Politica, conflitti e legalità: un sillogismo imperfetto.

Che cosa sta succedendo a Pisa di questi tempi?
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È possibile dare molte risposte a questa domanda, ma ne vogliamo scegliere soltanto due, ciascuna delle quali rispecchia le principali interpretazioni della situazione politica pisana circolate di recente.
La prima risposta ritiene che lo spazio democratico della nostra città sia messo a repentaglio dalle numerose proteste che si stanno susseguendo negli ultimi mesi contro, da un lato, una gestione apparentemente dissennata del patrimonio pubblico, dall’altro, l’indifferenza della classe politica nei confronti di quella parte della cittadinanza che si trova in serie difficoltà. Tali proteste, assumendo talvolta dei toni accesi o violando in alcuni casi la legalità, ad esempio occupando immobili vuoti e fatiscenti di proprietà pubblica o privata, si configurano perciò stesso come prevaricatrici e violente, e, per tale ragione, non possono aspirare, nemmeno per sbaglio, a essere prese in considerazione da chi amministra, ma da parte sua afferma di “governare”, la nostra città.
Vi è poi una seconda risposta, che nasce dal basso, da chi Pisa la guarda da dentro, vivendone le contraddizioni sulla propria pelle oppure osservandole sulla pelle di chi gli sta accanto. È la risposta della Pisa degli studenti, dei “senza voce”, dei “senza casa”, dei “senza lavoro”, dei “sans papiers”, e di chi assieme e accanto a questi soggetti combatte ogni giorno perché possano ricevere udienza nelle stanze del potere. A chi la accusa di portare violenza nel dibattito politico cittadino, privandola del riconoscimento di essere reale portatrice di bisogni che hanno il diritto di esistere e, in una democrazia, di essere rivendicati, questa Pisa risponde con continue proposte di dialogo, di confronto, di costruzione di una discussione aperta e laica che vengono costantemente ignorate da chi è stato eletto proprio per mediare i conflitti, e non, indispettendosi per "lesa maestà", pretendere di cancellarli.
Perché l’esistenza di conflitti all’interno di una polis, una comunità di cittadini con bisogni, desideri e poteri diversi, è un dato di fatto inevitabile e ineludibile ma non per questo negativo, perché, anzi, è proprio il conflitto ciò che permette agli individui e alle società di crescere ed evolvere, di conoscere le ragioni dell’altro e di modificare le storture di un sistema che, da solo, non si autoregola. Ed è per questa ragione che quando le regole del gioco diventano muri invalicabili, o peggio, meri utensili utilizzati da chi è al potere per reprimere ogni forma di dissenso, quelle regole possono e debbono essere infrante. È infatti proprio attraverso questa rottura, rintracciabile nelle occupazioni delle fabbriche, delle terre, delle case e degli spazi abbandonati, che il nostro paese ha potuto conquistare molti dei diritti che troppo spesso oggi non vengono riconosciuti da chi dovrebbe. Ed è grazie alla rottura delle regole precedenti che i fondatori e le fondatrici della nostra repubblica hanno potuto scrivere quella che è e rimane la fonte suprema del diritto in Italia, la nostra Costituzione, a cui molte di queste proteste si richiamano.
Noi accogliamo ben volentieri l’invito a non eludere il tema della legalità che è stato fatto in questi giorni. Lo accogliamo perché vorremmo che chi lo evoca riflettesse sul serio sul significato di questo termine, e non dimenticasse che le leggi non sono dei feticci che vivono di vita propria, ma, come sapeva già Montesquieu, strumenti che hanno lo scopo di porre rimedio alle dissimetrie e alle disuguaglianze presenti in una società. È per questo che ogniqualvolta queste leggi vengono usate per rafforzare le disuguaglianze e le ingiustizie, anche laddove la Costituzione ne permetterebbe una lettura diversa, e ogniqualvolta chi di queste leggi dovrebbe essere un funzionario se ne serve come mezzi da utilizzare a piacimento per favorire alcuni ed escludere altri dallo spazio pubblico, è allora e solo allora che la legalità viene violata davvero. 
 
Municipio dei Beni Comuni  
 
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