Cultura e spazi sociali in città: dagli anni '60 fino al caso Rebeldìa

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Pubblichiamo l'intervento del prof. Piero Pierotti, Presidente di ArtWatch Italia 

 

Per l'amministrazione comunale di Pisa la vicenda Rebeldía sta assumendo connotazioni che vanno dalla beffa al paradosso all'autogol, su questioni tuttavia non marginali ma di grande rilevanza, che investono la tutela del sociale, la libertà della cultura e il diritto di associazione. Riassumiamo brevemente la vicenda.

Le 33 associazioni che fanno capo al progetto Rebeldía, ospiti dei locali di via Battisti sulla base di un regolare contratto, alla scadenza pongono il problema di dove ricollocarsi per poter lasciare liberi quegli spazi, destinati a uso autostazione e immobili vari. Dopo una lunga trattativa in cui tutti gli enti coinvolti sembrano orientati verso una risposta positiva, nella conferenza dei servizi del 26 gennaio 2011 (Comune, Provincia, Università e Diritto allo studio) viene individuata in via Andrea Pisano un'area comunale da tempo disusata e se ne prevede l'assegnazione entro il 15 maggio. Si definiscono le condizioni. Il 27 gennaio Rebeldía sottoscrive l'accordo, il 1° febbraio la giunta comunale approva (all'unanimità e con procedura d'urgenza) il verbale della conferenza dei servizi e il 28 febbraio viene lasciato libero l'immobile di via Battisti. Fino a quel momento sulla scena non compaiono altri attori né ostacoli alla concessione dell'area nei tempi stabiliti.

Appare perciò tutto risolto ma non è così perché il Comune non rispetta i tempi e cambia in itinere le condizioni. Si potrebbe procedere all'assegnazione diretta, come la legge consentirebbe dopo l'esito positivo della conferenza dei servizi e la sottoscrizione dell'accordo, ma il Comune dichiara di volersi garantire con una manifestazione pubblica d'interesse. Nell'atto che la bandisce compare, mai richiamata prima, la necessità di una variante urbanistica. Essa in realtà non sarebbe indispensabile per l'area prescelta ma serve per definire che cosa vi sorgerà intorno (un parcheggio? una nuova piscina? villette?). Tempi tecnici di adozione e approvazione della variante da parte del consiglio comunale: un anno. Il 23 marzo viene bandita la procedura per la manifestazione d'interesse: evidentemente al buio, in difetto della variante in essa prevista, e a conferma che non ce n'è bisogno.

Nel frattempo, il 5 marzo, la direzione per la manutenzione degli edifici comunali stima il canone concessorio da applicare sulla base di un nuovo regolamento. Esso risulta pari al 50% del valore commerciale presunto di quell'area attualmente abbandonata: 11.000 euro l'anno (a fronte, per esempio, dei 1000 euro annui pagati dalla Leopolda). Anche della misura di questo onere, assai maggiorato rispetto al preventivabile, non si era mai parlato. Le associazioni che fanno capo al Progetto Rebeldía si reggono in autofinanziamento e si assumono anche le spese della riconversione dei locali fino all'agibilità, insonorizzazione compresa.

Saltano dunque i tempi, diventano esorbitanti i costi. Il sì sottoscritto dal Comune, dalla Provincia, dall'Università e dal DSU diventa un no di fatto. Alla scadenza dell'8 aprile Rebeldía non presenta il suo progetto. Tuttavia sul tavolo del Comune arrivano tre proposte di raggruppamenti che non erano sotto sfratto (qualcuno forse non esisteva neppure) ma sono riusciti a mettere insieme una proposta. Si va dalla Canottieri Arno all'associazione "Ali" promossa dai consiglieri PdL passando per la Cittadella di San Ranieri che comprende al suo interno gruppi come "Scienza e Vita" e l'"Associazione Famiglie Numerose". Presumibilmente uno dei tre dovrà essere scelto e il risultato politico ottenuto sarà, come s'intuisce, molto brillante.

Il 4 maggio si svolge un nuovo incontro fra il progetto Rebeldía e la conferenza dei servizi. Il Comune insiste sulla necessità dell'inutile variante urbanistica e gli altri si accodano. Anzi, ne esce un comunicato assai impudico in cui i quattro enti - Università inclusa - dichiarano "il proprio stupore rispetto alla scelta da parte del Progetto Rebeldìa di non partecipare alla Manifestazione d'interesse" e perciò fanno finta di non capire che, al contrario, la partecipazione avrebbe comportato l'accettazione implicita dei nuovi tempi e dei nuovi oneri (non pattuiti). A giro di posta si fa viva la Casa della Donna che non solo sostiene i diritti del Progetto Rebeldía ma avanza preoccupazioni per le prevedibili difficoltà di tutte le associazioni ospitate in locali comunali, che dovranno essere assoggettate ai medesimi oneri del 50% previsti dal nuovo regolamento. Come si vede il quadro si fa complesso.

Analizziamo dunque lo stato delle cose per commentare meglio la vicenda. L'ostruzionismo - evidente - portato avanti soprattutto dall'amministrazione comunale, che elude di fatto perfino gli impegni presi coram populo, deve avere una motivazione. Altrimenti, perché?

Partiamo dalle caratteristiche del Progetto Rebeldía. Non è un covo di rivoltosi perenni. Nell'immobile di via Battisti stava sotto contratto di un'azienda municipalizzata. Fra le 33 associazioni ne troviamo di note e notissime, nazionali e internazionali, come, LIPU, Africa Insieme, Emergency, Greenpeace, Ingegneria senza frontiere, Chicco di Senape. Tiene una biblioteca e ripara biciclette. Fa tutto alla luce del sole ed è controllabilissima, nelle attività e nelle persone. Non possono essere ragioni di ordine pubblico a motivare la diffidenza.

Anche sul piano dell'opportunità politica non troviamo risposte convincenti. Si possono non condividere i contenuti e perfino le forme delle loro iniziative ma, anche nella più taccagna delle interpretazioni, ne esce che queste associazioni sono di grande aiuto alla città perché filtrano il disagio sociale, ammortizzano il dissenso e lo fanno senza oneri per i bilanci pubblici. Non si organizzano "contro" ma "per". Hanno cioè degli obiettivi da proporre e da proporre a tutti. A meno di non congetturare un'ottusità totale da parte di chi gestisce attualmente la cosa pubblica, non sembra neppure questa la via per capire. E allora?

Troviamo una più credibile chiave di lettura in certe affermazioni uscite dal seno dell'amministrazione comunale e tuttavia, se così, fosse, l'analisi non sarebbe piacevole. Infatti si tornerebbe a mettere in discussione valori di libertà e di democrazia che, forse ingenuamente, si davano per acquisiti da parte di questi amministratori.

Mi riferisco al dibattito che si è svolto in sede di commissioni consiliari (seconda e terza commissione congiunte) a proposito del futuro della Leopolda, il cui contratto scadeva nel 2008. Nel corso della discussione è emersa la questione dei canoni di concessione richiesti dal Comune e l'assessore Maria Paola Ciccone ha indicato le linee guida dell'amministrazione che in sostanza sono le seguenti: è vero che i nuovi canoni sono alti ma il Comune sovvenzionerà le associazioni disposte a svolgere attività coerenti con le finalità dell'amministrazione. Qui è opportuno mantenere le virgolette, perché le parole sono pietre: "A fronte di canoni di affitto anche elevati - specifica l'assessore al sociale - il Comune dà contributi alle attività delle associazioni, contributi che vengono però elargiti per le finalità proprie che si pone l'amministrazione. Se il Comune non riesce a fare delle attività di ludoteca e queste sono svolte ad esempio dalla ludoteca della Leopolda allora il Comune fornisce un contributo. Se invece l'associazione fa attività che non interessano l'amministrazione quel contributo non viene elargito".

Per intendere meglio il senso istituzionale di quest'affermazione è utile una precisazione. Quando il Comune intende delegare a terzi lo svolgimento di un'attività che non può o non intende svolgere, attiva una convenzione e ne definisce i parametri in un contratto apposito. Al contrario, discriminando il finanziamento sulla base della coerenza con le "finalità proprie" del Comune, si attiva un meccanismo dirigistico che entra nel merito delle attività svolte dalle associazioni e quindi ne limita la libertà di azione e di comportamento. Come si vede, la divergenza non è minuscola. Per chiarirne meglio le connotazioni politiche mi serve però, manzonianamente, "riandare la storia" dell'ultimo mezzo secolo.

Dunque: negli anni '60 mi accadde di essere designato presidente provinciale dell'ARCI, giusto agli esordi dell'associazione (Pisa, Firenze, Bologna furono le sedi che la promossero). I tempi erano duri operativamente (mancava il riconoscimento governativo) ma soprattutto politicamente. In molti circoli affiliati all'ENAL, erede diretto del dopolavorismo fascista, campeggiava ancora il cartello: "Qui non si parla di politica". Il quadro istituzionale era deprimente perché, ad onta delle nuove libertà di associazione e di espressione garantite dalla Costituzione, le strutture nazionali e decentrate erano ancora quelle autoritarie e dirigistiche del Min.Cul.Pop. (Ministero della cultura popolare, volgarmente decodificato come "mettilo in culo al popolo"). Per esempio: la distribuzione degli spettacoli teatrali era in mano all'ETI (Ente teatrale italiano) e questo a sua volta era vigilatissimo da parte della DC: stessi autori, stesse compagnie, stesse estromissioni, ogni anno. La distribuzione cinematografica, per contratto postbellico, era invece controllata in massima parte dagli USA, che ci facevano conoscere il meglio di sé. La Chiesa cattolica vi integrava il suo ruolo censorio affiggendo ogni domenica editti con i film "esclusi" o "da adulti": se gli italiani fossero stati tutti ossequienti, Fellini non avrebbe avuto pubblico.

Accadde una sorta di miracolo: nel giro di pochissimo tempo la quasi totalità dei circoli del pisano passò all'ARCI e ciò ci dette la possibilità di costruire circuiti alternativi, creando spazi culturali prima inesistenti e, soprattutto, aperti. Freschi di letture gramsciane confidavamo nel principio che la libertà è rivoluzionaria e non temevamo la voce del dissenso. Il nostro circuito teatrale fu inaugurato da Dario Fo. Vi si collegarono anche personaggi non proprio comodi come Paolo Poli, Carmelo Bene, un debuttante Roberto Benigni. Vi si formarono registi come Alessandro Garzella, che montava spettacoli alla Majakowskyi, di provocazione mirata nei confronti del pubblico, inimmaginabili nei teatri del circuito ETI.

Per il cinema prendemmo un'iniziativa del tutto nuova (uso il plurale perché ciò avveniva con la collaborazione di molti e il consenso di moltissimi). Trasferimmo alcune pellicole di film classici e documentari recenti in formato 16 mm, in modo che potessero essere proiettati nel circuito delle case del popolo. La biblioteca comunale, da poco aperta, si era dotata di una sala dove potevamo svolgere il medesimo genere di attività: vi organizzammo, in accordo col Comune, un ciclo di proiezioni con presentazione dei film.

Il nostro principale avversario si chiamava Giuseppe Niccolai (MSI, consigliere comunale). Fece clamore una sua interrogazione al sindaco perché avevamo proiettato un classico (Estasi) in cui la protagonista mostrava, sia pure in campo lungo, il petto nudo. Si coprì di ridicolo ma la spuntò su una questione più seria, perché riuscì a impedire la proiezione di un documentario relativo alla guerra di Algeria, rubricato come "vilipendio a uno stato estero" (la Francia: eravamo nel 1963). Lo presentammo lo stesso, alla Casa dello studente, un altro luogo libero che non esiste più. Comunque: erano persone di tale ideologia quelle che legavano la concessione di uno spazio pubblico alla censura sui contenuti, del resto coerenti con la loro derivazione ideologica dalle reminiscenze del minculpop.

Ricordare, come si vede, può aiutare a capire. Oggi le questioni sul tappeto sono due. La prima, immediata, concerne l'affidabilità delle istituzioni e comporta il rispetto, nei fatti, degli accordi presi con il Progetto Rebeldía. Chi si è infilato in questo ginepraio procedurale, nascondendosi dietro le gonne di determine dirigenziali, deve saperne uscire con la propria faccia e con argomenti non pretestuosi. Chi si è accodato, se così è stato, deve ritrovare la propria dignità.

La seconda, di più vasto respiro, merita una riflessione approfondita. Nelle dichiarazioni dell'assessore Ciccone si legge una volontà di dirigismo culturale che non si lega affatto con i postulati della Costituzione repubblicana né con la tradizione libertaria di questa città. Richiamare il principio secondo cui il dissenso e l'accettazione del dissenso sono il sale della democrazia ha valore in sé ma non è utile, se le parole restano parole. I termini "Democrazia" e "Libertà" campeggiano nell'intitolazione dei principali partiti ma valgono niente se non trovano riscontro nei comportamenti.

Qualcuno pensa che, rimuovendo il "bubbone", tutto si avvierebbe verso il buon fine. Non sono d'accordo. Non mi appare credibile che un Sindaco, un Presidente di provincia e un Rettore si lascino trascinare dalle devianze di un assessore. Anzi: se certe considerazioni emerse durante la discussione sulla Leopolda sono degne di fede, e certi consensi significativi, se ne può perfino ricavare che le direttive arrivino da molto lontano. Perciò la questione, che non riguarda più soltanto Rebeldía, va discussa in maniera partecipata e nei significati politici che essa assume, riscrivendo se necessario i regolamenti, le delibere, le determine. Prima che arrivino i monatti.

Piero Pierotti

 
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