Carissimi,
mi dispiace molto non poter essere presente venerdì alla presentazione del progetto che l'Amministrazione Comunale, attraverso le sue consociate, vuole realizzare sull'area dove Rebeldia svolge da tempo la propria attività.
Si tratta di un'occasione importante per cercare di contribuire a fare chiarezza su una situazione che ormai da molto tempo cattura l'attenzione di diverse componenti della città.
Credo che innanzi tutto si debbano distinguere i diversi aspetti della questione: quella che si intende compiere sull'area del Rebeldia, attraverso la realizzazione della stazione degli autobus e di un nuovo edificio di sette piani è una operazione sostanzialmente immobiliare, legittima in quanto legittimata dal piano strutturale di cui la stessa amministrazione che intende eseguire le opere si è dotata.
Ciò però ha poco a che vedere con il presunto risanamento del quartiere della stazione. e questa è l'altra questione.
Se vogliamo fare un po' di storia, guardando come le stazioni sono
intervenute nella storia della città europea possiamo trovare diverse
analogie tra le diverse realtà anche cambiando notevolmente di
latitudine.
Presentate sul finire del secolo XIX come l'arrivo della modernità
all'interno della città, le aree urbane prossime alle stazioni hanno
via via visto presentarsi gli stessi problemi: difficoltà di
collegamento con il resto dell'abitato, dovute alla cesura fisica del
tessuto urbano, generazione di un ambito in cui storicamente si sono
venuti a condensare ceti economicamente più deboli, aree soggette ad
una certa trascuratezza delle amministrazioni locali, trattate non
diversamente dalle officine o dalle fabbriche sorte all'interno della
città.
Quartieri, in una parola, a carattere prettamente utilitaristico, una sorta di ventre operoso della città.
Naturalmente ciò ha significato nel tempo la formazione di quartieri
abitati da una popolazione costituita prevalentemente da ceti operai e
poi da immigrati: prima da immigrati dal sud italia, che in queste
aree si sono insediati ed hanno intrapreso le proprie attività, poi
dall'immigrazione proveniente dall'estero che è venuta a sostituire
quella interna.
Non diversamente è andata per il quartiere della Stazione a
Pisa:attualmente il quartiere della Stazione, più genericamente quello
che costituiva il territorio della scomparsa Circoscrizione 4 presenta
il più alto tasso di stranieri residenti: quasi il doppio, per dire,
rispetto alla ex Circoscrizione 1 e oltre il 30% in più rispetto agli
altri quartieri, con circa 9 residenti stranieri ogni cento abitanti
(la media nazionale, per fare un raffronto, è del 2,3%).
E' quindi evidente che si tratta di un quartiere delicato, il primo in
cui il contatto tra residenti italiani e residenti stranieri è più
fitto, più diretto.
In un ambito come questo pensare che un piccolo parco urbano come
quello che si prevede di realizzare una volta liberata l'area
prospiciente le mura dalla stazione degli autobus, parco che comunque
non verrà realizzato con questo intervento in cui lo scambio economico
è solo quello della realizzazione dell'edificio di sette piani in
cambio della stazione degli autobus (un po' come un cane da un milione
in cambio di due gatti da cinquecentomila lire...) è un'idea tenera ma
che appartiene ad un modo ottocentesco di concepire l'urbanistica.
Già nel primo novecento le amministrazioni locali inglesi e francesi
erano costrette a truccare i dati nel tentativo di dimostrare che le
aree dove si realizzavano i parchi urbani erano quelle dove accadevano
meno delitti e comunque questo dato è ben chiaro a chiunque abbia
pensato di avventurarsi in Central Park a New York dopo le 5 di sera.
Questo naturalmente non significa essere contro alla realizzazione dei
parchi all'interno della città ma solo che non si deve confondere
qualità urbana ed integrazione.
Perchè proprio di integrazione, pensando al quartiere della Stazione di
Pisa e più in generale a tutti i quartieri "di contatto" delle città
europee, si tratta.
In un ambito urbano in cui la presenza di popolazioni provenienti da
paesi diversi è così alta la prima preoccupazione di una
Amministrazione deve naturalmente essere quella delle possibilità di
mediazione (culturale, sociale, di animazione ecc.), vorrei quasi dire
di soluzioni di ammortizzazione delle difficoltà di rapporti che la
convivenza di appartenenti al genere umano diversi per provenienza,
cultura ed abitudini genera da che mondo è mondo.
La sfida dell'urbanistica contemporanea - lo dico da amico
dell'urbanistica e non certo da specialista - è proprio quella di
coniugare le trasformazioni urbane con il miglioramento - e non il
peggioramento - delle possibilità di incontro, di mediazione, di
integrazione: in una parola delle possibilità di vivere serenamente la
città.
E' un tipo di urbanistica che non si limita a considerare la città come
un gigantesco Monòpoli in cui la sola attività necessaria è quella di
riempire di case ed alberghi i buchi vuoti delle caselle. Ma anche nel
Monòpoli esiste la carta degli Imprevisti, che amministrazioni ed
imprenditori pescano malvolentieri: gli imprevisti sono i costi sociali
che è necessario sostenere quando si interviene in contesti tanto
delicati,
a meno che non si voglia credere che in un quartiere dove insiste già
la stazione ferroviaria, un grande parcheggio interrato (quando sarà
terminato...) e la stazione degli autobus, il potenziamento di un
ulteriore parcheggio possa costituire un intervento di risanamento. E
tutto ciò senza offrire l quartiere nessuna contropartita in termini di
miglioramento della vivibilità e delle possibilità di interazione non
conflittuale che non sia semplicemente costituita da una striscia di
verde, certamente importante, ma del tutto dilà da venire.
Per sovramercato le stazioni di autobus costituiscono un luogo dove due
fasce estremamente deboli della popolazione, gli anziani e gli
immigrati - che, come sa chiunque abbia preso recentemente un mezzo
pubblico ne costituiscono la maggioranza dell'utenza - vengono a
contatto amplificando sia le potenziali problematiche che le
potenzialità.
In questo contesto l'esperienza di Rebeldia - qui ed ora - rappresenta
un unicum. E' un tentativo di dare, nella modernità, risposte alla
necessità di rapporti che il mondo, globalizzato con o senza il nostro
consenso, ci impone.
La presenza all'interno del cosiddetto "Cartello Rebeldia" di
associazioni le più diverse, ma il cui scopo è comunque quello di
costituire un ponte tra residenti italiani e stranieri del quartiere,
costituisce un laboratorio a cui un'Amministrazione avvertita dovrebbe
guardare con rispetto e con il massimo dell'interesse.
Ancor più oggi, quando le possibilità di mediazione offerte sul
territorio dalle Circoscrizioni sono state cancellate e più nessun
cuscinetto si pone tra l'Amministrazione centrale ed i cittadini.
Dobbiamo serenamente chiederci come il confronto tra le intenzioni
dell'amministrazione e le attività del quartiere andrà a finire: io
credo che finirà non diversamente da come vorranno tutti i soggetti
interessati: amministrazione locale, cittadini italiani e stranieri,
associazioni impegnate nella mediazione sociale.
Quello che può rappresentare un laboratorio originale per
l'integrazione della cittadinanza non merita di essere sostituito -
senza alternative - da una iniziativa che complicherà i rapporti
all'interno del quartiere - in senso anche di aumento di traffico,
rumore, inquinamento - anziché alleggerirli.
So per esperienza ormai ahimé annosa che niente nelle vicende urbane è
ineluttabile quando si incontra l'attenzione di una Amministrazione
avvertita: non esistono processi economici o urbanistici che non si
possano arrestare anche all'ultimo momento quando possono costituire un
danno per la popolazione ed alcune esperienze di questi ultimi anni
sono lì a confermarlo.
Spero davvero che anche questa volta la razionalità e l'amicizia per
la nostra città prevarranno: forse il posto delle associazioni che si
occupano di proteggere i più poveri ed i più deboli è davvero in mezzo
ad una strada, ma non è bello stare dalla parte di chi ce le mette.
Un caro saluto.
Alessandro Baldassari.
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