| Sicurezza per chi? Alcune riflessioni sull'emergenza 'sicurezza' a Pisa |
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La recente campagna su “sicurezza” e “lavavetri”, lanciata dal Comune di Firenze e ripresa dal Ministero dell’Interno, ci preoccupa anche per le possibili conseguenze che potrebbe avere sul nostro territorio. Il Sindaco di Pisa ha dichiarato che non emanerà un’ordinanza simile a quella di Firenze, e di questo siamo contenti. Meno ci convincono le motivazioni del primo cittadino, secondo il quale nelle nostre zone l’eliminazione dei semafori ormai sostituiti dalle rotonde avrebbe ridimensionato la presenza di “lavavetri”, lasciando il posto ad altre “emergenze” comunque legate alla sicurezza.
Conosciamo bene i cittadini stranieri le cui attività vengono identificate come “degrado”: venditori ambulanti, senza fissa dimora, Rom. Molti frequentano i corsi di italiano attivati gratuitamente presso le nostre sedi; altri si rivolgono ai nostri sportelli per cercare di ottenere un permesso di soggiorno o la residenza; altri ancora usano gli spazi del Progetto Rebeldìa per incontri o riunioni. Tutti vorrebbero vivere nella legalità: avere un permesso di soggiorno, un lavoro regolare, una casa in affitto. Ma questo spesso non è possibile: in Italia chi è “clandestino” non può regolarizzarsi, nemmeno se ha un lavoro, se non ha commesso reati, se può dimostrare di vivere onestamente nel nostro paese.Si è parlato molto, nei mesi scorsi, di “sicurezza”: questo in una città che ha indici di criminalità tra i più bassi d’Italia, e che parole del Questore per numero dei reati è paragonabile alla Finlandia (il paese più sicuro d’Europa). Si sono definiti “a rischio” quartieri, come quello della Stazione, dove in un anno sono registrate appena 5 denunce per reati di droga, 6 per danneggiamento e nemmeno una per rissa, percosse o stupro. “Sicurezza”, allora, non significa lotta alla criminalità, ma sgombero di campi nomadi, allontanamento di Rom rumeni e contrasto al cosiddetto “abusivismo” al Duomo. Sono, questi, i veri pericoli per i cittadini pisani? C’è da dubitarne. Quello che preoccupa, semmai, sono le possibili conseguenze di una simile campagna sulla “sicurezza”. I cittadini rumeni che abitano nelle cosiddette “baraccopoli” sono oggetto di continui sgomberi, costretti a spostarsi di quartiere in quartiere. Persone che non hanno commesso alcun reato vengono marginalizzate e spinte in situazioni di pericolo (come ha dimostrato la tragedia di Livorno, accaduta dopo cinque sgomberi). Le continue retate al Duomo contro venditori “abusivi” ad alcune delle quali abbiamo assistito personalmente si svolgono in un clima di violenza e di intimidazione, che tra l’altro, crediamo, non giova alla tranquillità dei turisti. Un immigrato in fuga da una retata, nei mesi scorsi, è stato investito da un’auto e ferito gravemente: solo per caso la vicenda non si è trasformata in una tragedia. Naturalmente, queste esibizioni muscolari non hanno l’effetto cercato, perché non riducono né il fenomeno delle ‘baraccopoli’ né il cosiddetto ‘abusivismo’. Sarebbe forse opportuno abbandonare le altisonanti dichiarazioni sulla ”sicurezza”, e tornare ad occuparsi dei problemi reali della città e dei suoi abitanti, italiani e stranieri. Acklab - Africa Insieme Associazione Mezclar ambulatorio migranti Cinemaltrove El Comedor Estudiantil “Giordano Liva”- Laboratorio delle Disobbedienze Rebeldia |
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La recente campagna su “sicurezza” e “lavavetri”, lanciata dal Comune di Firenze e ripresa dal Ministero dell’Interno, ci preoccupa anche per le possibili conseguenze che potrebbe avere sul nostro territorio. Il Sindaco di Pisa ha dichiarato che non emanerà un’ordinanza simile a quella di Firenze, e di questo siamo contenti. Meno ci convincono le motivazioni del primo cittadino, secondo il quale nelle nostre zone l’eliminazione dei semafori ormai sostituiti dalle rotonde avrebbe ridimensionato la presenza di “lavavetri”, lasciando il posto ad altre “emergenze” comunque legate alla sicurezza.
Conosciamo bene i cittadini stranieri le cui attività vengono identificate come “degrado”: venditori ambulanti, senza fissa dimora, Rom. Molti frequentano i corsi di italiano attivati gratuitamente presso le nostre sedi; altri si rivolgono ai nostri sportelli per cercare di ottenere un permesso di soggiorno o la residenza; altri ancora usano gli spazi del Progetto Rebeldìa per incontri o riunioni. Tutti vorrebbero vivere nella legalità: avere un permesso di soggiorno, un lavoro regolare, una casa in affitto. Ma questo spesso non è possibile: in Italia chi è “clandestino” non può regolarizzarsi, nemmeno se ha un lavoro, se non ha commesso reati, se può dimostrare di vivere onestamente nel nostro paese.