Il movimento per l'acqua ha fatto molta strada PDF

Acquamondodi Marco Bersani, 17 Dicembre 2007

Con la manifestazione nazionale per «ripubblicizzare l’acqua, difendere i beni comuni» del 1 dicembre 2007 a Roma, possiamo dire che sia giunto a conclusione un primo ciclo di mobilitazione sociale per l’acqua nel nostro Paese. Vale sicuramente la pena provare a rivisitare quale sia stato il percorso sin qui compiuto, quali passaggi abbia dovuto affrontare, quali caratteristiche del movimento abbia messo in luce. Un lavoro di restituzione per meglio comprenderci e che consenta a tutti noi di far tesoro dell’esperienza intrapresa, come miglior viatico per le future battaglie. Ecco di seguito alcune considerazioni, certo non esaustive, che provano a segnare gli elementi più importanti del percorso effettuato.

Se cinque anni vi sembran pochi

Il percorso per costruire una vera e propria vertenza nazionale sull’acqua arriva da lontano e trova il suo humus nelle decine di conflitti territoriali aperti in tutto il paese contro la privatizzazione dell’acqua.
I passi iniziali vengono mossi in Toscana, dove la realizzazione nel novembre 2002 del Forum sociale europeo e nel marzo 2003 del Forum mondiale alternativo dell’acqua consentono di sedimentare nuove consapevolezze e di dare ulteriore impulso alle capacità di radicamento territoriale delle realtà di lotta nella regione. La Toscana è stata la prima regione italiana ad applicare la legge Galli e a scegliere il partenariato pubblico-privato come modello di gestione dei servizi idrici. I risultati di queste gestioni, analizzate dai social forum territoriali, mettevano in radicale discussione la bontà, da molti accettata a prescindere, del cosiddetto «modello toscano».
Durante due appuntamenti regionali costruiti dal coordinamento dei social forum toscani, tenutisi nell’estate 2004 a Stia e a Piombino, i movimenti decisero di ingaggiare una lotta regionale contro la privatizzazione dell’acqua e stabilirono come strumento di questa mobilitazione la predisposizione di una legge regionale d’iniziativa popolare.
La campagna di raccolta firme fu un successo: nonostante ne fossero sufficienti per legge solo tremila, e nonostante il comitato promotore si fosse dato l’obiettivo di 30mila, nei sei mesi da febbraio ad agosto 2005, furono raccolte ben 43 mila firme.
La proposta di legge venne poi respinta dal Consiglio Regionale nell’autunno 2006.
Ma intanto un nuovo movimento era partito, e dal Lazio alla Sicilia, dall’Abruzzo alla Toscana, dalla Campania alla Lombardia si stavano moltiplicando le lotte territoriali. Tanto che, quando diversi esponenti di associazioni nazionali e di comitati territoriali [tra gli altri: Attac Italia, Comitato italiano per il contratto mondiale dell’acqua, Fp Cgil, Arci, Sincobas, Confederazione Cobas, Abruzzo social forum, Rete toscana per l’acqua] hanno promosso, nel luglio 2005 un primo appello per realizzare il Forum italiano dei movimenti per l’acqua, le adesioni si sono in brevissimo tempo moltiplicate.
Cinque assemblee nazionali itineranti [Cecina, Firenze, Roma, Pescara e Napoli] hanno scandito i tempi della costruzione partecipata del Forum che, nel marzo 2006, si è infine realizzato a Roma, con più di seicento partecipanti, una pluralità di esperienze a confronto, la percezione di una possibile diffusione sull’intero territorio nazionale.
L’assemblea conclusiva del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, giudicando matura l’apertura di una vertenza nazionale sull’acqua, ha scelto la costruzione di una legge nazionale d’iniziativa popolare come strumento di rafforzamento delle vertenze territoriali e come elemento di riunificazione delle stesse, verso un obiettivo di esplicita rottura della «gabbia» normativa attuale, che permetteva gestioni dei servizi solo attraverso la forma societaria della SpA.
Anche la scrittura del testo si è svolta con la massima partecipazione possibile, affiancando nei tavoli di lavoro tecnici ed attivisti per mettere in comune i differenti saperi e le diverse esperienze. Il testo della legge è stato approvato dall’assemblea nazionale dei movimenti per l’acqua tenutasi a Firenze il 7 ottobre 2006. La stessa assemblea ha ribadito la scelta politica dello strumento d’iniziativa popolare, proprio per attivare una campagna di raccolta firme, di iniziative e di mobilitazioni che coinvolgesse l’intero paese.
Il comitato promotore, a cui hanno aderito 70 reti e organizzazioni nazionali e quasi mille comitati territoriali ha lanciato, a metà gennaio 2007, la campagna di raccolta firme. Dopo sei mesi intensi di banchetti, dibattiti, assemblee e mobilitazioni [10 mila a Palermo nella manifestazione del 10 marzo] che hanno attraversato ogni angolo del Paese, il 10 luglio 2007, il Comitato promotore ha consegnato al Presidente della Camera 406.626 firme in calce alla legge d’iniziativa popolare, chiedendone l’immediata
calendarizzazione nelle sedi parlamentari.
Contemporaneamente, la necessità di tenere alto il carattere della vertenza nazionale e di evitare che, con la consegna delle firme, l’intera vertenza fosse solo consegnata al livello politico-istituzionale, il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua ha deciso di promuovere la prima manifestazione nazionale per l’acqua.
Sabato 1 dicembre a Roma, quarantamila persone hanno partecipato alla manifestazione nazionale per «ripubblicizzare l’acqua e difendere i beni comuni», in una sorta di atto di nascita di un movimento per l’acqua di dimensione nazionale.

Qualcosa di importante è successo

Non è solo il fatto che venga da lontano a sancire l’importanza del percorso effettuato dal movimento per l’acqua nel nostro Paese. Dentro le diverse vertenze territoriali, dentro il loro intreccio e scambio di saperi ed esperienze, è cresciuta in quantità e qualità una consapevolezza diffusa e un percorso di vera autoeducazione popolare orientata all’azione, che ha fatto del movimento per l’acqua qualcosa di inedito e di fecondo.
La scelta dell’assemblea finale del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua a Roma di lanciare una legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua, aveva come obiettivo primario la costruzione di una vertenza nazionale, attraverso una campagna di raccolta firme e di iniziativa che attraversasse ogni angolo del paese e uno strumento che incidesse direttamente sull’agenda politica.
Lo straordinario successo della raccolta firme dimostra che anche questo obiettivo è stato raggiunto, l’acqua è entrata nell’agenda politica del Paese, costringendo le istituzioni a doversi confrontare con le proposte prodotte e ottenendo anche alcuni primi risultati parziali, come la moratoria su tutti gli affidamenti in corso e futuri a qualsiasi tipo di SpA.
Ma c’è anche un risultato politico culturale, è la rottura di un paradigma, i cui effetti dovranno essere misurati nel tempo. Oggi il dibattito sulle forme di gestione è molto più aperto e libero, la fuoriuscita delle gestioni dalle SpA raccoglie nuovi consensi. Basti pensare che perfino un provvedimento iperliberista, come il Ddl Lanzillotta – che si prefigge la messa sul mercato di tutti i servizi pubblici locali, ad eccezione del servizio idrico–è in qualche modo «costretto» a rimettere in campo la possibilità di gestione dei servizi attraverso enti di diritto pubblico rinominando qualcosa che nella normativa italiana non compariva dal 1990.

Cosa ha reso tutto questo possibile

L’esperienza del movimento per l’acqua ha potuto produrre il percorso sin qui delineato perché ha saputo mettere a fuoco alcune caratteristiche che ne hanno permesso la crescita politica e culturale e ne hanno rafforzato la capacità di mobilitazione.
Vediamole assieme.
Il primo dato è relativo all’intreccio tra locale e globale. Non è scontato che una realtà territoriale, per quanto forte e radicata nel locale, pensi alla necessità di un intreccio più ampio e pratichi gli strumenti per costruirlo. E non è altrettanto scontato che una rete nazionale o, ancor più, organizzazioni nazionali strutturate pensino e pratichino un altro modo di costruire i percorsi e le decisioni, a partire dal rispetto della crescita di tutte le realtà.
Il secondo dato è relativo ai soggetti in campo. Anche qui diventa esemplificativa la manifestazione nazionale del 1 dicembre. In piazza c’erano cittadini organizzati nei comitati territoriali, importanti esperienze del mondo dei lavoratori del servizio idrico, numerosi enti locali con delibere di adesione approvate e con gonfalone in corteo.
Il terzo dato è relativo al binomio radicalità-inclusione. La radicalità del movimento per l’acqua sta nella scelta di campo praticata
fin dall’inizio : l’affermazione dell’acqua come bene comune e diritto umano universale, la totale fuoriuscita del servizio idrico dalle gestioni di mercato, la riappropriazione sociale della sua gestione attraverso la partecipazione dei lavoratori e delle comunità locali.
Il quarto dato è relativo alla capacità di mettere insieme resistenza e proposta. Di fronte all’aggressività delle politiche liberiste, che si prefiggono la messa sul mercato dell’intera vita delle persone dentro l’orizzonte della solitudine competitiva – ciascuno da solo proiettato sul mercato in diretta competizione con l’altro e senza più nessun legame sociale–il movimento per l’acqua ha costruito, innanzitutto con l’apertura di decine di vertenze territoriali, un forte movimento di resistenza contro le privatizzazioni.
Perché di fronte al binomio resistenza-proposta nessuno ha potuto più liquidare le lotte per l’acqua come localistiche né come pratiche puramente testimoniali.
Il quinto dato è relativo all’autonomia politica del movimento per l’acqua. L’autonomia politica delle esperienze di movimento è stata in questi ultimi anni tanto enunciata quanto poco spesso praticata. Si tratta di una dialettica – fra movimenti e politica istituzionale–
complicata nella sua comprensione e gestione concreta, al punto che molte esperienze di movimento hanno finito per arenarsi di fronte alle sfide da questa poste.
Il sesto dato, che tutti li sottende, è il metodo partecipativo. C’è una spiegazione che sottende tutti gli elementi di positività che sono
stati sin qui espressi come punti di forza del movimento per l’acqua: è la scelta del metodo partecipativo come asse determinante per la costruzione di qualunque movimento e per la definizione di qualunque scelta o passaggio questo movimento debba affrontare.
Il movimento per l’acqua non ha certo risolto tutta l’enorme complessità della democrazia partecipativa, ma oggi, dopo alcuni anni di sperimentazione pratica, può essere sicuramente definito un laboratorio vero di questa esperienza.
Il settimo dato è l’assunzione dell’acqua come paradigma e l’apertura di finestre orizzontali.

L’acqua è un bene essenziale per la sopravvivenza stessa della vita sul pianeta, di conseguenza è un bene comune e un diritto umano universale. Questo è l’elemento essenziale che ha coagulato le diverse esperienze che, nel tempo, hanno dato vita in questo Paese al movimento per l’acqua. Ma un ulteriore elemento di forza di questo movimento è stato quello di affermare sì la specificità dell’acqua come bene comune primario, ma nel contempo di considerarlo un paradigma di tutti i beni comuni, come humus
fondativo del legame sociale fra le persone e di conseguenza della democrazia.
E’ questo al momento solo un percorso embrionale, fatto per ora più di contatti che di nuovi intrecci politico culturali, ma altrettanto foriero di possibili sviluppi futuri di ampliamento dell’orizzonte delle lotte e delle proposte.

 
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