Il voucher nuoce gravemente alla salute

Il voucher nuoce gravemente
alla salute delle lavoratrici e dei lavoratori

 

La proliferazione incontrollata dei voucher è il sintomo maggiore di una precarietà ormai fuori controllo.

I governi promotori di un simile strumento di infelicità collettiva sono stati senza dubbio numerosi (Berlusconi, Monti, Letta e in ultimo il fu governo Renzi) e si dividono più o meno equamente la palma della vergogna, ma è negli ultimi due anni che il fenomeno ha assunto una dimensione a dir poco endemica.

Le limitazioni prescritte dal Jobs Act (il divieto di utilizzo dei voucher negli appalti e l'obbligo di tracciabilità) sono con tutta evidenza fumo negli occhi. La verità è sotto gli occhi e sulla pelle di tutte e tutti: una precarizzazione selvaggia, condotta ormai sulle singole ore di lavoro, senza più una prospettiva che tenga conto della dignità minima della persona. Una vera e propria legalizzazione di forme di lavoro irregolare, una trasformazione a tutto vantaggio dei datori di lavoro e generatrice di precarietà, insicurezza e ‎povertà.

 

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Fragole Amare - WORKS

 

fb_header_pisa.jpgFRAGOLE AMARE

Mostra Fotografica a cura di Giulio Di Meo
03-04 marzo 2017
Polo Carmignani - Pisa

Sono tanti in Italia i campi in cui lavorano soprattutto clandestini. Nella provincia di Caserta i migranti si fermano da marzo a maggio per la raccolta delle fragole e durante la stagione estiva per lavorare nei campi in cui si coltivano pesche e angurie. Altri, sempre in estate, vanno nel foggiano per la raccolta dei pomodori. Con l’arrivo dell’autunno, invece, gli immigrati si spostano a Salemi (Tp) per raccogliere l’uva e le olive, oppure a Marsala (Tp). In inverno è tempo d’arance. In questo periodo, i luoghi della transumanza diventano Ribera (Ag), Catania e provincia, e Rosarno (Rc) dove si coltivano anche mandarini e kiwi. Storie di sfruttamento, pestaggi e incidenti sul lavoro. Uomini che finiscono per sottostare a condizioni che non permettono di soddisfare neppure i più elementari bisogni abitativi, e in condizioni igienico‐sanitarie a dir poco precarie.

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LOTTO MARZO SCIOPERO GLOBALE DELLE DONNE

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L'8 marzo più di 40 paesi sciopereranno e scenderanno in piazza al grido: ''Se le nostre vite non valgono, allora non produciamo!''

Dopo le grandi giornate di mobilitazione che hanno visto milioni di donne scendere nelle piazze di tutto il mondo, schierandosi contro ogni forma di violenza di genere, le donne argentine hanno lanciato per questo 8 marzo uno sciopero globale delle donne.


Anche in Italia, è stato accolto l'appello dal movimento nazionale Non Una di Meno. Dopo il corteo del 26 novembre, giornata in cui circa 250 mila persone hanno invaso le strade di Roma come una Marea, il movimento ha aderito alla giornata di sciopero dell'8 marzo e si è rinuito nelle due giornate bolognesi del 4-5 febbraio per stilare un piano femminista antiviolenza.

L’8 marzo sciopereremo perché non siamo più disposte ad accettare la violenza e lo sfruttamento che ci opprimono e che sono alla base di questo sistema economico e sociale, ingiusto ed eteropatriarcale. Tutti i giorni, a scuola, in casa, sul lavoro, per le strada, negli ospedali, nella rappresentazione dei media, la violenza si manifesta in molti modi: dalla molestia allo stupro, dall’aggressione verbale a quella fisica, dalla mancata tutela del lavoro di cura alle disparità salariali e alla richiesta di dimissioni in bianco, dalla discriminazione nella formazione a quella nello sport, dall’obiezione di coscienza allo stigma morale.

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WORKS - COMUNICATO STAMPA

Pisa, 27 Febbraio 2017

C'era una volta il lavoro.

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La scomparsa più o meno improvvisa del lavoro non è un evento che riguarda solo la mancanza di impiego, la difficoltà di trovare una collocazione, un ruolo nel mondo delle attività lavorative. La scomparsa del lavoro incide in prima battuta sulla percezione che l'individuo ha di sé. Se al lavoro si assimilano diritti, uno stato sociale, un complesso di garanzie, allora vorrà dire che nella percezione della propria individualità vi sarà anche tutto questo. Al contrario, se lavorare equivale a essere sfruttati, non vedere riconosciuti i propri diritti, non godere di uno stato sociale degno di tale nome, allora tutto questo corrisponderà semplicemente a non esistere. Affermare il proprio diritto al lavoro, significa affermare il proprio diritto all'esistenza. Siamo stati abituati dalla cronaca di questi lunghi anni di crisi a una sequela di esplicite aggressioni alle lavoratrici e ai lavoratori d'Italia, d'Europa, del mondo intero. La nostra quotidianità lavorativa è figlia di un vero e proprio saccheggio, e la troppa vicinanza al corso degli eventi a volte offusca il quadro d'insieme.

Parlare oggi di lavoro significa sollevare la polvere che si è sedimentata a terra. Sollevarne un'intera nube. E in questa ricompaiono in controluce le parole chiave che definiscono una galassia di senso perduto: diritti, sfruttamento, asilo, occupazione, sciopero, classe, ricatto, migranti, cittadinanza, genere, reddito, conflitto, welfare... Sarebbero centinaia, ma ne bastano alcune perché il quadro possa ricomporsi di nuovo, più chiaro di sempre. Ricomporre il quadro, definire un vocabolario comune, studiare i problemi nella loro proiezione plurale: sono alcuni degli obiettivi di WORKS (venerdì 3 e sabato 4 marzo, a Pisa, presso il Polo Carmignani), un momento di dibattito e di confronto, uno spazio di analisi, riflessione e progettualità, per mettere a fuoco i problemi, condividere esperienze e vertenze, ma anche un momento di elaborazione attraverso cui dotarsi di nuovi strumenti di attivazione collettiva.

Un appuntamento dedicato al prisma delle vertenze strutturali che investono oggi il mondo del lavoro. Il lavoro mobile e migrante, caratterizzato dallo sfruttamento, dalla privazione delle libertà fondamentali, dalle dislocazioni coatte della forza-lavoro; il lavoro precario, ormai istituzionalizzato dal Jobs Act, sottopagato e malpagato, in nero, volontario e gratuito, trasformato dalla digitalizzazione e dall'automazione; il lavoro femminile, produttivo, salariato, riproduttivo, di cura, a domicilio, ancora vessato dal dumping salariale, dalla mancanza di riconoscimento e dalle discriminazioni di genere.

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