Una condanna prima della sentenza

diritti migranti sentenza condannaAntonella De Vito

Ibadet Dibrani è una giovane donna rom molta coraggiosa. Un coraggio che in questo momento le nasce dalla disperazione, ma che le conferisce comunque la caratteristica di una donna forte e combattiva, non disponibile ad arrendersi alla logica e al potere di un’amministrazione comunale che da una parte dà e dall’altra toglie sulla base di logiche e principi che lasciano molti dubbi. Oggi Ibadet ha 34 anni e con i suoi 5 figli, la cui più piccola ha solo 9 mesi, è stata sfrattata dalla casa dove viveva da oltre un anno. Da una piccola e vecchia roulotte sistemata a pochi metri dall’abitazione, senza vestiti per potersi cambiare e con poche coperte per tutti i bambini, continua a chiedersi perché ce l’hanno proprio con lei. “È la prima volta che qualcuno della nostra etnia, arriva fino alla Corte d’Assise” spiega Ibadet. I suoi figli, tutti minorenni, sono Belen di 9 mesi, Corona di due anni e mezzo, Merema di 12 anni, Ekrem di 13 e Toni di 15. Tutta la famiglia raggiunge gli onori delle cronache nel 2010 quando ad appena due mesi dal matrimonio, la moglie di suo figlio Toni decide di rompere l’unione accusando il marito e tutta la sua famiglia, di averla rapita, violentata e trattata da schiava. I giornali locali si gettano sulla storia battezzando il caso come “la sposa bambina” dividendo subito i protagonisti della vicenda fra buoni e cattivi. Toni ha 15 anni e così sua moglie, anche se sugli organi d’informazione alla sposa, per essere ancora più bambina, attribuiscono 13 anni, e le fanno indossare le vesti della giovane eroina, che denunciando i suoi aguzzini infonde il coraggio per ribellarsi, ad altre coetanee nelle sue condizioni. Questa la storia letta sulla stampa.

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