C'era una volta il 16 novembre

 C'era una volta il 16 novembre.

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Un giorno dell'anno, immobile tra altri, stazione di passaggio della corsa che affligge il presente, una numerazione vuota, senza simboli, né nucleo. Vi sono date che coincidono nella memoria con l'avvenimento stesso che in quel giorno si è verificato, tanto da diventarne il nome.

Se avessimo chiesto prima di sabato 16 novembre 2013 cosa mai fosse accaduto in quella giornata, nessuno avrebbe saputo rispondere. È un giorno come un altro, solo con un po' di sole anche se il freddo è già arrivato. Forse questa sarebbe stata la risposta.

 

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A Pisa, dopo la discesa in piazza del Municipio dei Beni Comuni per la riapertura dell'ex Colorificio Liberato, il 16 novembre è assurto a data, un  tempo definito che è diventato simbolo di nuova lotta, uno scarto improvviso quanto annunciato, una curvatura funambolica, scenario di un passaggio che ha visto vicino i brani più disparati della città, del territorio, della nazione. Il 16 novembre è diventato il 16 novembre, una data che parla di sé, che irradia se stessa al solo nominarla. «È accaduto il 16 novembre», questo sarà sufficiente pronunciare per suscitare il ricordo di quanto allora si è mosso per le strade di Pisa.

Cosa è accaduto dunque il 16 novembre 2013? La gente, in migliaia, è scesa in piazza. Niente di nuovo, avrà da obiettare qualcuno. Certo, è scesa in piazza, e in un corteo festoso, plurale, aperto, ha raggiunto il suo obiettivo. Bisognerebbe osservarlo dall'alto questo corteo. Un fiume in piena che straripa ai bordi dei marciapiedi, una gioiosa modulazione di volti i più diversi, di generazioni, di espressioni di vita. La testa di questo corteo è composta da giocolieri, ballerine e ballerini, donne, bambini, un'armata di matti sapienti con il volto truccato di bianco e di rosso. Vi sono persone che tengono libri, che portano sottobraccio il testo della Costituzione Italiana, che si tengono per mano, e così raggiungono la meta.

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Poi arrivano le parole, perché con chi è stato invocato per reprimere, per impedire che la legittimità dei molti finalmente soverchi la legalità dei pochi, è doveroso parlare. Anzi, no: necessario. Qualcuno una volta disse: «Studiate, avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza», ed è strano vedere compiersi un invito, l'auspicio di un compagno di un secolo fa, così all'improvviso, senza attesa. Il popolo del 16 novembre ha studiato, e con composta insistenza ha raccontato quanto imparato ai reparti che impedivano l'ingresso all'ex Colorificio Liberato. Ciascuno a suo modo, ciascuno attraverso le pagine che hanno ritmato la coscienza di appartenere, finalmente, a un corpo solo. Donne e uomini che si sono fatti cerniera tra il limite estremo della democrazia e la piazza.

Non avanguardia, non avamposto solitario, bensì ponte, tratto solido di unione tra mondi che troppo spesso non si riconoscono più.La meta: l'ex Colorificio Liberato, sequestrato e sgomberato il 26 ottobre 2013. Lo avevano detto a chiare lettere: «Riapriremo lo spazio di via Montelungo», e sono arrivati lì, ora, al culmine delle danze e dei battiti sincopati dei tamburi, per farlo. C'è la polizia davanti ai cancelli, i carabinieri, agenti in borghese, uomini con i caschi, i manganelli, gli scudi. E c'è la gente, il popolo, un fiume di gente. Goccia a goccia una cascata principia la sua discesa, e sciamano ordinate e compatte le file degli assedianti. “Assedio”, una parola che è diventata altra dopo il 16 novembre: l'armata dei matti sapienti cambia di segno al mondo, e impone con il garbo dei fiori il proprio carnevale. Osano abbracciare la polizia, i matti del 16 novembre.

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E infine è arrivata la gente, la più varia, e si teneva per mano. Abbracciati, stretti l'uno all'altra, verso gli scudi. Qualcosa, qualcuno – era ieri, ma è difficile ricordare – diceva: «Non avere paura». Nessuno ne ha avuta mai, nemmeno quando il proprio corpo entra in contatto con quello degli agenti in tenuta antisommossa. Inizia una spinta di entusiasmo, opposizione sincera, totale a quel diniego che tieni fuori dall'ex Colorificio le migliaia di persone accorse. Non uno scontro, non la fine di tutto, ma una guerra di tensione etica, dove la vittoria è l'esserci, alla fine.

Poi, tre compagni riescono ad aprire un varco e salgono sul muro di cinta dell'ex Colorificio. Alzano il pugno, ma anche questo gesto il 16 novembre è diventato qualcosa di più. Si è compiuta una nuova liberazione. La strada, la piazza, sono ritornati a essere luoghi di tutte e di tutti. Le città d'Italia hanno conquistato una seconda dimensione il 16 novembre. Non più l'alto delle finestre dalle quali osservare, ma il basso dell'asfalto, dal quale ripartire alla conquista del domani.

«Torneremo», dice uno dei tre compagni saliti in cima al muro. E lo dicono in tanti in Italia quel «Torneremo». Lo dicono a Napoli, in Val di Susa, a Gradisca d'Isonzo, a Parma, in tutti quei luoghi attraversati dal popolo sovrano che il 16 novembre ha di nuovo liberato le strade, le piazze, le menti. Lo dicono le realtà di tutta Italia accorse a Pisa, petalo di una corolla frastagliata e varia. Lo dicono dal furgone che ha accompagnato la festa del 16 novembre, dal quale le voci di uomini e di donne pazienti hanno contribuito tutto il giorno, attraverso gli altoparlanti e le radio, alla narrazione di questa storia

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C'era una volta il 16 novembre, un giorno che non c'era, e che ora è diventato il nome di una cosa.

Municipio dei Beni Comuni 

 
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