| Le città, luoghi dell'alternativa |
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Dal Manifesto del 5 marzo 2008
La sinistra e la «questione urbana»
Parla l'urbanista Edoardo
Salzano
«Le città, luoghi dell'alternativa»
Oggi anche le istituzioni, come la politica, sono appiattite sul breve
periodo: quello spendibile alla scadenza del mandato amministrativo. Se non c'è
più un progetto di società come può essercene uno di città?
Francesco Indovina
Edoardo Salzano, pianificatore, già preside della facoltà di
Pianificazione, è autore di molti saggi. L'ultimo è Ma dove vivi? La città
raccontata.
Continua l'indifferenza della «politica» per la città. Nessun programma si
occupa della questione, neanche quello della Sinistra. Non ti pare che questa
indifferenza sia molto grave, non solo per la città ma per la stessa qualità
della politica, essendo la città il luogo della «condensazione», delle
contraddizioni e ineguaglianze della nostra società?
È grave e incomprensibile. Non solo per le ragioni che dici tu, ma anche
perché la città è il luogo della possibile speranza. Le contraddizioni e le
ineguaglianze possono essere risolti in tanti modi: emarginandone i portatori,
cioè espellendo e ghettizzando i soggetti più deboli oppure trasformando la
protesta che nasce dal disagio e dalla sofferenza in una carica di rinnovamento.
La prima strada è quella seguita dalle destre italiane (quella di Berlusconi e
quella di Veltroni), che la persegue abbandonando la città al mercato, al potere
degli immobiliaristi, alla deregolamentazione e alla rinuncia del potere
pubblico. Non afferrare il nodo della questione urbana significa perciò per la
sinistra abdicare a una delle poche possibilità di rappresentare
un'alternativa.
D'accordo, anche perché nella città si costruisce il senso collettivo,
senza il quale non c'è politica, non c'è rappresentanza, ma solo
rappresentazione. Si dice che l'intervento pianificato nella città sia di
ostacolo allo sviluppo, alla crescita, fa fuggire investitori, mentre noi
insegniamo che un intervento ordinatore crea opportunità non di speculazione ma
di crescita ordinata, quindi socialmente più produttiva.
Come mai questo semplice concetto non riesce a fare breccia nell'opinione
pubblica?
Se andiamo al fondo delle cose troviamo che esistono concetti e connessioni
che non sono veri, ma sono diventati, nell'ideologia corrente, verità assolute.
Tra queste due pesano particolarmente nell'annebbiare e distorcere la
consapevolezza della condizione urbana. La prima è la convinzione (il dogma) che
ci sia una connessione ineliminabile tra sviluppo economico dell'economia data
(ritenuta l'unica ipotizzabile), crescita di determinate grandezze (quelle
misurate con il termometro del Pil), e il mercato (cioè la libertà per qualsiasi
proprietario di qualsiasi cosa di farne ciò che vuole). È solo il mercato che
consente, attraverso la crescita, di conseguire uno sviluppo (quello sviluppo).
Quindi, viva il mercato. Questo dogma è anche molto comodo perché rinunciare,
nel campo dell'organizzazione urbana, alla pianificazione e abbandonarsi alla
spontaneità del mercato riduce la responsabilità del politico, e gli consente di
giocare a tutto campo sulla «scena urbana» per svolgere il suo ruolo di
«rappresentazione». La seconda verità è l'annebbiamento di una delle due
componenti ineliminabili della natura dell'uomo moderno, cioè della sua
dimensione pubblica. La bilancia si è nettamente spostata sulla dimensione
individuale (vedi Richard Sennett, Il declino dell'uomo pubblico). Questo è
nefasto per la città, la quale può esistere, può essere trasformata secondo una
logica olistica (quale è quella che la città necessariamente richiede) solo se
l'uomo si sente ed è cittadino. Ove si riduca a cliente, tutto è
perduto.
Ma c'è una realtà non eliminabile: nella città ci si rende conto che non
tutto può essere risolto individualmente, la dimensione non solo della
collettività ma anche della soluzione collettiva di molte nostre necessità si
tocca con mano. Non ti pare che mettere in evidenza, politicamente, questa
dimensione sia anche un modo per combattere il declino dell'«uomo
pubblico»?
Non c'è dubbio. Ma quella che tu chiami «realtà non eliminabile» è stata
eliminata dalla maggioranza delle coscienze. Perciò credo che ci sia da compiere
in primo luogo un duro lavoro culturale, non più solo sulle élites
universitarie; perciò ho scritto quel libro che hai citato all'inizio, che è
rivolto a tutti. Perciò credo che uno dei pochi segni di speranza siano in quei
comitati, gruppi, associazioni che nascono per affrontare insieme un, sia pur
piccolo, problema comune nell'assetto della città. Si tratta di lavorare perché
imparino a passare dal particolare al generale e poi dal sociale al politico,
perché solo in una politica rinnovata c'è un futuro accettabile.
Com'è oggi la situazione delle diverse città? Un tempo alcune erano
esaltate per il loro livello di pianificazione e di crescita ordinata. Oggi la
situazione è ancora articolata e differenziata?
Molto, molto meno che nel passato. C'è una forte tendenza
all'omogeneizzazione. La politica come spettacolo, l'amministrazione come
rappresentazione, la ricerca di uno «sviluppo» a qualsiasi costo, perfino
l'introduzione della concorrenza contro le altre città come impegno decisivo
(ecco un'altra applicazione ideologica del mercato a realtà che col mercato non
c'entrano), tutto questo mi sembra caratterizzare le città italiane in modo
generalizzato. Ricordo sindaci che legavano il loro ruolo e il loro orgoglio al
fatto di aver dato alla loro città un buon piano regolatore, pur sapendo che gli
effetti di quel progetto di città si sarebbe visto a lunga scadenza. Oggi anche
le istituzioni, come la politica, sono appiattite sul breve periodo: quello
spendibile alla scadenza del mandato amministrativo. Del resto, se non c'è più
un progetto di società come può esserci un progetto di città?
Oggi la città si estende nel territorio, dando luogo a nuove conformazioni
urbane. La comprensione del fenomeno è ancora non piena, la discussione sugli
strumenti vaga. Ci si riferisce con insistenza al «piano di area vasta», ma
senza un'autorità in grado di governarlo rischia di essere solo una speranza. Lo
sviluppo urbano nel territorio quali problemi pone al pianificatore?
Invece di città e territorio, da vedere come due entità separate,
preferisco parlare dell'ambiente della nostra vita sociale come territorio
urbanizzato. I principi da seguire, e anche le regole, secondo me sono le stesse
nell'affrontare le trasformazioni della città e quelle del territorio. Non pone
quindi problemi nuovi dal punto di vista metodologico, ma semplicemente problemi
diversi dal punto di vista dei fenomeni. Direi che gli urbanisti avevano
compreso che i fenomeni urbani richiedevano una capacità di controllo e di
governo a livello di area vasta. La politica non li ha seguiti. Pensa allo
stesso tentativo di riforma della legge 142 del 1990, che prevedeva un
riordinamento dell'assetto territoriale in funzione del diverso assetto delle
urbanizzazioni. Una riforma modesta, che comunque poteva permettere (attraverso
le città metropolitane in alcune aree, un nuovo ruolo delle province altrove) di
governare i fenomeni di diffusione. Ma si è ritenuto che fosse complicato
modificare i cristallizzati equilibri politici tra comuni maggiori e minori,
comuni grandi e province e così via. Si è preferito non applicare la legge. Si è
lasciato che l'espansione delle città, abbandonata agli interessi fondiari e
allo spontaneismo, provocasse quelle nuove estese periferie a bassissima densità
(e altissima domanda di energia) che conosciamo.
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