messaggio di solidarietà

 

Il centro sociale Rebeldia è minacciato di sgombero (per l'ennesima volta). 

Ho imparato a conoscere le attività di Rebeldia qualche anno fa, quando sono stato invitato a presentare un mio libro e poi, mesi dopo, per un dibattito.
Rebeldia è stato in questi anni uno dei centri che a Pisa hanno prodotto cultura, solidarietà attiva (ricordo i corsi per extracomunitari), lotta per il rilancio di un’idea di città e di società lontana dalla logica dei mercati, da quella governance che inavvertitamente ha sostituito la democrazia, da quell’individualismo dei consumi che sta erodendo l’individuo.
All’epoca Rebeldia si trovava in un altro luogo, e prima in un altro ancora. In tutti questi casi si è pensato bene di “sgomberare” Rebeldia, come si usa dire. Ma il pensiero critico non si lascia sgomberare, e Rebeldia ha saputo trovarsi un’altra sede, l’attuale.
Apprendo che Rebeldia è ora di nuovo sotto minaccia di sgombero. Questa volta da parte di una multinazionale che ha prima acquisito il colorificio toscano per comprare quote di mercato ed eliminare un concorrente, poi ha licenziato i lavoratori e lo ha chiuso e abbandonato. Mi domando con quale coraggio oggi questi signori pensino di potersi riappropriare di un bene di cui hanno fatto quest’uso (e del resto questa pretesa è stata confutata in modo magistrale dai giuristi che si sono espressi pubblicamente contro lo sgombero il 1° febbraio scorso). Ma è una domanda ingenua, perché in fondo si tratta soltanto dell’ultimo esempio di quella irresponsabilità sociale dell’impresa che ogni giorno riempie le cronache dei giornali.
Credo però che a questa irresponsabilità debba contrapporsi l’esigenza di socialità, di cultura, di riappropriazione della propria vita che oggi deve ispirare le azioni di ciascuno di noi.
Per questo vi sono vicino, e sosterrò in ogni modo la giusta rivendicazione del diritto di Rebeldia a continuare a vivere e a produrre cultura e socialità.
Per questo chiedo all’amministrazione locale di Pisa di impegnarsi per garantire questo diritto.

 


Vladimiro Giacché

 
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