Regolamento Beni Comuni di Pisa

OSSERVAZIONI AL REGOLAMENTO SULLA COLLABORAZIONE TRA CITTADINI E AMMINISTRAZIONE
PER LA CURA E LA RIGENERAZIONE DEI BENI COMUNI URBANI DI PISA

 

 

benicomuniointeressiprivati.jpg

Il comune di Pisa ha elaborato un Regolamento sulla Collaborazione tra Cittadini e Amministrazione per la Cura e la Rigenerazione dei Beni Comuni Urbani di Pisa.

Il regolamento è stato approvato in giunta, e a breve giungerà in consiglio comunale per la sua definitiva approvazione e entrata in vigore.

Come collettivo e come rete di associazioni, da anni denunciamo la mancanza di una discussione pubblica sulla fruizione dello spazio pubblico affinché non sia appannaggio dell'amministrazione comunale e delle sue realtà-satellite, ma rivolta a tutto il tessuto sociale cittadino.

Inoltre, con il Municipio dei Beni Comuni, abbiamo mappato e schedato minuziosamente i numerosi spazi dismessi che a Pisa necessiterebbero di cura e di rigenerazione, proponendo per molti di essi proposte concrete di riutilizzo.

Pertanto, siamo sicuri che la città abbia un grande bisogno di questo strumento ed è positivo il fatto che sia stata discussa una proposta in merito, tuttavia quella che è stata approvata dalla giunta pisana risulta assolutamente carente, sia dal punto di vista del processo decisionale, sia dal punto di vista dei contenuti. Le Osservazioni che proponiamo rappresentano non solo una critica tecnica, ma anche - e soprattutto - una critica politica sia alle manovre speculatorie dell'amministrazione, la quale gestisce il patrimonio pubblico come tesoretto da svendere all'occorrenza, sia ai vari pesi e alle varie misure con cui il comune regola la fruizione degli spazi.

Questioni di Processo

L'elaborazione del regolamento è stata assegnata nel 2014 (lo abbiamo scoperto da pochi mesi) in maniera del tutto arbitraria, senza alcun bando pubblico, a un'associazione che non sembra avere né titolo né esperienza sulle modalità di cura e rigenerazione di beni comuni urbani a Pisa, pertanto senza valorizzare minimamente le competenze e lo sguardo d'insieme, italiano e europeo, di quelle esperienze di rigenerazione urbana presenti da anni sul territorio cittadino.

Nel documento sono presenti unicamente riferimenti a regolamenti sui beni comuni esperiti in altre città, peraltro politicamente affini a Pisa per colore e composizione degli scranni comunali. In breve, la bozza di regolamento pisano è sostanzialmente una copia di quello elaborato dal comune di Bologna e le poche modifiche che sono state apportate dalla nostra amministrazione mostrano inequivocabilmente il vero obiettivo di questa operazione: debilitare e restringere ulteriormente i termini di praticabilità dell'accesso agli spazi.

L'affidamento dell'elaborazione della proposta, peraltro oneroso, ha di fatto espulso la cittadinanza tutta da una discussione aperta e plurale sull'argomento, salvo poi inserirlo all'ordine del giorno di alcuni consigli dei CTP tra la fine del 2015 e inizio del 2016. La questione è stata affrontata esclusivamente in quelle assemblee, con riunioni convocate da un giorno all'altro su un regolamento disponibile alla lettura solo nella stessa sede della sua approvazione. La bozza di regolamento è stata presentata solo nei CTP e le uniche modifiche apportate sono proprio quelle che assegnano ai Consigli un ruolo di mediazione tra comune e cittadini nel processo di definizione dei patti di collaborazione.

Il processo messo in atto di stesura esternalizzata del progetto e di condivisione ristretta ai soli CTP ignora oltre un decennio di riflessioni e di pratiche sul recupero delle aree dismesse, sui concetti di rigenerazione urbana e di gestione condivisa, sui processi di progettazione partecipata dei beni urbani che si sono sviluppati a partire dalla ricognizione dei bisogni e dalla partecipazione attiva della cittadinanza.

Commenti alle definizioni e al regolamento:

Le definizioni:

L'imprecisione del comune e di chi ha scritto la proposta di regolamento sul tema dei beni comuni è lampante sin dal titolo e dalle definizioni.

Il concetto di beni comuni si fonda sulla funzione pubblica e sociale che questi svolgono per una comunità, che li riconosce come tali e se ne prende cura al fine di garantirne la fruizione collettiva, attraverso pratiche di cooperazione atte a sostenere lo sviluppo e la dignità della persona, indipendentemente da quale sia la proprietà (vedi Art.42 della Costituzione Italiana).

L'amministrazione quindi sarebbe solo uno degli attori di un processo in cui ad essere protagonista è la cittadinanza, ma l'articolazione del regolamento demolisce nei fatti ogni concetto di bene comune, attraverso un crescente accentramento decisionale, che il Comune di Pisa si assicura con complessi processi burocratici. Inoltre si restringe il campo di applicazione ai soli beni del patrimonio immobiliare comunale, escludendo immobili privati o di altri enti pubblici che non potrebbero essere curati o rigenerati dalla cittadinanza, neanche se ci fosse un pieno consenso delle parti.

Nella definizione di “cittadini attivi” vengono ricordati correttamente quelli che fanno volontariato, partecipano alla vita sociale e politica della città, fanno parte di associazioni, ma in questa categoria vengono inclusi, in continuità col regolamento di Bologna, anche cooperative e imprese. Non vogliamo di certo mettere in dubbio che alla base di alcune cooperative vi siano ancora i capisaldi di solidarietà, mutualismo e democrazia che ne hanno storicamente caratterizzato la costituzione o che esistano società di capitale animate da un'etica dell'impresa responsabile. Ci preme sottolineare però che il comune sta di fatto permettendo la fruizione di un bene comune, con l'agevolazione data dalla disponibilità di uno spazio pubblico, da parte di società che comunque si muovono nell'economia di mercato facendo profitti. Questa eventualità è in netta contrapposizione con l'idea di fruizione e benessere collettivi di cui il concetto di bene comune è portatore.

Così facendo si ripropone un modello di città ancorato a un'idea di rigenerazione (o di decoro, parola molto cara a chi governa) guidata non dalle comunità cittadine, ma da soggetti di natura economica. Un esempio di tutto questo, è che una serie di commercianti che affacciano ad esempio sulla stessa piazza possano diventarne titolari attraverso la stipula di un patto di collaborazione che assume sempre più le forme di una privatizzazione (vedi art 13 comma 4).

 

Il regolamento:

Nel regolamento che viene proposto, le decisioni della giunta, sia in merito all'individuazione dei beni comuni sia sulla bontà dell'opera di cura, risultano essere inappellabili, o meglio, non vengono descritti i criteri attraverso cui si opera la scelta, la quale pertanto diventa puramente discrezionale.

Infatti già dall' Art.1 comma 2 della sezione “Finalità, oggetto ed ambito di applicazione”, viene a mancare qualsiasi possibilità di presa di posizione da parte della cittadinanza e si ribadisce come ogni intervento per la cura e la rigenerazione debba “rispondere alla sollecitazione dell’amministrazione comunale”.

Anche dal punto di vista delle risorse, appare chiaro l'approccio discriminatorio dell'amministrazione Filippeschi, infatti può accedere ai processi di cura e rigenerazione solo chi ha le risorse economiche per poterlo fare. Così facendo, si restringe il concetto di cura e rigenerazione alla sola manutenzione del bene, proprio quella cura che il comune non riesce o non vuole più garantire al suo patrimonio.

La parte del regolamento che affronta la questione dei contributi comunali non è affatto normata come nel regolamento di Bologna; il fatto che sia stata colpevolmente omessa ci conferma che il comune sia alla ricerca di manodopera gratuita, alla faccia della restituzione di spazi alla cittadinanza: poco importa come verranno utilizzati gli spazi e da chi, basta che siano soggetti capaci di manutenerli.

La discrezionalità domina incontrastata, non esiste alcuna interlocuzione tra cittadinanza e amministrazione, nessuna ricerca dei bisogni ai quali sopperire, nessun parametro trasparente che indichi come si mettono a disposizione spazi, immobili o piazze e non altri, nessuna indicazione sui criteri per la stipulazione dei patti di collaborazione.

Nell'ambiguità di un regolamento che, da un lato accentra e dall'altro omette i criteri di praticabilità, si potranno approvare (e continuare ad approvare, come in questi anni) solo quei progetti compatibili con la necessità da parte di chi governa la città di aumentare il consenso, ammettendo solo poche e innocue discontinuità di pensiero, per proteggersi da eventuali accuse di clientelismo. Sicuramente non ci saranno spazi per chi veicola elementi di dissenso e critica all'operato dell'amministrazione.

Vedremo riproposte gestioni funzionali all'assimilazione o alla cancellazione di tutte quelle esperienze critiche che costruiscono aggregazione e socialità sganciate dal profitto e che prendono parola sulla gestione della cosa pubblica; prospererà solo chi non rischia di turbare il quieto vivere di palazzo Gambacorti, chi sceglierà di trattare privatamente con gli enti senza coinvolgere tutta la città in processi decisionali orizzontali e includenti, chi disporrà delle risorse economiche maggiori.

In conclusione chiediamo che si apra un dibattito pubblico aperto e realmente inclusivo affinché i principi generali (Fraternità, Reciprocità e Fiducia, Responsabilità, Inclusività e apertura, Sostenibilità, Pubblicità e trasparenza, Proporzionalità, Adeguatezza e differenziazione,Informalità, Autonomia civica) che ne ispirano la redazione siano, di fatto, caratteristiche concrete e tangibili del processo di elaborazione del regolamento stesso.

 

 

Pisa, 30 Aprile 2017
Progetto Rebeldìa 

 

 
< Prec.   Pros. >
Joomla SEF URLs by Artio