UN PRIDE CHE RIFLETTE, perché crediamo sia importante fermarci a ragionare su alcune cose, prima fra tutte l'arroganza di quei linguaggi e metodi che siamo abituat* a veder utilizzati nella gestione di cose ordinarie e straordinarie. L'imposizione della forza, di un pensiero unico, sembra voler negare qualsiasi possibilità d'espressione a quelle donne che cercano di affermare una propria specificità di lettura ed elaborazione del reale, che non accettano di omologarsi ed assumere modi, tempi e obiettivi "maschili", nel senso deteriore del termine.
UN PRIDE CHE RIFLETTE, anche perché se come pezzo della sedicente comunità GLBT guardiamo dentro lo specchio che ci vede riunit* ci pare di scorgere anche lì la riproposizione delle medesime logiche, dei medesimi modelli che ruotano intorno al primato maschile, sebbene edulcorati dalla formuletta GLBT che fa tanto "al passo con i tempi" ma, in definitiva, sembra non impegnare.

La nostra scelta è allora quella di attraversare l'esperienza di alcune donne, lesbiche, libere, per guardare insieme le cose che hanno detto e fatto, per ascoltare finalmente cose ascoltabili da tutt*, dentro e fuori la comunità GLBT, per misurarci con la possibilità di individuare forme di sopravvivenza attiva, che vadano oltre la semplice vivenza, che possano essere stimolo per le donne e gli uomini che vogliono collaborare superando i limiti dei ruoli sociali.
L'Open Mind è una realtà ostinatamente GLBT, distante da logiche separatiste, che vuole lavorare su basi, metodi e obiettivi che amplifichino i diritti inalienabili di ciascun* piuttosto che ritirarsi su una lettura monocorde della vita e/o su una rivendicazione tutta interna alle logiche di questo sistema sociale, che chiede/impone un'omologazione a conferma e santificazione della coppia eterosessuale quale unico modello possibile.

Con questo Pride vogliamo partire da alcune donne che pensando e agendo hanno messo in discussione la naturalità, l'obbligatorietà di un certo ordine del mondo per andare oltre l'esaltazione e la catalogazione dell'esistente, attraversando possibili percorsi di confronto e costruzione partecipata, lavorando in maniera mescolata in condizioni di effettiva pari dignità delle singole realtà che si parlano.
Vogliamo rivendicare - come persone che cercano strategie di elaborazione del reale condivise, che non si rassegnano all'ineluttabilità di dover adottare un linguaggio unico nella galassia GLBT, sempre più rappresentata da uomini che scelgono altri uomini, schiacciando con il loro potere e la loro visione del mondo le altre realtà - un modo di fare politica che proceda per inclusione, che tiri dentro il dibattito tutt*, perché è di ciascun* che si parla.

Non sopportiamo il fatto che l'acronimo GLBT debba diventare rassicurante etichetta, titolo formalmente ineccepibile di operazioni che, invece, continuano (non scardinandole) a giustificare ed alimentare le discriminazioni interne ad un movimento che pare compatto solo se visto dall'esterno. Al suo interno, troppo spesso mera contiguità invece che reale comunità delle diverse componenti.

Non possiamo, né vogliamo, prescindere dal riflettere su luoghi e corpi politici, sulle pratiche che rendono giusto - e che non soltanto giustifichino - il fatto che continuiamo a lavorare a Catania, e in questo modo.
Per questi ed altri motivi invitiamo tutt* a partecipare alle giornate dell'orgoglio e della ricerca, al corteo del 28 giugno che, anche quest'anno, vuole restituire a ciascun* la misura della possibilità/necessità di un agire condiviso, arrabbiato e festante.

Catania, 4 giugno 2003