretizza nel ricorso alle "bande armate a difesa del Capitale" (l'espressione è di Engels ma pare coniata per i carabinieri in azione tanto a Genova come a Nassyria).

Leggiamo della presunta necessità di "superare il Novecento" e certe "sue" categorie. In realtà è da tre secoli che nel movimento operaio si confrontano due tesi il cui nucleo non è la legittimità o meno dell'uso della violenza, bensì la volontà o meno di perseguire il progetto comunista: il tema della violenza è secondario (nel senso di conseguente) a ciò.

Il vecchio Marx (in una lettera a Bolte del novembre 1871) definiva il progetto comunista come il movimento politico della classe operaia "che ha, naturalmente, come fine ultimo la conquista del potere politico per la classe operaia stessa". Ed è a partire da questo obiettivo che tanto l'"ottocentesco" Marx quanto il "novecentesco" Lenin si ponevano il problema della forza. Marx sosteneva che l'"altro mondo" che i comunisti vogliono costruire non potrà basarsi sui rapporti di produzione capitalistici e quindi sulle forme istituzionali sorte per tutelare un sistema economico basato sulla divisione in classi della società. Di qui la necessità di "spezzare" (e non "riformare") la macchina statale borghese per sostituirla con altre istituzioni corrispondenti al nuovo dominio di classe (la Comune). E di qui la necessità -già indicata nel Manifesto del '48- di affrontare l'inevitabile resistenza delle classi dominanti, preparando le masse a questa prospettiva confessando "apertamente che gli intenti [dei comunisti] non possono essere raggiunti se non per via della violenta sovversione del tradizionale ordinamento sociale". Un obiettivo che può essere perseguito solo costruendo l'opposizione di classe a qualsiasi governo borghese (fosse pure "di sinistra"): non per un moralistico rifiuto del potere, ma perché la sconfitta di ogni eventuale illusione dei lavoratori in governi "progressisti" è il presupposto della realizzazione di un governo "della classe operaia per la classe operaia".

Chi pretende di "superare" questa "concezione classica" deve quindi dirci non tanto dove butterebbe Marx (cosa che ad altri può importare poco) ma piuttosto spiegarci se ritiene che il comunismo corrisponda ancora all'"esproprio degli espropriatori" e come pensa di convincere gli Agnelli, i Berlusconi e i Tronchetti Provera a concedere pacificamente che le loro aziende passino nelle mani dei lavoratori.

Riconosco al compagno Bertinotti di aver colto la centralità di questo problema quando (Liberazione, 30/11/03) dice di vedere una "assenza in questo movimento del problema della conquista del potere", una "modalità di comportamento di tanta parte del 900" che sarebbe stata -a suo avviso positivamente- "estirpata alla radice". Resta però da capire che senso abbia una "rifondazione comunista" che non si ponga più l'obiettivo del potere dei lavoratori. Cosa resterebbe se non la conquista di qualche ministero in un esecutivo liberale?

Rosa Luxemburg (celebrata in modo imbarazzante a Berlino anche da ex ministri e aspiranti ministri in governi liberali) ammoniva chi rifiutava "il colpo di maglio della rivoluzione":

"(...) è a priori indispensabile l'aperto riconoscimento della necessità dell'uso della forza, sia in singoli episodi della lotta di classe, come per la conquista finale del potere statale; è la forza che può prestare, anche alla nostra attività pacifista, legale, la sua particolare energia ed efficacia. Se aprioristicamente e una volta per tutte la socialdemocrazia volesse effettivamente rinunziare, come le suggeriscono gli opportunisti, all'uso della forza, e le masse lavoratrici giurassero sulla legalità borghese, prima o poi tutta la loro lotta parlamentare e, in genere, politica, crollerebbe miseramente, per dar via libera allo strapotere della violenza reazionaria.

("E per la terza volta l'esperimento belga", 1902).

 

2) Solo un ingenuo potrebbe pensare che sia casuale l'enfasi con cui si sono aperte queste discussioni "teoriche" in questo preciso momento. Perché si sente l'urgenza improvvisa di dibattere della religione (per concludere che "non è più l'oppio dei popoli")?; perché si sottoscrive con i dirigenti dell'Ulivo -e in rottura con la maggioranza degli attivisti filopalestinesi- un manifesto a sostegno degli accordi di Ginevra?; perché a fronte della vicenda Parmalat -che richiederebbe il rilancio del tema della nazionalizzazione e del controllo dei lavoratori- si invoca una innocua "commissione d'inchiesta sul capitalismo italiano" (prontamente elogiata dalla Margherita) da costituire in un parlamento ovviamente composto quasi per intero da impiegati e amici fidati del capitalismo italiano? E soprattutto: perché la stampa borghese presta tanta attenzione al nostro dibattito teorico? Non è forse evidente che gli opinionisti della borghesia esaminano il partito per verificarne il grado di "affidabilità" in vista di un ingresso di ministri del Prc in un futuro Prodi bis? E certe prese di posizione della segreteria (apprezzate da Repubblica come "la Bad Godesberg del Prc") non corrispondono, nei fatti, al superamento di una prova d'esame?

Per questo, pur ritenendo fondamentale la riflessione sulla teoria, mi pare che non sia possibile (a differenza di quanto fanno, pur con osservazioni in sé condivisibili, Cannavò e Bernocchi) affrontarla separatamente dalla prospettiva che il gruppo dirigente di maggioranza nel suo insieme ha intrapreso. La prospettiva è quella della rinuncia all'opposizione di classe per dare vita a un governo con i liberali dell'Ulivo, nei fatti -al di là delle migliori intenzioni- un'alternanza sulla base del Manifesto di Prodi (flessibilità, privatizzazioni, smantellamento della previdenza pubblica, riarmo) e delle dichiarazioni programmatiche anti-operaie che Rutelli ha rilasciato anche ieri. Una prospettiva che con tanti altri compagni contrasterò perché metterebbe a rischio la sopravvivenza del Prc come partito di classe.

 

Francesco Ricci

 

 

da www.indymedia.it

 

23-1-'04

disobbedienti romani

 

Lo vogliamo dire subito: per noi la disobbedienza è, in questo frangente

storico, l´invenzione politica più matura prodotta da una umanità spiazzata. Per

sottrarsi al regime pervasivo dell´impero e alle sue regole, sono milioni gli

uomini e le donne che trovano in essa, nell'essere "fuori posto", nell´essere

altrove, motivo d´esistenza e di sopravvivenza prima ancora che un´opzione

politica cosciente. Lo spiazzamento è probabilmente l'esperienza fondamentale

della contemporaneità tanto da poterci azzardare a sostenere che assume i

caratteri di un orizzonte costitutivo.

 

In questa discussione tra violenza e non violenza ancora una volta

avremmo voluto agire "fuori posto" ma siamo stati "messi dentro a forza", nostro

malgrado. E´ il Ministro Pisanu che ci invita a partecipare a un dibattito che

altrimenti non sarebbe né centrale né attuale, con la sua specifica posizione di

chi pretende di restringere l´agibilità politica a tutti quelli che nel

movimento non assumono la non violenza come loro credo politico. E tra questi

ahimè ci siamo anche noi.

 

Perché non è attuale né centrale questa discussione? Perché non viviamo

un´epoca nella quale i movimenti hanno scelto di praticare l´uso della forza

come forma prevalente del loro agire politico, anzi. Le stesse argomentazioni

per esempio di Bertinotti, che riconosce il carattere prevalentemente non

aggressivo dei nuovi movimenti, ci servono proprio per capire che la discussione

non ha molto senso. Se vogliamo veramente uscire dai canoni del Novecento è su

altro che dobbiamo interrogarci, per esempio sulle forme della politica che

vengono rimesse potentemente in discussione sia dalla scelta strategica di non

lottare per il potere bensì dentro una nuova dinamica di "agire comunitario",

sia dalle trasformazioni del modo di produzione che impongono una

riorganizzazione reticolare delle resistenze, più legate al territorio e assai

meno verticalizzate come era tipico dei vecchi partiti comunisti. Né, peraltro,

viviamo in una di quelle zone del mondo dove i conflitti sono più acuti e le

scelte che assumono i movimenti molto più drammatiche. Lo diciamo come

provocazione: interrogarsi sull´uso della violenza in Palestina certo avrebbe

molto più senso vista la strategia di sterminio messa in atto da Israele e le

difficoltà del movimento di resistenza e non a caso diversi movimenti sono già

stati in quelle terre a praticare azioni coraggiosissime di disobbedienza

davanti ai tank di Israele. Ma qui da noi qual è il senso di questa

discussione?

 

Per una sorta di riflesso condizionato anche tra i disobbedienti potrebbe

scattare però un atteggiamento difensivo che finirebbe per cucirci addosso

esattamente il vestito che altri vorrebbero che noi indossassimo. A chi osanna

la non violenza come paradigma teorico del nuovo millennio noi ci affanniamo a

contrapporre tutti quei conflitti che in giro per il pianeta sconfessano questa

tesi, diventando i paladini di tutti i movimenti armati pur di poter dimostrare

che la non violenza resta una concezione astratta tipica di chi pretende di

mettere le braghe al mondo. Ma così facendo noi ci limitiamo a respingere la

pretesa di concepire una sorta di decalogo prescrittivi per le lotte, in nome del diritto dei

popoli e dei movimenti a ricercare e sperimentare il cammino della loro e nostra

liberazione.

 

Tutto ciò non basta né è in grado di rimandare con precisione, e di

valorizzare, l´immagine della tanta strada che abbiamo fatto in questi anni.

Certo dà fastidio questa nuova filosofia da "movimento delle buone maniere", che

prescrive, limita e detta le condizioni, magari per rispondere ad esigenze di

relazione politica che sanno molto di secolo scorso, soprattutto quando questo

avviene nel pieno di un´operazione giudiziaria che prepara il terreno per il

processo di Genova dei primi di marzo. Ma questo non deve impedirci di

affrontare con serenità i nodi della discussione, sfuggendo alla caricatura di

noi stessi con cui i media ci vanno dipingendo.

 

E il primo nodo è la costatazione di

come la disobbedienza, non come logo politico ma come pratica diffusa,

abbia acquistato in questi anni una inaspettata cittadinanza globale. Se

c´è una forma nuova e includente di agire il conflitto senza riprodurre lo

stereotipo della "guerra alla guerra" e senza ricadere nel vecchio errore di

separare il rapporto tra mezzi e fini è proprio la disobbedienza sociale. E per

trovare le conferme a questa

considerazione non abbiamo certo bisogno di rifugiarci all´estero, basterà dare

un´occhiata a quello che è successo in Basilicata, o alla vertenza degli

autoferrotranviari, o a quella degli aeroportuali, o più in generale al crescere

di un´effervescenza sociale che trova nella disobbedienza alle leggi ingiuste la

sua più immediata e quasi naturale forma di espressione. Disobbedienza quindi

come rottura delle regole, scelta consapevole di chi vuole affermare un diritto

e per farlo è portato a infrangere una legalità opprimente. Disobbedienza non

come nuovo modello o codice di condotta ma piuttosto come orizzonte comune che

tiene insieme contesti diversi e che si adatta alle diverse circostanze

storiche, politiche e culturali. E che prevede l´adozione di una quantità

infinita di modalità d´azione come è infinita la fantasia dei movimenti. E´

all´interno di questo universo di forme e di pratiche che trova pieno diritto di

cittadinanza anche l´agire non violento, che è infatti una delle tante forme

dell´azione praticata dai movimenti in tutto il pianeta e che noi viviamo come

un terreno di sperimentazione di nuove pratiche di lotta. Come non rilevare che qui in Italia uno

dei pochi soggetti che ha praticato azioni non violente siamo stati noi

disobbedienti? Viviamo il paradosso che altri vorrebbero imporci una modalità

che noi per primi abbiamo saputo utilizzare, evitando di farla diventare una

camicia di forza buona per tutte le stagioni, mentre i "non violenti doc" ancora

stentano a tradurre in azione le loro prescrizioni. In questo Bertinotti ha

veramente ragione quando sul manifesto del 21 gennaio riconosce alla pratica una

precedenza sulla teoria.

 

La forma moderna e matura di un

movimento è quella di chi non possiede icone né mitologie e che sceglie le forme

più adatte di lotta in base al contesto nel quale si trova ad operare ma anche e

soprattutto in base al tipo di società che vuole costruire, elaborando un´idea

di politica segnata da una qualche discontinuità con il "paradigma

dell´assolutizzazione della forza in forma di potenza" così come avveniva un

tempo. Ed è proprio questo secondo punto, il rapporto tra i mezzi attuali e i

fini strategici, l´argomentazione più efficace dei "non violenti" ed il terreno

su cui va raccolta la sfida per riconoscere che la disobbedienza da sola non

basta. Non basta contravvenire alle regole per costruire un altro

mondo. Occorre affiancare alla disobbedienza l´agire comunitario, il costruire

società su scala locale, il municipalismo solidale come ambito d´espressione e

maturazione della sovranità collettiva senza la quale il conflitto assume un

carattere puramente resistenziale. Dobbiamo individuare nella comunità locale il

posto in cui sperimentare se la pratica dell´esercizio dei diritti in forma

collettiva diventa processo costituente di nuova democrazia, restituendo ai

cittadini la legittimità di decidere delle forme di governo e delle relazioni

sociali.

 

Da qui dobbiamo ripartire anche passando

per una critica radicale delle nostre esperienze ultime e delle modalità che le

hanno prodotte e determinate nello svolgersi degli eventi. In più di un

occasione ci siamo preoccupati unicamente di salvare la simbologia della

ribellione, di difendere cioè l´idea che fosse giusto e possibile ribellarsi ad

un vertice ingiusto, piuttosto che sforzarci di alimentare una dinamica reale. E

in questo errore siamo stati indotti da un ritorno alla dinamica stanca e

rituale dei cortei di pura testimonianza che nulla aggiungevano alle domande che

il movimento si va facendo da mesi. Se c´è una cosa che ci ha aiutato in questi

anni è stata proprio l´inquietudine con la quale li abbiamo attraversati,

un´inquietudine preesistente a quel "camminare domandando" che ha restituito

dignità allo stato d´animo di una generazione di ribelli metropolitani, più di

altri immuni alle lusinghe del tempo e alle rendite di posizione.

 

Purtuttavia i nostri errori non si

giustificano semplicemente puntando l´indice sugli altri: occorre anche guardare

al nostro interno. Pensiamo a Genova e al g8: all´epoca via Tolemaide fu

accompagnata dalla memorabile esperienza del Carlini che ebbe la forza di un

grande processo costituente di massa. Non a caso ci sciogliemmo come tute

bianche e nascemmo come disobbedienti proprio in quei frangenti. In quei giorni

il conflitto e l´invasione della zona rossa non erano solo simbologia ma

producevano effetti concreti dentro una dimensione di massa. Ma oggi che sembra

finita l´epoca dei controvertici e che è insorta una nuova dinamica sociale,

certamente alimentata dal movimento no global ma che si esprime con una propria

autonoma modalità, quelle stesse pratiche non hanno la forza di una nuova

apertura ma il senso di una deprimente chiusura di un ciclo. Se c´è una cosa in

cui abbiamo sbagliato sta nel fatto che invece di intuire il cambiamento che era

già sopraggiunto abbiamo consumato la conclusione della fase precedente.

L´errore sta quindi nel blocco del rinnovamento o nel non essere riusciti in

tempo a prefigurare il nuovo passaggio.

 

Detto ciò, può questa discussione su

violenza e non violenza, che nasce viziata ma che non è detto che non possa

evolvere in modo brillante, consentirci di aprire una riflessione a tutto campo

sulle pratiche del movimento? Sarebbe per esempio molto più cruciale che tutte

le anime del movimento dei movimenti si interrogassero su come far pesare lo

spazio politico che abbiamo contribuito ad aprire, la potenza costituente che

abbiamo evocato, per alimentare i conflitti sociali che si stanno

producendo.

 

E se stiamo parlando di superamento del

Novecento, come fanno Revelli e Bertinotti, non stiamo discutendo di caschi e

bastoni ma della forma della politica, di democrazia rappresentativa e

democrazia partecipativa, ecc. Stiamo discutendo cioè, di come la lotta alla

globalizzazione neoliberista si traduce nella costruzione di un altro mondo. E

allora disobbedienza e agire comunitario diventano i primi due assi di

riferimento di questa nuova pratica politica moderna. Dentro la quale

diventano fondamentali le questioni della costruzione di una nuova legalità,

quelle dell´affermazione di nuovi diritti a partire dal contesto locale e

territoriale, e quelle della costruzione di spazio pubblico e forme inedite di

democrazia diretta.

 

Il tema generale della costruzione di

nuova legalità e nuovi diritti, in questa concezione, è direttamente collegato

alle forme che assumono la democrazia e la partecipazione, nel senso che si

misurano concretamente con la maturazione, qui e ora, di un processo costituente

di nuova società fin dentro i limiti di questa. Non vi è più un prima e un dopo,

segnato da un´ora x a stabilire il momento della trasformazione sociale: la

trasformazione sociale, la modifica di parti sostanziali della costituzione

materiale del paese, è processo in atto che attraversa e coinvolge una

molteplicità di attori sociali e politici impegnati sul versante

dell´ampliamento della sfera dei diritti

dei soggetti collettivi.

 

Ed è su questo terreno che vorremmo

proporre un terzo asse di riferimento. Nell´epoca della globalizzazione

il rapporto tra la politica e i movimenti si misura sul grado di

decostruzione-ricostruzione dei nessi comunitari che si è in grado di

determinare. L´una e gli altri sono soggetti attraversati dal processo di

maturazione di nuove forme di società e su questo determinano il loro

posizionamento, il loro esprimere una tendenza progressiva o regressiva in

relazione allo stare o meno al passo con le richieste del tempo. L´Europa, il

conflitto d´interesse, il rapporto di lavoro, i diritti di cittadinanza ...sono

tutti temi sui quali politica e movimenti si confrontano alimentando una

discussione e una pratica che allude all´ampliamento della sfera dei diritti

collettivi mentre questa non fa che restringersi. Questo confronto cioè avviene

al netto della possibilità d´allargamento reale ed effettivo della

partecipazione dei cittadini al governo della

repubblica.

 

Chi dice di aver imparato che nel

rapporto tra mezzi e fini si nasconde la pesante pervasività culturale dei

primi, foriera di gravi e pericolose ripercussioni sociali, dovrebbe anche

spiegarci perché questa riflessione si ferma alle soglie del conflitto sociale e

non pervade la politica e l´uso della giustizia. Dovrebbe spiegare la differenza

tra la percezione sociale della violenza subita con l´imposizione di regole e

stili di vita ingiusti e la cinica indifferenza della politica: che rapporto c´è

tra i morti sul lavoro, i campi di concentramento per immigrati, la condizione

di povertà in cui sempre più persone vengono sospinte e la tranquilla

quotidianità di tanti "rappresentanti del popolo"? Quelli tra loro più

conseguenti dovrebbero spiegare, prima di tutto a se stessi, per quale motivo un

ragionamento a metà, dovrebbe rappresentare una prospettiva intera: dove sta il

punto d´incontro tra una società imbavagliata e una politica incapace di essere

moderna?

 

Ad un movimento e ad una pratica sociale

disobbediente deve corrispondere una conseguente politica capace di forti atti

disobbedienti, in grado di trasmettere la discontinuità di ragionamento che lega

tra loro espressioni diverse di una ricerca comune. Senza questa contaminazione

culturale e politica nessun confronto ha senso, almeno non un confronto che si

intende fecondo.

 

Un piccolo esempio che vale per tutti.

Quando tutto si chiude qualcuno deve

aprire: l´utilizzo "creativo" della giustizia nei confronti delle forme assunte

dal conflitto, deve trovare una risposta all´altezza del processo costituente di

nuova democrazia messo in moto dai movimenti. La lotta alla repressione e la

solidarietà non bastano più, la prima è stata spuntata dall´uso massiccio del

Codice Penale in funzione normalizzatrice, la seconda serve a poco se non si

traduce in atti e fatti concreti che diano legittimità sociale alla ribellione

attraverso l´inclusione del conflitto nelle forme previste e necessarie della

partecipazione.

 

Si tratta di aprire un confronto e una

pratica sociale a tutto campo, sia a livello sindacale che politico, intorno

alla dicotomia "partecipazione sociale - normalizzazione" che restituisca ai

cittadini la piena sovranità in quanto soggetti portatori di diritti e ai

movimenti la dignità di portatori di una nuova idea di civiltà.

Un primo atto può essere l´avvio di una

battaglia nazionale per la depenalizzazione dei reati connessi alle lotte

sociali, come ponte culturale verso una radicale riforma del Codice Penale in

funzione dell´affermazione dei diritti collettivi. Ma come farla? Con quali

forme di lotta e con quali alleati?

A voi la parola....

Nada  para nosotr@s, todo para tod@s!

 

Le/I disobbedienti romani

 

 

da il manifesto 25.01.2004

di Alberto Burgio

La grande differenza tra aggressione e difesa

 

La storia del Novecento insegna che le guerre civili mondiali non le ha volute il movimento operaio.

Si tratta di un punto importante dal quale deve partire ogni dibattito che interroga la sinistra sull'uso della violenza

 

 

Questa discussione sulla violenza e la politica mi sembra intrecci due questioni che forse conviene tenere distinte. Si parla di storia (della storia dei comunisti e del movimento operaio) e ci si interroga su  quale sia oggi la pratica politica più appropriata al conflitto anticapitalistico. Mi rendo conto che analisi del presente e idea del passato si influenzino a vicenda. Ma non è detto che il discorso si giovi della loro indistinzione.

La storia. Mario Tronti ha posto una premessa che pare anche a me fondamentale: "L'età delle guerre civili mondiali, con dentro il fascismo e il nazismo, non l'ha voluta il movimento operaio: è storia moderna, capitalistica, del Novecento, con cui, in qualche modo, i conti bisognava farli". O si parte da qui, o è inevitabile approdare a conclusioni paradossali, nelle quali i ruoli si rovesciano e le responsabilità si confondono. Questo significa non vedere la violenza che ha segnato le risposte alla violenza del dominante? Niente affatto. E non significa nemmeno rifiutarsi di discuterne, di interrogarsi sugli eccessi e persino sui crimini. Significa non perdere di vista l'enorme differenza tra aggressione e difesa, che non coinvolge esclusivamente il piano morale o giuridico, ma illumina anche la ricerca storica sulla cultura e l'antropologia del movimento operaio, non da oggi sul banco degli imputati. Io sono convinto che la violenza - l'uso delle armi, l'esperienza della guerra, l'esercizio della coercizione - sia estranea alla concezione del mondo dei comunisti e di quanti avversano il capitalismo per la sua carica distruttiva e per la sua costitutiva iniquità. A Venezia, nel convegno sulle foibe che è all'origine di questo dibattito, Bertinotti ha ricordato l'orrore provato da Luigi Pintor nel prendere le armi contro i fascisti.

Appunto. Penso che Pintor incarnasse in quel momento l'ethos più autentico della lotta partigiana. Certo, il famigerato Novecento suole essere prodotto a confutazione di questo convincimento. Ma si commettono, così argomentando,errori che non diventano ragioni per il solo fatto di essere molto à la page anche presso gran parte della sinistra "critica".

Il gulag e le purghe - per chiamare subito in causa gli scheletri più ingombranti - non furono il frutto naturale dell'Ottobre (che con poco senso delle proporzioni si provvede oggi a dichiarare morto e sepolto), né della pianificazione e della modernizzazione a tappe forzate. Derivarono dal trionfo dell'arbitrio e dalla paranoia del potere dispotico. Che a loro volta non intrattengono alcun rapporto privilegiato con la socializzazione dei grandi mezzi di produzione. Che discendono dalla fragilità o inconsistenza dell'elemento statuale (travolto appunto dall'urto dei poteri di fatto) piuttosto che dalla sua presunta ipertrofia (come in tempi di egemonia liberista si ribadisce). Riguardo a tutta questa questione dello stalinismo è giunto il momento - mi sembra - di abbandonare un impacciato silenzio. Non è vero che si tentenni nella critica, non è vero che si indulga a giustificazionismi. È vero piuttosto che spesso e volentieri ci si serve di questa gigantesca questione come di una clava per scopi politici immediati di tutt'altro genere. In obbedienza - verrebbe da dire - alla più classica tradizione stalinista.

 

Quale conflitto?

 

Marco Revelli insiste sulla contrapposizione guerresca che ha marcato la cultura politica novecentesca. Non mancano certo documenti di tale impostazione. Se Schmitt legge la politica sullo sfondo della polarità bellica, Gramsci concepisce la lotta contro il fascismo ("guerra di posizione nella sua fase decisiva") come un "assedio reciproco" di potenze simmetriche. E non si tratta del solo Novecento. Marx parla della violenza come levatrice della storia, convinto che nessuna classe dominante assista inerme alla fine dei propri privilegi. Ma il punto non è ideologico, concerne la realtà e la struttura materiale del conflitto. Prima di mettere sotto processo le idee, chiediamoci se esse riflettevano i fatti, se ne coglievano o meno aspetti cruciali. Insomma: la guerra c'era, ha dissanguato l'Europa sino alla metà del Novecento (e vi ha riaperto ferite sul finire del secolo: ma su questo tornerò): quali idee del conflitto, dell'avversario, della prassi politica avrebbero potuto o dovuto coltivare i comunisti e quant'altri cercavano di fermare la carneficina e di sradicare il sistema di potere che l'aveva causata?

E non si tratta solo di guerra in senso stretto. Forse ce ne siamo dimenticati, ma la guerra civile, le stragi, le esecuzioni sommarie di insubordinati e avversari sono state un ingrediente normale nel governo delle società sino in epoche recenti. La Comune viene soppressa in un bagno di sangue nel 1871. Bava Beccaris non appare ai suoi contemporanei un folle assassino. I fascismi ci accompagnano sino alla fine della guerra mondiale e in alcuni casi le sopravvivono ancora per decenni. È una conquista recente l'aver costretto il capitalismo a limitarsi - di norma e nei paesi "avanzati" - alla violenza fredda del mercato, rinunciando a quella calda delle armi. Una conquista preziosa, che ci consente di dire senza incertezze che la lotta politica non violenta è l'unica forma di conflitto praticabile, qui e ora. Ma ieri? Stiamo attenti a non perdere di vista le profonde differenze tra le diverse epoche, tanto più che non possiamo nemmeno escludere che vengano tempi più cupi: cosa faremmo, mi chiedo, se - per dir così - via Tasso tornasse quella che già fu?

Ma soprattutto su un punto bisogna essere netti. Revelli sottolinea la forza d'urto della cultura della guerra, capace - scrive - di determinare la "metamorfosi antropologica" di chiunque impieghi la violenza. Questo non mi pare sostenibile. I comunisti italiani, i partigiani, quanti combatterono armi in pugno i fascisti non sono restati per questo prigionieri di quell'esperienza. La storia del secondo Novecento in questo paese dimostra precisamente il contrario. Negli scorsi decenni la lotta armata è stata una tragedia che ha coinvolto, a sinistra, minoranze di più giovani generazioni. La cultura della guerra ha conservato robuste radici solo a destra, seminando terrore e bombe e stragi rimaste, non per caso, in gran parte impunite.

Detto della storia, si pone il problema della violenza politica oggi. Problema che, per essere utilmente discusso, richiede un preliminare chiarimento. Quali oneri ha il discorso politico? Di che cosa tratta? Io credo che non sia sufficiente indicare aspirazioni e valori, penso si abbia l'obbligo di dire anche come si ritenga concretamente realizzabile un progetto. Non bastano i principi, si è anche responsabili dei risultati delle proprie scelte. Altrimenti si abbandona il terreno della politica, per insediarsi - forse non consapevolmente - nel campo dell'utopia. O della religione.

Quando parliamo di un altro mondo possibile, la parola-chiave è possibile. Una lotta è politica se non coinvolge sogni, ma reali potenzialità. Per questo, affrontando la discussione sulla violenza non ci si può sottrarre, con nobili gesti, alle domande (retoriche) poste da Ingrao (a mio modo di vedere, orientate in senso divergente rispetto all'argomentazione di Bertinotti). Che cosa si fa contro la violenza dell'aggressore? Come si incide sui poteri? Si risponde (quando si risponde): proprio perché assoluta ("radicale"), la non-violenza è la contromisura adeguata alla violenza assoluta della guerra globale. Cioè: contro distruttività totale, totale non distruttività; contro guerra preventiva, pace preventiva; contro guerra asimmetrica, strategia asimmetrica dell'"antagonismo".

 

L'apoteosi della guerra

 

Lasciamo andare, per il momento, questa storia della "asimmetria" (che oscura l'effettiva portata della strategia statunitense, mirata contro le altre potenze - Cina, Unione europea - ormai prossime a costituire competitori globali). Il punto è: quali ragioni lasciano prevedere che simili eleganti equazioni produrranno gli effetti sperati? Quali analisi concrete, quali piani d'azione? Si dice: il Novecento segnò l'apoteosi della guerra. Bene: quale miglior banco di prova, allora, per misurare l'efficacia di una strategia "antagonistica"? Si dica a quali antecedenti si pensa, su quali esperienze ci si basa. Non pare che i nazisti si arrestassero dinanzi alle braccia levate degli ebrei, né che la loro ferocia abbia dilagato solo dopo che a Varsavia il ghetto insorse. Non risulta che gli Stati uniti abbiano dovuto ritirarsi dal Vietnam perché sopraffatti dalla non-violenza dei vietcong. Che cosa significa, in concreto, che "siamo forti se siamo deboli", come ha detto Bertinotti a Venezia?

Cade qui a proposito il discorso sulla "discontinuità". È invalso lo schema secondo cui "il Novecento è finito" e si tratta ora di un'epoca nuova. Credo si tratti di una impareggiabile sciocchezza. Certo, non tutto è identico a prima. La scomparsa dell'Urss e la fine dell'equilibrio bipolare hanno trasformato in profondità il quadro internazionale. Ma ne hanno modificato gli assetti, non la logica. Nemmeno Negri, se capisco, crede più nell'esistenza dell'ordine unipolare vagheggiato dai neo-cons. E basta leggere un po' nella profusione di piani strategici sfornati dall'amministrazione Bush e dai think-tanks del Pentagono per capire che il mondo in cui ci troviamo è ancora diviso in aree di influenza contese tra grandi potenze nucleari contrapposte. Robert Kagan non sarà un fine pensatore, come non lo sono i Fukuyama e gli Huntington. Ma vorrà pur dir qualcosa che molte teste d'uovo a Washington scrivano a chiare lettere che la Quarta guerra mondiale è cominciata già negli anni Novanta, nel Golfo e nei Balcani, la Terza essendosi conclusa nel `91 con l'affondamento dell'Unione sovietica. Gli scenari di guerra che costoro tracciano hanno dalla loro almeno un elemento di verità: di là dagli obiettivi contingenti ("terroristi" e "Stati canaglia"), la guerra di Bush si rivolge alle minacce mortali che incombono sull'egemonia americana: alla potenza economica (e forse già domani politica) dell'Europa e a quella economica e politica (e forse già oggi militare) cinese. Se questo è, non sarebbe saggio smetterla con le mitologie post-novecentesche?

E non sarebbe anche il caso, visto che discorriamo di violenza e non-violenza, di gettare uno sguardo al di là di quanto accade in quest'angolo di mondo e nelle nostre "tiepide case"? Che cosa intenderebbero dei nostri travagli i palestinesi alle prese con la tortura, la sete, la sopraffazione coloniale? E i colombiani in lotta contro un governo militare alleato al narcotraffico? E Cuba, alla quale ogni giorno gli Stati Uniti rammentano che la sua indipendenza suona intollerabile offesa alle orecchie del sovrano? E i resistenti iracheni? Già, i resistenti iracheni. Su questo bisognerebbe discutere tra noi, piuttosto che accontentarci di improvvide semplificazioni. Si parla con insistenza di una "spirale guerra-terrorismo": ma chi muove guerra e chi è terrorista? E che fine fa, con questo schema, la lotta degli iracheni contro l'occupazione? Ha osservato Raniero La Valle, intervenendo in questa discussione, che "ricomprendere tutte le possibili resistenze nell'unica categoria del terrorismo [...] vuol dire non riconoscere più alcuna causa". Non resta che aggiungere una glossa marginale: davvero non vorremmo che anche alla sinistra "critica" càpiti di assumere giudizi o punti di vista propri di chi minaccia di mettere il pianeta a ferro e a fuoco.

Alberto Burgio

 

 

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da Liberazione 25-1-'04

 

Riconoscere gli errori di ieri per non sbagliare oggi

Ramon Mantovani (senatore di Rifondazione Comunista)

 

Nel corso del dibattito sulla nonviolenza diversi compagni hanno tirato in

ballo l'esperienza zapatista per sostenere tesi diverse, e contrapposte fra

loro. Intanto è necessario ricordare che l'insurrezione armata zapatista

del 1 gennaio 74 (accompagnata da una vera e propria dichiarazione di

guerra) fu alquanto sanguinosa. Il negoziato politico fu permesso da una

tregua (tuttora formalmente in corso) e non da una dichiarazione di pace

con conseguente disarmo dell'EZLN (che è tuttora armato). Come si possa

scrivere nel documento che convoca il prossimo convegno di Venezia sulla

nonviolenza che "con lo zapatismo si concretizza una dislocazione

dell'opzione nonviolenta su un terreno generale e politico" non so proprio.

In realtà i guerriglieri dell'EZLN si sono caratterizzati per una spietata

critica dell'organizzazione militare, per il rifiuto della mistica

rivoluzionaria (tanto cara ai cubani).

 

Da qui viene un loro fondamentale contributo a cancellare l'idea

(rivelatasi perniciosa con l'esperienza storica) che la lotta armata fosse

la forma più alta e radicale di rivoluzione. Essi, come altri che non hanno

avuto tanto acume critico sulla natura dell'organizzazione militare e le

cui proposte di negoziato politico sono state travolte dalla guerra e dalla

repressione (Colombia e Kurdistan per fare solo due esempi), preferiscono

un processo di pace alla guerra, ma sono costretti a contemplare la guerra

come una inevitabile eventuale necessità.

 

Dico queste cose, essendo io stesso meravigliato di dover fare queste

precisazioni che dovrebbero essere scontate, perché mi pare che il

dibattito sulla nonviolenza abbia in molti casi preso una piega

"ideologica" che non mi piace, per il semplice motivo che rischia di

promuovere un'adesione, o un rifiuto, acritici a "valori" e "principi"

astratti più che una necessaria critica dura e spietata dell'idea della

violenza e del potere che il movimento operaio, fattosi stato o meno, hanno

avuto storicamente.

 

Al contrario di Curzi e Gagliardi, che nel loro articolo del 18 gennaio

dicono "c'è stata un'epoca della nostra storia nella quale la violenza

delle armi ci è apparsa non solo una risposta necessaria alla violenza del

potere, ma anche la risposta più radicale, più in se rivoluzionaria, più

efficace. Non si tratta certo oggi di proiettare su questo passato le idee

che abbiamo maturato nel presente." io penso che, invece, proprio quella

concezione della violenza vada rinnegata alla luce delle "idee maturate

oggi". E non perché è cambiata la fase e siamo nell'epoca della guerra

permanente e della spirale che la oppone al terrorismo. Bensì per il

semplice motivo che in tutto il nostro passato il necessario, ed

ineludibile, uso delle armi è stato accompagnato da quella concezione

nefasta della violenza e del potere. Un'idea mutuata dall'avversario che ha

finito con il trasformare molte esperienze rivoluzionarie in sistemi

oppressivi. A sentire Curzi e Gagliardi avevano ragione allora e ragione

oggi. Troppo comodo. Insomma, penso sia assolutamente giusto dichiararsi

nonviolenti e proporre un'idea di politica, di democrazia e di relazioni

sociali improntate alla nonviolenza rompendo radicalmente con il proprio

passato, con la mistica rivoluzionaria e con l'idolatria dello stato.

 

Ma penso sarebbe un madornale errore di presunzione eurocentrica e di

idealismo acritico pensare che nel mondo ogni resistenza armata necessaria

debba essere annoverata ed ineluttabilmente risucchiata nella spirale

guerra terrorismo. Gli zapatisti insegnano. Ma il tema della violenza è

intimamente legato al tema del potere. Tema troppo vasto per le mie modeste

capacità, anche se qualcosa voglio dire. Anche su questo sono stati tirati

in ballo gli zapatisti. Giustamente, visto che hanno solennemente

proclamato di non voler prendere il potere in nome del popolo e con le

armi, visto che rifiutano categoricamente di voler agire come

un'avanguardia. Chi li critica accusandoli di eludere il tema, a mio avviso

si sbaglia di grosso. Essi hanno proposto nel negoziato modificazioni

costituzionali e legislative che potrebbero profondamente trasformare lo

Stato messicano, aprendo le porte ad una democratizzazione integrale della

società e delle istituzioni e sollecitando un rivoluzionamento delle

relazioni sociali dal basso. Per non parlare della consapevolezza del tema

della globalizzazione e della effettiva dislocazione dei poteri reali in

ambito sovra nazionale.

 

La scelta di promuovere l'autogoverno delle comunità indigene applicando la

legge concordata col governo e tradita dal parlamento come se fosse in

vigore, la scelta di mantenere in vita l'Esercito per difendere questa

esperienza da eventuali repressioni violente ma assegnandogli un ruolo

secondo rispetto agli istituti dell'autogoverno, la scelta di dichiarare

chiusa ogni possibilità di dialogo con i partiti e con le istituzioni

messicane, sono tentativi di riproporre la lotta nella fase attuale e di

innescare un processo più vasto nella società messicana, che porti ad una

rivolta e che consolidi i rapporti con tutte le altre esperienze di lotta

contro il neoliberismo nel mondo. Penso che anche qui l'EZLN insegni. Non

come insegna un modello. Bensì per i problemi che affronta e per la

direzione del cammino. Considero caricature coloro che pensano di essere

zapatisti in Italia perché capaci di imitarne il linguaggio salvo poi

sentirsi ed agire come avanguardie ossessionate dall'idea ultraborghese di

"visibilità" sui mass media.

 

Se del 4 ottobre bisogna parlare se ne parli per questo più che per l'uso

dei caschi che in diverse altre occasioni si sono rivelati utilissimi per

difendere le teste in azioni nonviolente. Ma, per favore, non si metta la

sordina alla sacrosanta critica a tanti capi, capetti e leaderini che nel

movimento, e nel nostro partito, pensano ed agiscono in funzione della

"visibilità" propria personale o di gruppetto o di corrente. Sono

altrettanto nocivi per l'unità del movimento e per la sua credibilità di

certi scriteriati comportamenti in piazza. E sarebbe bene non trovassero

premi, magari in occasione di qualche elezione prossima ventura. Già!

Perché non basta proclamare l'erroneità della concezione del potere che il

movimento operaio ha avuto per decenni, non basta dirsi antistalinisti, per

mettersi al riparo dagli errori tossici che sono sotto gli occhi di tutti

quelli che hanno occhi per vederli.

 

Alludo al politicismo che pervade le relazioni del PRC e anche di molti del

movimento con il centro sinistra e allo stato interno del nostro partito

dove correnti, trasformismi e competizioni personalistiche hanno la meglio

sulla democrazia interna. Quanta violenza è insita, anche se non praticata

fisicamente, nelle relazioni interne al movimento e nel partito fra gruppi

e persone che giocano a "farsi fuori", a "distruggersi", ad "eliminarsi"?

Quanto stalinismo c'è in chi è sempre immancabilmente d'accordo con il

segretario del partito, e che non esita a "fare la guerra" a chi osa avere

posizioni personali diverse e critiche mentre scende a qualsiasi

compromesso con le correnti organizzate nella pura logica di una piccola

spartizione di un piccolo potere?

 

A parte gli opportunismi, i cinismi e i trasformismi personali, che ci

sono, è evidente che la concezione del partito e delle relazioni interne ad

un soggetto rivoluzionario sono figlie di una storia e di una concezione

del potere che ha fatto fallimento. I difetti di ognuno di noi esistono ed

esisteranno, parlo di presunzioni, di personalismi, di ambizioni e di

istinti prevaricatori. Sarebbe catastrofico affrontarli moralisticamente, e

tuttavia bisognerebbe fare in modo che l'organizzazione (vale per il

partito come per una qualsiasi associazione o sindacato) non li premi e non

li renda efficaci nella conquista di posizioni privilegiate. Io penso, non

da ora, che sarebbe necessaria una vera riforma del partito fondata sulla

preminenza del collettivo e sulla assoluta delimitazione e fissazione delle

responsabilità personali. Ho visto crescere questa esperienza nei Giovani

Comunisti dai quali ho imparato moltissimo. Ho visto e vedo nel partito un

processo inverso.

 

Ramon Mantovani

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Nonviolenza inadeguata contro la ferocia imperialistica

Andrea Catone

 

Nel dibattito in corso in queste settimane sulle colonne di Liberazione confluiscono elementi e istanze diverse, che conviene distinguere e puntualizzare. Da un lato, ritorna con forza la tendenza ad azzerare l'intera storia delle rivoluzioni comuniste del Novecento, buttar via Stalin, Trockij, Mao, Guevara, Ho chi min, Lenin, mettendo in discussione non solo i modi e le forme che si sono date le società postrivoluzionarie, i loro errori, le loro involuzioni (mentre le realizzazioni sociali vengono invece bellamente ormai ignorate), ma le radici stesse e la legittimità storica di quelle rivoluzioni (in qualche modo sulla stessa lunghezza d'onda su cui, qualche anno fa, era stato costruito, in modo rozzo e plateale, il "Libro nero del comunismo"); rivoluzioni il cui esito è stato il "totalitarismo" (è la categoria usata da Tom Benetollo nel suo intervento su Liberazione del 10.1.04). Il "peccato originale" delle rivoluzioni comuniste (guidate da partiti comunisti con il fine di realizzare una società comunista dei "produttori associati") viene individuato essenzialmente in due fattori: a) la conquista del potere statale; b) il ricorso alla violenza (nella forma dell'insurrezione armata, o della guerra di popolo di lunga durata, o di una difesa armata di un governo popolare o progressista, come avvenne senza successo in Spagna negli anni '30). Col conseguente invito a sbarazzarsi di questi scheletri del passato per dar vita a un palingenetico "nuovo inizio" (cfr. gli interventi di Revelli, Ginatempo, Russo, Liberazione del 20.1.04).

E' in particolare sul secondo punto che si concentra il dibattito. L'invito a praticare la "non violenza" quale forma di lotta assoluta, universale e non negoziabile, viene sostenuto sulla base di due, spesso complementari, ma diverse, motivazioni. La prima si potrebbe definire di tipo "storico": a differenza che in passato, si dice, "l'impero" è oggi talmente potente, da risultare invincibile sul piano militare, per cui il confronto con esso va posto su un altro terreno. La seconda, invece, si potrebbe definire di carattere "metafisico" e "radicale": il ricorso a metodi violenti di lotta, anche se animati dalle migliori intenzioni e/o dettati dalla necessità di difendersi o resistere a un'oppressione, "contaminano" chi li pratica e non possono dar vita ad una nuova società: "le pur gloriose e legittime guerriglie e lotte armate di resistenza alle invasioni (Vietnam) o alla tirannia interna (Nicaragua, Cuba) hanno prodotto o regimi autoritari e inamovibili o addirittura l'andata al potere di governi di destra [...] non sarà mai possibile costruire un 'altro' mondo con i materiali sanguinolenti di questo" (Lidia Menapace). Argomento ripreso in termini analoghi in molti interventi. Mi sembra che entrambe le argomentazioni presentino aspetti fortemente problematici. E' vero che quello che - a partire da Negri - diversi chiamano oggi "l'impero" e che credo più corretto definire l'imperialismo a base USA, spende da solo per la guerra più di tutti gli altri paesi messi insieme e che ha oggi, sul piano militare una superiorità indiscussa, che intende usare per piegare agli interessi del capitale a base USA i popoli del mondo e i possibili concorrenti delle altre grandi aree capitalistiche (in primis la UE). Ma da questo a dire che esso sia invincibile c'è un bel passo: accettare l'invincibilità degli USA significa aver già essere subalterni all'egemonia USA, introiettando il sogno di onnipotenza dei neocons americani, che mirano esplicitamente ad usare l'attuale superiorità militare per realizzare il progetto di un XXI secolo a stelle e strisce. Abbiamo avuto in passato situazioni analoghe: cosa avrebbero dovuto fare i popoli di fronte alla travolgente avanzata hitleriana in Europa? O i viet-cong contro una potenza che dall'alto dei cieli spandeva napalm a piene mani? Ma, soprattutto, credo non sia corretto separare l'analisi della guerra e della potenza militare dall'insieme dei rapporti sociali di produzione. Potenza militare e guerra non sono un assoluto, sono radicati in un sistema sociale, caratterizzato dalle sue specifiche contraddizioni di classe. Il "piano militare" non è mai stato per i comunisti, né per le forze che nel XX secolo hanno praticato resistenze e lotte di liberazione, il piano principale. La resistenza al nazifascismo o quella vietnamita all'aggressione USA combinavano insieme lotta politica, lotta culturale, conquista e allargamento del consenso delle masse, e lotta militare; non assolutizzavano l'uno o l'altro aspetto, ed è stato principalmente grazie al radicamento politico che le resistenze hanno vinto contro nemici che apparivano strapotenti sul piano dei mezzi militari. L'imperialismo non è onnipotente, anche se sogna di esserlo. Attribuirgli l'onnipotenza, pur se solo sul terreno militare, nasce anche dall'abbandono della teoria leninista, che rifiutava la teoria kautskiana del "superimperialismo" e coglieva le contraddizioni tra gli imperialismi (così come non esiste un unico capitale, ma una molteplicità di capitali in concorrenza tra loro). La teoria dell'impero - unico, pervasivo, universale - porta in sé anche l'idea di onnipotenza imperiale. Cosa che oggi, sul piano politico, ha conseguenze gravi, poiché si traduce nell'invito - implicito o esplicito - a rinunciare, a non sostenere, qualsivoglia forma di resistenza armata alle aggressioni imperialistiche attuali o future. E, detto per inciso, si parlerebbe ancora di Iraq se non si fosse sviluppata lì una resistenza, anche militare, all'occupazione? Quella resistenza lotta anche per i diritti degli altri popoli minacciati dall'imperialismo, impone un freno alla marcia trionfale del militarismo USA. Ma è il secondo argomento quello decisivo. L'ho chiamato, tra virgolette "metafisico". Esso non parte dalla considerazione di un mutato quadro storico, di un mutato rapporto di forze, o meglio, ricorre all'esperienza storica delle rivoluzioni del '900 per affermare un rapporto di filiazione diretta tra il modo in cui si è giunti al potere politico, anche attraverso l'insurrezione armata, e l'involuzione delle società postrivoluzionarie. Dal punto di vista della storia delle rivoluzioni del '900, questo rapporto univoco e unilineare è tutto da dimostrare. Ma non è questo l'aspetto principale del ragionamento, che, appunto, trascende ogni riferimento storico, ogni "specificazione storica" (quella che Marx invitava a cogliere, sin dalla sua critica a Proudhon in "Miseria della filosofia") per collocarsi su un piano di generalizzazione universale e atemporale. Scrive F. Russo: "Il potere è violento, la spada è sempre pronta a colpire chi si oppone; ma opporsi con la spada dà vita a nuove pratiche sociali di relazioni solidali e libere o perpetua la violenza e il potere?". Vi è in questa posizione radicale l'idea che l'uso del medesimo mezzo ti fa diventare come l'altro, ti contamina. E' un'idea forte, nobile e di grande effetto. Ma è propriamente un'idea metafisica, mutuata da una cultura che non riesce a concepire il processo storico, la transizione da una forma sociale all'altra, attraverso la contraddizione in cui gli opposti si compenetrano, per dar vita a un "superamento" che non è affatto il puro e semplice annichilimento dell'opposto, sostituito da qualcosa di totalmente "Altro", ma, propriamente, una sintesi, sicché, come scriveva Marx nei suoi appunti critici del programma socialdemocratico di Gotha, la società di transizione che nasce dalla società capitalista "porta ancora i segni della vecchia società dal cui seno è uscita". Se si generalizzasse questa idea che il mezzo usato dai dominatori è di per sé il male assoluto, bisognerebbe essere coerentemente luddisti, distruggere le macchine prodotte in condizioni capitalistiche, invece che usarle in modo non capitalistico (che implica la direzione da parte del lavoratore del processo produttivo in luogo della sua attuale subordinazione al capitale).

Viviamo e operiamo in condizioni storiche date, e come comunisti ci adoperiamo per rovesciare lo stato di cose presente, che critichiamo radicalmente. Ma esso è un dato, è quella che il tanto esecrato (e mal compreso) Machiavelli chiamava "verità effettuale", e che l'ormai buttato alle ortiche Gramsci esplicitava nei suoi Quaderni sotto la rubrica "rapporti di forza". La lotta per la trasformazione radicale dello stato di cose presente, per una società dei lavoratori associati, la lotta di classe (intrapresa dai lavoratori, ché i capitalisti e gli imperialisti non hanno mai smesso di farla) implica che essa si faccia almeno tra due antagonisti.

E non è sempre possibile scegliersi il terreno dello scontro. Se così fosse, i comunisti, che non hanno certo iscritto nel loro codice genetico la violenza e la guerra (è il prefascista Marinetti che parla di "guerra come sola igiene del mondo") avrebbero sempre scelto la "via pacifica" - come sembrava possibile allo stesso Engels quando osservava negli ultimi decenni dell'800 l'avanzata della socialdemocrazia tedesca, salvo avvertire che bisognava mettere nel conto, come poi puntualmente si è verificato nel secolo successivo, la reazione delle vecchie classi dominanti contro il proletariato andato al governo per via parlamentare. Dunque, i comunisti dovrebbero essere sufficientemente abili e duttili per cercare di imporre al nemico di classe, finché è possibile, il terreno di scontro loro favorevole (che certamente, nelle condizioni articolate e complesse delle società civili delle democrazie liberali, non è quello militare). Ma devono sapere che non sempre il terreno di scontro sarà quello da loro scelto. Gli imperialismi oggi dominanti hanno dimostrato di essere disposti a tutto e a passare su qualsiasi cadavere pur di conservare il potere economico e politico. E questa non è una storia passata delle dittature fasciste tra le due guerre. Il secondo dopoguerra è costellato di interventi devastanti volti a mantenere il potere minacciato o a strapparlo violentemente quando forze popolari sono andate al governo attraverso libere elezioni: dall'Indonesia alla Grecia, dal Cile di Allende all'Argentina, senza dimenticare che in Italia ha operato un'organizzazione come Gladio, pronta ad intervenire se i comunisti si fossero avvicinati troppo al governo. Il fascismo non è un incidente della storia, un bubbone sorto su un corpo sano, come pretendeva Croce, ma è un'alternativa che le classi capitaliste praticano quando il loro potere viene messo in pericolo. Non abbiamo in questo mutato epoca, e il rischio di un'abolizione strisciante o palese degli spazi di agibilità politica è sempre presente (come negli USA dopo l'11 settembre 2001).

Se proviamo a ricollocare il discorso sul terreno storico-sociale presente e non su quello di un assoluto metafisico antidialettico, dovremmo analizzare natura e ruolo dell'attuale imperialismo, e la portata dello scontro mondiale in atto. Non ci troviamo di fronte a un "avversario", che - come in una partita a scacchi o in un duello tra cavalieri medievali che si battono per il loro onore, e osservano le regole del gioco, e si rispettano reciprocamente, e rendono "l'onore delle armi allo sconfitto" - si considera e si sente parte di una comune civiltà, in cui riconosce l'altro non come alieno, ma proprio simile. Siamo di fronte ad un imperialismo ferocissimo e spietato, che considera - al pari del nazismo - il resto degli umani sottouomini, carne da macello su cui sperimentare nuove armi di distruzione di massa e che dichiara esplicitamente di non riconoscere altre regole del diritto internazionale che non siano quelle che gli sono favorevoli. Le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, lanciate contro città di inermi civili giapponesi come monito contro l'URSS, vero inizio della guerra fredda, non sono meno crudeli e efferate, nella loro logica come negli effetti, del campo di sterminio di Auschwitz. E' irrealistico pensare che di fronte a tale barbarie, a tale rifiuto di "regole del gioco" la pratica non violenta possa ottenere risultati significativi. Mentre è grande il rischio che rafforzi - involontariamente - l'egemonia dell'imperialismo.

 

Andrea Catone

 

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dalla mailing list fori-sociali@yahoogroups.com

25-1-'04

Marco Bersani

 

La splendida festa di popolo che e' stato il Forum di Mumbay si e' concluso

da alcuni giorni e ho avuto cosi' il tempo di leggere con piu' calma parte

del dibattito che l'articolo scritto da me, Bernocchi, Cannavo' e Casarini

ha suscitato.

Devo dire che le reazioni prodotte tanto dall'articolo quanto dal mio successivo

messaggio di chiarimento, mi confermano come la discussione collettiva su

argomenti come guerra\terrorismo o violenza\non violenza sia ancora insufficiente

dal punto di vista dell'analisi politica, perche' viziata dalla prevalenza

di un approccio di tipo etico (necessario ma non sufficiente) che consequenzialmente

prevede la necessita' di schieramento e di appartenenza.

Proprio perche' credo sia da tutti comunemente condiviso come non sia in

campo, ne' ora ne' mai, alcuna ipotesi di militarizzazione del movimento

italiano ed europeo e che nessuno abbia in mente l'abbandono delle pratiche

di lotta condivise da tutto il movimento sin dalle giornate di Genova, ovvero

azioni pacifiche, nonviolente e di disobbedienza civile, credo che dovremmo

permetterci una discussione franca e aperta, consapevoli del fatto che ogni

volta che abbiamo affrontato un problema in questi termini ne abbiamo ricavato

sintesi piu' avanzate e nuovi orientamenti all'azione.

Intervengo quindi un'altra volta, sia perche' ora posso farlo con il tempo

e le energie adeguate per esprimermi in un senso piu' compiuto, sia per

contribuire ad una discussione che dovra' essere lunga e articolata per

divenire fertile.

Nel dibattito in corso, credo anche occorra tener conto dei diversi temi

che nella discussione si sono inevitabilmente intrecciati, rischiando a

volte di far cortocircuitare la riflessione : c'e' una questione legata

a guerra e terrorismo e ai suoi riflessi sui movimenti, c'e' una questione

legata alla rivisitazione del '900 e ai suoi riflessi sulle strategie legate

al rapporto tra potere e democrazia, e c'e' una riflessione che riguarda

le pratiche di lotta nelle diverse situazioni di conflitto nel mondo (Iraq

in particolare, ma non solo).

Provo ad intervenire per punti.

 

GUERRA E TERRORISMO.

L'articolo a quattro mani diceva sostanzialmente come

l'assunzione della categoria analitica "Il Terrorismo" come soggetto unico

in se' compiuto a livello mondiale, contrapposto alla guerra permanente,

ma con questa autoalimentantesi, fosse sbagliata. Ho gia' ribadito perche'

ritengo che cio' sia vero, ma vorrei articolarlo ulteriormente. L'esistenza

de "Il Terrorismo" come soggetto unico mondiale in se' compiuto e' parte

integrante dell'attuale fase della strategia di guerra permanente teorizzata

dai neo-cons americani, con tre precise funzioni : a) la possibilita' di

risolvere con l'aggressione militare l'accapparramento delle materie prime

fossili residue sul pianeta e garantirsi attraverso il controllo dell'energia

il mantenimento del dominio mondiale; b) la possibilita' di usare questa

categoria per eliminare l'insieme delle conflittualita' e dei movimenti

di lotta ormai presenti a livello mondiale (Mumbay ne e' un'ulteriore positiva

conferma); la possibilita' di ridurre, attraverso la politica della sicurezza,

i diritti individuali di ciascun abitante del pianeta.

Non dimentichiamoci, tra gli effetti, la direttiva europea che dovra' essere

ratificata dal governo italiano e che prevede come ascrivibili al terrorismo

praticamente tutte le forme di conflittualita' sociale (fino ai blocchi

stradali e all'occupazione delle scuole).

Contrastare questa posizione e' possibile solo rompendo il paradigma, invece

di assumerne una parte (l'esistenza de "Il terrorismo" come soggetto unico,

mondiale e in se' compiuto) come elemento per contrastare l'altra (la guerra

permanente). Perche' nel secondo caso, il rischio che si corre e' quello

del progressivo ammutolimento del movimento di fronte alle situazioni drammatiche

e tragiche che quotidianamente si presentano.

L'ho gia' detto, ma vale la pena ripeterlo: il balbettio del movimento nel

mobilitarsi per chiedere l'immediato ritiro delle truppe dall'Iraq dopo

Nassirya aveva questa portata : perche' se il Governo Berlusconi dice che

quel tragico atto e' parte dell'azione de "Il Terrorismo" e noi abbiamo

accettato culturalmente una parte del paradigma (l'esistenza de "Il terrorismo"

come soggetto unico, mondiale e in se' compiuto),

diventa difficile definire Nassirya un legittimo, per quanto tragico, atto

di resistenza all'occupante e dunque mobilitare per la fine dell'occupazione.

Non solo. L'accettazione del paradigma comporta la difficolta' ad intervenire

adeguatamente sull'enfatizzazione ideologica che il Governo italiano, e

non solo, pone sul problema della sicurezza, e su come questo andra' sempre

piu' ad intrecciarsi con le lotte sociali in corso.

Dico di piu'. Se dovesse accadere (speriamo vivamente di no) un attentato

in Italia, io credo che il movimento si troverebbe in grande difficolta'

a prendere la parola e la piazza per esprimersi contro la guerra globale.

E se anche

accadesse, sarebbe poco comprensibile per i cittadini, dopo mesi di esplicito

utilizzo del paradigma da parte del Governo e dopo mesi di accettazione

parziale del paradigma da parte del movimento, di fronte all'evidenza dell'accaduto

(tutti ci dicono che esiste "Il terrorismo" come soggetto unico mondiale

in se' compiuto, e oggi ha colpito il nostro Paese).

Non esiste dunque il terrorismo ? Non esiste come definito nel paradigma.

Esistono gruppi, apparati e servizi segreti che di volta in volta, attraverso

atti terroristici, cercano di modificare a proprio vantaggio una situazione.

Occorre dunque di volta in volta capire e denunciare gli atti terroristici

e gli interessi che coprono, sia per il grado di sofferenza che provocano

nelle popolazioni colpite, sia per le speranze di liberta' che vanno a comprimere.

Occorre dunque abbandonare l'accettazione parziale del paradigma e accedere

alla complessita' e anche alla tragicita' della storia quotidiana.

Ne guadagnerebbero la riflessione politica e l'orientamento all'azione.

E soprattutto l'agibilita' del movimento.

 

L'IRAQ PER ESEMPIO

Ho gia' detto di come l'accettazione parziale del paradigma abbia comportato

il balbettio del movimento dopo i fatti di Nassirya. Ma il paradigma, proprio

perche' assolutizzante, comporta la sua inevitabile estensione. Quanti convegni

ha prodotto il movimento per conoscere e capire quale sia l'attuale situazione

in Iraq? Direi nessuno. Ma nel frattempo, si diffonde, aldila' delle intenzioni

soggettive, l'idea che in Iraq sia in atto (scusate la semplificazione)

un grande e tragico confronto

tra la guerra e il terrorismo. Nulla di piu' e nulla di meno.

Quali conseguenze comporta questo per il movimento? Le stesse, ovvero il

deficit dell'analisi politica e l'immobilismo dell'azione. Logico che, se

prevale la fisiologica estensione dell'accettazione parziale del paradigma,

ci siano addirittura parti del movimento che arrivino a non pensare come

necessario l'immediato ritiro delle truppe occupanti ( se l'Iraq e' lo scontro

tra guerra e terrorismo, non possiamo lasciare solo il popolo irakeno che

ne e' la vittima).

Se abbandonassimo il paradigma, allora scopriremmo come la realta' in Iraq

sia complessa e questo aiuterebbe la parola e l'azione dei movimenti.

Scopriremmo che in Iraq e' in atto una occupazione militare che per strategia

e posizione geopolitica attira interessi disparati, e che attualmente in

campo vi sono (scusate ancora la semplificazione) : una resistenza popolare

diffusa,

una resistenza armata, gruppi terroristici al soldo di servizi di paesi

confinanti e di grandi potenze.

Questo allora ci permetterebbe di conoscere e denunciare gli atti terroristici

e gli interessi che coprono contro il popolo irakeno. E ci permetterebbe

di solidarizzare con la resistenza popolare e armata (riconosciuta come

diritto anche dall'ONU), come possibile base per un futuro democratico dell'Iraq.

Dovremmo senz'altro approfondire i rapporti tra la resistenza popolare e

quella armata, perche' dalla qualita' di quei rapporti si potrebbero trarre

considerazioni sulla qualita' del futuro processo democratico irakeno. Ma

mi piacerebbe non dimenticassimo mai che senza l'insieme della resistenza

irakena, oggi

quasi sicuramente tutti noi saremmo in piazza per cercare di fermare la

guerra alla Siria e via dicendo.

E sapremmo infine dire quale solidarieta' di base e' possibile e quale intervento

internazionale, se richiesto, e' necessario (ovviamente, via le truppe subito

e nessuna potenza occupante nell'intervento internazionale).

 

IL '900 RIVISITATO

Che il '900 debba essere criticamente rivisitato e' fuor di dubbio. In particolare,

la concezione dell'automatismo per cui il cambiamento rivoluzionario avviene

per la presa di coscienza di un unico soggetto motore, la classe operaia,

che tramite il ruolo guida del partito e la costruzione dell'esercito popolare,

prende il palazzo d'inverno ( anche stavolta scusate l'estrema semplificazione)

credo oggi

necessiti di importanti riflessioni.

Dire tuttavia che la lotta di liberazione del Vietnam, perche' armata, abbia

costitutivamente prodotto il successivo autoritarismo e la burocratizzazione,

ovvero tutti gli elementi della degenarazione seguente appare un salto teorico

difficilmente comprensibile.

Porto un solo esempio di confutazione : il Nicaragua sandinista, nato da

una lunga lotta di guerriglia e che ha prodotto, prima di essere sconfitto

dall'aggressione economica e militare USA, un decennio di democrazia popolare

per molti versi anticipatoria di tante sperimentazioni oggi proposte dai

movimenti.

Voglio dunque dire che l'automatismo iniziale e' dunque valido tuttora?

Certo che no. Anche nel Nicaragua sandinista sono avvenute le degenerazioni

di cui sopra, ma credo abbiano piu' a che fare con il tipico processo novecentesco

sopra schematizzato, ed in particolare con il cosiddetto ruolo del partito

guida, e su cosa questo comporta in termini di rapporto tra gestione del

potere e democrazia.

Voglio quindi dire che il processo di cambiamento passa ancora oggi attraverso

la lotta armata di popolo? La storia insegna che si danno per ciascuna

situazione forme diverse di tentativi di riappropriazione collettiva della

liberta', e che oggi i movimenti popolari hanno trovato altre strade per

mettere in campo situazioni di sperimentazione possibile. Ma ogni percorso

non va assolutizzato, perche' sono le condizioni concrete (per esempio gli

spazi che consente l'avversario) a determinare le condizioni in cui un processo

di liberazione possa esplicitarsi.

Credo sia necessaria una riflessione sul potere e la democrazia che ancora

come movimenti dovremmo fare, per capire insieme cosa significhi costruire

autogestione democratica dal basso, destrutturazione del potere da subito

e come questo si possa confrontare con chi il potere lo detiene e non intende

redistribuirlo costi quel che costi.

 

INFINE, SU VIOLENZA E NON VIOLENZA

La violenza cambia chi la utilizza, perche' inevitabilmente comporta la

mimesi dell'avversario, che della violenza fa parte costitutiva della propria

politica di dominio quotidiano. L'uso della violenza e i suoi effetti sono

parte di una contraddizione che gli uomini e le donne si portano dentro

da quando e' cominciata sul pianeta una narrazione collettiva. E' bene che

su questa questione, il movimento abbia fatto diverse riflessioni, fino

ad adottare collettivamente delle pratiche riconosciute e condivise, che

si sforzano (non sempre riuscendovi) di produrre altro dall'avversario.

Credo che il superamento dell'eterogenesi dei mezzi e dei fini sia una delle

acquisizioni piu' importanti di questi anni. Non c' e' separazione di mezzi

e fini che possa produrre reale cambiamento e che non comporti una perdita

di umanita' in chi la produce. Su questo, come ho gia' detto, l'articolo

scritto a quattro mani non era sufficientemente chiaro.

Il problema tuttavia e' di duplice natura : cosi' come il fine non giustifica

i mezzi, altrettanto il mezzo non puo' divenire il fine "tout court". Il

mezzo deve far intravedere il fine, deve dunque essere comunicabile e produrre

consenso e aggregazione, senza sovrapporsi totalmente al punto di assolutizzarsi.

Provo con alcuni esempi a farmi capire.

Se assolutizzassimo il mezzo, cosi' come specularmente in passato si assolutizzava

il fine, noi non potremmo neppure spiegare perche' durante il massacro preordinato

dei giorni di Genova, migliaia di noi ad un certo punto e per difendere

se stessi e gli altri hanno reagito alla violenza delle forze dell'ordine.

Voglio dire che Carlo non e' "piu' nostro" perche' in quel drammatico giorno

aveva in mano un estintore, ma non diventa altrettanto "meno nostro" per

lo stesso motivo.

Carlo e' nostro e del mondo perche' voleva cio' che vogliamo noi e lo voleva

senza prefigurare ideologicamente l'uso della violenza, anche se si e' trovato

in circostanze che lo hanno costretto a tentare una difesa personale e collettiva.

Con lui migliaia di altri, che non l'hanno voluto prima e difatti non l'hanno

praticata dopo, successivamente e in diverse circostanze.

Provo a fare un altro esempio. La vittoriosa lotta del popolo boliviano

contro la privatizzazione del gas naturale ha costruito partecipazione popolare,

mobilitazione di massa, scioperi, blocchi stradali e solidarieta'.

Ad un certo punto della lotta, i minatori boliviani hanno messo la dinamite

nei pozzi come forma di pressione. Quella lotta che tutti abbiamo appoggiato

non e' "piu' nostra" perche' ad un certo punto e' stata utilizzata questa

forma di pressione, ma non diventa "meno nostra" per lo stesso motivo.

Se invece io assolutizzo il mezzo, dovrei interrompere l'appoggio e la solidarieta'.

Credo che il fine debba essere sempre l'apertura di spazi di liberta' e

di partecipazione democratica alle mobilitazioni e che i mezzi siano quelli

che in ogni situazione data prefigurano quel fine, ossia siano comunicabili

e producano consenso e aggregazione.

Senza assolutizzazioni, ma con la grande attenzione che la drammaticita'

di ogni situazione richiede e che la speranza di costruire donne e uomini

nuovi necessita.

 

Grazie per l'attenzione.