Pisa e Livorno, no agli sgomberi dei rom

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Questo documento è sottoscritto da associazioni e gruppi organizzati, ma anche da donne e uomini di diverso orientamento politico, sindacale, culturale, religioso, che condividono la preoccupazione per quanto sta accadendo nelle periferie delle nostre città.

A Pisa e a Livorno alcune centinaia di famiglie – donne, uomini, bambini e bambine – vivono in campi più o meno autorizzati - in tende, roulotte, container, baracche – o ne sono uscite trovando sistemazioni provvisorie in case popolari, appartamenti in affitto ecc. Gran parte di queste famiglie sono oggi sotto sfratto o sotto minaccia di sgombero. Sono persone di varia provenienza: cittadini e cittadine italiane, ma anche rom, sinti e migranti originari della Macedonia, del Kosovo, della Bosnia, del Montenegro, della Romania.

In gran numero, come nel caso dei rom kosovari, essi sono stati costretti con la forza, in questi dieci anni, a lasciare i territori di origine entro i quali è loro impossibile il reingresso pena la vita.

Si discute molto, a livello locale, sulle politiche da attuare nei confronti di queste comunità. La soluzioni che vengono spesso evocate, e praticate, sono quelle di ordine pubblico: sgomberi, rimpatri, demolizione dei campi, “contenimento” delle presenze e controllo dei nuovi arrivi.

Abbiamo visto, in questi anni, le conseguenze di simili politiche. E ne abbiamo conosciuto, solo pochi giorni fa, l'esito più tragico. Raul Mircea, Fernando, Patrizia e Sebastian - i quattro bambini morti a seguito di un incendio a Roma – facevano parte di una comunità che era stata sgomberata più volte, e che per questo aveva cercato riparo in luoghi insicuri e pericolosi.

Dopo quella tragedia molte voci hanno chiesto un cambiamento delle politiche locali e nazionali: dal Papa Benedetto XVI al Presidente Napolitano, dalle organizzazioni per i diritti umani al volontariato laico e religioso, dalle rappresentanze dei rom e sinti alle organizzazioni sindacali o ai movimenti di lotta per la casa. Queste voci diverse hanno sollevato il problema degli sgomberi forzati, praticati senza garantire soluzioni abitative alle famiglie coinvolte.

Uno sgombero forzato non è mai la soluzione ad un problema: è esso stesso un problema. Lo sgombero disperde le persone nel territorio, interrompe la scolarizzazione dei minori, ostacola l'inserimento sociale, compromette la sicurezza di uomini, donne e bambini. Lo sgombero disperde e disgrega le famiglie: perché accade spesso che, in presenza delle ruspe, i servizi sociali propongano un'accoglienza provvisoria – per pochi giorni – alle sole donne o ai bambini. Uno sgombero costa: in termini economici – perché si devono mobilitare uomini e mezzi – e soprattutto in termini umani e sociali. Lo sgombero, in compenso, non allontana nessuno: le persone e i gruppi non se ne vanno, come dimostra l'esperienza di questi anni.

Esistono alternative possibili. La principale resta, naturalmente, quella di mettere in campo politiche per garantire a tutti il diritto all'abitare.

Tali politiche dovranno superare gli attuali “campi nomadi” – luoghi di segregazione e di limitazione delle libertà fondamentali – e in generale tutte le forme di marginalità abitativa. E dovranno garantire il diritto all’abitare nelle sue varie forme, dalla casa vera e propria (contrariamente a un pregiudizio diffuso, molti rom in Europa vivono in normalissime abitazioni) a forme diversificate che tengano conto delle esigenze di specifici gruppi.

Ma anche quando queste politiche non siano immediatamente praticabili, si possono cercare e trovare soluzioni provvisorie, concordate con i diretti interessati, che non disperdano le comunità e non producano emarginazione. Si tratta soprattutto di non inseguire il senso di allarme, spesso diffuso da irresponsabili campagne di stampa, e di individuare percorsi concreti e partecipati di governo del fenomeno.

Noi chiediamo che anche nelle nostre città si interrompano gli sgomberi, gli sfratti e gli allontanamenti. Chiediamo che si apra, finalmente, un tavolo di discussione che coinvolga le associazioni, ma soprattutto le comunità interessate, rom, sinti e migranti. E ci impegniamo a lavorare insieme, tutti e tutte, per ottenere questi obiettivi.

Vogliamo lavorare anzitutto perché si apra un dialogo con le amministrazioni e con gli enti locali: perché per noi il dialogo e la ricerca di soluzioni condivise sono uno strumento imprescindibile per ottenere risultati concreti; e perché riteniamo che in larga parte il problema debba essere affrontato a livello politico, con lo stanziamento di risorse idonee ad affrontare questi fenomeni.

Al contempo, però, vogliamo far sentire la nostra voce – pacifica, critica, determinata – ogni volta che vi saranno sgomberi, ruspe, sfratti, allontanamenti e rimpatri. Esprimeremo le nostre critiche e la nostra indignazione in tutte le sedi possibili: nei rapporti con la stampa e con le televisioni, nei consigli comunali, nelle strade e nelle piazze delle nostre città.

E ci impegniamo, nei limiti delle disponibilità di ognuno e ognuna di noi, ad essere presenti al momento degli sgomberi: per testimoniare la nostra vicinanza alle persone coinvolte, per evitare violenze e abusi, per sollecitare i nostri amministratori a politiche diverse. Vogliamo essere mediatori di pace e di solidarietà. Rompere il silenzio che finora ha circondato queste operazioni.

Ai partiti, ai consiglieri e alle consigliere dei Comuni, agli uomini e alle donne impegnate nelle istituzioni o nelle forze politiche, chiediamo non di sottoscrivere questo appello, ma di adoperarsi nelle rispettive sedi affinché i nostri obiettivi possano diventare politiche concrete.

Prime adesioni:

Don Agostino Rota Martir, sacerdote cattolico, campo di Coltano
Don Romeo Vio, sacerdote cattolico, parroco di Titignano, già profugo da Fiume
Adriano Prosperi, docente Scuola Normale Superiore, editorialista di “Repubblica”
Giorgio Gallo, pres. Centro Interdipartimentale Studi per la Pace Univ. Pisa
Piero Floriani, docente universitario Lettere e Filosofia Pisa
Don Roberto Filippini, Rettore del Seminario Diocesi di Pisa
Opera Nomadi sezione di Pisa
Africa Insieme Pisa
Confederazione Cobas Pisa
Casa della Donna
Cobas Scuola Pisa
Osservatorio sul Fascismo, Pisa
Claudia Melli, psicologa
Paola Bora, docente universitaria Filosofia
Adriano Ascoli, tecnico informatico
Federico Giusti, delegato RSU Comune di Pisa
Tiziana Petrocelli, CAF Cobas Pisa
Maurizio Ribechini, impiegato

 
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