Colorificio Toscano, Pierotti: "Ricordiamoci dell'articolo 42 della Costituzione"

L'intervento del Presidente di Art Watch Italia sul riutilizzo sociale dell'area produttiva da anni lasciata all'abbandono

 

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C'era un ben visibile drappello di milizia armata a presidiare la presentazione del volume Rebelpainting. Beni comuni e spazi sociali: una creazione collettiva. Mai successo a Pisa, a mia memoria, in fatto di libri. Che cosa ci poteva mai essere di così pericoloso per la società in quella pubblicazione?

 

In realtà nella pubblicazione, realizzata in occasione della costituzione del Municipio dei Beni Sociali, si riflette pacatamente, e con argomentazioni di molto peso, sul problema dei beni comuni e sui modi di recuperarli all'uso collettivo. Fra i vari saggi merita evidenza quello di Ugo Mattei, che centra il nodo costituzionale della questione.

L'articolo 42, comma secondo, della Carta recita: "La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti". Proprio così. Nel Titolo I, che si occupa dei rapporti civili, con questo articolo si esplicita lo scopo di assicurare la funzione sociale della proprietà privata e di renderla accessibile a tutti.

Quanti, fra coloro che hanno giurato fedeltà alla Costituzione, si ricordano sempre di questo passaggio? Forse non tutti. Quanti sono convinti che la proprietà privata sia un diritto primario e assoluto e non debba invece legarsi a quella nozione di proprietà/funzione che la Costituzione sancisce? Probabilmente molti. In altri termini: quanti sono consapevoli veramente che la proprietà privata ha dei limiti nell'uso che se ne fa e che la legge ha lo scopo "di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti"?

L'Ente pubblico, che ha rilasciato un permesso di costruire in rapporto a una specifica destinazione d'uso, dovrebbe in prima persona rivendicare il pieno rispetto di quella concessione, perché un immobile vuoto e abbandonato crea sia un danno sociale collettivo sia un danno finanziario specifico allo stesso Ente. Sta di fatto che invece, nei confronti di un movimento che si propone di dare attuazione alla Carta costituzionale recuperando all'uso comune uno spazio abbandonato e non utilizzato da nessuno, anziché raccogliere il problema nella sua valenza istituzionale si è esibito il meglio dell'armamento poliziesco, a mo' di diffida armata.

Mattei, che è professore ordinario di diritto civile all'Università di Torino, citando tra l'altro alcune sentenze recenti (tribunale di Roma, Cassazione a camere riunite), toglie dall'illegittimità e riporta nel solco costituzionale proprio la principale questione che giovani "occupanti", di tutta Italia e non solo, stanno proponendo nelle loro manifestazioni. La lettura del suo intervento gioverebbe molto anche a chi ritenesse - eventualmente - di stare nella legge perché difende in maniera assolutistica la proprietà privata, quasi che essa appartenesse al diritto naturale, e magari, in assoluta buona fede, ritiene suo dovere precipuo difenderla ricorrendo alle forze dell'ordine.

Invece il diritto assoluto e incontestato alla proprietà privata non è affatto una nozione universale. Se fossimo tutti musulmani - facciamo un esempio - il problema non sussisterebbe. La legge coranica non consente la proprietà privata. La terra è di Dio, che l'ha concessa agli uomini perché la usino. Se non la usano, non gli appartiene. Il possesso scisso dall'uso non è ammesso. Abbiamo dunque un miliardo e mezzo di persone che, in fatto di tutela del privato, non la pensa come noi. (Magari però, quando si sente parlare di sharia, sarebbe opportuno riflettere caso per caso prima di demonizzarla in assoluto. Il mondo musulmano, proprio per effetto della sharia, ossia del trasferimento nella legge ordinaria dei princìpi coranici, non ha subito la bolla speculativa legata all'edilizia né la crisi finanziaria che ne è conseguita. Inoltre là tutti dispongono di una casa e case senza persone non ce ne sono).

Nel 1982 il filosofo marxista Roger Garaudy, per essere coerente con la propria ideologia, si fece musulmano. Non era questa la via corretta, io credo. È giusto invece che ognuno resti nella sua tradizione e nella sua storia. Però, in quale storia? In quella effettiva o in quella truccata dei libri di storia?

La proprietà privata, intesa come facoltà di godere e di disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo, fu codificata dal diritto romano (dominium ex iure Quiritium), che ribaltava il diritto italico, basato invece sul godimento delle terre comuni. Poiché, appunto, la proprietà scissa dall'uso non rientra nel diritto naturale, essa va difesa manu militari. Così i Romani facevano, in tutte le province che venivano creando, e così continuarono a fare finché furono in grado di estendere il loro dominio. Solo la caduta dell'Impero segnò il ritorno all'uso comune delle terre.

Le popolazioni germaniche che scendevano in Italia avevano per lo più costumi seminomadi, abituate a occupare terreni da mettere a frutto solo temporaneamente, finché il suolo rendeva. Il loro modo di sostentarsi cozzava concretamente con l'esistenza di estensioni enormi d'incolto, che una legge astratta voleva impedire di coltivare. Le norme di vita di questi popoli anteponevano il diritto di esistere a quello di essere proprietari. Così, con un'iniezione di sana barbarie, le terre tornarono nella disponibilità di chi le coltivava. Totila fu un grande re per il popolo ostrogoto ma anche per i latini. Realizzò una riforma agraria con la quale ridistribuiva le terre ai contadini e affrancava gli schiavi. Fu sconfitto dai generali di Giustiniano, che stava ripristinando diritto e potere alla maniera romana, e infatti tutti gli applausi dei libri di storia vanno alla Prammatica Sanzione del 554 che reintegrava i proprietari terrieri nelle terre alienate da Totila a favore dei contadini. Li reintegrava di diritto, non poteva di fatto. Con una politica capillare di penetrazione nelle campagne vi riuscì invece la Chiesa di Roma. Abbiamo una quantità enorme di falsi atti notarili e perfino di false sentenze che, nel corso del cosiddetto periodo di ferro del pontificato, ripristinavano i diritti di proprietà nelle terre comuni. Fra queste sentenze c'è anche il Placito Cassinese del 960, al quale si fa risalire il battesimo della lingua italiana ("sao ko kelle terre" eccetera).

Ma chi lo spiega, posto nel suo contesto sociale, ai giovani liceali? E chi ha il coraggio di ricordare ai medesimi studenti che i "pagani" erano gli abitanti del "pagus", ossia degli antichi insediamenti italici e liguri, perseguitati come non cristiani ma anche come liberi usufruttuari delle terre comuni?

Nonostante ciò una certa parte di terre comuni era sopravvissuta. Fu quasi completamente cancellata per effetto di un'apofonia. In età moderna molti comuni rurali si davano uno statuto. In questi statuti le "terre communes" diventavano "terre Communis". Una letterina apparentemente insignificante cambiava il senso del diritto. Nelle "terre del Comune" gli ex comunisti si trovarono a dover pagare un affitto a questo ente astratto gestito dal patriziato locale. Molte proprietà comunali - incluse quelle che dettero vita al baronato agrario -si formarono così e tuttavia la storia del comunismo delle terre fa parte anch'esso della storia del nostro paese, benché nelle storie ufficiali venga volentieri occultato.

(Apro una parentesi personale. Durante un convegno sulla politica regionale dell'ambiente (1974) mi sentii quasi irriso da un gruppo di giovani architetti perché citavo queste situazioni trattando della Valdiserchio. Nella loro legittima ignoranza ritenevano che non vi potessero essere comunisti prima del 1848.)

La storia ufficiale assolve spesso a una funzione di accecamento che maschera la realtà dei fatti in funzione della costruzione di convinzioni diffuse. Il dispotismo della proprietà privata è una di queste e non è facile correggere ciò che si è riusciti a far diventare professione di fede.

Infatti si propone tuttora il problema politico di come rapportarsi con questi giovani "rebeldi". Stando nel mio settore, ossia nel campo della storia delle arti, se si dovessero cancellare gli spiriti "ribelli" si distruggerebbero almeno due terzi dei capolavori mondiali esistenti. Ciò non è un caso. La cultura vera è sempre quella scomoda. Si può decidere se accettarla o no ma, in un momento di crisi identitaria così palese e così grave come quello che stiamo attraversando, il dovere pubblico è quello di aprire gli spazi, non di blindarli e militarizzarli. In questi giovani, conculcati e respinti in ogni maniera, che hanno il coraggio di riorganizzarsi e di riproporsi per riaprire all'uso collettivo luoghi abbandonati da un proprietà indecorosamente fuggita, si deve piuttosto riconoscere una forza vitale che risponde in profondità a qualcosa di necessario: il necessario comune.

Piero Pierotti, Presidente di ArtWatch Italia

 

 

 
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