Nessuna giustizia senza pace: Pisa [il Progetto Rebeldia] ripudia la guerra

Nessuna giustizia senza pace: Pisa [il Progetto Rebeldia] ripudia la guerra

 

Esiste una Pisa che lavora, che studia, una Pisa di donne e di uomini, di bambine e di bambini, che portano avanti una lunga storia di accoglienza e di solidarietà, che impiegano il tempo della loro vita affinché la dignità dei più deboli sia garantita, senza eccezioni. È quella stessa parte di città che da decenni pronuncia un 'no' categorico alle politiche di guerra e alla militarizzazione coatta del proprio territorio. È la Pisa dell'antimilitarismo come visione del mondo e dei rapporti tra i popoli, la Pisa che non si piega davanti all'ipocrisia della difesa a tutti i costi, la Pisa che sa intravedere dietro la cortina dell'industria e delle politiche di guerra le brutali condizioni di un sistema di governo e di sfruttamento che ha ridotto il pianeta a uno scenario insanguinato senza fine né confini.

Il sangue innocente versato è sempre troppo, e noi non vogliamo essere complici - in nessun modo - di chi lo versa. È fuori dalla storia chi crede ancora oggi che l'aggressione violenta rivolta contro un altro popolo possa ridurre quest'ultimo al consenso nei confronti del più forte. È fuori dalla storia chi in tempi di crisi economica aggressiva, negli anni di un'emergenza abitativa senza pari, di cruente stragi per mare, crede che si possa accordare disponibilità al circuito devastante della guerra, concedendo il permesso (a nome di chi?) ad ampliare questa o quella infrastruttura militare. 

Siamo consapevoli del ruolo strategico svolto dalle infrastrutture pisane nel controllo del Mediterraneo. Una vocazione terribile, che andrebbe recisa senza obiezioni, in nome della sicurezza (vera e non rigurgito della propaganda) di chi in questa parte di mondo vive o ha scelto di vivere. La pace è l'unica via di comunicazione che a noi interessa tutelare, fino in fondo. La terra, gli alberi e i boschi di Tombolo sono un patrimonio comune. Ma prima ancora della concretezza antica degli elementi, in questa sporca vicenda il primo bene usurpato alle cittadine e ai cittadini pisani è stata la consapevolezza. Conoscere, fino alle conseguenze estreme, l'esito di scelte sciagurate condotte sulla pelle di tutti. Non può esserci presunzione di innocenza per questo. L'ombra della militarizzazione è sempre più lunga sulla nostra città. E in nome di cosa le cittadine e cittadini dovrebbero accettare una simile condizione? La sicurezza nazionale? La solidità delle difesa? La guerra al terrorismo? Contenitori troppo spesso vacanti, nei quali si sente l'eco di una menzogna ormai quasi secolare: l'ordine e la sicurezza si costruiscono sulla forza delle armi.

Perché c'è anche una Pisa che si è votata alla chiusura, all'intolleranza, alla diffidenza nei confronti di popoli e culture diversi. In una Italia che aumenta a dismisura la spese militari e che tenta di delegittimare chi tenta di portare soccorso nel Mediterraneo, gli amministratori della città di appaiono oggi come gli alfieri di una tragica deriva. Il massacro quotidiano, ormai senza più numeri utili a quantificarlo, conduce con sé una sorta di macabro gemello, un doppio che ha radici tra i flutti marini: 5000 morti nel Mare Nostrum nel 2016. Negare un legame di senso tra la condizione di conflitto perenne in cui vertono regioni del Medio Oriente, dell'Africa, e l'emergenza che riguarda la diaspora di milioni di individui, è un atto di odiosa disonestà intellettuale.

Le cose in verità sono molto più semplici della loro apparenza. Il progetto delle cosiddette opere di adeguamento della banchina di Tombolo e di un ponte girevole (!) presso Camp Darby è un atto di imposizione del Ministero della Difesa statunitense, precipitato come un meteorite alieno in questo inizio d'estate. All'oscuro di tutti, i veri padroni del territorio hanno imposto un progetto a dir poco surreale, con l'avvallo vigliacco delle diverse amministrazioni coinvolte. Il coinvolgimento dei cittadini in un simile percorso è valutabile al di sotto dello zero. Quali considerazioni, e quale merito, bisognerà dedurre da un simile atteggiamento? Siamo a dir poco 'affogati' dalla réclame governativa di una sedicente 'partecipazione', eppure su un simile cambio di rotta nella militarizzazione selvaggia del territorio non esiste cenno alcuno. Non fa il paio tutto questo con l'atteggiamento di paternalistica superiorità che il governo cittadino ha mostrato e continua a mostrare nel gestire i beni comuni secondo le proprie esigenze d'apparato? Da una parte la pantomima di una apertura alla base, dall'altra accordi nelle segretissime stanze. La verità è durissima da accettare: esiste una documentazione che concede il via libera alle forze statunitensi di costruire infrastrutture logistiche di primo rilievo sul territorio a cavallo tra Pisa e Livorno. Questo è uno schiaffo dato con spavalderia a coloro che rispettano - e pretendono assoluto rispetto - per l'articolo 11 della Costituzione Italiana, forse il più vilipeso dopo il l'articolo 1.

Questa operazione si è svolta e continuerà a svolgersi sotto il segno dell'ingiustizia. E tra gli abusi condotti sulla pelle delle cittadine e dei cittadini è uno dei più gravi. La giornata del 2 giugno, festa per un'altra Repubblica che ripudia senza appello la guerra e la rovina che essa conduce, è solo la prima di tante che vedranno la presenza attiva del popolo affinché ciò che è stato ingiustamente deciso non venga eseguito. Se è vero che la guerra unisce sotto la sua sanguinosa guida gli interessi dei potenti del mondo, la pace è una voce fatta di miliardi di voci che dicono: no, non qui né da nessuna altra parte. Sui binari che attraversano il nostro territorio, il nostro mondo, non transiteranno più strumenti di morte, ma messaggi di pace e di lavoro.

Per questo aderiamo con ferma decisione al presidio promosso dalla Campagna Territoriale di Resistenza alla Guerra area Pisa e Livorno e diamo appuntamento a tutti, militanti, pacifisti, antirazzisti, antissessisti ecologisti e ai tanti che quotidianamente operano per la salvaguardia del territorio.

v enerdì 2 giugno alle 10:30 davanti all'ingresso della base militare di Camp Darby . Per gridare insieme

Not on my rail


Progetto Rebeldìa

 
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