| I muri ribaltati diventano ponti nella città che non c'è |
|
|
Nasce quindi con delle attività e delle discussioni che certo non
termineranno nelle giornate elettorali del 13-14 Aprile, perché la Città che non
c’è è proprio nei periodi di silenzio istituzionale che fa sentire il suo peso
maggiore. Un peso causato dalla continua sopraffazione, dalla quotidiana
differenza e discriminazione, da una precarietà a crescita esponenziale. Ed è
proprio in questi momenti che avvengono gli sgomberi dei vari accampamenti nelle
periferie della nostra città, in cui persone si trovano senza un tetto sulla
testa. E ancora accade che per un panino rubato per fame in un supermercato si è
inseguiti fino ad una strada trafficata finché un’auto non frena la corsa e la
fame e d’improvviso la corsa riprende su un’ ambulanza verso un Pronto Soccorso
che si allarma per un codice rosso in un ragazzo di 26 anni. E ancora puoi
perdere l’uso delle gambe se per vendere braccialetti colorati e accendini in
Piazza dei Miracoli una volante dei carabinieri ti insegue fin sotto un’auto che
viene lasciata andar via come se a piedi inseguito da un’auto dovessi prima
fermarti a guardare prima di attraversare. Erano solo i suoi 20 anni di
inesperienza che l’ hanno condotto in ospedale?
Ed è sempre cosa che accade che se vieni fermato da una volante perché
infrangi il codice stradale, ti ritrovi di nuovo al Pronto Soccorso operato
d’urgenza con la milza da asportare a 27 anni.
Questa è la cronaca della Città che non c’è..certo è che somiglia di più ad
un bollettino di vittime.
E se questa è la cronaca nelle pagine della cultura si trova una città
messa in ginocchio dalla diffidenza, dal razzismo vigliacco che trova la
giustificazione nella paura, da una rigidità inspiegabile e un ripiegarsi su
tradizioni prese a scudo protettivo ma che è ovvio non basteranno, come non sono
mai bastate, a definire un popolo.
Ed è cosi che si svelano tutti quei meccanismi che conducono
inevitabilmente una parte della popolazione ai margini, come prigionieri nella
Città che non c’è.
Per cui chiami ad esempio le agenzie immobiliari cercando una casa e anche
solo per telefono, sentendo un italiano insicuro o una voce chiaramente nera o
dell’est, ti negano quel tetto a cui con il regolare permesso di soggiorno hai
diritto o che è comunque necessario per richiederne il rinnovo del permesso di
soggiorno. Tutti che corrono a nascondersi dietro i voleri inderogabili dei
proprietari. E ancora scopri che in provincia di Pisa l’intero complesso
conciario si basa sulla forza lavoro della comunità senegalese che “vanta”
contratti record di una sola giornata, rinnovabili quindi di giorno in giorno.
C’è poi da fare i conti con quelli a cui il contratto non viene nemmeno fatto,
ma la cui giornata nel cantiere viene contrattata in un bar o ad un semaforo,
dopo una sveglia all’alba, sia d’inverno che d’estate, e una lunga attesa finché
arrivano a caricarti su un camioncino i diversi capi cantiere.
Certo meglio se sei rumeno, meglio se non chiedi di avere le giuste
protezioni sul lavoro, meglio se in alcuni casi sei anche minorenne. Sul
cantiere devi forse sperare di farti male perché a quel punto sei sicuro di
essere pagato: il pagamento del silenzio è quello meglio retribuito, e
sicuramente immediato.
E dopo tutto questo viene proprio da ridere amareggiati se senti dire che
il buongiorno si vede dal mattino.
E mentre nella rubrica Lavoro leggi quanto sopra, in quella sulla Salute
non trovi certo i consigli su come dimagrire o evitare inestetismi dell’età, ma
come vivere all’addiaccio sia un fattore di rischio importante per la polmonite
dai piccoli agli adulti, su come mangiare poco diminuisca l’attenzione a scuola
e su come sia difficile riuscire ad accedere al SSN a meno che non sia
un’urgenza e sia difficile per quanto improbabile comprarsi le medicine
necessarie se all’ufficio dell’ASL 5 non ti rilasciano il tesserino STP.
Cosa succede in città?
Succede che il silenzio che avvolge la Città che non c’è soffoca l’analisi
del reale e del mondo che viviamo e prendono piede i facili e fin troppo banali
sensi comuni della paura, una paura che fa eco a se stessa e che spesso è figlia
di una ridondante e imprecisa cronaca della città e del paese, in cui i
riferimenti sono le impressioni delle impressioni altrui senza più nessuna
connessione personale con dei fatti reali. Mi dispiace ma non vale se si è
sentito dire per strada, dal parrucchiere, all’alimentari, non vale se si pensa
senza prove o arresti che a fare furti in città siano stati i rumeni o ladri
migranti, non vale se si pensa a risse o litigi tra migranti solo perché non si
capisce cosa si stanno dicendo (magari appunto si stanno invitando ad un
matrimonio o raccontando la giornata), non vale se si è sentito dire alla
televisione che in quella città X è successo quello.
Come per ogni italiano, sia di fronte alla legge che di fronte al giudizio
della gente, dovrebbero contare i fatti, e dovrebbero contare solo in quel
frangente, senza estrapolazioni e senza che basti un episodio per criminalizzare
un popolo intero.
Ma la paura esiste.
La paura reale e non solo percepita è che i muri che adesso la città
costruisce con tanta lena e quelle frontiere rinforzate con cemento e filo
spinato portino nel nostro prossimo futuro ad una città in cui chiunque si
senta legittimato a discriminare, allontanare, uccidere. In cui ci si sente al
sicuro solo se si evita il confronto e l’incontro. Essere i soli e uguali è
incoraggiante e rassicurante, conoscere le diversità aumenta i dubbi e le
incertezze. Ma a volte è proprio la paura che impedisce di riconoscere il bello
del diverso, e l’inevitabile arricchimento che apporta.
Quella che viene promossa oggi è una città in cui non ci si stupisce più se
in una scuola i bambini si incitano a vicenda a non giocare a pallone con chi è
diverso da loro, in cui non ci si stupisce se un adolescente urla ad un suo
coetaneo di colore di attraversare la strada proprio nel momento in cui sta
passando un autobus, in cui una signora non finirà di cucinare il pranzo perché
non vuole comprare alimenti o simili in un alimentari il cui proprietario è un
bengalese, in cui è normale se i militari di leva e di firma si fingono
poliziotti per rubare la merce ai venditori ambulanti in Piazza dei
Miracoli.
Questa è la città che c’è, ma che dobbiamo provare a ribaltare
completamente giorno dopo giorno, perché ancora c’è chi di tutto questo riesce
ancora ad indignarsi e prova a costruire ponti, demolendo muri, finché potremmo
dire di vivere tutti nella stessa città.
|
| < Prec. | Pros. > |
|---|

















L’altra campagna riconosce la propria nascita nell’attenzione che uomini e
donne e bambini hanno posto alla Città che non c’è, quella città che non viene
presa in considerazione dalla politica ufficiale, che non viene censita, a cui
mai si parla e che mai si consulta nelle scelte che invece inevitabilmente la
riguardano, trovandosi a subirne le contraddizioni e le mancanze.