Militant A: Dobbiamo vincere

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081031_dobbiamo_vincere.jpg in attesa del video ufficiale con enea in persona... un video di foto del coordinamento "Non rubateci il futuro".
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Dobbiamo vincere!

Dobbiamo vincere. Questo è il pensiero che dai primi di settembre contagia l’Italia come una febbre collettiva. Dobbiamo bloccare i decreti 133 e 137. Molti capiscono che sono leggi dannose per la scuola e l’università pubblica, ma chi è dentro questo mondo già percepisce la violenza che si sta abbattendo sulle nuove generazioni: dai neonati ai ricercatori universitari, tutto il ciclo del sapere e della formazione pubblica è sotto tiro. Ci stanno rapinando il futuro. E’ un affondo troppo grave per passare liscio e tutte le forze devono essere mobilitate e crescere ancora di intensità e qualità.

Mamme preoccupatevi, studenti sollevatevi, cittadini che non volete la dittatura combattete in mille forme diverse. Possiamo farcela e in parte stiamo già portando a casa dei successi. Anche se il decreto ha incassato il voto della camera e del senato, tutto è in ri-discussione e la resistenza ha sabotato i sogni di Tremonti.

Questo movimento nato in modo spontaneo e auto organizzato e cresciuto grazie al tam tam e ai mille contatti di cui si è dotato non è solo potente: è emozionante!

Pensare che migliaia di bambini dalla culla ai 10 anni stanno lottando con i loro genitori e le loro maestre e con tutti gli studenti e i loro professori, e che metà dell’intero paese condivida la lotta è un fatto epocale che commuove per il carico di speranze che porta con sé. I partiti, grandi o piccoli che siano, come anche i sindacati sono stati lentissimi a capire cosa stava accadendo e hanno reagito tardi, rigidi, hanno atteso appuntamenti lontani e sono stati anche loro sommersi dall’onda anomala. La base ha surclassato tutti i vertici. Le facce pallide e sperdute dei senatori Pd davanti a Palazzo Madama assediato resteranno nella storia, come anche il silenzio dei vertici della Cgil che hanno atteso un mese per indire lo sciopero generale e lo hanno fatto solo perché la loro base guardava sgomenta all’inazione e spaventati dallo sciopero dei cobas del 17 ottobre. Se ci fosse stata una loro seria reazione già dai primi di settembre chissà… ma la battaglia è lunga e il declino culturale prima ancora che politico di Berlusconi sembra iniziato grazie a una sollevazione di massa che è venuta tutta dal basso.

Più tempo pieno [ma «pieno» di che?]
Per entrare nel merito della questione. Il decreto 133 e 137 sulle materne e le elementari [che mi investe da vicino e che conosco meglio] è un attacco devastante. Tremonti ha deciso che la crisi e i debiti elettorali vanno messi in conto per prima cosa alla scuola primaria: 8 miliardi di tagli in tre anni! Blocco del turn over e chiusura di migliaia di scuole dei piccoli comuni. Questo vuol dire che 87 mila maestre e maestri nei prossimi tre anni andranno in pensione e non saranno sostituiti [e 44 mila personale ATA, segretari, bidelli e personale non docente].
Nel 2012, quindi, nelle materne e nelle elementari pubbliche italiane ci saranno 87 mila maestre e maestri in meno! Una strage. Ma, ancora più grave del danno sull’occupazione, questa strage mina alla base i modelli organizzati della scuola primaria, impoverendo il luogo dove i nostri figli trascorrono 8 ore al giorno e compromettendo la scuola pubblica per i prossimi dieci anni almeno.
Niente più moduli, né tempo pieno come lo abbiamo conosciuto finora. Fine dell’era del «team». In più, migliaia di scuole di piccoli paesi saranno accorpate [260 scuole chiuse nel Lazio, 520 in Sicilia, …..] con evidenti ricadute nella dispersione scolastica. Per nascondere questi tagli Berlusconi e Gelmini hanno cercato di farci credere che stavano facendo una riforma: con la favola dei grembiulini, del voto in condotta e del «maestro unico». Tutte cazzate. Con il tempo si è svelato che non si trattava di una riforma, ma di una truffa!
Quando la Gelmini ha presentato il suo decreto a «Buona domenica» su canale 5 chi c’era a sostenerla? Il segretario dell’associazione «Scuole private cattoliche»… chissà perché?

Il fatto è che la scuola pubblica primaria in Italia è di eccellenza. Esistono 3 modelli: a 24, 30 e 40 ore. Quando si parla di tempo pieno si intende il modello [maggiormente sotto attacco] delle 40 ore. E questo modello dobbiamo tutti sostenere e promuovere come vera riforma della scuola di domani. I bambini entrano a scuola alle 8.30 e ne escono alle 16.30, dal lunedì al venerdì. Durante queste otto ore sono seguiti da due maestre che si alternano 4 ore ciascuna. Sono otto ore che hanno la stessa qualità dalla prima all’ultima ora, dall’ingresso all’uscita, passando per il momento del pranzo [fatto in comune e importante per una corretta alimentazione]. Sono otto ore tutte di serie A. I bambini imparano soprattutto a stare insieme e relazionarsi con i propri simili [di qualsiasi nazione siano]. Il modello si basa sull’idea che i bambini da 1 a 10 anni imparano stando a scuola tanto tempo e che tutti ci debbano andare. Che per avere più conoscenza ci vogliono più ore, che per avere conoscenza bisogna stare con gli altri e vicino alla cultura. In questo modello [di massima] i compiti si danno solo il venerdì perché studiare non deve essere noioso, ma deve essere fatto in modo concreto e in un luogo motivante.

Ora, con il decreto Gelmini, una delle due maestre andrà via, ci sarà il «maestro unico», come scritto nell’articolo 4 del decreto 137 [che sottolinea anche di promuovere il modello a 24 ore, la vera sciagura!]. Questo che vuol dire? Alcune mamme ingenue pensano che ci sarà una sola maestra dalle 08.30 alle 16.30. Errore! Attenti mamme e papà! Una maestra ha un contratto di 24 ore, quindi più di 4 ore di insegnamento al giorno non può fare. E allora? Dalle 8.30 alle 12.30 ci sarà la maestra «unica» [che nel linguaggio di Berlusconi ora sta diventando «prevalente», visto lo sgomento che ha provocato la sua proposta e la sollevazione generale senza precedenti] e poi si vedrà. Inglese, religione, laboratori a scelta interclasse…. A carico di chi? Non si sa. C’è scritto senza oneri per lo Stato, quindi a carico dell’istituto [che diventeranno fondazione con aiuti privati nelle regioni ricche].

Quindi non un «maestro unico», ma un vortice di maestri che si inter cambiano in continuazione a pagamento delle famiglie! Insomma, quando Berlusconi dice che addirittura aumenterà il tempo pieno, bisognerebbe rispondere: «Ma pieno di che?» L’orario sarà diviso in orario di serie A e orario di serie B. Fino alle 12.30 è scuola di serie A, poi «doposcuola» di B. Non sarà più tempo pieno di qualità come è stato concepito per il bene dei bambini. Non è questo un delitto crudele? E per cosa?
La filosofia che c’è dietro questa riforma è: Troppa scuola fa male. Meno scuola si fa, meglio è. Bambini state a casa [per questo invogliano alle 24 ore]. Per cui una mamma dirà: «Va bene, se il dopo scuola fa schifo a questo punto me lo porto a casa alle 12.30». O, meglio, subito dopo, dirà ancora: «Va bene, allora tanto vale che lo iscrivo a scuola privata». Capito? Questi fanno i tagli e ci distruggono la scuola pubblica, così allo stesso tempo procacciano clienti per la scuola privata!

I pedagoghi che proposero il modello «tempo pieno» partivano dalla constatazione che [fino ai primi anni’80] in prima media venivano bocciati troppi alunni [il 12 per cento]. L’attuale riforma del tempo pieno e dei moduli 24 e 30 ore ha fatto si che venisse abbassata la percentuale dei bocciati e quindi diminuita la dispersione scolastica.
Per questo la difesa della scuola pubblica non è [solo] difesa dei posti di lavoro delle maestre. E’ difesa di tutti i bambini che vivono in Italia, e soprattutto dei ceti medio bassi e degli stranieri.

Il presidente Napolitano dice: «Non si può dire solo no!». Capisco l’età, ma sveglia! A Napoli, la sua città, [e in generale nel sud] solo il 5 per cento dei bambini fa il tempo pieno. Quindi il 95 per cento dei bambini di Napoli alle 12.30 se ne torna a casa. A fare che? A guardare la tv con i nonni o la mamma, oppure in parrocchia, o, meglio, nei vicoli a imparare i mestieri della strada. Non sarebbe meglio che questi bimbi stessero a scuola fino alle 16.30?

Allora vogliamo approfittare di questo momento di mobilitazione per lanciare una campagna di alfabetizzazione? Portiamo il sud al 50 per cento del tempo pieno!
Tutti i bambini e le bambine hanno diritto al tempo pieno pubblico di qualità con due maestre!

In questa lotta è come andare in mare aperto. Ogni tanto prende il vento e parte, poi boom, scende, poi riprende alla grande. Il nemico è forte, certo, ma non potrà finire il lavoro e vincere facilmente. Mi azzardo a dire, anzi, che il nemico sta arretrando e sul tempo pieno sta cercando una via d’uscita per non perdere la faccia. E’ in difficoltà e perde consensi e si vede dalla faccia tirata di Berlusconi. Ora dobbiamo lottare sui decreti attuativi della legge. Dobbiamo fare le barricate per difendere il tempo pieno e far ritirare le leggi in questione. La posta in gioco è troppo alta e coinvolge troppe persone. Se qualcuno si ferma a prendere fiato c’è sempre qualcun altro che raccoglie il testimone, in ogni città, in ogni momento, c’è sempre qualcuno che sta lottando contro i decreti Tremonti – Gelmini. Sono due mesi che andiamo avanti ininterrottamente. Angosciati, indignati, incazzati, ma determinatissimi.

Io ho due figlie, di cui una ha 5 anni e va a scuola al 126° circolo didattico di Roma, l’Iqbal Masih. Naturalmente fa il tempo pieno ed è felice della sua classe e delle sue due maestre. E da qui, da questa scuola alla periferia sud est di Roma, abbiamo creato e organizzato una delle basi della resistenza. È un circolo, il nostro, con un gruppo di docenti e genitori attivi e il decreto è stato subito accolto con un grido di dolore e di guerra. Bisognerebbe forse scrivere un manuale su come la lotta sia partita da poche persone [in tutte le città] e nel giro di due mesi sia riuscita ad arrivare a un tale livello di fuoco [in cui non si capisce quasi più niente, ci sono 6 cortei al giorno solo a Roma]. Forse era la rassegnazione per la batosta elettorale, forse l’abitudine a chinare la testa, ma quanta gente aveva detto: «Tanto non si può fare niente». Ora si sta ricredendo.
Forse qualcosa si può fare. Il primo livello è stato la raccolta di firme, abbiamo fatto dei moduli e cercato di coinvolgere i genitori e far capire la gravità della situazione. [Molti ripetevano quella frase di cui sopra]. La raccolta di firme serve soprattutto a chi si sente isolato, per cercare di entrare in contatto con altre persone altrettanto preoccupate. Noi eravamo già avvantaggiati avendo un bel gruppetto di genitori e maestre e abbiamo costituito un coordinamento chiamato «Non rubateci il futuro». All’interno del nostro coordinamento ci siamo ritrovati chi aveva voglia di lottare e reagire subito, nei momenti d’oro cento [duecento?] persone, anime diverse, dalla Cgil di base al giro dell’autogestione, a singole mamme e papà [anche cattolici], una sorta di fronte di liberazione. E’ stato un momento in cui ognuno è riuscito a dare il meglio di sé e della propria cultura, nella massima libertà e rispetto reciproco, senza calpestare gli altri e arricchendo tutti e tutte.

I primi dieci giorni di settembre sono serviti per parlare con altri circoli didattici e capire il da fare. Lottare in una scuola elementare è difficile. I bambini sono piccoli e hanno bisogno di attenzioni e i genitori lavorano e sono schiacciati dagli impegni quotidiani. Ma abbiamo deciso che bisognava partire subito con una lotta eclatante, fin dal primo giorno di scuola, il 15 settembre: l’occupazione di una scuola elementare insieme ai bambini. Ci siamo buttati nel centro della lotta al volo. Chi doveva difendere la scuola pubblica? Noi. Dormire a scuola con i nostri figli, tutti insieme, con questi bimbi dai 5 ai 10 anni che hanno srotolato i tappetini e i sacco a peli e dormito nella loro scuola per difenderla imparando così presto a lottare per i propri diritti è qualcosa che ci ha dato una carica indescrivibile.
E’ stata un’occupazione anomala, alle 06.30 di mattina ci svegliavamo per pulire tutto e far trovare la scuola pronta per gli altri bimbi che arrivavano per le lezioni normali. E durante le notti, la pattuglia della polizia che passava ci chiedeva se avevamo bisogno di qualcosa e diceva che avevamo ragione. Erano già segnali premonitori del consenso successivo. Abbiamo fatto assemblee, incontri con pedagoghi e con Ascanio Celestini e anche con politici, trasmissioni in televisione, «fioccolate» in quartiere [manifestazioni con i «fiocchi»], feste con lanci di palloncini, merende collettive per orde di bimbi e bimbe. Notti bianche. Fondamentalmente cercavamo di aggregare sempre più gente nella lotta e sfondare nei media per spiegare l’attacco in corso. Abbiamo fatto magliette che sono diventate una specie di logo con la scritta «Il futuro dei bambini non fa rima con Gelmini» e «Io amo e difendo la mia scuola».

Io, personalmente, ho cominciato a fare delle rime rap con i bambini che non mi mollano più da allora e mi chiedono sempre di fare «C’ho un’idea disse Enea…» [in una versione riveduta contro la Gelmini]. Insomma una lotta creativa e a misura di bambini e super determinata. Quelle prime notti di occupazione pensavamo spesso: «Speriamo che parte l’università, speriamo che parte l’università…» e quando è partita sono andato in un’assemblea alla scalinata di lettere e davanti a duemila persone ho raccontato questa cosa suggellando l’unione tra i due movimenti. Noi lottiamo con voi e voi con noi. Da quelle notti di occupazione siamo usciti stremati ma ormai i meccanismi erano partiti.
Epifani il 21 settembre andò da Lucia Annunziata e al programma «in mezz’ora» non disse neanche una parola sulla scuola! E il decreto era in vigore dal primo settembre. Erano tutti presi dall’affare Alitalia, ma quanta distrazione e incapacità di capire i sentimenti e gli interessi di una base che ormai non si sente più rappresentata da nessuno. Solo ai primi di ottobre si decisero a convocare lo sciopero generale [fuori tempo massimo?]. Dico questo perché nelle scuole elementari le maestre con la tessera Cgil sono la maggioranza e hanno fatto un grandissimo lavoro auto organizzandosi. Invitati, andammo anche al cinema Capranica a parlare con Veltroni a fine settembre, il quale davanti a centinaia di maestre allibite dette appuntamento a tutti e tutte al 25 ottobre alla manifestazione del suo partito. Al 25 ottobre? Tra un mese? E chi aspetta! Ormai il movimento si muoveva in maniera autonoma e trasversale e senza chiedere il permesso o la spinta da nessuno. Abbiamo lanciato un «No Gelmini day», per vedere cosa succedeva in giro, chiedendo di attaccare uno striscione alle scuole come minimo. La risposta è stata manifestazioni di scuole elementari in tutti i quartieri della città. Striscioni appesi a ogni scuola, e poi 4 sit in sotto alla camera che di solito sono una cosa noiosa ma questa volta movimentati e partecipati. Poi lo sciopero dei Cobas ultra partecipato, in cui abbiamo lavorato per trasformarlo in uno sciopero di tutta la scuola, abbiamo scritto una lettera dei genitori dell’Iqbal chiedendo a tutte le maestre di aderire al di là delle rappresentanze sindacali, di approfittare della giornata per bloccare la didattica, perché c’è bisogno anche di questo e ai genitori di accogliere il «danno» con un sorriso complice. E il risultato è stato che nel nostro circolo un plesso ha chiuso e due chiusi per metà, un successone. E poi è storia di questi giorni, con gli assedi al senato e gli studenti medi e universitari che lottano senza sosta. Dai che ce la facciamo.

 
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