Messico, a San Cristobal de Las Casas il 1° festival internazionale della "Digna Rabia".
Il Subcomandante Marcos rompe il silenzio
Primo Vento: una degna gioventù arrabbiata
Buona sera.
Sintrófisa, síntrofe, Ekseyerméni Eláda.
Emís, i pió mikrí, apó aftí ti goniá tu kósmu se jeretáme.
Déksu ton sevasmó mas ke ton zavmasmó mas giaftó pu skéftese ke kánis. Apó makriá mazménume apó séna. Efjaristúme.
(Spero di non aver detto qualcosa di sconvenienza, quello che volevo dire è "Compagna, compagno, Grecia ribelle. Noi, i più piccoli, da questo angolo del mondo ti salutiamo. Ricevi il nostro rispetto ed ammirazione per quello che pensi e fai. Da lontano impariamo da te. Grazie".)
Delle violenze e di altre cose
Da molto tempo il problema dei calendari
e delle geografie ha svelato e scoperto il Potere. Negli uni e nelle
altre si è visto (e si vedrà) come il suo brillante ingranaggio di
dominazione si blocca e scompone. Per questo motivo bisogna fare molta
attenzione a maneggiare le geografie ed i calendari.
Nelle geografie può sembrare più chiaro: nel suo rozzo trucco, che
questo Festival ha scoperto, la Grecia è molto lontana dal Chiapas. E
nelle scuole si insegna che il Messico è separato da un oceano dalla
Francia, dai Paesi Baschi, dallo Stato Spagnolo, dall'Italia. E se
guardiamo una mappa, possiamo notare che New York è molto a nord del
Chiapas indigeno messicano. Qualcosa che qualche ora fa è stato
confutato dalle compagne e compagni della Movimento Justicia para el
Barrio. E l'Argentina è molto a sud di questa terra, cosa che ha
sfidato il compagno di Solano che ha appena parlato.
Ma né sopra né sotto c'è questa separazione.
La brutale globalizzazione neoliberista, la IV Guerra Mondiale come la
chiamiamo noi zapatisti, ha messo i luoghi più distanti in simultaneità
spaziale e temporale per il flusso di ricchezze… e per la loro
appropriazione.
Non più i racconti fantasiosi sui presunti eroici
scopritori-conquistatori che vincevano con la spada e la croce la
debolezza di chi veniva "civilizzato". Invece delle tre caravelle, una
calcolatrice ad alta velocità. Invece di Hernán Cortés, un burattino
fatto governo in ogni angolo del pianeta. Invece di spade e croci, un
macchinario di distruzione di massa ed una cultura che ha in comune con
il "fast food" non solo la sua onnipresenza (McDonalds, come dio, c'è
ovunque), ma anche la sua difficile digestione ed il suo inesistente
potere nutritivo.
Questa stessa globalizzazione fa sì che le bombe dei governi israeliano
e nordamericano cadano su Gaza e nello stesso tempo scuotano il mondo
intero.
Con la globalizzazione il mondo intero dell'alto è alla nostra portata…
per meglio dire, ai nostri occhi ed alla nostra coscienza. Le bombe che
assassinano civili palestinesi sono anche un'avvertenza che bisogna
imparare ed assimilare. E la scarpata a Bush in Iraq può essere
riprodotta in quasi qualsiasi angolo del pianeta.
E tutto passa dal culto dell'individuale. L'entusiasmo che ha
risvegliato tra i benpensanti la scarpata a Bush (che evidenzia solo la
pessima mira del giornalista) è plaudire un gesto coraggioso ma inutile
e ininfluente per la cosa fondamentale, come settimane dopo dimostra
l'appoggio del governo di Bush al crimine che il governo israeliano
perpetra in territorio palestinese… e, perdonate se deludo qualcuno che
ha acceso le candele ai piedi dell'immagine di Barack Obama, che il
successore di Bush appoggia.
E mentre la scarsa mira in Iraq provoca applausi, l'insurrezione in
Grecia provoca preoccupazioni: "C'è il pericolo", allertano ed
esorcizzano, "che la ribellione in Grecia si estenda al resto d'Europa".
Abbiamo sentito e letto quello che ci comunica la gioventù ribelle
greca della sua lotta e quello che affronta. La stessa cosa di coloro
che in Italia si preparano a resistere alla forza del governo. E la
lotta quotidiana dei nostri compagni nel nord del nord.
Di fronte a questo tutti là in alto tirano fuori i loro dizionari e
cercano la parola "violenza" e la contrappongono a "istituzionalità". E
senza darle contesto, cioè, posizione di classe, accusano, giudicano e
condannano.
E ci dicono che è violenta la gioventù greca che fa bruciare la
penisola ellenica. Chiaro che si corregge, si mutila, si cancella il
fatto che la polizia ha assassinato un ragazzo.
In Messico, nella geografia segnata dalla città con lo stesso nome, un
governo di sinistra istituzionale ha assassinato un gruppo di giovani,
adolescenti in maggioranza. Un settore dell'intellighenzia progressista
ha mantenuto un silenzio complice adducendo che questo è stato per
distrarre l'attenzione pubblica, sembra presa nel carnevale in cui si è
trasformata la presunta difesa del petrolio. La successiva aggressione
sessuale alle giovani donne nei locali della polizia si è persa nel
suono delle grancasse che annunciavano una consultazione che poi è
stata un fallimento. Invece, non si è condannata la violenza della
polizia che, contrariamente a quanto è stato detto, non ha agito in
maniera disordinata. Questa polizia da anni è addestrata a reprimere,
vessare ed abusare di giovani, venditori ambulanti, lavoratori e
lavoratrici sessuali, di coloni e di tutto ciò che dissenta dal governo
delle piste di ghiaccio, dei mega spettacoli in stile Fujimori e delle
ricette per fare i biscotti. E non bisogna dimenticare che la dottrina
che anima questa polizia è stata importata a Città del Messico
dall'oggi presidente "legittimo" del Messico quando era capo di governo
del DF.
A Città del Messico ed in Grecia i governi assassinano giovani
Il tandem governativo Stati Uniti-Israele segna ora a Gaza il modello da seguire: è più efficace ucciderli quando sono bambini.
Già prima, in Messico, nel presente calendario saranno ormai 10 anni,
giovani studenti della UNAM crearono un movimento che fece impazzire la
sinistra benpensante che, isterica come oggi, li calunniò e screditò
con ferocia. Ed anche allora si disse che era un movimento violento per
distrarre l'attenzione dalla grigia campagna elettorale del grigio
candidato presidenziale del grigio partito della rivoluzione
democratica. Ora, 10 anni dopo, bisognerebbe ricordare che la UNAM
continua ad essere pubblica e gratuita grazie all'impegno di quegli
uomini e donne, ragazze e ragazzi chi oggi salutiamo.
Nel nostro addolorato Messico chi è al primo posto nell'uso ed abuso
dell'abusato termine "violenza" sono Felipe Calderón Hinojosa ed i
mezzi di comunicazione che lo accompagnano (che sono sempre meno). Il
signor Calderón, appassionato di giochi elettronici di strategia in
tempo reale (il suo gioco preferito, l'ha dichiarato lui, è "L'Epoca
degli Imperi"), ha deciso che, al posto di pane e circo, al popolo si
doveva dare sangue. Siccome il circo già lo fanno i politici di
professione ed il pane è molto caro, Calderón ha deciso, appoggiando
una banda di narcotrafficanti, di fare la guerra all'altra banda.
Violando la Costituzione ha messo l'esercito a svolgere compiti di
polizia, di pubblico ministero, giudice, carceriere ed esecutore. Che
stia perdendo questa guerra lo sa chiunque non sia del suo gabinetto. E
che la morte del suo partner fu un omicidio lo sanno tutti, anche se
non si scrive.
E nella sua guerra, le forze del governo di Calderón hanno nel loro
conto l'omicidio di persone che non c'entravano niente, di bambini e di
non nati.
Con Calderón alla guida il governo del Messico è un passo avanti a
quelli di Stati Uniti ed Israele: lui li uccide quando ancora stanno
nel ventre materno.
Ma si è detto, ed ancora lo ripetono annunciatori ed editorialisti, che
si sarebbe usata la forza dello Stato per combattere la violenza del
crimine organizzato.
E ancora una volta si è visto che è il crimine organizzato a guidare la forza dello Stato.
Forse tutto questo si tratta di un intelligente stratagemma di Calderón
ed il suo obiettivo è distrarre l'attenzione della gente. Occupato
com'è il pubblico col sanguinoso fallimento della guerra contro il
narcotraffico, può essere che non si renda conto del fallimento
calderonista in politica economica.
Ma torniamo alle condanne della violenza che arrivano dall'alto.
C'è un'ingannevole trasmutazione, una falsa tautologia: dicono di condannare la violenza ma in realtà condannano l'azione.
Per loro, quelli in alto, il dissenso è un male del calendario o,
quando sfida anche questo, una patologia cerebrale che si cura, secondo
alcuni, con molta concentrazione mentale, mettendosi in armonia con
l'universo e così tutti siamo esseri umani… o cittadini.
Per questi violenti pacifisti tutti sono esseri umani: lo è la giovane
greca che alza il braccio con una molotov in mano ed il poliziotto che
uccide gli Alexis che sono stati nel mondo e lo saranno; lo è il
bambino palestinese che piange al funerali dei suoi fratelli morti per
le bombe israeliane ed il pilota dell'aeroplano di combattimento con la
stella di David sulla fusoliera; lo è il signor George W Bush ed il
clandestino assassinato dalla Border Patrol in Arizona, Stati Uniti; lo
è il miliardario Carlos Slim e la cameriera di un Sanborns che deve
viaggiare 3 o 4 ore per andare al lavoro e se arriva tardi la
licenziano; lo è il signor Calderón che si dice capo dell'Esecutivo
federale messicano, ed il contadino privato della sua terra; lo è il
signor López Obrador e gli indigeni assassinati in Chiapas che non ha
visto né sentito; lo è il signor Peña Nieto, predatore dello Stato del
Messico ed il contadino Ignacio Del Valle, del FPDT, arrestato per aver
difeso i poveri; infine, lo sono gli uomini e le donne che hanno la
ricchezza ed il potere, e le donne e gli uomini che non hanno
nient'altro che la loro degna rabbia.
E là in alto chiedono ed esigono: "Bisogna dire no alla violenza, da
qualcunque parte venga"… facendo attenzione a porre l'enfasi se la
violenza viene dal basso.
Secondo loro tutti e tutte devono mettersi in armonia affinché si
risolvano le loro differenze e contrapposizioni e gridino: "anche il
popolo armato è sfruttato", riferendosi a soldati e poliziotti.
La nostra posizione di zapatisti è chiara. Non appoggiamo il pacifismo
che si solleva affinché sia un altro a porgere l'altra guancia, né la
violenza che si scatena quando sono altri che ci mettono i morti.
Noi siamo come siamo, con tutto il bene ed il male che portiamo dietro e che è nostra responsabilità.
Ma sarebbe ingenuo pensare che tutto il buono che abbiamo fatto,
compreso il privilegio di ascoltarvi ed imparare da voi, si sarebbe
raggiunto senza la preparazione di un intero decennio affinché sorgesse
il Primo Gennaio come sorse 15 anni fa.
Non è stato con una marcia o un documento dei qui-sotto-firmatari che
ci siamo fatti conoscere. E' stato con un esercito armato, con i
combattimenti contro le forze federali, con la resistenza armata che ci
siamo fatti conoscere dal mondo.
Ed i nostri compagni e compagne caduti, morti e scomparsi, lo sono
stati in una guerra violenta che non è cominciata 15 anni fa, ma 500
anni fa, 200 anni fa, 100 anni fa.
Non sto facendo un'apologia della violenza, sto segnalando un fatto
verificabile: in guerra ci hanno conosciuto, in guerra siamo rimasti
questi 15 anni, in guerra proseguiremo fino a che questo angolo del
mondo chiamato Messico faccia suo il proprio destino, senza trappole,
senza finzioni, senza simulazioni.
Il Potere nella violenza ha una risorsa di dominazione, ma ce l'ha
anche nell'arte e nella cultura, nella conoscenza, nell'informazione,
nel sistema di giustizia, nell'educazione, nella politica istituzionale
e, ovviamente, nell'economia.
Ogni lotta, ogni movimento, nelle sue particolari geografie e
calendari, deve ricorrere a diverse forme di lotta. Non è l'unica e
probabilmente non sarà la migliore, ma la violenza è una di queste.
È un bel gesto affrontare con i fiori le canne dei fucili, ci sono
perfino fotografie che immortalano il gesto. Ma a volte è necessario
fare che quei fucili cambino obiettivo e si dirigano verso l'alto.
L'accusatore e l'accusato Ci accusano di molte cose, è vero. E
probabilmente siamo colpevoli di alcune, ma ora voglio soffermarmi su
una:
Non abbiamo sparato all'orologio del tempo quel primo gennaio, né lo
abbiamo trasformato in una festa nostalgica di sconfitta, come hanno
fatto col 68 alcun@ di quella generazione in tutto il mondo, come hanno
fatto in Messico con l'88 ed ora perfino col 2006. Su questo culto
malaticcio per i calendari truccati tornerò poi.
Neppure abbiamo modificato la storia per rinominarla dicendo che siamo
o fummo gli unici o i migliori, o entrambe le cose (che è ciò che fa
quest'isteria di gruppo che è il movimento lopezobradorista, ma tornerò
poi su questo).
C'è stato e c'è chi ci critica per non aver fatto il salto "nella
realpolitik" quando i nostri buoni politici, cioè il nostro rating
mediatico, offriva un buon prezzo per la nostra dignità sul mercato
delle opzioni elettorali (non politiche).
Ci accusano, in concreto, di non aver ceduto alla seduzione del potere,
ciò che è riuscita ad ottenere che gente molto brillante di sinistra
dica e faccia cose che sarebbero una vergogna per chiunque.
Ci hanno anche accusato di "delirio" o "radicalismo" perché nella VI
Dichiarazione denunciamo il sistema capitalista come la causa dei
principali mali che angosciano l'umanità. Oggi non insistono più su
questo, perché lo dicono perfino i portavoce del capitale finanziario
di Wall Street.
Di sicuro, ora che tutto il mondo dice e ridice sulla crisi globale,
bisognerebbe ricordare che già 13 anni fa, nel 1996, fu segnalata da
uno scarabeo degno e rabbioso. Don Durito de La Lacandona, nella
relazione più breve che ho ascoltato nella mia breve età, disse "il
problema con la globalizzazione è che poi i globi esplodono".
Ci accusano di non rintanarci nella sopravvivenza che, con sacrifici e
l'appoggio di quelli in basso negli angoli del pianeta, abbiamo
costruito in queste terre indie, e di non rinchiuderci in quello che le
menti lucide (così si dicono) chiamano "il laboratorio zapatista" o "la
comune della Lacandona".
Ci accusano di venire fuori, sempre, per affrontare il Potere e cercare
altre, altri, voi, che lo affrontate senza false consolazioni né
conformismi.
Ci accusano di essere sopravvissuti.
E non si riferiscono alla resistenza che 15 anni dopo ci permette di dire che continuiamo a lottare, non solo a vivere.
Quello che li disturba è che siamo sopravvissuti come altro riferimento
della lotta, della riflessione critica, dell'etica politica.
Ci accusano, chi l'avrebbe detto, di non esserci arresi, di non esserci
venduti, di non aver tentennato Ci accusano, insomma, di essere
zapatisti dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.
Oggi, 515 anni dopo, 200 anni dopo, 100 anni dopo, 25 anni dopo, 15
anni dopo, 5 anni dopo, 3 anni dopo,dichiariamo: siamo colpevoli.
E, dato che è il modo neozapatista, non solo lo confessiamo, ma lo celebriamo.
Non immaginavamo che questo avrebbe disturbato qualcuno che là in alto
finge progressismo o si veste di una sinistra giallo scolorito o senza
nemmeno colore, ma bisogna dirlo:
L'EZLN vive. Evviva l'EZLN!
Molte grazie.
Subcomandante Insurgente Marcos
Messico, 2 gennaio 2009
P.S. - Sette Racconti per Nessuno
(Traduzione del collettivo "Maribel" - Bergamo)
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