United colors of commons: perché il mondo che vogliamo è un mondo a colori

Che cosa sono i beni comuni? Come definirli, descriverli e soprattutto come costruirli e renderli vivi? A queste domande ha cercato di rispondere la tre giorni che si è tenuta dal 25 al 27 gennaio presso l’ex Colorificio liberato di Pisa. Organizzata dal Municipio dei beni comuni e dal Progetto Rebeldía che di esso è parte integrante, l’iniziativa ha visto la partecipazione di centinaia di persone che al Colorificio hanno cercando di riempire di contenuti un termine, “bene comune”, ultimamente alquanto inflazionato – basti pensare allo slogan “Italia bene comune” usato a fini elettorali dalla coalizione di centro sinistra guidata dal PD di Pierluigi Bersani.

Il primo giorno si sono così affrontati i problemi dell’emergenza abitativa – che a Pisa riguarda non soltanto i numerosi studenti universitari, vessati da esose richieste d’affitto spesso in nero, ma anche, purtroppo, le fasce più deboli della popolazione, dai migranti ai rom –, le possibilità di un utilizzo creativo degli spazi del Colorificio – di cui narrare la storia e le vicende grazie ai documenti qui ritrovati –, riflettendo poi sulla “Repubblica dei beni comuni” assieme a Marco Bersani, Paolo Cacciari, Sandro Medici e Mario Pezzella.
Del secondo giorno sono stati protagonisti i tavoli di lavoro, alcuni dedicati all’ambiente, altri al precariato, altri ancora ai migranti, alla cultura, all’informazione, al welfare e alla finanza, veri e propri laboratori di quella trasmissione, condivisione e costruzione dei saperi che è cifra essenziale dei movimenti in difesa dei beni comuni. La funzione sociale della proprietà è stata poi al centro dell’importante analisi conclusiva compiuta dai giuristi Ugo Mattei, Maria Rosaria Marella e Luca Nivarra, che hanno discusso con un pubblico attento il legame tra la Costituzione italiana e lo status politico dei beni comuni.

Ed è lo stretto rapporto tra il dettato costituzionale e le pratiche dei beni comuni che dovrebbe far riflettere chi – di fronte alle tante occupazioni di spazi pubblici e privati che stanno caratterizzando, da Milano a Palermo, la vita delle città italiane – continua a invocare il rispetto della legalità, una legalità che tuttavia, lungi dall’essere violata, si fa tangibile e concreta proprio in queste esperienze, nel loro restituire alla cittadinanza luoghi deserti e abbandonati ricostruendo quelle relazioni tra le persone e le idee di cui il mondo in cui viviamo sembra avere sempre più paura.

Non stupisce quindi che un’esperienza così significativa come quella del Colorificio pisano proprio oggi, all’indomani di una tre giorni che ha messo in luce tutta la potenza ideativa e trasformativa di questa realtà, subisca un attacco da parte della J Colors, la multinazionale proprietaria dell’immobile, che ha depositato in questi giorni ai carabinieri una richiesta di sequestro dell’immobile: i “Signori grigi” a cui la politica è sempre più genuflessa non possono tollerare chi alle logiche solipsistiche del profitto contrappone una realtà da vivere e far vivere assieme.

È questa del resto la vera sfida da affrontare per chiunque creda che “bene comune” non sia soltanto una parola jolly da usare ogniqualvolta l’opportunità lo richieda, ma sia piuttosto il solo modo di rispondere a una crisi sempre più feroce: respingere gli attacchi che da Bologna a Roma si stanno moltiplicando proseguendo sulla strada del confronto, della discussione e della solidarietà, e continuando a riempire il concetto di bene comune con tutti i colori che ciascuno di noi porta dentro di sé.

 
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