Nelle ultime settimane a Pisa abbiamo visto nascere, crescere e consolidarsi un movimento studentesco di dimensioni e partecipazione tali da riportare la memoria indietro di decenni. Dopo anni di stagnazione e disinteressamento, durante i quali comunque i diversi governi hanno gradualmente disgregato i pilastri del sistema di istruzione pubblica, non possiamo che gioire davanti al valore e alle potenzialità espresse.
Un movimento di cui apprezziamo anche l'autonomia: un'autonomia che permette di costruire alleanze e tessere relazioni senza essere subalterni a nessuno.
Alleanze e relazioni sia col resto del mondo della formazione e della ricerca (come abbiamo già visto), sia con le altre realtà sociali e cittadine che a vario titolo si interessano a questo movimento.
Senza false modestie, crediamo di essere una di queste realtà, e per questo ci sentiamo di intervenire: il Progetto Rebeldia, con le varie associazioni che lo compongono, è vissuto da molte persone che vivono e frequentano il mondo dell'Università e della Scuola. Non possiamo che avere quindi che una forte empatia e un forte collegamento, che si sviluppa nell'esperienza dei singoli prima ancora che come struttura organizzata. Perciò volentieri ci mettiamo al servizio della mobilitazione, col nostro portato di esperienze ed elaborazioni. Siamo interessati ad instaurare un dialogo e a proporre un contributo all'elaborazione politica che questo soggetto sta costruendo.
Da anni lavoriamo sul rapporto tra Università e Città, consapevoli che il comparto della formazione è un elemento strutturale del tessuto urbano: Pisa è fuori di dubbio una città dei saperi. Questo rapporto è comunque in primo luogo conflittuale: esiste una forte separazione tra i due mondi, e spesso i legami che li uniscono sono forme di sfruttamento parassitario. Le speculazioni edilizie, gli affitti al nero, il lavoro non regolato, la diffusione del precariato fanno tutte parte dell'indotto generato e necessario all'Università. Allo stesso tempo, l'Università non sembra avere avuto la funzione sociale che dovrebbe essergli propria, migliorativa della qualità della vita e della socialità degli abitanti della città. L'Università negli ultimi 15 anni si è posta nei confronti del mondo che la circonda come un'Azienda, attraverso i metodi che ha scelto di seguire prima ancora di qualsiasi riforma o intervento legislativo.
Anche noi siamo contrari alla legge 133, che però non è che l'ultimo tassello di un percorso di più ampio respiro. Vogliamo ricordarlo brevemente: la legge Ruberti contro la quale si è battuto il movimento della Pantera nel '90; l'autonomia finanziaria che è stata il grimaldello per un primo aumento della tassazione negli anni '93-'94; la nascita delle SSIS nel '97; la riforma Berlinguer-Zecchino (della quale non possiamo non notare la somiglianza con l'attuale intervento legislativo), l'introduzione del 3+2 e dell'autonomia didattica nel '99; la riforma Moratti; e per finire gli accordi sindacali del luglio 2007. Tutti interventi completati da continui tagli ai fondi destinati all'Università, e da un generale smantellamento, privatizzazione ed esternalizzazione di servizi fondamentali per il diritto allo studio quali mense, borse di studio, case dello studente. In tutti questi casi non si è mai intervenuto tramite leggi quadro che avessero una visione di insieme, ma sempre tramite leggi finanziarie o una miriade di piccole leggi specifiche. L'analisi e la comprensione di questo percorso sono un elemento fondamentale per costruire un'opposizione ragionata a questa legge, nonché a tutte le altre che potrebbero essere presentate in futuro.
Da tutto ciò cosa concludiamo: che il mondo dell'Università e della Scuola è un sistema complesso in cui interagiscono interessi e bisogni diversi, e spesso conflittuali. Esiste una contrapposizione tra chi ha governato e gestito tutto ciò e chi queste trasformazioni le ha subite sulla propria pelle. L'Università non ha mai avuto meccanismi democratici che la governassero; al contrario, non tutte le componenti della sua struttura hanno la medesima voce in capitolo sulle scelte che la definiscono. Questa separazione è uno degli elementi che ha reso possibile la sua progressiva deriva.
"Noi la crisi non la paghiamo". Questo è il virus che si deve diffondere nel paese.
Questa e' l'affermazione che spiega perché il conflitto è oggi possibile e necessario, che indica in una direzione un fallimento del sistema, e nella direzione opposta la ricchezza sociale che questo stesso sistema sfrutta, comprime e deprime. La crisi del sistema non deve tornare a scaricarsi sulla ricchezza sociale. Noi siamo convinti che questo movimento riuscirà ad espandersi e ad estendere il conflitto solamente se riuscirà ad elaborare un discorso comune in cui si possano riconoscere nelle loro diversità tutti coloro che non hanno nessuna intenzione di pagare la crisi che oggi li minaccia in diversi modi.
La nostra lotta e' per un'università Pubblica, Democratica, Laica, di Massa e di Qualità, e in questa lotta noi scegliamo di stare dalla parte degli ultimi, con gli studenti, i ricercatori, i precari. Con chi pur facendo parte del mondo dell'università, non ha mai avuto voce in capitolo, e con quei docenti che credono davvero, e non per contingenza politica, ad un'università pubblica e aperta come la vogliamo noi.
Forniamo questo contributo, sperando possa essere un utile punto di partenza per un discorso più ampio che deve svilupparsi in futuro, e che porti alla costruzione di un'Altra Università.
Con solidarietà e affetto fraterno
Progetto Rebeldia
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