| Supporto legale: in ogni caso nesun rimorso |
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Il tribunale di Genova ha scelto di assecondare tutte quelle forze
politiche, tutti quei benpensanti, tutti quegli avvocati, che - coscientemente -
speravano che pochi, ancora meno dei 25 imputati, fossero condannati per poter
tirare un sospiro di sollievo, per poter sapere dove puntare il proprio dito
grondante morale e coscienza sporca. L’uso del reato di devastazione e
saccheggio per condannare fatti avvenuti durante una manifestazione politica
apre la strada a un’operazione pericolosa, che vorrebbe vedere le persone supine
alle scelte di chi governa, inermi di fronte ai soprusi quotidiani di un sistema
in piena emergenza democratica, prima ancora che economica. Nessuno di coloro
che era a Genova nel 2001 e che ha costruito carriere sulle parole d’ordine di
Genova, salvo poi tradirle con ogni voto e mezzo necessario, ha voluto
schierarsi contro questa operazione assurda e strumentale: nessuno, o quasi, in
tutto l’arco del centro sinistra al governo ha saputo dire che a Gen ova, tra
coloro i quali oggi sono stati condannati ad anni di galera, avrebbe dovuto
esserci tutti quanti hanno partecipato a quelle giornate.
La stessa cosa è stata portata avanti anche da molti dei movimenti, e molte
delle persone che hanno cercato di sabotare i contenuti della manifestazione che
solo tre settimane fa, il 17 novembre, ha riempito le strade di Genova: hanno
voluto annebbiare le persone su chi fossero coloro che si battevano per un
modello di vita e di società diverso, e chi difendeva il modello che viviamo
sulla nostra pelle tutti i giorni; hanno voluto confondere le acque, forse
perché anche la loro dignità è confusa. E allora decine di comunicati sulle
possibili Commissioni Parlamentari, sulla Verità e sulla Giustizia, e troppe
poche parole su 25 persone che stavano avviandosi a diventare capri espiatori di
un potere che ha avuto paura. Genova però non si cancella con il revisionismo a
mezzo procura, né con le pelose scelte di comodo e gli scheletri nascosti negli
armadi. Le 80.000 persone che lo scorso 17 novembre hanno sfilato per le vie di
Genova, non chiedevano una Commissione Parlamentare, bensì che 25 persone non
diventassero il paravento dietro cui seppellire un passaggio storico scomodo,
che ha messo in discussione l’attuale sistema di vita e di società. Siamo
convinti che quelle 80.000 persone ci ascoltano e non permetteranno a un’aula di
tribunale di espropriare la propria memoria e devastare le vite di 24 persone. A
maggior ragione oggi, con una sentenza che cerca di schiacciarci e farci
vergognare di quello che siamo stati e quello che abbiamo vissuto, di dipingere
quei momenti di rivolta a tinte fosche anziché con la luce e la dignità che
meriterebbero i momenti più genuini che esprimono la volontà popolare, noi
diciamo che non ripudieremo nulla, che non chiederemo scusa di nulla, perché non
c’è nulla di cui ci pentiamo o di cui sentiamo di dover parlare in termini
diversi che del momento più alto della nostra vita politica.
Noi pensiamo che tutti coloro che erano a Genova dovrebbero gridare: in
ogni caso nessun rimorso. Nessun rimorso per le strade occupate dalla rivolta,
nessun rimorso per il terrore dei grandi asserragliati nella zona rossa, nessun
rimorso per le barricate, per le vetrine spaccate, per le protezioni di
gommapiuma, per gli scudi di plexiglas, per i vestiti neri, per le mani bianche,
per le danze pink, nessun rimorso per la determinazione con cui abbiamo messo in
discussione il potere per alcuni giorni. Lo abbiamo detto il giorno dopo Genova,
e in tutti questi anni: la memoria è un ingranaggio collettivo che non può
essere sabotato. E per tutto quello che Genova è stata e ha significato noi non
proveremo nessun rimorso. Oggi, come ieri e domani, ripeteremo ancora che la
Storia siamo Noi. Oggi, come ieri e domani, diremo di nuovo: in ogni caso nessun
rimorso.
Supporto legale
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La sentenza del processo contro 25 manifestanti per gli scontri avvenuti
durante le proteste contro il g8 a Genova, ha deciso qual è il prezzo che si
deve pagare per esprimere le proprie idee e per opporsi allo stato di cose
presenti: 110 anni di carcere. Il tribunale del presidente Devoto e dei giudici
a latere Gatti e Realini, non ha avuto il coraggio di opporsi alla feroce
ricostruzione della storia collettiva ad uso del potere che i pm Andrea Canciani
e Anna Canepa gli ha richiesto di avvallare. Anzi, ha fatto di peggio. Ha scelto
di sentenziare che c’è un modo buono per esprimere il proprio dissenso e un modo
cattivo, che ci sono forme compatibili di protesta e forme che vanno punite alla
stregua di un reato di guerra. Per completare l’opera ha anche fornito una
consolazione a fine processo per i difensori e gli "onesti cittadini", chiedendo
la trasmissione degli atti per le false testimonianze di due carabinieri e due
poliziotti, un contentino con cui non si allevia il peso della sentenza e il cui
senso di carità a noi non interessa.