Stiglitz e l’austerità suicida [finansol.it]
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Gustavo Piga sul suo blog
Ascoltare il dibattito tra Monti e Stiglitz è stato emozionante. Potenti le cannonate dell’economista americano, che lasciano basita una platea abituata allo slang triste europeo.
Al termine del suo discorso si sente lo spavento che pervade la sala, paura per una crisi che forse non passerà se non si faranno le cose giuste. Ecco, il linguaggio è stato incredibilmente diverso, come quello di un marziano. Tant’è che la migliore difesa che il Presidente dl Consiglio ha potuto montare è stata quella differenziare l’America dall’Europa in termini di obiettivi.
Non ha funzionato. L’Europa non deve solo crescere economicamente, come gli Stati Uniti, ma far crescere anche le sue istituzioni e questo può andare anche a scapito della crescita economica. Mi sono detto che non è così, che forse per uno o due o anche tre anni può essere così, ma nessuna nazione può tenersi in piedi, coesa socialmente, senza che le sue istituzioni siano dedicate solamente alla crescita del benessere dei suoi cittadini.
Un linguaggio che effettivamente non si sente più nel nostro Paese. Non è solo questione di diversa enfasi, no, ascoltare Stiglitz era rendersi conto che esiste là fuori una strada alternativa di cui in Europa è vietato parlare. Un nuovo “dibattito proibito”, per riprendere il titolo di un felice libro di Jean-Paul Fitoussi che uscì qualche anno fa. Era anche dare nuova linfa alle parole, come se queste fossero rose innaffiate dopo lunga aridità.
Prendete la parola più menzionata in Italia questi giorni. La parola spreco. Anche Stiglitz ne ha parlato. Di sprechi. Ma non parla di Bondi. No, parla del più grande spreco, quello vero, quello reale, dice Stiglitz: lo spreco immenso, trilioni di dollari, di tutte quelle risorse, naturali, materiali ed umane, uguali a quelle che avevamo nel 2008 e che da allora però non utilizziamo più a causa di questa crisi. “Ed è l’austerità che tiene vivi questi sprechi”. Tutti quei giovani, che oggi non lavorano. Che diventeranno alienati dal resto della società. Che se e quando, tra tanti anni – se continuiamo con la stupida austerità – troveranno forse un lavoro, ma a salari più bassi perché avranno disimparato a fare e avranno perso l’orgoglio e la voglia di affermarsi. Ecco lo spreco, dice il Premio Nobel. Ecco, è questo l’unico vero, grande intollerabile spreco di questa maledetta crisi che non vogliamo combattere.
Perché si può combattere. Con un nuovo approccio di politica economica. Nessuna grande economia mondiale, mai, è uscita da una crisi di questo tipo con l’austerità, dice Stiglitz che diventa subito un fiume in piena che abbatte le nostre magre argomentazioni europee affaticate dal fallimento. “L’austerità non funziona, basta guardare ai dati: essa smonta anche i rientri dei bilanci pubblici verso il pareggio”. Le riforme? Le riforme che servono anche nel breve periodo sono quelle che migliorano la situazione dell’accesso al credito per le piccole imprese e quelle che aumentano il sostegno alle università. Le riforme sono utili, ma hanno bisogno di tempo e, nel frattempo a volte riducono la domanda nel sistema, che già manca. Il mercato del lavoro americano è certamente flessibile eppure ciò non ha impedito che si raggiungesse una disoccupazione del 10%. In questa crisi non si creano posti di lavoro senza maggiore domanda aggregata. Bisogna fare politiche per il breve periodo. “E il breve periodo può durare a lungo se si mantiene l’austerità”.
Tutto qui? No, finiamo con la ricetta proposta dall’economista americano.
Primo, politica fiscale espansiva in Germania, anche con ampi deficit pubblici. Concordiamo. Secondo, in Italia, politica fiscale espansiva senza maggiori deficit pubblici. Il che significa più spesa pubblica con gli aumenti di tasse (già fatti) destinati a pagarci la spesa pubblica e non il debito pubblico. Oppure con i tagli agli sprechi che non devono generare maggiore austerità ma maggiore domanda da parte dell’unico attore che in questa crisi può domandare, lo Stato. Concordiamo. Senza toccare il deficit, il Pil sale, facendo anche scendere i rapporti deficit e debito su PIL. Grande ruolo per investimenti pubblici, spesa per l’istruzione e per la sanità. Terzo, tasse e spesa pubblica devono anche ridurre le disuguaglianze che specie in questa fase distruggono la crescita economica. Concordiamo.
Senza maggiore spesa pubblica anni ed anni davanti a noi di maggiore disoccupazione. Alle sue raccomandazioni aggiungiamo: vera spesa pubblica, monitorata e la cui qualità sia assicurata da competenze e assenza di corruzione.
Monti ha detto alla fine del dibattito: “sono desideroso di sapere come rispettare l’obbligo di bilancio in pareggio facendo diminuire il rapporto debito su PIL e soddisfacendo al contempo l’esigenza immediata di crescita”. Forse non se ne è reso conto, forse sì, ma questo “come” glielo aveva spiegato pochi minuti prima Stiglitz, che ha aggiunto: “i terremoti accadono. Anche gli tsunami. Non è colpa nostra se accadono. Ma perché a queste tragedie dobbiamo aggiungere dei disastri causati da noi stessi? E’ criminale questa ignoranza di quanto è avvenuto nel passato, l’economia deve essere al servizio della gente, e non viceversa.”
EVENTI [AIAB - Associazione Italiana per l'Agricoltura Biologica]
Seminario sul Buono Bio, 9 maggio, Università di Macerata
Nell'ambito della campagna nazionale Primaverabio 2012, mercoledì 9 maggio, l'AIAB Marche promuove il seminario “Primavera Del Buono Bio - Buono, sano e sostenibile”, presso l'Università di Macerata, Facoltà di Scienze della Formazione, in p.le Luigi Bertelli – C.da Vallebona, Macerata.
Oi dialogoi: tasse [finansol.it]
Stasera, reduci da inopportuni ponti sinistrorsi che spezzano le piene settimane della piena occupazione, si parla di… tasse
“Il momento è delicato – fa il verso ad Ammaniti Vinicio – non solo i racconti non fanno vendere, ma quel che è peggio fanno diminuire il gettito fiscale. Ciò vale a maggior ragione per le auto, frigoriferi, abbigliamento, generi alimentari perfino. Il governo dei bocconiani sta scoprendo una sorprendente formula: il rigore dei conti avvita la recessione che a sua volta incide sulle entrate fiscali vanificando il rigore dei conti.”
“Non sono bocconiano e non ho capito – confessa Vitaliano – ma di una cosa sono certo, convinto e ho piena fede: le tasse vanno comunque pagate. Sempre!”
“Giusto – concorda Venanzio – è un dovere morale. Tutti devono pagare le tasse. Tutti! Dall’ultimo degli apprendisti imbianchini al grande industriale. Davanti al fisco siamo tutti uguali.”
“Qui sta l’errore – puntualizza Vinici - a parte che nemmeno a norma di Costituzione siamo tutti uguali davanti al fisco (art. 53 relativo alla progressività). A parte che è una bestialità logica pretendere con il medesimo rigore il rilascio dello scontrino da parte del gioielliere come del cosiddetto vu cumprà, la Storia insegna che grandi rivoluzioni hanno preso il via proprio dalla reazione popolare allo strozzinaggio fiscale (es. Boston tea party in America e, in misura minore, la rivolta contro la poll tax che propiziò il declino della Thatcher). Finalmente anche da noi i proletari (sebbene molti nella loro ingenuità si autodefiniscano imprenditori) stanno prendendo coscienza della sproporzione fra quanto richiede loro lo stato borghese e quanto viene restituito in termine di servizi e assistenza (sempre meno, ma detto in english che fa più fico, spending review).” “Ma se persino un liberista come Ferrara sottolinea l’importanza delle tasse! – si infervora Venanzio – Senza tasse non avremmo strade asfaltate, scuole, ospedali, pensioni…”
“Certo – spiega calmo Vinicio – l’ho vista anch’io la puntata di Radio Londra ancora durante l’assalto all’agenzia delle entrate di Romano di Lombardia. Un’istruttiva prova di disperata difesa del vetusto mezzo-tv contro l’arrembante mezzo-web.; uno scontro che caratterizzerà sempre più il prossimo futuro. Da un lato la voce, sempre meno credibile, del padrone. Dall’altro la voce sempre più tonitruante del popolo. Ferrara è proprio colui che nei fatti contrasta il pagamento delle tasse, il concreto ed effettivo gettito fiscale. Quel pagamento che oltre a rispondere a criteri di equità e redistribuzione delle risorse non soffocherebbe l’eventuale ripresa (semmai ci sarà e semmai fosse opportuna, ma qui apriremmo un altro capitolo) dei consumi tipo auto, frigo, ecc. Mi riferisco al pagamento della patrimoniale. In definitiva, le tasse (fa anche rima) sono una questione di classe.”
“Vedo un rischio insito in questa rivoluzione di natura fiscale – osserva Vera – ovvero che ad essa possano guardare con simpatia quegli spregevoli, squallidi padroncini piccolo borghesi che mirano solo al loro orticello, ‘sempre fissi lì a scrutare un orizzonte che si ferma al tetto’. Non vorrei mai trovarmi a fianco una simile feccia umana…”
“Il rischio c’è ed è inevitabile – risponde Vinicio – sicuramente chi evade non per sopravvivere, ma per farsi il suv e la seconda casa in montagna, guarderà con peloso interesse ad ogni rivolta fiscale tentando di infiltrarsi, di approfittarne. Tuttavia non mi sembra un motivo sufficiente per non appoggiarla, per respingerla coi carri armati. Anche a Budapest nel ’56 qualcuno addusse come giustificazione alla controrivoluzione il fatto che insieme ai rivoltosi di Nagy si infiltrassero i latifondisti, i padroni nostalgici dello status ante socialismo. Anche qui in Italia qualcuno si rese moralmente colpevole del martirio ungherese con quella scusa; il fatto poi che abbia fatto una formidabile carriera politica nonostante quella complicità dovrebbe aprirci gli occhi rispetto alla bontà, opportunità e utilità di questo bel governo del Presidente.”
Questi dunque gli insulsi pensierini degli italiani che aprono bocca per darle fiato. Finché di fiato ce n’è, prima che il cappio si stringa.
Continuiamo ad avere ragione noi [finansol.it]
Sabato 5 maggio prossimo, dalle 9.45 nella Sala del Consiglio Comunale Di Loreto (AN) (C.so Boccalini 32) si terrà il convegno pubblico “Continuiamo ad avere ragione noi: il Movimento del Commercio Equo e Solidale tra intuizioni e prospettive”
Nell’ambito e a suggello della campagna promossa da AGICES “Avevate ragione Voi” un confronto sui temi del dibattito economico e politico globale nei quali le Organizzazioni di Fair Trade si sono impegnate e continuano ad impegnarsi. Per indicare a Botteghe del Mondo e Importatori dei percorsi presenti e futuri sui temi da approfondire e su quelli da sostenere, mantenendo tre capacità dimostrate in questi 30 anni: la lucidità di analisi, la visione “profetica” nel sottolineare le storture del sistema economico, e la volontà di indicare percorsi concreti di alternativa percorribile.
Interverranno:
- Roberto Mancini, professore di filosofia teoretica all’Università di Macerata;
- Pietro Raitano, direttore di Altreconomia;
- Alessandro Franceschini, presidente di AGICES
Storia del 5×1000, con qualche cenno al suo sviluppo [finansol.it]
Dato che siamo nel periodo di presentazione delle dichiarazioni dei redditi delle persone fisiche abbiamo deciso di dedicare un articolo all’esame della struttura e dell’evoluzione normativa di un importante meccanismo di finanziamento del terzo settore e delle organizzazioni che ne fanno parte che passa attraverso questo adempimento fiscale: il cinque per mille dell’IRPEF.
La possibilità per i contribuenti di destinare il cinque per mille dell’IRPEF – Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche da loro dovuta al finanziamento, fra l’altro, “del volontariato e delle altre Organizzazioni non Lucrative di Utilità Sociale (ONLUS) di cui all’art. 10 del Dlgs 460/1997” è stata introdotta, in via iniziale e sperimentale, dai commi da 337 a 340 dell’art. 1° (ed unico) della Legge n° 266 del 2005 (Legge Finanziaria per il 2006).
Le altre destinazioni possibili del gettito del cinque per mille dell’IRPEF sono:
- il sostegno delle associazioni di promozione sociale iscritte nei registri nazionale, regionali e provinciali dell’associazionismo previsti nei primi quattro commi dell’art. 7 della Legge n° 383 del 2000, delle associazioni riconosciute e delle fondazioni che operano nei settori di cui all’art. 10, comma 1°, lettera a del Dlgs 460/1997 (e che, ovviamente, non sono ONLUS pur potendo operare in tutti i settori di attività di queste ultime),
- il finanziamento della ricerca scientifica e dell’università,
- il finanziamento della ricerca sanitaria (in particolare delle fondazioni istituite per legge e vigilate dal Ministero della Salute e delle associazioni senza fini di lucro e delle fondazioni che svolgono attività di ricerca sanitaria in collaborazione con gli enti pubblici o privati destinatari dei finanziamenti pubblici per questo tipo di ricerca e che contribuiscono con proprie risorse finanziarie, umane e strumentali ai programmi di ricerca sanitaria promossi dal Ministero della Salute), le attività sociali del comune di residenza (escluse dalla Legge Finanziaria per il 2007, la Legge n° 296 del 2006, e riammesse dalla manovra estiva 2008, la Legge n° 133 del 2008), le attività di tutela, promozione e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici (dal 2012).
Viene ripartito fra i beneficiari solo l’ammontare dell’imposta dei contribuenti che hanno effettuato la scelta, a differenza dell’otto per mille per cui si ripartisce fra i beneficiari anche l’imposta dei contribuenti che non hanno effettuato la scelta. Altri chiarimenti in materia sono contenuti nella Circolare n° 30/E del 22 Maggio 2007 dell’Agenzia delle Entrate.
La possibilità di indicare la destinazione del cinque per mille dell’IRPEF è stata confermata dalla Legge n° 296 del 2006 (Legge Finanziaria per il 2007), ai commi che vanno da 1234 a 1237 del suo art. 1° (ed unico), con l’unica novità di un limite massimo di spesa totale di 250 milioni di Euro per le erogazioni derivanti da questa opzione per i contribuenti, dall’art. 20 della Legge n° 222 del 2007 (Decreto Fiscale collegato alla Legge Finanziaria per il 2008) che ha aumentato il limite di spesa di 150 milioni di Euro, giungendo così a 400 milioni di Euro annui, ed ha aggiunto ai possibili beneficiari le associazioni sportive dilettantistiche che svolgono una rilevante attività di interesse sociale in possesso del riconoscimento ai fini sportivi rilasciato dal CONI – Comitato Olimpico Nazionale Italiano, dall’art. 63 – bis della Legge n° 133 del 2008 (manovra estiva 2008 che ha anticipato la Legge Finanziaria per il 2009), dal comma 250 dell’art. 2 della Legge n° 191 del 2009 (Legge Finanziaria per il 2010), dal comma 4°–novies dell’art. 2 della Legge n° 73 del 2010 (c.d. Decreto “incentivi”), dall’art. 2 del Decreto-Legge n° 225 del 2010 (c.d. Decreto “milleproroghe” convertito in Legge n° 10 del 2011) che ha ridotto i fondi annuali a 300 milioni di Euro ed, infine, dal comma 11° dell’art. 33 della Legge n° 183 del 2011 (Legge di stabilità per il 2012) che ha riportato i fondi a 400 milioni di Euro.
Le modalità di destinazione del cinque per mille dell’IRPEF sono state definite, per il 2006, dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) del 20 Gennaio 2006, per il 2007 dal DPCM del 16 Marzo 2007, per il 2009 dal DPCM del 3 Aprile 2009 e, per il 2010, il 2011 e il 2012, dal DPCM del 23 Aprile 2010 che hanno stabilito l’obbligo, per le ONLUS interessate, di iscriversi ogni anno per via telematica in un apposito elenco tenuto dall’Agenzia delle Entrate e da questa, successivamente, reso pubblico.
Il contribuente che vuole utilizzare questa opzione deve firmare in uno quattro appositi spazi presenti nell’apposito quadro del modello della dichiarazione dei redditi che utilizza e deve scrivere il codice fiscale dell’ente al quale vuole che sia destinata questa sua quota dell’IRPEF. L’ammontare delle somme così destinate dai contribuenti viene corrisposto, alle organizzazioni di volontariato, alle altre ONLUS, alle associazioni di promozione sociale ed alle altre organizzazioni non profit che possono essere destinatarie del cinque per mille dal Ministero del Lavoro, mentre alle associazioni sportive dilettantistiche esso viene corrisposto dalla Presidenza del Consiglio (art. 10 del DPCM del 3 Aprile 2009, confermato dall’art. 11 del DPCM del 23 Aprile 2010).
VIA CAMPESINA [AIAB - Associazione Italiana per l'Agricoltura Biologica]
Vertenza per l'accesso alla terra in Europa e non solo
Dal 23 al 25 aprile si è tenuta a Roma, presso la Città dell'Altra Economia (CAE) di Testaccio, l’annuale Assemblea Generale del Coordinamento Europeo di Via Campesina (ECVC). Un importante appuntamento che ha ulteriormente consolidato ECVC sia in termini di progettualità, che di base associativa.
Jim Yong Kim è un nome americano [finansol.it]
Qualche settimana fa abbiamo pubblicato un articolo nel quale dibattevamo intorno ai potenziali candidati all’incarico di nuovo presidente della Banca Mondiale dopo la rinuncia del precedente responsabile, lo statunitense R. Zoellick ed avevamo anche discusso brevemente dei problemi strategici attuali di tale organismo e dei possibili sviluppi che si potevano intravedere all’orizzonte.
Avevamo tra l’altro auspicato, in questo richiamando gli auspici di molti, che all’incarico fosse questa volta eletto un autorevole rappresentante dei paesi emergenti, per tenere conto del nuovo clima e dei nuovi rapporti di forza che, come è ben noto, si vanno costruendo a livello mondiale. Ma le cose non sono andate, alla fine, come avevamo auspicato e all’incarico è stato eletto ancora una volta un cittadino statunitense, sia pure di origini coreane, Jim Yong Kim, capo del noto Dartmuth College.
La nomina è stata accolta in maniera piuttosto fredda non solo dalla gran parte dei governi, in particolare dei paesi in via di sviluppo, ma anche da almeno una parte importante degli stessi media occidentali. Si può certamente sottolineare in modo positivo almeno il fatto che questa volta non sia stato scelto un economista, più o meno competente, magari di scuola liberista, o un politico, per di più di marca repubblicana, come a suo tempo fu fatto nominando un guerrafondaio come Wolfowitz, così come si può apprezzare il fatto che si tratta comunque di un cittadino di origine di un paese asiatico, ma tutto questo non basta, tanto più che era in lizza una candidata nigeriana di riconosciuta abilità e competenza, Ngozi Okonio Iweala, ministro delle finanze del suo paese.
Jim Yong Kim appare certamente una persona degna e di buona volontà, ma, come sottolineato dalla stampa, non sa nulla della Banca Mondiale né delle problematiche dello sviluppo, al contrario della candidata nigeriana, che ha anche lavorato nell’istituzione. Ci si può chiedere a questo proposito, come fanno in molti, con quali criteri viene scelto il presidente di un organismo che va predicando al mondo intero la necessità di scegliere per i posti di responsabilità persone individuate sulla base di criteri non politici, ma meritocratici. Comunque, va sottolineato che, sempre da parte di un organo di informazione internazionale come il Financial Times, viene la proposta di offrire alla nigeriana almeno il posto di vice-responsabile della stessa banca; si tratterebbe di un incarico di nuova creazione e questa proposta andrebbe, a nostro parere, approvata senza indugi come almeno parziale risarcimento al vulnus creato dalla nomina di Kim.
Alla fine la scelta fatta, poco apprezzata in giro, contribuisce a minare la stessa credibilità della banca, già messa in dubbio da tempo da molti fatti, dalle strategie neoliberiste predicate e perseguite storicamente, alla insufficiente dotazione di fondi propri dell’istituzione, allo sviluppo di una forte concorrenza da parte di strutture similari che hanno origine negli stessi paesi in via di sviluppo, sino alla presenza sempre più massiccia anche delle stesse banche ordinarie sul mercato. Oggi poi la banca avrebbe bisogno di una chiara definizione nuova dei suoi compiti, definizione che tarda ad arrivare. E’ difficile sapere, tra l’altro, cosa ne pensa il nuovo presidente, dal momento che, sino ad oggi almeno, egli ha evitato accuratamente di prendere una posizione chiara, come sottolineato, tra l’altro, dall’Economist.
A proposito della nomina, va ricordato che i quattro paesi del Bric, Brasile, Russia, India, Cina, in una loro recente riunione comune, avevano minacciato, nel caso della designazione di un candidato non gradito per il posto, di creare una loro banca per lo sviluppo; tale idea, se portata avanti, contribuirebbe a minare ulteriormente le basi di attività dell’istituzione. Siamo, alla fine, in una situazione generale in cui il vecchio ordine internazionale è in grave crisi, ma non si decide ancora a morire, mentre il nuovo ordine fa ancora fatica ad affermarsi. Chissà, forse bisogna solo avere un po’ di pazienza.
Finanza, bollettino di guerra [finansol.it]
Noi non ci stiamo! Dai frutti riconoscerete la bontà dell´albero. I frutti di questa società capitalista e neoliberista sono sotto gli occhi di tutti; il bollettino di guerra, perché bollettino di guerra si tratta, ci dice che la lista delle persone che arrivano al gesto estremo che siano esse piccoli imprenditori o operai, si allunga giorno dopo giorno. Non basta per consolarci, la considerazione, quasi cinica del signor Monti, il quale ci dice che tutto sommato siamo ancora lontani dal numero dei suicidi in Grecia: non ci è di nessuna consolazione.
Se la finanza, l´economia non è per l´uomo, per la sua crescita, è una finanza ed una economia cattiva che deve essere rigettata e rifiutata… è opera della parte peggiore dell´umanità, di un´umanità senza scrupoli intenta solo al proprio interesse e tornaconto.
LA CITTA' SIAMO NOI: e c'è anche l'Economia Solidale [Powered by Mambo 4.5.2]
Condividiamo l'intervento sull'ECONOMIA SOLIDALE a cura di Giacomo Giovanelli (presidente dell'associazione L'isola che c'è) all'incontro Immigrazione, anziani, minori, disabilità, grave...
IN PRIMO PIANO [AIAB - Associazione Italiana per l'Agricoltura Biologica]
La campagna di promozione del biologico che spiega perché il bio è più salutare del convenzionale e quale PAC serve a sostenere il modello bio
Anche il prossimo fine settimana sarà un week end di “PrimaveraBio”: la campagna nazionale di promozione del biologico organizzata dall’Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica (AIAB) e realizzata in collaborazione con ALPA, CTM Altromercato, Federparchi,Legambiente, Movimento EcoSport e con il Patrocinio del MiPAAF e del Ministero dell’Ambiente, che si è inaugurata in tutta Italia il 25 aprile e proseguirà fino al 27 maggio 2011. Il 12 e 13 maggio le aziende biologiche del territorio nazionale apriranno le porte a cittadini, consumatori e scuole per fare conoscere la loro capacità di produrre cibi di alta qualità, salvaguardando allo stesso tempo l’ambiente e fornendo alla collettività importanti servizi ecosistemici.
Scarica il dossier PrimaveraBio – Il BuonoBio
Dimissioni in massa: in Lombardia i politici sono ovunque [finansol.it]
Dal sito de IL GIORNALE del 12.04.12
“Raffaello Berardi è il nuovo presidente e Antonio Marano diventa amministratore delegato di Tangenziale esterna, la società incaricata di progettare, realizzare e gestire in concessione per cinquant’anni la Tangenziale Est Esterna. Due miliardi di euro, compresi gli oneri finanziari, di investimenti a carico dei privati per costruire 32 km di autostrada da Agrate Brianza a Melegnano, 38 di strade ordinarie e 30 di piste ciclabili. A votarli l’assemblea dei soci in una settimana calda per le nomine che riguarderanno anche Tem, Pedemontana lombarda, Asam e il collegio sindacale della Serravalle. Berardi, 52 anni, avvocato nell’Albo dei cassazionisti e alla Camera penale di Como e Lecco, è stato indicato dalla controllante Tem ed è uomo gradito alla Lega che, nonostante il terremoto, continua a macinare poltrone. Marano, invece, 51 anni, è amministratore delegato di Unicredit Logistics e rivela il disegno del presidente della Provincia Guido Podestà di coinvolgere proprio Unicredit nel proget financing. Esce così di scena, alla scadenza naturale del mandato, l’ad Fabio Terragni, il «sestese» che fu uomo di Filippo Penati”
E cosi’ Tangenziale Esterna spa ha un nuovo AD, A. Marano. Arriva da Trieste, dal giro Unicredit logistics,e quindi prende il posto di F.Terragni, del quale non abbiamo (al momento) notizie di nuovi incarichi e di cui serbiamo l’ultimo simpatico ricordo della sua faccia in occasione della sbandierata NO TEM di salut nella loro manifestazione di Melegnano del Marzo scorso.
Intanto prosegue In Lombardia la sagra del “passo indietro”, specialità “nonmelachiestonessunomaiolofacciolostessoperchèilmiocapohadatolesempio”
La situazione è cosi’ vorticosa che tutto è immaginabile, magari ci troviamo pure Boni un giorno in TEM! Peraltro uno dei nomi che balla in queste ore vicino a TEM è quello di Maullu, recentissimamente dimessosi da Assessore regionale.
Tornando a Marano egli lascia Trieste e rilascia al locale quotidiano “Il Piccolo” un’ intervista da cui estrapoliamo alcune interessanti (a nostro parere) frasi: ”A Trieste, invece, rimane un’incompiuta: dopo il passaggio delle quote siamo ancora in alto mare per la governance di Ttp e intanto si perdono navi da crociera. «Formalizzerò le mie dimissioni nei prossimi giorni, non c’erano i presupposti ambientali per il mio impegno. È un peccato – commenta Marano – perché c’è una potenzialità inespressa a causa di lacci a laccioli che non si riescono a sciogliere».
Colpa di qualcuno? «Credo dell’assenza della società civile, a differenza di quanto accade, per esempio, in Lombardia. Qui manca una visione strategica di medio periodo – risponde Marano, che probabilmente manterrà anche l’incarico a Unicredit Logistics – . Altrove il mondo gira a una velocità diversa».
Un classico intramontabile, il richiamo ai “lacci e laccioli”, che impediscono sempre a Lorsignori di lavorare per il paese, e chef a il paio con le “lungaggini romane” che a detta di molti nei mesi scorsi hanno rallentato il progetto TEM. Noi che la TEM non la temiamo non ci limeteremo certo a fare dei lacci, ma nella lotta continueremo ad affondarci tutte le scarpe,pronto a sporcarci di letame.se necessario.
Per quanto riguarda il richiamo di Marano alla “mitica” società essa, è ben presente nella battaglia NO TEM, lasciamo ad ognuno la libertà di credere se essa sia civile od incivile…di certo non soffriamo di sindromi “ NON NEL MIO GIARDINO” perchè per noi la lotta contro la TEM è sorella di tante lotte in Italia ed in Europa dove si difende il territorio dale aggressioni del capitale. Non soffriamo nemmeno dell’ansia da prestazione chiamata “PADRONI A CASA NOSTRA” tanto cara a quelli che vanno in giro vestiti di verde:I padroni non ci piacciono, e non vogliamo esserlo;vogliamo bene alla nostra terra e alle persone che la vivono e che vi lavorano.
Riguardo alla “visione strategica di medio periodo” noi ce l’abbiamo da tempo, anche di breve e di lunghissimo periodo, e continuiamo a spiegarla in ogni occasione; ci auguriamo che con l’arrivo del nuovo AD anche gli autostradalisti siano un’ poi piu “brillanti” nelle loro esposizioni e non si limitino a parlare di “traffico ridotto e automobile che spariranno e benessere e prosperità.”
Azionariato attivo in Banca Etica [finansol.it]
tratto da una e-mail di Giupi Zanotto
Ciao a tutti,
da alcuni anni, come molti sanno, ho imparato a fare “azionariato attivo” e lo faccio in Banca Etica attingendo i dati dal prospetto Consob (dati pubblici per legge) per verificare le azioni possedute dal c.d.a. e dai dirigenti di Banca Etica e le variazioni nel tempo di queste in relazione alle campagne di capitalizzazione che il c.d.a. e i vertici della banca propongono ai soci (quindi anche a loro stessi). Il prospetto lo trovate qui (in pdf)
Alcuni consiglieri e il presidente del c.d.a. hanno colto tale iniziativa in maniera positiva e con lo spirito giusto, lanciando il progetto “COERENZA”, chiedendo ad ogni socio che ha cariche “visibili” (e anche agli altri) di farsi parte “attiva” e non solo “propositiva” nella capitalizzazione, appunto per “coerenza”.
Il prospetto Consob infatti è fatto per i soci che vogliono sottoscrivere nuove azioni e vogliono avere informazioni su Banca Etica e la sua governance. E’ difficile convincere un socio a comperare molte azioni se il c.d.a. o la dirigenza ne hanno poche. Potrebbe pensare che la banca non va molto bene se chi la governa non si fida a mettere soldi per comperare un po’ di azioni. Pensando positivamente però potrebbe anche essere che in Banca Etica siamo un po’ diversi dalle altre banche (non abbiamo le stock option) e non sono le azioni che non sono “appetite” ma per evitare conflitti di interesse non si comperano per non dare adito ad indebiti arricchimenti.
Ognuno si farà la propria opinione, i dati sono dati. Devo dire comunque che quest’anno i risultati sono incoraggianti, migliori del 2011, solo un membro del c.d.a. non ha ancora raggiunto quota 1.000 €, che era il minimo che Banca Etica chiedeva ai soci attivi, ma non sono certo a mio avviso dei dati entusiasmanti per un socio che guarda al c.d.a. come punto di riferimento.
Apprezzo che il presidente comunque dà il buon esempio, questo è fondamentale.
Si muove qualcosa anche nei sindaci, il che fa molto piacere, mentre nella dirigenza siamo stazionari (quest’anno solo due dirigenti) e diamo tempo alle new entry di sintonizzarsi e di convincersi che sostenere la propria banca sia una cosa molto importante ed entusiasmante, oltre al fatto di aiutarla a continuare a crescere e a finanziare. Lo scorso anno in assemblea avevo proposto di remunerare il c.d.a. e i sindaci in parte con azioni e anche parte del premio ai dipendenti con le azioni (come in Popolare di Milano), speriamo di arrivarci prima o poi, così aiuteremo Banca Etica a capitalizzarsi e faciliteremo i vertici ad aumentare il loro numero di azioni.
Attenderemo poi i risultati ufficiali del progetto “Coerenza” per vedere se sono stati rispettati i risultati attesi come budget, ben consci che se non saranno stati raggiunti gli obiettivi prefissati il c.d.a. non potrà certo imputare questo insuccesso alla scarsa credibilità della governance
).
Per chi volesse avere un luogo riservato ai soci per commentare o fare proposte su tale tema, ho attivato con altri soci su zoes un gruppo chiuso per tutti i soci italiani (per l’Europa ci attrezzeremo con i traduttori in seguito) in cui poter confrontarci su temi che vanno oltre i GIT e le aree, che hanno limiti geografici che non permettono confronti diretti tra i soci di tutti i GIT e soci “liberi” (uno spazio così sarebbe bello fosse promosso dalle aree o da qualche ufficio di Banca Etica ma per ora non mi sembra ci siano le possibilità).
Prossimamente pensavo di attivare anche un dibattito sulla democrazia interna alla banca e sul diverso trattamento riservato ai soci a cui non è attualmente ammesso da parte di qualche ufficio (sembra non dal c.d.a.) di andare oltre il recinto dei GIT, avere dati di tutti i soci su data base excel come li hanno i soci dei GIT (ai soci singoli solo in pdf, senza un motivo valido per ora, se non di fare ostruzionismo visto che sono 6 anni che insisto…).
Insomma mi pare normale dare ad ogni socio la stessa dignità e fiducia data ai soci dei GIT in quanto non vi sono elementi o regolamenti che possano discriminare o determinare chi è più socio di altri, senza poi considerare che prima di tutto i soci sono uguali nei diritti e nel trattamento in base alla legge italiana. Che poi sia un ufficio a determinare chi possa avere i dati in un certo modo e chi no, chi in modo elaborabile e chi in modo statico, mi sembra più una aziona politica indebita che un servizio ai soci, cosa che travalica le funzioni di tale ufficio. Per farvi un esempio recente, alla popolare di Milano alcuni soci hanno risolto il problema per vie legali, il giudice con decreto di urgenza ha dato 24 h di tempo alla banca per consegnare i dati in formato digitale ad un gruppo di soci, cui tali erano stati negati dall’ufficio soci. Mi auguro che in Banca Etica prevalga l’Etica, il buon senso e soprattutto il pari trattamento soprattutto vi siano dei tempi ragionevoli, non misurabili in anni!
C’è poi uno spazio (sempre gruppo chiuso) anche per i clienti (anche non soci) per commentare i prodotti ed i servizi di Banca Etica o proporre nuove soluzioni, il tutto per poter dare utili riscontri sull’uso e l’efficacia dei prodotti alla banca.
Le tasse di Monti e la liquidità di Draghi [finansol.it]
L’obbiettivo di questo articolo è cercare di capire se le ultime mosse del Governatore della BCE Mario Draghi e del Presidente del Consiglio italiano, Mario Monti rappresentano qualcosa di più di un modo per evitare il crack del sistema bancario europeo e quello dello Stato Italiano (il che è già una cosa assolutamente positiva), vale a dire dei passi verso l’uscita dalla crisi nell’unico modo in cui questa può realizzarsi, cioè con un rilancio della crescita economica.
Faccio subito presente che quando sento dire (ed il bello è che ogni tanto lo sento da qualche persona con titoli notevoli) che l’Italia potrebbe non pagare il suo debito pubblico e questo non sarebbe una tragedia, ho l’impressione di trovarmi di fronte a persone che non hanno la più vaga idea di quello che dicono ed, in particolare, delle conseguenze tremende, in termini di impoverimento collettivo, che il default del nostro paese comporterebbe (annullamento o svalutazione del risparmio, anche quello investito in fondi pensione, fondi comuni e polizze vita, riduzione o mancato pagamento di tutte le prestazioni pubbliche, degli acquisti o degli investimenti delle Pubbliche Amministrazioni, ecc.).
Cominciamo da Mario Draghi e dal prestito triennale al tasso dell’uno per cento annuo di circa mille miliardi di Euro alle banche dell’area dell’Euro[1] con cui la BCE ha rifinanziato questi istituti, permesso loro di tappare i buchi di bilancio (per esempio, quelli causati dalla svalutazione dei titoli pubblici della Grecia che avevano acquistato), evitato, almeno per ora e nel futuro prossimo crisi bancarie sia di liquidità che di solvibilità e le ha fatte tornare ad acquistare titoli del debito pubblico in modo tale da tenere bassi i tassi di questi ultimi.
Beh, non c’è che dire, Draghi ha inventato in modo brillante il “quantitative easing[2]” all’europea: il problema potrebbe presentarsi tra poco meno di tre anni, all’inizio del 2015, quando il prestito dovrebbe essere restituito, ma sono disposto a scommettere che, a quella data, le banche che hanno ricevuto il prestito pagheranno gli interessi, forse qualcosina del capitale, ed il prestito verrà rinnovato, se non addirittura aumentato.
Tutti contenti, allora? Non direi: in diversi paesi dell’area dell’Euro, in primo luogo in Italia, le banche stanno operando una stretta creditizia (il c.d. “credit crunch”), cioè stanno riducendo i prestiti alle imprese ed alle famiglie, contribuendo, quando va bene, alla stagnazione dell’economia e, quando va male, alla recessione di essa.
Il problema è che il maxiprestito della BCE rappresenta un’occasione perduta: come negli Stati Uniti la crisi del 2007 – 2008 non è stata sfruttata per nazionalizzare le banche e cambiarne la struttura ed i meccanismi operativi, separando le banche commerciali da quelle di affari e regolamentando in modo restrittivo l’uso dei derivati, così il prestito della BCE è stato dato alle banche senza condizioni, per esempio, quella di non fare diminuire gli affidamenti alle imprese ed alle famiglie al di sotto del valore che questi avevano al 1° Gennaio 2011, semplicemente, oppure rivalutato dell’inflazione annua, da sola o maggiorata (sempre per esempio) dell’uno o del due per cento. E questo proprio per non aggravare la stagnazione o recessione in atto nei paesi dell’area dell’Euro che causa un aumento delle crisi finanziarie delle imprese e delle famiglie che causano un aumento dei crediti in sofferenza per le banche.
Certo questa norma sarebbe stata accusata di dirigismo, avrebbe sollevato problemi giuridici, applicativi, ecc., ma credo che tutti questi ostacoli avrebbero potuto essere superati, se vi fossero state la volontà dell’autorità monetaria e quella dell’autorità politica.
Passiamo a Mario Monti. L’aumento delle tasse ha consolidato il bilancio statale, diminuito lo spread coi titoli tedeschi e gli interessi sul debito pubblico, ma ha acuito la recessione, diminuendo ancora di più i consumi interni (soprattutto) e gli investimenti.
L’aumento dell’IVA previsto per Settembre (dal 21 al 23% e dal 10 al 12%, per i prodotti e i servizi la cui vendita è soggetta a queste due aliquote, cioè quasi tutti) e l’aumento delle tasse sugli immobili che sarà la conseguenza della prossima revisione degli estimi catastali rischiano di far collassare definitivamente la domanda interna e di spingere molti italiani al di sotto della soglia di povertà: già oggi il livello della tassazione su PIL è all’astronomico livello del 45% e con le misure citate rischia di arrivare al 46 o 47%. Insomma, con grande sconforto mi sembra di poter dire si stanno mettendo le basi per una rivolta antifiscale molto seria.[3]
Queste due misure fiscali previste potranno avere un senso positivo solo se gli introiti da esse derivanti, assieme a quelli ottenuti dalla lotta all’evasione fiscale, saranno utilizzati per diminuire in modo corrispondente e sensibile la tassazione sul lavoro, in primo luogo diminuendo la prima aliquota dell’IRPEF dal 23 al 20% e la seconda dal 27 al 26%, per dare respiro ai lavoratori con redditi bassi e medi, assieme all’istituzione di un sistema universalistico di protezione dalla disoccupazione ed a maggiori servizi od assegni familiari alle famiglie con figli. E questo anche se l’aumento dell’IVA (come quello delle accise sui carburanti) è in ogni caso recessivo perché colpisce in misura maggiore i più poveri, mentre sono la tassazione sul reddito e quella sul patrimonio che possono colpire i più ricchi se progressive[4].
Oltre a queste misure di abbassamento della tassazione io continuo a raccomandare la possibilità della decontribuzione e detassazione dei prossimi aumenti contrattuali per rilanciare la domanda. Questa misura, che io propugno sin dal mio primo articolo su Finansol del Marzo 2009, sembra che sia stata fatta propria, sia pure solo come decontribuzione, dalla UILM (la federazione dei lavoratori metalmeccanici della UIL).
In altre parole, le maggiori risorse che vengono da misure che aumentano le tasse o dalla lotta all’evasione fiscale non possono essere, in questo momento, destinate, se non in minor parte, al perseguimento del pareggio del bilancio, perché la priorità non può che essere quella di contrastare la gravissima recessione in corso e rilanciare in qualche modo la crescita.
Oggi più che mai c’è bisogno di quella che fu la (allora) tanto vituperata ma, secondo me, molto intelligente, politica economica di Prodi, Visco e Padoa Schioppa che alternava il “bastone” del rigore fiscale alla “carota” dell’impiego dei “tesoretti” che si mettevano assieme recuperando l’evasione e razionalizzando le spese pubbliche.
Questo è tanto più necessario se si considera che nel 2011 la spesa pubblica ha superato il 52% del PIL, vale a dire che più della metà della ricchezza nazionale è stata generata dal settore pubblico[5]. Se la spesa pubblica determina tanta parte del PIL italiano, la cosa può piacere o non piacere, ma ciò comporta logicamente che il settore pubblico non può non avere un ruolo attivo se si vuole contrastare la recessione e rilanciare la crescita. Il settore privato non può fare tutto da solo, proprio perché rappresenta soltanto il 48% del PIL e ci vorranno anni perché questa percentuale aumenti. E’ inutile poi stare qui a ricordare il peso e l’importanza storica dell’intervento pubblico nello sviluppo dell’economia italiana che, chissà perché, oggi tutti tendono a dimenticare o a vedere solo come fonte di dissipazioni e non anche di successi.
Di questo tipo di politica redistributiva finalizzata al rilancio della crescita c’è tanto più bisogno in quanto la recessione in corso (- 1,6% del PIL previsto per quest’anno) rende più difficile raggiungere l’obbiettivo del pareggio del bilancio nel 2013[6], dato che, come abbiamo detto nel nostro articolo sul debito pubblico sostenibile dall’Italia pubblicato su Finansol il 19 Settembre 2011, essa fa aumentare la differenza fra l’interesse medio effettivo sul debito e l’interesse di pareggio, cioè quel tasso di interesse medio che non fa aumentare lo stock del debito pubblico.
Infatti con una crescita annua nominale del PIL del 1,70% (data dalla somma di -1,60% della crescita negativa reale del PIL e del +3,30% di inflazione annua), l’interesse annuo di pareggio (su un debito pubblico pari al 120% del PIL) è molto basso, essendo pari a 1,42%. Se il tasso di interesse medio pagato sui titoli del debito pubblico italiano è del 4%[7], quest’ultimo supera il tasso di interesse di pareggio di 2,58 punti percentuali che equivalgono a 3,10 punti di PIL che dobbiamo impiegare per pagare gli interessi, sottraendoli ad altri impieghi (consumi privati, investimenti, spesa pubblica).
Insomma, si ha l’impressione che il Governo abbia le idee molto chiare su come raggiungere il pareggio del bilancio (meno spese e, soprattutto, più tasse), ma poche e confuse su come rilanciare la crescita. Ritengo che questo derivi dal fatto che il credo (neo)liberista che gran parte dei membri di questo Governo professa non contempla le politiche redistributive basate sulla tassazione e la spesa pubblica, che per questa “religione economica” sono la fonte di ogni male (soprattutto la seconda).
Vedremo se il tanto decantato “pragmatismo dei tecnici” saprà lasciare da parte questa ideologia, inflessibile come il comunismo d’antan. Personalmente ci credo poco, anche se vorrei tanto essere smentito, ma quello che sta avvenendo sull’articolo 18 mi sembra il segno di una quasi totale mancanza di pragmatismo.
[2] Alleggerimento o facilitazione quantitativa: operazione di mercato aperto con cui la Federal Reserve americana ha acquistato dalle banche statunitensi i titoli tossici che detenevano (e che rischiavano di farle fallire) in cambio di denaro fresco.
[3] La storia insegna che nelle rivolte antifiscali i ricchi tassati usano sempre come massa di manovra i ceti medi e bassi tartassati, ed alla fine traggono dalla rivolta i maggiori benefici.
A mio parere il Governo dovrebbe fare di tutto per evitare l’aumento dell’IVA ed i suoi membri dovrebbero evitare di fare dichiarazioni in cui lo danno per scontato.
[4] E l’IMU, che colpisce i patrimoni immobiliari, è scarsamente progressiva.
[5] Questo risultato non è, come si potrebbe pensare, un portato della recessione dovuto alla crisi economica iniziata nel 2007 e che ha investito l’Italia a partire dal 2008: già nel 2006 la spesa pubblica superò la metà del PIL portandosi al 50,5% di quest’ultimo. La crescita dell’incidenza della spesa pubblica sul PIL è anche un trend che inizia al principio degli anni sessanta del secolo scorso, quando tale rapporto era al 25% (Fonte: Banca d’Italia).
[6] Lasciamo perdere il ben più ambizioso obbiettivo della riduzione del debito pubblico del 3% annuo per i prossimi vent’anni, che l’Italia ha assunto firmando il Fiscal Compact, che è, a mio giudizio, manifestamente irrealizzabile senza una crescita economica forte e prolungata per molti anni, che oggi è impossibile vedere all’orizzonte.
[7] In realtà è un poco più alto di questo valore ed è in leggera crescita a causa dell’aumento dello spread coi Bund tedeschi iniziato ad Aprile, decollato a fine Luglio 2011 e ridimensionatosi negli ultimi due mesi (Febbraio e Marzo 2012).
Il sapore dell’incoscienza.. i derivati a vanvera [finansol.it]
Mi stupisco dello spavento che un investitore, grande o piccolo, famiglia o impresa, azienda privata o Ente che sia, manifesta quando gli dicono…“scusi abbiamo, forse, un problema. C’è crisi sul mercato c’è il rischio che…”
Mi stupisco perché prima sottoscrivono prodotti che non sanno cosa sono, come sono costruiti e per questo devono affidarsi alla fiducia di chi glieli vende e solo poi si accorgono che la fiducia l’han riposta nelle banche. C’è una precondizione che bisogna sempre tenere a mente prima – prima – di investire.
Il rendimento (atteso) non è l’elemento vero da tenere in considerazione, ma lo è il rischio assunto per cercare di raggiungerlo.Ma né i sindacati con i Fondi pensione né le aziende e tantomeno gli Enti locali con i derivati sembrano ricordarlo. Quest’ultimo caso è emblematico: la Regione Lombardia non ha calcolato il rischio assunto nel farsi costruire un bond da 1 mld. di dollari (sì, 1 miliardo) da due banche Ubs e Marrill Lynch e ora perde oltre 100 milioni. Idem per il Comune di Milano, a processo 4 banche, Jp Morgan, Deutsche Bank, Ubs e Depfa, per una truffa di pari importo.
A Lecco, 48mila abitanti, derivato da 36 milioni e una perdita, periziata, “per i soli costi occulti”, cioè costi non detti al Comune, già all’atto della sottoscrizione, che lo stesso però ha pagato, di oltre 1,5 milioni di euro alla Deutsche Bank. Certamente non lo sapevano i cittadini lombardi, milanesi o lecchesi, probabilmente pure, concedendogli la buona fede, i consiglieri regionali e comunali che hanno approvato questi strumenti, certamente però Formigoni, Albertini e la Moratti e il Sindaco di Lecco, nonché i rispettivi consiglieri, a differenza dei cittadini, erano tenuti doverosamente a informarsi e a saperlo.
E i casi sono a decine. Le perdite a centinaia. Sono 407 gli Enti che hanno comprato derivati per 32 miliardi di euro.
Solo pochi, pochissimi, amminsitratori di sono ribellati, La Provincia di Pisa, il Comune di Prato tra i primi. Quelli che non l’hanno ancora fatto, se vogliono ora possono avvalersi appoggiarsi alla Sentenza del Consiglio di Stato nr 5032 del 7/9/2011 che consente l’annullamento per autotutela del contratto in derivati. Perché è ora che si provino a recuperare questi soldi se dovuti. Perché ci servono. Perché sono di noi cittadini.
Il potere di autotutela, giova ricordarlo, trova fondamento nei principi di legalità, imparzialità e buon andamento, cui deve essere improntata l’attività della pubblica amministrazione, ai sensi dell’articolo 97 della Costituzione, in attuazione dei quali l’amministrazione deve adottare atti il più possibile rispondenti ai fini da conseguire.
EUROPA [AIAB - Associazione Italiana per l'Agricoltura Biologica]
AIAB ha partecipato alla Conferenza tematica della DG Agri
La Direzione Generale Agricoltura e Sviluppo Rurale della Commissione Europea ha ogranizzato per venerdì 20 aprile, a Bruxelles, la conferenza su piccoli produttori e mercato locale dal titolo “Local Agriculture and Short Food Supply Chain”.
Leggi il Documento di Via Campesina su Piccoli produttori e mercato locale
Leggi il discorso tenuto il 20 aprile dal Commissario Dacian Ciolos
L'oasi che c'è 2012 [Powered by Mambo 4.5.2]
7 campi estivi per bambini tra i 6 e i 10 anni: un’esperienza di formazione e gioco a contatto diretto...
Il futuro del cibo è in casa nostra [Movimento Decrescita Felice]
Il dibattito attorno ai “sistemi locali del cibo” ha finalmente superato la fase embrionale e sembra altresì lanciato oltre i confini della moda passeggera.
La riflessione sul significato di “cibo locale”, in città come in campagna, e il confronto sui modelli da adottare per costruire reti locali di produttori, cuochi, cittadini/consumatori, impegna comunità del Senegal come della Repubblica Ceca, fa crescere progetti a Milano come a Portland.
E’ sorprendente costatare la straordinaria vicinanza dei temi, dei problemi, degli approcci, che uniscono idealmente i contadini africani a quelli canadesi, i cuochi del Nord Europa a quelli sudamericani. Il futuro del cibo si giocherà anche e soprattutto in questo ambito: quanto più saremo capaci di riconnettere, in seno alla nostra comunità, la produzione e il consumo del cibo, tanto più saremo in grado di dare risposte efficaci ai tanti quesiti che si addensano sul nostro domani, non solo alimentare. Già, perché attraverso la lente del cibo possiamo indagare – meglio che con altre mediazioni – il mondo in cui viviamo, questa grande crisi e le sue cause, le possibili soluzioni a nostra disposizione.
E’ importante in questa fase non cascare nella trappola di chi ci dice che questi scenari sono utopici, irrilevanti da un punto di vista economico, o peggio ci riportano a un passato di miseria e verso un’improbabile scelta di autarchia che è evidentemente impossibile da praticare nel mondo iper globalizzato in cui viviamo. Le comunità che lavorano per costruire questi sistemi alimentari su scala locale sono composte da persone tutt’altro che ingenue e sprovvedute. Noi di Slow Food abbiamo la fortuna di toccare con mano la consistenza dei loro pensieri e dei loro progetti, grazie alla straordinaria rete che in questi anni è cresciuta attorno alla nostra filosofia, in particolare dentro al grande mondo di Terra Madre, il network planetario di comunità del cibo che con sempre maggiore forza influenza la nostra visione e contribuisce a costruire la nostra agenda.
Certo non troveremo tutte le risposte in casa nostra e meno che mai vogliamo pensare questo (d’altronde noi per primi ci siamo fatti promotori della nascita di un movimento enogastronomico planetario, che non si pone confini e trova forza proprio nell’essere globale). Tuttavia è ormai evidente che l’energia messa in campo da migliaia di comunità in giro per il mondo, che difendono pezzi della loro biodiversità, fanno rinascere mercati contadini, creano gruppi d’acquisto, recuperano antichi (eppur modernissimi) mestieri, sarà uno dei motori principali del cambiamento che vivremo negli anni a venire.
Farne parte è un’esperienza avvincente e appassionante, ma anche allo scettico consiglio almeno di approfondirne la conoscenza e non ignorarne l’enorme potenziale e la grandissima creatività. Nessuno immaginava che da pochi comitati di cittadini giustamente arrabbiati per la cattiva gestione dei loro acquedotti privatizzati, sarebbe nata la più grande avventura referendaria degli ultimi 30 anni: il movimento che sta crescendo attorno all’idea di “mangiare locale”, pur con le dovute differenze, mi ricorda tanto quella bella storia.
Fonte: ilfattoquotidiano.it
Quando abbocca l’ambientalista: la favola della pesca sostenibile [Movimento Decrescita Felice]
Man mano che le magagne ambientali, e non soltanto, del nostro modo di alimentarci cominciano a venir fuori ci troviamo di fronte a un pullulare di iniziative tendenti a riciclare questa o quella fra le abitudini alimentari convenzionali sotto le mentite spoglie della sostenibilità. I cibi animali, ovviamente, hanno un ruolo di primo piano in queste operazioni di “depurazione” mediatica così come l’hanno nella devastazione della biosfera.
I consumi di pesce sono fra questi. Giunti ormai a 29 Kg a persona all’anno in Italia (erano 3 Kg nel 1929) e a cifre simili un po’ in tutti i paesi industrializzati, simili consumi hanno falcidiato le popolazioni ittiche in tutti i mari e gli oceani del pianeta.
Si crede comunemente che l’impoverimento dei mari sia iniziato con l’industrializzazione della pesca, negli anni ’50 del XX secolo. Non è così: il problema era già sentito nel XIX secolo e si dispiegava già in forme particolarmente gravi agli albori del XX, in un’epoca cioè in cui i mezzi di pesca, rapportati agli attuali, erano come case di bambole di fronte a grattacieli [1].
Già questo dovrebbe far riflettere sulla labilità del concetto di “pesca sostenibile” ma sembra che al contrario l’interesse primario, anche di chi ha a cuore le cosiddette buone pratiche della sostenibilità ambientale, sia quello di conservare il più possibile le proprie abitudini alimentari convenzionali. Su questo terreno, i cui moventi inconsci ho analizzato in un precedente articolo, ha buon gioco ad attecchire ogni operazione di riciclaggio della cultura alimentare sporca del signor Rossi industrializzato. In due di queste mi sono imbattuto negli scorsi mesi.
La prima viene dall’alto, è il progetto Fish Scale che è stato promosso dall’Acquario di Genova, Legambiente, Lega Pesca, ACGI Agrital, Softeco Sismat e Coop Liguria, con il supporto della Commissione Europea e dalla Regione Liguria.
La seconda viene dal basso, più esattamente dalla Lega Consumatori che qualche tempo fa si è interrogata sul problema della ammissibilità o meno del concetto di consumo sostenibile di prodotti ittici. La risposta è, inutile dirlo, positiva.
Cominciamo dalla prima iniziativa, presentata in un sito web (http://www.pesceritrovato.it) la visita al quale è particolarmente istruttiva. Leggiamo ad esempio che «delle oltre 700 specie commestibili, solo il 10% circa è effettivamente commercializzato»[2] e subito pensiamo che nel mare ci sia una grande abbondanza sprecata. Ma il dato contenuto in questa frase è fuorviante perché nulla ci dice circa l’entità di tali specie in termini di peso.
Più istruttivo è il dato, presente anch’esso nella stessa pagina web, dello stato degli stock ittici nel mediterraneo da cui risulta che il 66% degli stock sono sovrasfruttati, il 20% sono completamente sfruttati e solo il 14% è sottosfruttato. Questa campagna dunque mira a "valorizzare" (leggi sfruttare) quel già misero 14% sotto la ormai fin troppo strombazzata etichetta della (falsa) sostenibilità.
Tutto ciò ricorda molto il discorso della "valorizzazione" dei tagli di carne di seconda scelta (in realtà da sempre ampiamente sfruttati) come “soluzione” al disastro ambientale della zootecnia ed ha tutta l’aria di essere l’ennesimo tentativo di dare una lavata di faccia alle inqualificabili abitudini alimentari dei paesi industrializzati.
Sembra inoltre che i fautori della pesca “sostenibile” non abbiano le idee molto chiare su cosa è sostenibile e cosa no. È interessante ad esempio un confronto fra il sito web Il Pesce Ritrovato e l’opuscolo di Eletta Ravelli Guida alla pesca sostenibile diffuso dalla Lega Consumatori a conclusione delle proprie riflessioni sulla “sostenibilità” della pesca. Nella Guida sono presenti tre liste di pesci indicate rispettivamente a semaforo rosso (a rischio di estinzione o comunque gravemente sfruttate), giallo (seriamente intaccate ma non a rischio) e verde (ancora in buono stato).
Particolarmente perplessi lascia la “lista del pesce ritrovato” presente nel sito web del progetto Fish Scale se la mettiamo a confronto con le tre liste della Guida. Su 18 specie “ritrovate” 11 sono presenti anche in esse. Ma 3 sono a semaforo giallo e una, il tonno alalunga, addirittura a semaforo rosso.
Fra quelle “ritrovate” e a semaforo verde inoltre troviamo pesci come la lampuga la cui carne, ben lungi dall’essere trascurata, è molto apprezzata e ben pagata ed è pertanto oggetto di pesca sistematica, sia commerciale che sportiva. Non sarà superfluo a questo proposito aprire una digressione salutistica visto che i fautori del cibo “sostenibile” lo sono anche del cibo “sano”: si sono verificati, in connessione con il consumo di questo pesce (soprattutto proveniente da acque tropicali ma, sia pur più raramente, anche dal Mediterraneo), casi di intossicazione da ciguatera, una tossina di origine non batterica per la quale non esiste antidoto. C’è poi nell’elenco dei “ritrovati” il pesce sciabola, già comunemente pescato nel Mediterraneo e il pesce serra, molto apprezzato in Grecia e Turchia, oggetto di pesca sportiva ma non commerciale perché è capace di squarciare le reti [3]. Cosa ci sia da “ritrovare” in questi pesci non è chiaro né viene spiegato.
Della visita a questo sito rimane in sostanza un cumulo di parole prive di spessore e il ricordo di uno stucchevole filmato pubblicitario che alla fine rappresenta l’immagine più emblematica di questa campagna.
Passiamo all’opuscolo di Eletta Ravelli. La sostenibilità dei consumi di pesce si traduce secondo l’autrice nell’adottare i seguenti comportamenti.
1) Comprare solo pesce “di stagione”, cioè pescato al di fuori della stagione riproduttiva. Ma se ciò non è accompagnato da una congrua limitazione dei consumi rischia di essere efficace quanto le campagne per il giorno del non acquisto di carburante, quando tutti provvedono a riempire il serbatoio il giorno prima. È intuitivo infatti che decimare una popolazione ittica al di fuori della stagione riproduttiva ne limita fortemente le possibilità riproduttive nella stagione giusta, anche se la pesca in quel momento è sospesa.
Anche qui dunque la vera soluzione è esattamente quella che non viene neppure citata: limitare sensibilmente i consumi, o meglio azzerarli.
2) Fare la spesa «col righello» per esser certi di comprare solo pesci adulti, ovvero che prima di essere pescati abbiano fatto in tempo a riprodursi. A parte il fatto che un simile comportamento è indisponente e sarebbe ben presto visto come offensivo da parte di qualsiasi pescivendolo, esso non ci garantisce che dietro il pesce “con le misure giuste” che compriamo non ce ne siano dieci o più altri pescati e ributtati in mare (morti, s’intende) perché troppo giovani. Ad esempio, ogni cinque granchi che giungono sui mercati altrettanti granchi giovani vengono catturati per “errore” e poi rigettati in mare. Paradossalmente, esigere solo il pesce delle dimensioni “giuste” può peggiorare la situazione perché se solo esso è commerciabile bisogna catturarne di più, con un aumento parallelo delle “catture accessorie”, inevitabile corollario di pressoché tutti i metodi di pesca esistenti.
A questo proposito bisogna aggiungere che, contrariamente a quanto afferma Eletta Ravelli, il consumatore non ha alcuna informazione sui metodi di pesca (e dunque sulla ipotetica selettività della pesca da cui proviene quel pesce) che, secondo l’autrice (pag. 5), dovrebbero per legge essere indicati sulle etichette esposte sui banconi insieme al pesce. Ho scrutato etichette dagli ipermercati della Brianza alle bancarelle sul lungomare di Messina ma di metodi di pesca sulle etichette non ho visto traccia.
Infine, cosa accade a una popolazione ittica costantemente depredata della sua componente adulta? Ho davanti a me una sequenza che riproduce l’evoluzione della piramide delle età in una popolazione soggetta a una pesca “a norma di righello” nel corso degli anni. Accade che dopo 15 anni la piramide si assottiglia enormemente compromettendo ugualmente le possibilità riproduttive della specie. Aggiungo che ho trovato questo grafico in un libro del 1965 [4] e che esso è stato ricavato nell’ambito di uno studio del 1948, come dire che non è da oggi che queste cose si sanno. E sarebbe ora che chi si occupa di stili di vita sostenibili le inglobasse nel proprio patrimonio culturale… e alimentare.
In conclusione, con buona pace di Slow Fish e dintorni, allo stato attuale dei mari l’unica pesca sostenibile sembra essere quella raffigurata in una fotografia umoristica in cui mi sono imbattuto alcuni anni fa: seduto su un molo un vecchio signore con una canna da pesca in mano e, alle sue spalle, una ventina di gatti in paziente attesa. Signori, mettersi in coda, per favore.
[1] G. Ricci, La nostra pesca marittima, Roma, 1929.
[2] www.pesceritrovato.it, pagina "Il Contesto".
[3] Per le informazioni su ciascuna di tali specie vedi la rispettiva voce su Wikipedia.
[4] Jean Dorst, Prima che la natura muoia, Edizioni Labor, Milano, 1969, p. 352.
Agricoltura Sociale [AIAB - Associazione Italiana per l'Agricoltura Biologica]
La struttura rischia di perdere la gestione dei servizi per la disabilità
Da 10 anni punto di riferimento per la riabilitazione di persone con disabilità, la Fattoria Sociale Verde Onlus di Palidoro rischia di perdere la gestione dei servizi rivolti ai 30 disabili del Centro Diurno e alle rispettive famiglie. Da sabato mattina, 14 Aprile, è iniziato lo sgombero dello spazio, in quanto è scaduta l’assegnazione dell’area all’associazione in questione. I locali sono stati destinati ad un’altra associazione, la Fons Perennis, vicina alla maggioranza di centro-destra in Campidoglio.
17 APRILE [AIAB - Associazione Italiana per l'Agricoltura Biologica]
Oltre 250 mobilitazioni nel mondo. A Roma AIAB inaugura Orto Urbano Bio della CAE
Dal Canada all'Australia, passando per Stati Uniti, Messico, Bolivia, Uruguay, Guatemala, Ecuador, Argentina, Bolivia, Cile, Brasile, Sudafrica, Mali, Senegal, Uganda, Benin, Croazia, Italia, Svizzera, Svezia, Norvegia, Belgio, Francia, Spagna, Regno Unito, Irlanda, Nepal e Indonesia. È il giro del mondo delle mobilitazioni che il 17 aprile hanno animato i cinque continenti per celebrare la Giornata Internazionale di Lotta Contadina indetta da La Via Campesina.
L’Africa punta sul nucleare, il Kenya progetta la sua prima centrale atomica [Movimento Decrescita Felice]
Africa nucleare, sull’orlo del “vulcano” sotterraneo: preoccupa le Nazioni Unite l’ultimo successo dell’industria atomica globale. Dopo Stati Uniti, Bielorussia e Kazakistan, ora si punta sul Kenya per rallentare il declino dell’atomo avviato dall’Europa post-Fukushima. Nel 2022, infatti, la terza maggiore economia africana ha intenzione di costruire la sua prima centrale: un impianto da circa 1.000 MW che, entro il 2031, sarà affiancato da altri tre reattori. Il governo di Nairobi, che prevede una impetuosa crescita della produzione industriale keniota, promette in questo modo di soddisfare il 19% del fabbisogno energetico di un Paese sempre più vorace di elettricità. Un progetto ambizioso che, però, solleva alcune perplessità, sia negli uffici dell’Onu che fra i Paesi confinanti. Per i detrattori delle mire nucleariste keniote, infatti, è preoccupante l’idea di avere reattori in un territorio che non solo è da sempre alle prese con gravi problemi di scarsità idrica, ma è anche collocato sulla Rift Valley, attivissima fossa tettonica formatasi dalla separazione delle placche araba ed africana.
Secondo il presidente del Nuclear electricity project committee (nonché ex ministro dello sport e della cultura) Ochilo Ayacko, le fonti idroelettrica e geotermica che approvvigionano il Kenya non sono né affidabili né sufficienti, e l’introduzione del nucleare nel mix energetico del suo Paese “viene dal bisogno di una maggiore sicurezza energetica”. Serve quindi “diversificare le fonti di produzione di elettricità nel Paese”, sentenzia Ayacko, dove la domanda di elettricità è aumentata “a un tasso medio dell’8% all’anno nel corso dei 5 ultimi anni”.
In effetti, in Kenya l’approvvigionamento energetico sta diventando sempre più un problema. Ed una priorità. Meno della metà della popolazione della capitale Nairobi ha un allacciamento alla rete elettrica nazionale, mentre nelle aree rurali la percentuale di persone con accesso alla corrente elettrica è di un misero 2%.
La cosa più importante per il governo keniota, oltre alla sicurezza, è fornire energia alla sua crescente popolazione facendola risparmiare sulle bollette. Secondo i calcoli di Nairobi, infatti, una centrale nucleare per produrre 1.000 megawatt costerebbe circa 3,5 miliardi di dollari, e i consumatori pagherebbero 6,84 centesimi di dollaro per kilowattora. Cifre decisamente inferiori rispetto a quelle necessarie a costruire un impianto geotermico della stessa potenza, che costerebbe invece 5 miliardi di dollari, con una tariffa di 8,4 centesimi di dollaro per kilowattora.
Gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea), che il 31 marzo 2011, pochi giorni dopo l’incidente di Fukushima, aveva approvato la richiesta del Kenya di costruire la sua prima centrale nucleare, stanno valutando proprio in questo periodo se il Paese africano è preparato ad affrontare questa sua scelta. A tal proposito, il governo di Nairobi ha già stanziato 2,3 milioni di euro per un programma quindicinale di addestramento sul funzionamento degli impianti atomici, di cui beneficeranno i futuri impiegati delle centrali, giovani kenioti laureati in fisica, ingegneria o matematica.
Non solo, “il Nuclear electricity project impiegherà le migliori pratiche nella gestione delle sfide che vengono da una centrale nucleare, compreso lo smaltimento delle scorie e la sicurezza della centrale una volta costruita”, promette Ayacko, per cui il nucleare rimane un must per il Kenya nel mix di produzione di energia.
Per alcuni funzionari delle Nazioni Unite, il Kenya dovrebbe invece sfruttare il suo enorme potenziale di risorse rinnovabili, come geotermia, eolico e solare. Inoltre, parte dell’Onu ritiene che il Kenya dovrebbe avviare un dibattito pubblico sul suo futuro energetico, prima di decidere se sia opportuno investire nel nucleare.
Secondo Achim Steiner, direttore esecutivo del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep), il principale motivo per cui le autorità keniote dovrebbero dare più importanza allo sviluppo delle energie rinnovabili è che “l’energia nucleare richiede maggiori investimenti”, mentre “le rinnovabili hanno più senso a livello economico”.
Fonte: ilfattoquotidiano.it
Dare il C.U.L.O. al Paese per la crescita [Movimento Decrescita Felice]
Pubblichiamo una provocazione di Wu Ming Foundation… Sperando che non venga davvero presa sul serio dal nostro governo di "tecnici", così a corto di idee come è.
Le cose non vanno bene.
Il governo Monti sbaglia. Fa troppo poco. Ci vuole più coraggio.
Non cresciamo. E’ un fatto drammatico. Per ottenere la crescita bisogna favorire la crescita.
Solo incentivando la crescita possiamo raggiungere gli obiettivi che tutti auspichiamo: ottenere una crescita solida e duratura.
Dobbiamo crescere. Non possiamo andare avanti a palliativi, a mezze misure. Non possiamo permetterci altri costosi tabù. Dobbiamo attirare gli investimenti stranieri. Ce lo chiede l’Europa. Lo dobbiamo ai giovani. I mercati ci guardano.
Per la Crescita serve il C.U.L.O.
Il Contratto Unico Libero da Oneri è il nostro passepartout per la crescita. Ci porterà le imprese da ogni angolo del pianeta. Vinceremo la sfida della globalizzazione. Otterremo la Crescita. Una crescita esagerata.
Il C.U.L.O. è un contratto biennale rivolto a giovani e meno giovani, alle donne, ai disoccupati o inoccupati. Nei due anni previsti, gli assunti non percepiranno un salario, ma un punteggio che consentirà loro, una volta giunti alla scadenza, di scalare posizioni nelle liste per eventuali impieghi futuri. Di certo non è cosa da poco. Se consideriamo che si trattava in ogni caso di soggetti già privi di reddito, è del tutto evidente il carattere vantaggioso che una tale soluzione offre a tutti.
Questa è una Rivoluzione.
Grazie al C.U.L.O. avremo la Crescita eterna.
Il made in italy non morirà mai.
Firma anche tu per dare il C.U.L.O. al Paese.
Fonte: Wu Ming
15 APRILE CASALBERTONE E INTERNOENKI [terraTERRA]
INTERNOENKI in collaborazione con ZONARISCHIO CASAL BERTONE presentano
VOCI A RISCHIO
dissonanze d’arte libera e indipendente [JAM SESSION DI
TEATRO INCIVILE - sul palco gli attori del collettivo Internoenki]
SOTTOSCRIZIONE LIBERA
sostieni la cultura bene comune
SI CONSIGLIA DI
PRENOTARE
3479.356499 – 349.3231637 – 349.5593680
Voci a rischio è uno
spazio dedicato a tutti i settori-off dell’arte contemporanea. È un
progetto vetrina che da voce al disordine, alle idee, ai pensieri. È un
momento di consociazione civile, dove i fermenti sonori diventano
informazione e denuncia, dove chiunque può lasciare il suo punto di
vista, dove l’arte non solo parla, ma si fa ascoltare.
Voci a Rischio è
la cruda realtà di un amaro che fa scoprire i denti… nel bene o nel
male.
Ogni seconda domenica del mese, sul palco del Centro Sociale
ZonaRischio-Roma, si alternano anteprime di corti, monologhi, mostre
fotografiche e tanto altro; spaziando dal teatro al cinema, dalla
pittura alla fotografia, dalla musica alla drammaturgia; gli attori del
Collettivo Internoenki, insieme ad ospiti d’eccezione e ad attori
inseriti nel panorama off del teatro indipendente, portano in scena l’
attualità, dando voce a tutti i settori a rischio dell’arte
contemporanea.
Il tema del 15 aprile è “OMERTA’ é PARTECIPAZIONE”
Programma domenica 15 aprile ’12
Ore 20.30 aperitivo cena con
stuzzicherie e piatti di “Zona”
Ore 21.30 Jam session di teatro civile
Ore 23.00 apertura bar e dj set
IL COLLETTIVO INTERNOENKI
Internoenki è un collettivo di giovani professionisti, provenienti da
esperienze artistiche eterogenee e consolidate che, spinti da una
comune esigenza di rinnovamento, si uniscono per proporre un nuovo
teatro: ignorante, scortese, rinnovato e civile; un teatro dissacrante
e politico che vuole unire, non dividere. Emarginazione, diversità,
intolleranza, pregiudizio sociale, precarietà. Queste le tematiche.
Contatto diretto, intervista, rielaborazione drammaturgica di
improvvisazioni costruite nel sociale. Questi gli strumenti di studio.
Voci a rischio è una jam session d’arte libera e indipendente, è un
momento di consociazione civile che da voce all’arte contemporanea. In
linea con la politica del gruppo, “Voci a Rischio” propone una
drammaturgica attenta alla cronaca, a tutto quello che essa trascura o
censura. Sul palco di Zonarischio, si alterneranno attori, musicisti e
giovani registi per lasciare il proprio punto di vista, alternativo,
alla scena contemporanea. Appuntamento da non perdere con Voci a
rischio e con il collettivo Internoenki, domenica 12 febbraio 2012,
alle ore 21.30, presso Zonarischio in via Pietralatella s.n.c, Casal
Bertone Roma. Voci a rischio è la cruda poesia di un amaro che farà
scoprire i denti, nel bene o nel male…
ZONARISCHIO ROMA VIA
PIETRALATELLA s.n.c. CASAL BERTONE ROMA – info@internoneki.com
3479.356499 – 349.3231637 – 349.5593680
Val di Susa, via agli espropri. I No Tav: “Hanno distrutto il nostro territorio” [Movimento Decrescita Felice]
Appezzamenti di terreno irriconoscibili, castagni centenari abbattuti, muretti a secco divelti. È questo lo scenario al quale ha dovuto assistere chi possiede un pezzo di terra nella zona del cantiere di Chiomonte in Val Di Susa. Dopo gli sgomberi cominciati lo scorso giugno, ieri le autorità hanno formalizzato gli espropri dei terreni che compongono l’area dove sarà scavato il tunnel geognostico per la linea ad alta velocità più contestata d’Italia. Come c’era d’aspettarsi i No Tav non sono stati a guardare e da Milano a Roma, passando ovviamente per le montagne valsusine, è stato un rincorrersi di azioni, flash-mob e occupazioni di strade e ferrovie per contestare quello che è considerato “l’avvallo legale dell’occupazione militare di un territorio da parte dello Stato”. Come a Milano con la protesta nella filiale di piazzale Loreto di banca Intesa e poi a Genova dove sono state occupate le sedi del Pd e della Rai, in Calabria è stato bloccato un Eurostar e a Palermo dove si sono registrati degli scontri con la polizia davanti alla stazione centrale.
Le persone coinvolte erano 41, ma solo una decina di loro si è presentata per controllare lo stato delle cose. E lo scenario che si sono trovati di fronte, una volta superati gli enormi cancelli che difendono “il fortino”, come lo chiamano i No Tav, è stato desolante. Le proprietà erano irriconoscibili: non c’era più traccia di muretti, siepi e alberi. Tutto abbattuto o distrutto per fare posto a strade e discenderie sulle quali per il momento transitano solo i mezzi delle forze dell’ordine. Come spiega Massimo Bongiovanni, avvocato del team legale No Tav, “I terreni passano in concessione forzosa per 57 mesi a Ltf e Rfi. E i proprietari non avranno più accesso ai loro appezzamenti”.
Sì, perché anche nei casi in cui i lavori del cantiere non interesseranno l’interezza delle proprietà, le strade rimarranno comunque chiuse, rendendo così impossibile l’accesso dei mezzi agricoli. La prima a varcare i cancelli del cantiere militarizzato è Maria Belletto, ex contadina di quasi ottant’anni, e sua nuora Fatima, cittadina peruviana residente da 12 anni in Val di Susa. Lei possiede circa 500 metri quadri di terra, sui quali sorge una casa, con tanto di orto, mulino e castagneto. Ltf e Rfi hanno espropriato circa metà dell’appezzamento e il risarcimento concordato è di 23 euro l’anno. “Una presa in giro”, tuona Fatima. Ma il problema è riconoscere i confini dei propri possedimenti. “É impossibile riconoscere i miei campi – attacca Fatima – Avrebbero dovuto mettere dei paletti per delimitare i terreni, così è impossibile”. Veronica Rosso, legale della famiglia Belletto spiega come il procedimento seguito per gli espropri sia il contrario della prassi: “Solitamente prima si fa la visita con i proprietari e solo successivamente si procede a recintarli e ad alterare lo stato delle cose”.
Alla signora Laura invece sono stati espropriati circa 538 metri quadri per un valore di 43.80 euro l’anno. “Su quel terreno avevo un castagneto e ogni anno facevo il raccolto – racconta – E ora come farò?” Le risponde Claudia, una giovane della cosiddetta ala dura del movimento: “Tanto sono castagne al Cs (il pericoloso composto chimico contenuto nei lacrimogeni sparati dalle forze dell’ordine, ndr), chi se le mangia?”.
Mentre sono ancora in corso le visite al cantiere, arriva la notizia che gli studenti medi di Susa hanno occupato l’autostrada A32 all’altezza di Chianocco. Esplodono le grida di gioia fra la folla. Dopo poco però il clima sembra scaldarsi, qualche manifestante munito di tronchese ha tagliato parte del filo spinato del recinto. La polizia si schiera fuori dal cantiere, ma il gesto di una singola signora riporta tutto alla calma. Lei è Marisa, proprietaria della Baita Clarea e volto noto della battaglia contro il Tav. Approfittando del momento di confusione creatosi con il taglio del filo spinato, Marisa tira fuori un paio di manette giocattolo e s’incatena alla recinzione vicino alla sua costruzione: “Se vogliono demolire la baita, devono demolire anche me!”.
Non solo il Tav minaccia la Valsusa [Movimento Decrescita Felice]
Chi ha visto la prima pagina di questo sito online qualche giorno fa, con il servizio di Andrea Bertaglio e Lorenzo Galeazzi, sono stato recentemente ancora una volta a Giaglione in Valle di Susa, per misurare la radioattività di quella che potremmo chiamare, senza ovviamente farlo sapere a chi propone il Tav, la miniera d’uranio d’Italia.
Ma non di uranio né di Tav parleremo oggi, ma di acque. Di acque del Comune di Giaglione che sono messe in pericolo dalle piccole grandi opere che già sono in atto e che non riguardano l’Alta Velocità Torino-Lione. Giaglione è un comune piccolo, ma stupendo: ricco di boschi, di declivi anche aspri ma verdi, di pascoli, di ruscelli, di prati, di case abitate da gente che definire schietta e ospitale è una realtà e non un complimento: un piccolo grande luogo, reso suo malgrado famoso dalle minacce presenti e future alla sua bellezza.
A Giaglione, il “canale di Maria Bona” è fonte di vita: un corso d’acqua che continua a scorrere a valle, dispensando fertilità e vita, parte di un equilibrio ambientale che perdura da secoli. Come la sorgente che alimenta le acque delle piccole borgate alte di S.Antonio, S.Anna e S.Rocco.
Adesso, nella frazione di S.Antonio, direttamente sulle sorgenti delle fontane di borgata e dietro le abitazioni, si sta realizzando la costruzione di un vascone antincendio delle gallerie SITAF dell’autostrada del Frejus. Nonostante fossero possibili altri siti per la sua costruzione, nonostante sia concreto il rischio di perdere le sorgenti, nonostante sia insensato utilizzare l’acqua dell’acquedotto comunale per il riempimento del vascone.
Inoltre l’IREN S.p.A. ha ottenuto il consenso dall’amministrazione comunale di Giaglione per scaricare nel canale storico di Maria Bona a monte dell’abitato e di tutte le captazioni irrigue. Il canale diventerebbe pertanto un’altra cosa: da canale irriguo, ma anche con valenza storica e ambientale, a canale di sfogo industriale per un bacino artificiale. Il rischio concreto è quello di trovare inquinanti di vario tipo, fanghi e acqua clorata nelle coltivazioni e nei prati. Infatti, il solo fatto che l’acqua che si vorrebbe scaricare debba essere clorata pone degli interrogativi sulla reale portata del pericolo di tale scarico. Il canale, infine, diventerebbe utilizzabile – nella pratica dei fatti – a discrezione dell’IREN e non sarebbe più “il canale dei Giaglionesi” come è ora.
Non è finita: i progetti presentati per il tunnel geognostico della Maddalena interverrebbero, qualora questo fosse realizzato, direttamente sulle captazioni dell’acquedotto comunale, chiamato “di Boscocedrino”.
A fronte di questa serie impressionante di minacce e di disastri, la popolazione locale, tramite un Comitato spontaneo (Tutela e Salvaguardia delle nostre acque) ha presentato una petizione al Comune di Giaglione, che però non pare interessato a dar troppo ascolto alle loro preoccupazioni e ai fatti e studi presentati. Molte iniziative di informazione sono state intraprese dal Comitato in questi mesi. Una petizione popolare è stata lanciata.
Io sono stato là molte volte, a Giaglione. Ho passeggiato fra quei prati per salite che per me cittadino erano ripide ma che loro percorrevano con studiata lentezza per non lasciarmi indietro. Ho visto la bellezza dei loro torrenti, ho visto che cosa purtroppo già succede a Giaglione, ho visto che cosa potrebbe succedere. Al di là dell’Alta Velocità, per la quale abbiamo almeno la consolazione che con ogni probabilità mai si farà, rivolgiamo un appello affinché Giaglione rimanga il bellissimo luogo che è attualmente, con un regime delle acque il cui equilibrio non va mutato con interventi fatti senza le necessarie cautele.
Lipu: più risorse alla protezione forestale [Movimento Decrescita Felice]
Dal rapporto sulle attività Lipu del 2011 risulta che alcune tipologie di reato forestale sono fortunatamente in calo, come quelle in ambito Cites, Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora (-24,5% rispetto al 2010), o della tutela di aree protette e paesaggio (-7,4%). Per altre, invece, la tendenza appare stabile o addirittura in crescita. Drammatico in questo senso è il dato relativo agli incendi, con 6.515 reati per un clamoroso incremento dell’83% e un ulteriore crescita registrata nei primi tre mesi del 2012.
Un dato preoccupante viene anche dall’area della caccia e del bracconaggio, dove non si registrano diminuzioni, ma anzi un incremento del 2,9%, con un numero complessivo di reati (inclusi quelli nel campo della pesca) di 1.061 e con 767 persone denunciate. Sono dati che vanno ad aggiungersi alla situazione già grave degli anni scorsi e che chiedono iniziative forti.
“Testimoniamo vivo apprezzamento e riconoscenza – dichiara Fulvio Mamone Capria, presidente Lipu-BirdLife Italia – allo straordinario lavoro delle donne e degli uomini del Corpo Forestale e contemporaneamente sentiamo di dover rilanciare con decisione la necessità che il Corpo sia rafforzato, in termini di personale e risorse economiche”.
“Ci sono sacche di territorio italiano, come le piccole isole, alcune zone del bresciano, della Sardegna, della Calabria che ancora vedono imperversare bracconieri e criminali contro l’ambiente, in una situazione che non può più essere tollerata”, prosegue il Presidente Lipu: “Il Ministro Catania si faccia interprete verso il Governo di questa esigenza, opportunamente espressa dagli stessi dirigenti del Corpo, anche considerando l’eccezionale ruolo che l’Italia ricopre a livello internazionale sotto il profilo della migrazione degli uccelli, della presenza di biodiversità e della bellezza di natura e paesaggio”.
Fonte: Coopambiente.it
Anonymous NOTAV [Movimento Decrescita Felice]
Un breve video che descrive molto bene le ragione dei NoTav.
Tav, qualcuno ancora non ha capito [Movimento Decrescita Felice]
Non mi interessa la politica. Mi interessa la logica, il buon senso. E nel nostro mondo ne circola troppo poco. Ecco perché di Tav voglio scriverne oggi, senza notizie, senza pestaggi della polizia, senza violenze dannose per il Movimento.
Ho impiegato 6 ore e passa per coprire la distanza tra La Spezia e Ancona, prendendo 4 treni: La Spezia – Pisa – Firenze – Bologna – Ancona. E non erano gli anni Settanta, era qualche giorno fa. E non mi hanno pagato, al contrario, ho speso oltre 70 euro (grazie al cielo ero ospite per una presentazione). E non era un incubo. Ero sveglio.
Ora io dico, se il figlioletto non avesse i vestiti o se mamma fosse costretta a chiedere l’elemosina, papà si comprerebbe la Jaguar? Non credo. E’ quello che fanno i nostri governanti quando spingono per realizzare il Tav (Treno ad Alta Velocità) mentre noi arranchiamo come pendolari o semplici passeggeri su qualunque tratta italiana che non sia la Milano-Roma. Signori delle Ferrovie, governanti, siamo con una mano davanti e l’altra di dietro, ci comprate le mutande o vi comprate lo smoking?
Il Tav è stato pensato trent’anni fa, quando c’era un’idea di sviluppo e di modernità che oggi è del tutto obsoleta, quando il contesto economico mondiale, delle risorse energetiche, della crescita industriale, sembrava inossidabile e imbattibile mentre oggi si rivela allo sbando, quando il nostro debito pareva non vederlo nessuno, quando la nostra sensibilità sulle migliaia di scuole a rischio sismico o sugli ospedali fatiscenti, era assai più bassa di oggi. Mentre il sistema economico scricchiola e la nave affonda, c’è ancora qualcuno che non ha capito che la politica delle grandi opere è vecchia, è stata abbandonata da tutti in Europa, e che dobbiamo fix the country, rimettere a posto il Paese, occuparci di quello che non va, rinsaldare, ristrutturare, migliorare, cercare un altro sviluppo.
Perché qualcuno vuole far risparmiare venti minuti tra Torino e Lione e non si preoccupa di chi spreca ore, settimane, intere vite sui treni brutti, lenti e cari del nostro Paese? Ma chi ci deve andare tra Torino e Lione? E perché vale di più di chi viaggia tra La Spezia e Ancona? E perché qualcuno ancora crede che questa sia solo una questione piemontese? E’ il modello di sviluppo la posta in gioco. Di tutti.
Fonte: ilfattoquotidiano.it
Espropri in Valsusa: “Tutto distrutto” [Movimento Decrescita Felice]
Appezzamenti di terreno irriconoscibili, castagni centenari abbattuti, muretti a secco divelti. È questo lo scenario al quale ha dovuto assistere chi possiede un pezzo di terra nella zona del cantiere di Chiomonte in Val Di Susa. Dopo gli sgomberi cominciati lo scorso giugno, ieri le autorità hanno formalizzato gli espropri dei terreni che compongono l’area dove sarà scavato il tunnel geognostico per la linea ad alta velocità più contestata d’Italia. Le persone coinvolte erano 41, ma solo una decina di loro si è presentata per controllare lo stato delle cose. E lo scenario che si sono trovati di fronte, una volta superati gli enormi cancelli che difendono “il fortino”, come lo chiamano i No Tav, è stato desolante. Le proprietà erano irriconoscibili: non c’era più traccia di muretti, siepi e alberi. Tutto abbattuto o distrutto per fare posto a strade e discenderie sulle quali per il momento transitano solo i mezzi delle forze dell’ordine.
Guarda il video qui.
Fonte: ilfattoquotidiano.it
BIO RETTIFICHE [AIAB - Associazione Italiana per l'Agricoltura Biologica]
Le dichiarazioni attribuite al presidente nazionale dell'AIAB, Alessandro Triantafyllidis, contenute nell'articolo L'Italia punta sul biologico di Birgit Shonau, pubblicato su “Die Zeit” del 22 marzo 2012 e ripreso su “Internazionale” n. 943 del 6 aprile 2012, presentano tre passaggi che non rispecchiano assolutamente la posizione dell'AIAB e che il presidente stesso intende smentire e rettificare.
5 X mille a L'isola che c'è [Powered by Mambo 4.5.2]
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ACCESSO ALLA TERRA [AIAB - Associazione Italiana per l'Agricoltura Biologica]
Terre pubbliche ai nuovi agricoltori
La vertenza intende sottoporre all’attenzione delle istituzioni il problema dell’adeguato utilizzo delle aree pubbliche a vocazione agricola presenti nella Capitale. Siano esse già patrimonio pubblico o pervenute alla disponibilità della PA per effetto di cessioni o compensazioni urbanistiche, ma anche delle IPAB o altri enti, e per il trasferimento di proprietà demaniali o per effetto della confisca di immobili alle organizzazioni criminali ,questi terreni dovrebbero essere salvaguardati e utilizzati per produrre in modo integrato beni privati e beni pubblici.
Leggi la vertenza per l'Agro Romano nella sua versione integrale
VINO BIO [AIAB - Associazione Italiana per l'Agricoltura Biologica]
Atteso dal 1991, è finalmente arrivato il regolamento europeo sul vino biologico. Grazie alle nuove norme sulla vinificazione bio, approvate dallo Standing Committee on Organic Farming, il Comitato permanente per l'agricoltura biologica, anche al vino si applicherà integralmente la normativa comunitaria sulla produzione biologica, dal vigneto alla bottiglia, a maggior garanzia dei consumatori ma anche a tutela dei viticoltori seri che applicano i concetti del bio sia al vigneto che alla cantina.
Leggi il Vademecum sulle novità del regolamento europeo sul vino bio di Cristina Micheloni
Leggi il regolamento in italiano
Nuova proposta GAS FotoVoltaico 2012! [Powered by Mambo 4.5.2]
Aperte le iscrizioni per installare pannelli in gruppo con le nuove tariffeEcco la nuova proposta per tutti coloro che sono...
Bio Sotto Casa [AIAB - Associazione Italiana per l'Agricoltura Biologica]
Due store promotion di maggio
Due settimane di store promotion in due regioni italiane. La prima da lunedì 7 maggio a sabato 12 a Roma, presso il negozio La Capra Rampante, Via Donatello 65. Per informazioni scrivere ad aiab.lazio@aiab.it o l.derossi@aiab.it
La seconda in Friuli, a Tavagnacco Faletto Umberto (UD), presso il negozio Dadà di Baiutti Daniela, via Cavour 2, da martedì 8 a domenica 12 maggio. Per informazioni chiamare lo 0432-800371 o scrivere af aiab.fvg@aiab.it
Voluntary Guidelines on Responsible Governance of Tenure of Land, Fisheries and Forests (VGs) [Croceviaterra]
In linea il comunicato stampa
Costruire il mercato interno [Croceviaterra]
Le sfide innovative della cooperazione internazionale: esperienze a confronto. In linea il comunicato stampa
Festival delle Terre 8° edizione del Festival Internazionale Audiovisivo della Biodiversità [Croceviaterra]
Dal 19 al 22 maggio 2011
Città dell’Altra Economia
Largo Dino Frisullo, Roma
Il Festival delle Terre: storie di lotta e di impegno per il futuro del pianeta [Croceviaterra]
Quattro giorni per raccontare come i piccoli produttori di cibo stanno resistendo, da una parte all’altra del pianeta, alla devastazione delle risorse naturali e all’appropriazione e all’accaparramento da parte di grandi soggetti industriali delle loro terre.
Si è concluso a Roma domenica 22 maggio, con la premiazione dei film in concorso, il Festival delle Terre - 8° edizione del Festival Internazionale Audiovisivo della Biodiversità.
In linea il comunicato stampa.
Che l’assassinio di Vittorio non sia inutile [Croceviaterra]
L'appello dei cooperanti italiani a Gaza: all'opinione pubblica, perché non si abbandoni alla banale equazione tra palestinesi, terroristi, islàm e fondamentalismi. Ma anche un appello alla comunità internazionale oggi più che mai, perché la popolazione di Gaza non venga lasciata sola.
AcquistiVerdi.it cambia faccia su Facebook! [AcquistiVerdi.it]
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Convegno a Ecomondo "Un verde che sia proprio verde" [AcquistiVerdi.it]
A cura di Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e ENEA, il convegno Un verde...
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Seminario: "Dalla raccolta differenziata agli acquisti verdi: l'esperienza milanese" [AcquistiVerdi.it]
Si terrà a Milano il 6 ottobre il seminario Dalla raccolta differenziata agli acquisti verdi: l'esperienza milanese presso...
Shopper in plastica riciclata PSV nei Bricocenter [AcquistiVerdi.it]
Bricocenter ha scelto di impiegare i sacchetti in plastica riciclata a marchio “,Plastica Seconda Vita”, con l’obiettivo di ridurre sensibilmente...
Licenziatari Fairtrade a TF [Joomla! powered Site]
Grande risalto al mercato equosolidale, grazie alla presenza a Terra Futura dei licenziatari del marchio di garanzia Fairtrade Italia, che certifica che i tutti i prodotti sono stati lavorati senza causare sfruttamento e povertà nel Sud del mondo e acquistati secondo criteri di commercio equo e solidale. Snack, biscotti, succhi di frutta e numerosi altri alimenti – tutti rigorosamente equosolidali e biologici – saranno offerti nell’area ristoro della Borsa delle Imprese Responsabili da Alce Nero, azienda di eccellenza nel panorama italiano del biologico. Questo spazio sarà inoltre allestito con fiori solidali grazie alle rose certificate offerte da Flora Toscana.
Progetto RACES [Joomla! powered Site]
Protagonista a Terra Futura il progetto “R.A.C.E.S.” (Raising Awareness on Climate and Energy Saving) del Comune di Firenze, che ha scelto la rassegna fiorentina per chiudere il percorso della mostra “Cambia il clima in città”, curata dall’Istituto di biometeorologia del CNR di Firenze, illustra l’impatto del cambiamento climatico sulla vivibilità delle nostre città, le misure da adottare per gestirne le conseguenze e cosa fare per ridurne le cause. In calendario inoltre incontri e laboratori di informazione e sensibilizzazione sui temi rivolti alle scuole e alle famiglie coinvolte nella sperimentazione, con tanti appuntamenti anche all’interno dello stand. L’iniziativa – che coinvolge le città di Firenze, Trento, Modena, Potenza e Bari dal 1° gennaio 2009 al 30 aprile 2011 – è finanziata dalla Commissione europea con il Programma LIFE+ .
Al via la Borsa [Joomla! powered Site]
Grande opportunità di “green social business” a Terra Futura con la III edizione della Borsa delle Imprese Responsabili che si svolgerà in due sessioni giornaliere venerdì 28 dalle 11.30 alle 18.30 e sabato 29 maggio dalle 10.30 alle 17.00 attraverso un fitto calendario di incontri one-to-one della durata di 20 minuti ciascuno. La fortunata iniziativa – che lo scorso anno ha registrato oltre 500 incontri – si riconferma marketplace ideale per imprese, cooperative, associazioni e pubbliche amministrazioni, operanti nell’ambito della sostenibilità e della responsabilità sociale che vogliono ampliare i propri contatti e avviare nuove relazioni commerciali, partenariati in progetti, ricerca e sviluppo tecnico e commerciale di prodotti e servizi, adesioni a network, collaborazioni per finanziamenti pubblici, bandi, servizi bancari green…
Enti locali e TF [Joomla! powered Site]
Sono moltissime le città europee che hanno firmato il Patto dei Sindaci, impegnandosi così a superare l’obiettivo del 20-20 sancito dall’Unione europea con l’approvazione nel 2009 del Pacchetto energia e clima. Solo in Italia si contano almeno 300 tra Comuni e Province che si sono messe in moto aderendo al Patto e accettando di presentare entro un anno un proprio “piano per il clima” con l’impegno ad aggiornarlo di anno in anno.È questo uno dei temi che Legambiente porterà a Terra Futura, partendo dalla convinzione che la sostenibilità nasce anche dai territori. “Le città italiane rappresentano, infatti, il terreno privilegiato per attivare processi di riduzione delle emissioni di CO2 e per combattere i cambiamenti climatici migliorando la qualità della vita dei cittadini – spiega Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente – appoggiamo quindi con convinzione la Carta delle città e dei territori, perché lo strumento del Patto dei Sindaci è fondamentale per definire interventi e programmi finalmente concreti e verificabili”.
Il tempo della prova e della coerenza [Joomla! powered Site]
Regioni nuove, vita nuova: le recenti elezioni regionali restituiscono una immagine del potere politico locale, assai diversa dal recente passato. Un passaggio importante per la vita del paese dato il crescente ruolo che per competenze e funzioni la Costituzione ha attribuito alle Regioni e per il ruolo che oggettivamente esse assumono nello sviluppo del nostro paese. Tuttavia un passaggio segnato da un abbassamento significativo della legittimazione popolare: l’astensione giunta ai massimi storici segnala una crisi di credibilità di tutta la politica che paradossalmente si scarica sugli enti che appunto stanno acquisendo sempre maggior rilievo nella vita sociale, politica ed economica del paese. Questa è per noi di Terra Futura una vera preoccupazione, ben superiore a quella dell’esito elettorale, perché siamo convinti – ed è parte del tema che abbiamo scelto per questa settima edizione della manifestazione – che solo dall’attivazione delle comunità e dei territori potranno venire risposte efficaci ai grandi problemi che il pianeta ha di fronte.
Grandezza e Collasso: L'anima delle civiltà [Decrescita.it :: Indice]
Categoria: Economia
Titolo: Grandezza e Collasso: L'anima delle civiltà
Sommario:
La Spagna rallenta e barcolla, mollerá? [Decrescita.it :: Indice]
Categoria: Economia
Titolo: La Spagna rallenta e barcolla, mollerá?
Sommario: La gente vibra ed esperimenta, diventa propositiva per necessitá. Anche in questo senso, la crisi é un'opportunitá. La sapremo cogliere se saremo capaci di costruire un progetto politico alternativo, con proposte pratiche e concrete. Questo é l'obbiettivo principale della Seconda Conferenza Internazionale sulla Decrescita, che si terrá a Barcelona tra il 26 ed il 29 Marzo, 2010 (www.degrowth.eu).
Oltre il PIL c'é la Decrescita di Joan Martinez Alier [Decrescita.it :: Indice]
Categoria: Economia
Titolo: Oltre il PIL c'é la Decrescita di Joan Martinez Alier
Sommario: L'espressione "Beyond GDP" è di moda tra i funzionari europei e i politici a Bruxelles.
40 anni dopo che il Presidente della Commissione Sicco Mansholt aveva già criticato il PIL, proponendo di porre fine alla crescita economica nei paesi ricchi, lo slogan a Bruxelles è ora "Economia verde: oltre il PIL ".
Ma non vi è ancora alcun riconoscimento ufficiale di una "decrescita che conduce ad una economia stazionaria ", se non come plausibile programma politico, almeno come un interessante campo di ricerca.
Farmer's Forum: Producing food for our communities [La Via Campesina [English]]
Henry Saragih speech at the opening of the IFAD - Farmer's Forum, Rome 15...
La Via Campesina welcomes UN preliminary recognition of peasant's rights [La Via Campesina [English]]
(Jakarta, February 12, 2010) The international peasant's movement La Via Campesina welcomes the preliminary UN recognition of the...
Farmer's appeal to reject BT Brinjal [La Via Campesina [English]]
To Mr.Jairam Ramesh, Honourable Union Minister for Environment and Forest, Government of India.South Indian coordination committee of Farmers’...
Rights of Peasants: ending the discrimination against peasants [La Via Campesina [English]]
Speech delivered on Wednesday, 27 January 2010, at the Fourth Session of the Advisory Committee of...
How to improve the rights of the seasonal workers in agriculture? [La Via Campesina [English]]
Press release Turin, 4th of February 2010 The Working group “seasonal workers, migrations and agriculture” of the European...
Haiti: Report of the mission of social movements [La Via Campesina [English]]
21/23 January, 2010 Introduction From the very moment that the earthquake occurred on January 12 in Haiti,...
Call for “system change not climate change” unites global movement [La Via Campesina [English]]
Statement of Climate Justice Now! on the COP 15 Corrupt Copenhagen ‘accord’ exposes gulf between peoples demands and elite...
Dedalo e le radici mitiche del progresso [Decrescita.it :: Indice]
Categoria: Economia
Titolo: Dedalo e le radici mitiche del progresso
Sommario: Il ricorso sistematico alla tecnica non fa che generare nuovi problemi
To the governments and organizations gathered in Montreal on the situation in Haiti [La Via Campesina [English]]
The recent tragedy in Haiti shocked the people of the world for its destructive impact, the environmental and social consequences,...
Solidarity with the people of Haití [La Via Campesina [English]]
Dear colleagues and friends: Through this letter, we communicate our deepest sympathy and solidarity with the Haitian people who...
What happened in Geneva? [La Via Campesina [English]]
Pursuant to its statutes, the World Trade Organisation must hold an assembly with all its members every two years. Practice...
Los desafíos del decrecimiento en América Latina (Le sfide della decrescita in Latino America) [Decrescita.it :: Indice]
Categoria: Economia
Titolo: Los desafíos del decrecimiento en América Latina (Le sfide della decrescita in Latino America)
Sommario: "Nuevos interrogantes, al interior de nuestras culturas, nos obligan a pensar y actuar desde un decrecimiento que permita el desarrollo de las zonas sofocadas de la economía actualmente globalizada, un decrecimiento que transite caminos de nuevos arraigos, de reinstalaciones en los ecosistemas y relocalizaciones de la comunidad."
Lo “spazio” economico [BLOG DELLA DECRESCITA]
In Darmok, episodio della quarta stagione di Star Trek – the next generation, viene messo in scena un problematico primo contattocon una civiltà aliena il cui linguaggio, totalmente esemplificativo e metaforico, risulta opaco al traduttore universale; l’incomprensione e l’ostilità che impediscono alle parti di fronteggiare insieme un comune nemico si risolvono solo quando il
capitano Picard riconosce la struttura sovraordinata alla lingua dei Tamariani (That’s how you communicate, isn’t it? By citing example. By metaphor!) e fornisce al suo omologo una nuova e antica storia a partire dalla quale fosse possibile interpretare sfiducia e conflittualità come propedeutiche a una nuova amicizia tra individui e popoli (They fought –racconta Picard -in the temple. They fought in the streets. Gilgamesh defeated Enkidu. They became great friends: Gilgamesh and Enkidu at Uruk). I Tamariani, popolo rude e sentimentale, avevano bisogno di una storia, di un mito, per orientarsi nel loro presente – quel presente che invece presso di noi è sottratto a ogni dimensione narrativa unitaria, frammentato com’è tra ambiti, contesti e narrazioni particolari, specialistiche e private.
Il linguaggio economico è forse agli antipodi di quello dei Tamariani, nel suo incorporare (storie di) successi e fallimenti in cifre non riconducibili ad altro che al proprio essere numero. Cifre peraltro prive di un segno algebrico che le connoti, visto che nel desiderato aumento del PIL(il “+”) possiamo trovare tanto una “grande opera” di riduzione delle perdite nella distribuzione dell’acqua potabile quanto la costruzione di un devastante ponte sullo stretto di Messina, mentre nella temutissima crescita negativa (il “-”, scaramanticamente non nominato dai mass media) verrà computata tanto una diminuzione del consumo di ansiolitici per sopraggiunta serenità quanto la chiusura di piccole attività indipendenti di trasformazione agroalimentare o di ristorazione per causa di normazione estremista in campo igienico-sanitario.
A Lama di Reno la multinazionale (lussemburghese?) Dufenergy vuole impiantare una centrale a Turbogas nell’area industriale occupata fino al 2006 da una cartiera, chiusa dopo anni e anni di agonia industriale; un iniziale appoggio a questo progetto è costato al PD(S) la perdita della maggioranza e quindi della giunta del Comune di Marzabotto (di cui Lama di Reno è importante frazione); smacco che, per l’importanza storica e simbolica del paese e per la sua notevole rete di rapporti internazionali, è stato ed è particolarmente duro da digerire. La nuova giunta ha espresso anche con atti formali la sua contrarietà alla Turbogas a Lama – eppure sembra che il progetto ormai possa andare avanti, una volta superata la valutazione di impatto ambientale. Non farò la storia di questa VIA, tirata per le lunghe in modo inconsueto; mi limiterò a dire che l’azienda ha presentato di recente (settembre 2009) delle nuove “integrazioni volontarie” con cui risponde alle contestazioni mossale - le più significative delle quali sono quelle dei cittadini residenti nella frazione, costituitisi in Comitato No-Turbogas.
Su sollecitazione di alcuni di loro mi sono occupato di rispondere all’allegato 5 delle integrazioni volontarie di Dufenergy che sostiene sulla base di dati più o meno corretti formalmente, ma assolutamente non pertinenti, che non vi sarà alcuna svalutazione immobiliare a seguito dell’inizio attività della Turbogas.
Ognuno di noi è immerso in una situazione paradossale, impossibilitato alla coerenza nei comportamenti e perfino a quella più astrattamente intellettuale. Sono anni che scrivo per denunciare il danno ambientale irrecuperabile dello sprawl, derivato da politiche che hanno assecondato il crescere della bolla immobiliare e sostenuto da un mercato del credito che ha avuto fasi di espansione rapaci. L’alto prezzo delle case è stato un elemento di feedback implementante lo stesso fenomeno da cui discendeva: più gli investitori si spostavano sul mattone più crescevano i prezzi delle case e più nuovi investitori venivano attratti dal settore edilizio - tra tutti il più vorace, il più sterile e il più pericoloso e illegale per la manodopera, il più allettante per gli amministratori e il più indispensabile, salvo l’alimentare, per le persone - e quindi tra tutte le realtà economiche quella che più andava socialmente orientata. Se, con questo background, mi sono trovato a scrivere in qualche misura a favore del mantenimento di un’alta valutazione degli immobili e contro un impianto nocivo che li avrebbe deprezzati è per una scelta etica, fatta guardando a monte dei fatti economici. La scelta di stare dalla parte di chi da questo sistema viene stritolato, prescindendo dal grado di condivisione o compromissione del passato; indipendentemente da quanto questi abbia creduto ieri di guadagnare da ciò che oggi lo schiaccia – nella fattispecie la (soprav)valutazione del proprio immobile. In fondo ciò che traccia una linea di continuità non schizofrenica tra le nostre incoerenze sono la prossimità e l’affetto nelle loro diverse gradazioni: è per il bene nostro e di chi sentiamo vicino che ci pieghiamo a compromessi e viviamo in contraddizioni; ed è esattamente per lo stesso motivo e soprattutto per le stesse persone che continuiamo a non fare del compromesso l’obiettivo del nostro agire, e ci muove ancora la necessità di trascenderlo - per quel poco che ognuno di noi possa fare.
Ma non delle mie contraddizioni volevo fare esibizione, quanto di quella tutta interna alle dinamiche di crescita economica, di cui avevo da tempo intuizione ma che ho visto manifestarsi con chiarezza in questa vicenda di Lama di Reno. La illustrerei in questo modo: la crescita economica sta nutrendosi di se stessa per poter continuare a crescere. La creazione di valore è alimentata dalla distruzione di valore senza che sia intervenuto mutamento sociale o innovazione tecnologica che possa fare da cornice a un riposizionamento dei rapporti produttivi.
All’interno del lavoro su Lama avevo elaborato, a uso dei Tamariani, il plot del film che è stato proiettato in quella frazione: vediamo il lavoratore dipendente espulso dall’appartamento in affitto nella periferia cittadina, gli vediamo appioppare un mutuo per comprarsi una casa a decine di chilometri da Bologna e lo osserviamo convincersi che, già!, adesso dovrà farsi x ore di viaggio per andare al lavoro ma “c’è l’aria buona ed è un buon posto per crescere i figli”; poi mentre ancora restituisce il debito alla banca gli costruiscono un impianto nocivo di fianco a casa – in cui neppure può sperare di lavorare perché di fatto unmanned.
Eppure sento che questa riduzione cinematografica non è sufficiente né completa; c’è un’altra storia che si svolge attorno a questa e la ricomprende, ed è la seguente: la crescita economica, penetrata in modo ancora perfettibile ma già profondo in ogni angolo del pianeta, si è scontrata per la prima volta nella nostra contemporaneità con i limiti delle risorse naturali. E’ successo nel 2007 con i prezzi del petrolio che si sono impennati, la crisi economica che ne è seguita, lo scoppio della bolla immobiliare e l’inevitabile credit crunch. Mentre questo accade osserviamo come – sul finire dell’illusoria festa – mattone e industria si sottraggano valore vicendevolmente, e il solo volano che riescano a mettere in moto è quello della distruzione di ricchezza (e ambientale). A Sasso Marconi (che confina con la Lama) un’importante azienda in crisi (Arcotronics) viene salvata concedendo l’edificabilità residenziale (villette) sull’area industriale – in cambio di questo Arcotronics si trasferirà a pochi chilometri recuperando un’altra area produttiva dismessa e promettendo di mantenere i livelli occupazionali, pur pendolarizzando i lavoratori di un altro stabilimento in valle (Vergato, che viene chiuso). Di fatto nel 2008 l’azienda ha denunciato una riduzione degli ordini del 40% e più di 400 lavoratori sono in cassa integrazione quest’anno, quindi gli esiti dello scambio sono probabilmente ancora aperti. E’ ancora nel 2008 che viene firmato il protocollo d’intesa tra Comune, Regione, Provincia e Dufenergy che mette i residenti di Lama di Reno davanti alla tavola già apparecchiata: il menù prevede una bella esternalità negativa a danno dell’aria che respirano e una secca perdita di valore delle loro case. Ed è nel 2009 che salta di nuovo fuori il progetto del 2006 di (termo)valorizzarel’altra cartiera marzabottese (in crisi, in cassa integrazione etc.), la Reno de Medici in pieno centro paese, con un inceneritore degli scarti del suo pulper.
Così Marzabotto-capoluogo, già arrivato in ritardo rispetto agli altri paesi della valle nella crescita edilizia, si scontra con un grosso limite: chi vi comprerà casa (a prezzi tuttora gonfiati) dovendo poi mandare i figli a scuola a cento metri dal camino di un impianto notoriamente nocivo?
Lo spazio economico sembra quindi essere impossibilitato a espandersi per raggiunti limiti, e consuma se stesso non per mancanza di immaginazione o fantasia (come ne La storia infinitadi Michael Ende e nelle illusioni spacciate dai propagandisti dei prodotti di qualitàe delle nicchie d’eccellenza) ma perché non ci sono più risorse disponibili a cui attingere – a partire da quelle che non sono neppure considerate stockscon rilevanza economica dalle teorie consolidate e che non possono essere importate: aria e acqua per prime. Sul territorio si sta stretti, e questa densità sgomitante genera il consumo del valore immobiliareda parte del valore termoelettrico della Turbogas. E appresso: l’acqua di cui la centrale ha sete è la stessa che per mezzo di un tubino dovrebbe andare a sostituire quella del torrente Setta nel potabilizzatore di Sasso in caso di incidente automobilistico con sversamento di sostanze tossiche sulla nuova, magnificamente progressiva e bipartigiana Variante di Valico, ed è la stessa acqua che la ricaduta di particelle nocive condirà e che verrà sottratta parzialmente e temporaneamente al suo fluire per consentire il raffreddamento della Turbogas; sempre la stessa che quattro chilometri più a monte qualcuno voleva stoccare in un enorme invaso, dando un interpretazione ad usum dei cavatori delle indicazioni legislative sul deflusso minimo vitale del fiume. Non c’è da concludere, dunque, che tutto il valorizzabile sia già valorizzato – e che quindi la sola possibilità di fare profitto sia nel prelevare valore dalla ricchezza detenuta da soggetti meno protetti?
Non diverso ciò che sta accadendo nel commercio al dettaglio, ma mi fermo qui.
A questo punto credo sia chiaro il nesso con l’episodio di Star Trek e la mitografia del capitano Picard. E’della sua prontezza che abbiamo bisogno, dell’universalità (stricto sensu!) dei suoi riferimenti culturali che necessitiamo per decifrare il mito di crescita in cui stiamo vivendo e (ri)scrivere la storia di quell’attività umana, Economia, che ha saputo porsi al centro delle nostre esistenze e ora per eccesso di densità sta implondendo; la storia del buco nero che ci trascina nel suo gorgo gravitazionale dopo essere stato la stella polare della nostra civiltà. Dobbiamo esserne capaci – collettivamente, diffusamente – perché abbiamo bisogno di emancipare la narrazione della nostra sciagura planetaria dall’épistémè economicistica che l’ha determinata.
Oppure aspettiamo i Tamariani e il finale conforto delle loro armi puntate alla nostra tempia - di noi che non sapremo spiegargli il perché e nemmeno il come, e blatereremo cifre che non rimandano più a nulla - se non al nostro (t)errore.
Wolf Bukowski
(walden.splinder.com)
Decrescita Economica Oggi: INVITO alla 2a Conferenza Internazionale. Barcelona 26-28 marzo 2010 [BLOG DELLA DECRESCITA]
Invito alla Seconda Conferenza Internazionale sulla Decrescita
che si terra` a Barcelona (Spagna) dal 25 al 28 marzo 2010
Invitiamo a:
- partecipare come singoli o organizzazioni;
- presentare articoli (professori, ricercatori, studenti, intellettuali, ecc…);
- proporre o commentare i laboratori partecipativi su “politiche ed azioni” e “priorita` di ricerca” (vedi lista nell’invito alla conferenza);
- proporre esperti o organizzazioni (associazioni, collettivi, ong, ecc…) da invitare alla conferenza ed in particolari ai vari laboratori partecipativi.
La volonta` e quella di creare un momento di riflessione collettiva per declinare la decrescita (sia su “politiche ed azioni” che “priorita` di ricerca”),
fare il punto della situazione, considerando il contesto di crisi multidimensionale, e rilanciare il futuro.
Ci proponiamo di considerare e far incontrare le diverse riflessioni ed esperienze sorte a livello internazionale sulla decrescita in questi anni.
Il formato innovativo della conferenza (con conferenze, posters e laboratori partecipativi) punta a far incontrare teoria e pratica, accademia e movimenti sociali.
Chiedo a tutti, per favore, di far arrivare questo messaggio a tutte le persone che considerate possano essere interessate (mailing lists, singoli, organizzazioni, ecc…).
Grazie per l’attenzione.
Saludos,
Federico (referente per l’Italia)
federicodemaria (at) hotmail.com
www.degrowth.net
NB
- La Conferenza sara` in inglese. Sono previste traduzioni in spagnolo e francese per le plenarie. In italiano si faranno se sara` alto il numero di partecipanti dall’Italia.
- Se qualcuno fosse interessato ad aiutare l’organizzazione (per esempio con la traduzione dei testi) e` pregato di contattarmi.
PotenzAttiva [Decrescita.it :: Indice]
Categoria: Economia
Titolo: PotenzAttiva
Sommario: Incontro al Museo provinciale di Archeologia, 28 settembre 2009 a conclusione della scuola della decrescita a Nuova Siri
Comunicazione di Paolo Cacciari
L’isola che non c’e` [BLOG DELLA DECRESCITA]
Ditzosa sa plata, si riscattat s’oru
Se Utopia e` dal 1516 un`isola, vi e` in ogni isola (soprattutto per il continentale che vi giunge) un tratto utopico. O edenico, come nella famosa, stracitata e credo anche scolpita nel marmo (del palazzo regionale), affermazione di Fabrizio De Andre`: la vita in Sardegna e` forse la migliore che un uomo possa augurarsi: ventiquattro mila chilometri di foreste, di campagne, di coste immerse in un mare miracoloso dovrebbero coincidere con quello che io consiglierei al buon Dio di regalarci come Paradiso.
Oggi neppure un atollo del pacifico puo` illudersi di restare ai margini dei processi di espansione aggressiva della nostra specie e delle sue protesi tecnologiche, figurarsi un`isola europea di un milione e seicentomila abitanti - che peraltro, cambiando opera e cantautore, mi sembra assomigliare piu` all`isola-che-non-c`e`, luogo (anche) di pirati e conflitti, a cui si va ma da cui anche si torna (per i turisti) o, piu` o meno a malincuore, si fugge (sos disterraus, gli emigranti).
Eppure per chi come me vi approda partendo dall`ipersviluppata Padania la sensazione che laggiu` la crescita debba ancora fare buona parte del suo lavoro, e che si accinga a portarlo avanti trovandosi nella sua fase piu` evidentemente e apertamente predatoria, e` vivida; come e` scottante la constatazione che gli anticorpi alla voracita` del tardo neoliberismo, almeno quelli sviluppatesi nell`alveo delle istituzioni e della politica ufficiale (leggi: Soru), sono stati spazzati via dal fuoco amico (la sinistra immobiliare, oggi quasi compattamente bersaniana) o dalla propaganda degli attrezzatissimi e ricchissimi avversari (la destra in Sardegna e` compiutamente una destra a uso e consumo di billioners).
Che lo sviluppo oggi di fatto possibile non sia semplicemente uno dei tanti uccelli di rapina che osservano l`isola posati su un palo dell`elettricita`, ma sia un fenomeno in cui gli effetti collaterali sono talmente violenti da eclissare ogni contropartita positiva, puo` essere esemplificato dalla parabola delle fonti energetiche isolane: se negli anni trenta il regime in cambio di lavoro spaventosamente duro e silicosi offri` reddito stabile e case di ottimo standard (parlo delle miniere del Sulcis), oggi in contropartita all`istallazione di centrali nucleari nel fantasticamente non sismico territorio isolano al massimo offrira` un patetico sconto sulla bolletta elettrica. Il fatto che la salvaguardia dell`isola da un rischio di contaminazione assoluto e catastrofico sia appesa a una promessa fatta da Cappellacci al Partito Sardo d`Azione dimostra da un lato che i piccoli partiti servono alla democrazia e ai cittadini (alla faccia di Mariotto Segni ed epigoni), dall`altro che le nostre architetture democratiche ci proteggono si` dal totalitarismo politico, ma sono sempre a rischio di impotenza di fronte alla forza della tecnocrazia (che e`, neanche tanto in fondo, il vero valore condiviso bipartisanamente. Per inciso, su nuovi tossici incontri tra carbone e nucleare si legga qui della tentazione di buttare scorie radioattive in miniere dismesse a Carbonia).
Ne` e` difficile rintracciare antecedenti storici alla situazione attuale: come e` possibile e amaramente piacevole leggere in Su connottu (il conosciuto, il consueto - anche nel senso giuridicamente rilevante) di Romano Ruju, piece teatrale che ricostruisce le vicende di una privatizzazione di terre pubbliche a Nuoro nel 1868 (con le ferite della legge delle chiudende del 1820 ancora aperte), ogni privazione e ogni peggioramento reale e immediatamente tangibile delle condizioni di vita delle persone comuni viene proposto e presentato come moderno e foriero di una ricchezza quasi imbarazzante domani, una volta che la mano invisibile avra` fatto le sue prestidigitazioni. Craxi, quando prometteva che abolendo la scala mobile gli stipendi sarebbero saliti, non ha inventato nulla di nuovo rispetto a quanto sostenuto da funzionari piemontesi e agrari.
E` peraltro in quelle vicende, e non in un ipotetico e astorico carattere barbaricino, che si pongono le origini del banditismo - noi questo lo sappiamo bene, anche grazie al lavoro di Giuseppe Fiori che, pur formatosi in un clima sviluppista e industrialista, non ne era accecato (come in fondo non ne era il suo biografato Enrico Berlinger, altro sardo) - ma, ancora una volta non sappiamo non possiamo e (esclusi i presenti) non vogliamo contribuire a far si` che il presente si dipani non gia` addirittura nel segno di un principio di precauzione nei confronti del futuro, ma nemmeno in quello di un apprendimento dal passato. In effetti ha ragione Montale quando scrive: la storia non e` magistra / di niente che ci riguardi, anche se novecentescamente sbaglia illudendosi che la storia non [sia] poi la devastante ruspa che si dice; piu` appropriatamente Sakaki Nanao, recentemente scomparso, riscrive antichi versi cinesi, che di fronte al permanere degli elementi naturali piangevano la fine dello Stato, ribaltandoli di segno e sottolineando come le Istituzioni siano ben salde, mentre la devastazione investe boschi e foreste, luoghi di vita e topoi letterari del poeta giapponese (altre isole, dunque).
L`immaginario sviluppista (o piu` propriamente l`illusione che possa esistere uno sviluppo equo e sostenibile), alimentato dal carburante della disoccupazione, investe potentemente buona parte della produzione culturale dell`isola e dei sardi della diaspora, anche quella di ottima qualita`. E` reperibile nelle belle canzoni rap-old-school dei Balentia, nelle centinaia di siti e blogs della Sardegna virtuale siano essi in lingua o in italiano, oltre che - ovviamente - nel discorso pubblico mainstream. Possiamo riconoscere gli esiti di un venefico cocktail tra mito del progresso e colonialismo piemontese poi italiano nell`adesione convinta (o inconsapevole) di una probabile maggioranza alle politiche mirate all`eradicamento della lingua nazionale, giunte all`apice nel corso degli ultimi decenni (con meno oppressione di prima, ma assai piu` persuasione). In questo campo si vede peraltro all`opera, in modo paradigmatico, una delle costanti della semantica sviluppista, ovvero il cambiamento di segno tra (avere di) piu` e (avere di) meno: da un bilinguismo perfetto di anziani e adulti si sta passando in gran parte dell`isola a un monolinguismo italiano per giovani e giovanissimi, e quella che e` da ogni punto di vista una perdita secca viene vissuta invece come un arricchimento.
Come il sud italiano continentale, e ancor di piu` visto che per portare rifiuti tossici in Sardegna non bastano i camion e quindi non si possono replicare le operazioni di smaltimento che hanno visto la Campania come teatro (e i campani come vittime, accusati in sovrappiu` di essere causa), la Sardegna di fronte al collasso dell`industria, al tracollo dell`impalcatura finanziaria e alla imminente fine di ogni residua illusione riguardo al mattone potrebbe avere molte piu` carte da giocare di quelle che crede. Gli andamenti altalenanti dei prezzi dei prodotti agricoli non dovrebbero mai farci perdere di vista l`importanza strategica che il settore primario giochera` nei prossimi anni. La contrazione generalizzata dei redditi, sia quella dovuta alla fine (storica e ineluttabile) del lavoro operaio in occidente che quella che colpira` progressivamente e inesorabilmente chi andra` in pensione da qui all`eternita` - obliterando l`unico welfare italiano davvero funzionante: i prestiti e regali in denaro dei genitori a reddito garantito a favore di figli precari e/o sottopagati - rendera` l`economia spesso informale che ruota attorno alla piccola produzione agricola un modesto ma utilissimo salvagente. La bassa densita` di popolazione e` un altro elemento che mette l`isola in una situazione di indubbio vantaggio rispetto all`Italia peninsulare.
Se la crisi sara` strisciante ma non troppo travolgente il turismo, un turismo non invasivo e popolare (piu` campeggi e meno villaggi vacanze e villette, per intenderci), potrebbe vivere una nuova primavera in seguito al fallimento ampiamente prevedibile delle compagnie aeree low cost, e un traghetto per la Sardegna potrebbe finalmente tornare a costare meno di un volo in localita` esotiche - con vantaggio per tutti.
Ancora, un settore in cui l`eccellenza sarebbe semplicemente il minimo necessario per l`isola e` quello della riduzione della quantita` dei rifiuti, e l`inserimento di elementi virtuosi nel loro ciclo. L`organizzazione e la cura della resa dei vuoti, facilitata dalle distanze ridotte, darebbe assai piu` posti di lavoro di tutti gli inceneritori immaginabili; cosi` come una politica di riciclaggio piu` seria di quella odierna - che mi pare assolutamente di facciata; idem per il recupero del patrimonio edilizio dismesso, che raggiunge proporzioni incredibili e sarebbe stato messo in moto dal permanere degli indirizzi urbanistici di Soru, e che darebbe assai piu` lavoro della costruzione del nuovo - per non parlare di una diffusione capillare del solare termico che offrirebbe un bilancio occupazionale ed energetico assolutamente incomparabile con quello della residua e scadente (in termini di qualita` del carbone) attivita` estrattiva.
Sempre riguardo alla produzione e al consumo energetico, sono i fatti (come questo allucinante progetto di parco eolico off shore di fronte a Is Arenas nel Sinis) che si incaricano di smentire ogni illusione in merito alla bonta` di una crescita nel segno delle energie cosiddette alternative, almeno nella misura in cui restano aggiuntive e non sostitutive di quelle non rinnovabili - e in cui vengono affidate a iniziative private e non a una programmazione condivisa (e rispetto a questi fenomeni l`ecologismo tradizionale si muove in modo faticoso quando non e` sostenuto dalla consapevolezza della necessita` di un ridimensionamento delle componenti patologiche/patogene del PIL).
Le filiere corte e la produzione locale, in agricoltura e nella ristorazione innanzitutto, dovrebbero e potrebbero essere la norma in un luogo circondato dal mare - mentre oggi nei supermercati i prodotti continentali veicolati dalla pubblicita` televisiva fanno la parte del leone. Se qualcuno ne ha voglia si potrebbe calcolare il ritorno occupazionale di una rilocalizzazione spinta dell`industria alimentare, che peraltro quest`anno ha visto la distruzione di una gran parte dei raccolti di pomodori sardi a causa di un parassita. Il fatto che questa devastante farfallina sia giunta attraverso le importazioni di verdura dalla Spagna dovrebbe allarmarci ancor di piu`, se avessimo gli occhi per vedere. Ma chiudo qui.
Mi sembra che gia` in queste note ci siano tanti elementi che dimostrano come esistano (e siano necessarie) alternative alla crescita - e che queste non implichino affatto un ritorno alla dura e breve vita nelle pinnettas attorno al nuraghe.
Fortunato l`argento, se riscatta l`oro. Sempre poi che fosse oro la promessa di uno sviluppo tossico e di un glamour novecentesco avanzato nei magazzini del neo-liberismo, e che oggi c`e` una gran fretta di svendere.
Wolf Bukowski
Newsletter del 21/07/2009 [Decrescita.it :: Indice]
Categoria: Associazione
Titolo: Newsletter del 21/07/2009
Sommario:
Newsletter del 09/06/2009 [Decrescita.it :: Indice]
Categoria: Associazione
Titolo: Newsletter del 09/06/2009
Sommario: NEWSLETTER DELL'ASSOCIAZIONE PER LA DECRESCITA
RETE PER LA DECRESCITA SERENA, PACIFICA E SOLIDALE
rigenerazioni - Proposta per un soggetto politico non elettorale [Decrescita.it :: Indice]
Categoria: Politica
Titolo: rigenerazioni - Proposta per un soggetto politico non elettorale
Sommario: Questo documento costituisce la rielaborazione di una proposta già presentata il 31 maggio 2009 al seminario "La crisi globale e la risposta della decrescita. Come e cosa possiamo fare da subito per affrontare la transizione"; organizzato a Firenze presso Terra Futura dalla Rete per la Decrescita e dalle riviste Altreconomia, Carta, Valori insieme alla Fondazione Banca Etica.
LA CRISI GLOBALE E LA RISPOSTA DELLA DECRESCITA [BLOG DELLA DECRESCITA]
LA CRISI GLOBALE E LA RISPOSTA DELLA DECRESCITA
Giornata di riflessione/laboratorio tra piu’ attori politico-sociali
31 maggio 2009 - Firenze Fortezza da Basso - presso Terra Futura
Documento di sintesi/verbale dei lavori della giornata
La giornata e’ stata introdotta da due relazioni:
- di Mauro Bonaiuti, sulle connessioni tra le diverse dimensioni della crisi (economica, sociale, ecologica).
- di Marco Deriu, sul nesso tra le forme ed i contenuti della politica, che in particolare ha presentato una proposta specifica volta a dare vita ad un nuovo soggetto politico a livello nazionale.
Nella giornata si sono svolte anche le relazioni di
- Gianni Tamino
- Ugo Bardi
- Edoardo Salzano
- Andrea Masullo
L’incontro si e’ concluso con una tavola rotonda condotta da Andrea di Stefano (Valori), Pietro Raitano (Altreconomia), Gigi Sullo (Carta).
La discussione si e’ sviluppata lungo due binari: l’approfondimento di problematiche connesse alla crisi economica ed alle sue origini e l’esplorazione a piu’ voci sul cosa fare, qui ed ora, per individuare strategie ed azioni concrete di medio e lungo termine, per accompagnare/favorire un processo di transizione verso la societa’ equa e sostenibile ipotizzata dalle politiche della decrescita
Il documento che segue corrisponde ad una estrema sintesi delle problematiche affrontate, riorganizzate per grandi aree a partire dalle due relazioni introduttive, arricchite dai principali contributi emersi dalle altre relazioni e dal dibattito, come indicato di seguito :
1. CRISI MULTIDIMENSIONALE E PROCESSI DI LUNGO PERIODO
a. Crescita economica e crisi ambientale
b. Crescita ed ingiustizia sociale
c. Dissoluzione dei legami sociali e frammentazione dell’immaginario collettivo
d. La colonizzazione mediatica
2. LA CRISI ATTUALE E L’IPOTESI DEL COLLASSO
a. La crisi economica in atto e i rimedi tradizionali
b. La teoria del collasso
3. COSA FARE QUI ED ORA PER AVVIARE IL PROCESSO DI TRANSIZIONE
a. Inadeguatezza delle forze politiche e nuovi conflitti sociali non ancora rappresentati
b. Crisi ciclica o crisi di sistema?
c. Quale decrescita?
d. Citta’ e territorio: beni comuni
e. Verso un nuovo progetto di societa’ a partire dalla riconversione energetica
4. PERCHE’ DOTARSI DI UN NUOVO SOGGETTO POLITICO
a. Accelerare il processo di transizione verso una societa’ equa e sostenibile
b. Quale soggetto politico
c. Una nuova immagine/identita’ verso un immaginario collettivo condivisibile
d. Perplessita’ emerse
5. PROPOSTE OPERATIVE A TEMPI BREVI
1. CRISI MULTIDIMENSIONALE E PROCESSI DI LUNGO PERIODO
Per quanto gli economisti e gli esperti delle istituzioni internazionali non abbiano saputo dire nulla sull’avvento della crisi in atto, la loro ricetta per uscirne e’ unanime: ritornare alla crescita economica. E’ questa la risposta adeguata? Per comprendere la crisi attuale occorre tentare di inserirla nel contesto di alcuni processi fondamentali di tempo lungo che comprendono almeno quattro dimensioni: economica, ecologica, sociale e culturale (o immaginaria).
Emerge con chiarezza che e’ proprio la crescita economica all’origine dei processi degenerativi individuati a questi diversi livelli. Quella crescita economica avutasi a partire dal processo di industrializzazione (1820) caratterizzata da una velocita’ di espansione ignota ai periodi precedenti e che ha portato ad una progressiva diffusione del mercato come modello dominante di scambio sociale.
Crescita economica e crisi ambientale
La crescita economica e’ alla radice della crisi ambientale. Le attivita’ umane stanno cambiando l’ambiente del nostro pianeta in modo profondo e in alcuni casi irreversibile. In soli due secoli l’uomo ha radicalmente modificato il flusso di energia sul pianeta, bruciando combustibili fossili accumulati nel corso di molti milioni di anni e accumulando quantita’ crescenti di rifiuti e di inquinanti incompatibili con i cicli biogeochimici. Stime attendibili dicono che con un limitato aumento dei consumi del 2% annuo, tutte le risorse energetiche gia’ accertate si esaurirebbero nel 2050. Abbiamo ormai raggiunto il picco nella produzione di petrolio (vedi dati Aspo) inoltre, con la riduzione della disponibilita’ delle materie prime fondamentali, i prezzi aumenteranno, mettendo in discussione le stesse capacita’ accumulative del sistema.
Crescita ed ingiustizia sociale
Il processo di crescita/accumulazione/innovazione segue una logica auto-accrescitiva che aumenta il livello della produttivita’ e premia operatori e contesti socioeconomici piu’ efficienti e competitivi, concentrando una ricchezza straordinaria nelle parti piu’ sviluppate del mondo. I dati in nostro possesso confermano che e’ questo modello di sviluppo accelerato e a macchia di leopardo, che destina il pianeta ad una polarizzazione crescente tra paesi ed aree sempre piu’ ricche (quelle ad alto sviluppo economico) e paesi ed aree sempre piu’ povere (quelle a basso sviluppo).
La polarizzazione dei redditi (1% piu’ ricco possiede piu’ del 57% piu’ povero), fonte di ingiustizia globale, genera - sopratutto nel Sud del mondo - conflitti che si vanno a sommare a quelli legati allo sfruttamento delle risorse. Nel Nord del pianeta tuttavia, nonostante la forte crisi economica, paragonabile a quella degli anni Trenta, la reazione della societa’ appare per il momento molto al di sotto di quella che ci si potrebbe aspettare, quantomeno sulla base di una lettura di tipo marxista. Una prima motivazione la possiamo trovare nel fatto che nel nord ricco il calo dei redditi e’ in parte compensato dai risparmi accumulati, che fungono da ammortizzatore sociale. Tuttavia per capire la scarsa reattivita’ sociale dobbiamo volgere la nostra attenzione sopratutto alle trasformazioni della societa’ e dell’immaginario collettivo.
La dissoluzione dei legami sociali e la frammentazione dell’immaginario collettivo
La modernita’ ha comportato l’estensione della logica di mercato, centrata su relazioni di tipo impersonale e mercificato. Questo ha comportato l’avvio di un processo di progressiva dissoluzione dei legami sociali (ben argomentato dalla linea di ricerca Mauss, Malinowski, Polanyi) che si esprime oggi sotto forma di liquidita’ sociale (Bauman).
Con l’avvento della societa’ post-moderna e la fine delle “grandi narrazioni” si assiste inoltre ad un processo di progressiva frammentazione dell’immaginario collettivo, sostenuto - oltre che dalla dissoluzione dei legami sociali - da altri processi:
- il passaggio ad un sistema di produzione post-fordista (D. Harvey); in particolare la scomparsa della fabbrica (come luogo di produzione/relazione) la progressiva finanziarizzazione dell’economia , la flessibilita’ del mercato del lavoro, il precariato, ecc.
- il moltiplicarsi del numero e della varieta’ degli oggetti che ci circondano che consente la moltiplicazione all’infinito dei possibili universi di senso, incomunicanti e frammentati, sottraendo tempo/attenzione/intelligenza/risorse alle relazioni interpersonali necessarie alla costruzione di rappresentazioni condivise.
La graduale perdita di un orizzonte di senso condiviso - ad oggi - risulta l’ostacolo piu’ evidente al coagularsi di un progetto alternativo al sistema dominante.
La colonizzazione mediatica
Da questo possiamo forse concludere che non esiste un immaginario dominante? La risposta e’ senz’altro negativa. Nel contesto della societa’ liquida pochi attori economici si sono impossessati del controllo del sistema mediatico, sfruttandone la sua potente capacita’ di colonizzazione, creando cosi’ un immaginario collettivo funzionale alla accumulazione capitalistica: l’immaginario consumista, unico collante condiviso, di fronte ad una miriade di stimoli/occasioni/miraggi/ricatti, offerti dal sistema dominante.
2. LA CRISI ATTUALE E L’IPOTESI DEL COLLASSO
La crisi economica in atto e i rimedi tradizionali
Quanto detto ci aiuta a comprendere la crisi attuale? La crisi ecologica, in particolare l’aumento della domanda di energia, ha portato il prezzo del barile a superare i 140 $ nel Luglio 2008. L’elevato prezzo del petrolio avrebbe, secondo alcune attendibili analisi, innescato la riduzione delle aspettative di profitto nel mercato americano, facendo esplodere la bolla speculativa. La crisi finanziaria si e’ presto tramutata nella crisi economica (reale) che abbiamo sotto gli occhi (disoccupazione, riduzione dei redditi, ecc.).
Come la societa’ ha reagito alla crisi? Le reazioni alla crisi si rivelano in genere simili a quelle che si ebbero alla fine del XIX secolo al termine del primo grande processo di globalizzazione descritto da Polanyi (tensioni protezionistiche, difesa delle banche e dei grandi gruppi e soprattutto intervento protettivo dello Stato nazione), anche in questo caso, in modo largamente indipendentemente dalle ideologie di riferimento dei singoli governi.
La capacita’ di risposta autonoma della societa’ appare oggi ulteriormente indebolita dai processi di dissoluzione dei legami sociali e di frammentazione dell’immaginario collettivo. Si comprendono in questa prospettiva le spinte a demandare l’intervento unicamente all’autorita’ degli Stati e delle Banche Centrali e, nel contesto italiano, la crescente legittimazione che incontrano prassi di governo di tipo carismatico e autoritario. Ma e’ possibile una lettura in qualche modo unitaria delle varie dimensioni della crisi?
La teoria del collasso
Interessante, in questa chiave, la teoria del collasso delle societa’ complesse di J. Tainter. Nata dall’osservazione del declino delle piu’ importanti civilta’ della storia (Impero romano, civilta’ Maja, isola di Pasqua ed altre) sostiene che quando le strutture economico sociali superano una certa soglia di complessita’, i benefici della complessita’ iniziano a decrescere rapidamente e vengono ben presto ad essere superati dai costi, portando la societa’ stessa al collasso.
Tale ipotesi sembra confermata in particolare in un contesto caratterizzato da risorse limitate. Il sistema cerca di rimanere per quanto possibile in omeostasi, senza cambiare. Il sistema politico in particolare, cerca di bloccare le trasformazioni per mantenere gli equilibri attuali, ma anche l’omeostasi ha dei limiti fisici precisi, superati i quali il sistema crolla (U. Bardi). Alla luce dei trend descritti il collasso sembra lo scenario piu’ probabile, , anche se non disponiamo di evidenze empiriche sufficienti a trarre conclusioni, anche per la mancanza di ricerche in merito.
Tuttavia e’ possibile concludere che le risposte tradizionali basate sul rilancio della crescita - in particolare attraverso l’intervento della Stato, puo’ costituire nella migliore delle ipotesi (il keynesismo verde della obamaeconomics), una risposta di emergenza. Nel tempo lungo ogni modello basato sul rilancio della crescita non puo’ che condurre ad aggravare ulteriormente le cause profonde della crisi.
3. COSA FARE “QUI E ORA” PER AVVIARE Il PROCESSO DI TRANSIZIONE
Inadeguatezza delle forze politiche e nuovi conflitti sociali non ancora rappresentati
Viene presentata una chiave di lettura sul perche’ le attuali formazioni politiche non siano in grado di rappresentare le problematiche attuali. Le strutture dei partiti si sono storicamente formate intorno a conflitti centrati su quattro tipi di opposizione: centro/periferia; stato/chiesa; citta’/campagna; capitale/lavoro. Queste dinamiche sociali non spiegano i conflitti attuali, centrati invece su di una nuova frattura, legata alla globalizzazione, alle forme dei mercati ed alla molteplicita’ delle realta’ culturali e territoriali: movimenti migratori, societa’ interculturale, differenze culturali, non rientrano infatti nelle proposte dei partiti, ne’ nelle azioni dei governi. Un dato di rilievo che allontana la presa di coscienza dei fenomeni in corso, e’ che la nuova frattura taglia trasversalmente tutte le strutture economico/sociali e le stesse forze politiche, che sono quindi in difficolta’ a leggere ed interpretare queste nuove realta’, da cui loro stesse sono attraversate.
Crisi ciclica o crisi di sistema?
Resta aperta la domanda se il sistema capitalistico sia o no in grado di rilanciare una ripresa dell’economia a tempi lunghi, oppure ci troviamo di fronte ad un primo segnale di crisi di sistema. E’ probabile che la ripresa nel lungo periodo (prossimi 20-30 anni) non sia possibile, proprio per il sensibile aumento dei costi necessari per alimentare il processo di produzione (essenzialmente: costo del lavoro, delle materie prime/energia e dell’apparato statal-militare e dunque delle tasse) determinando cosi’ la fine del modo di produzione capitalistico (Wallerstein).
Quale decrescita?
Per chi segue queste tematiche e’ ormai chiaro che parlare di decrescita non significa ipotizzare una riduzione dell’occupazione o tantomeno del benessere, quanto piuttosto pensare ad un nuovo progetto di societa’, ad un nuovo immaginario, cimentandosi al tempo stesso con nuovi modi del vivere e del lavorare, dotandosi di uno sguardo di insieme che riparta dal bene comune. In altre parole, cio’ che caratterizza il progetto di societa’ della decrescita e’ il desiderio di costruire un nuovo orizzonte di senso condiviso attorno alle parole chiave della sostenibilita’, dell’equita’, e dell’autonomia.
Citta’ e territorio: beni comuni
Si rileva che sia stato un errore grave avere dimenticato che il conflitto tra interesse comune ed interessi meramente economici sia fondamentale. In questo quadro sia il territorio che la pianificazione territoriale sono beni comuni; quest’ultima come strumento per immaginare/orientare/qualificare/accogliere lo sviluppo della societa’, attraverso un lavoro di coordinamento complessivo tra le varie esigenze sociali. Cosi’ l’organizzazione della citta’ e del territorio, rientrano tra i beni comuni, in quanto condizionano pesantemente costi, tempi e relazioni, della vita quotidiana.
Verso un nuovo progetto di societa’ a partire dalla riconversione energetica
Esistono gia’ dei mattoni comuni di analisi condivisa e sono gia’ state sperimentate una grande quantita’ di singole azioni, buone pratiche e progetti, che non sono piu’ solo di “nicchia” (anche se politica continua ad ignorarle). Il problema e’ come valorizzarle e come riuscire a farle circolare, mettendole in rete. Forse oggi e’ realistico pensare di fare un lavoro di riconversione energetica consapevole, coinvolgendo le realta’ locali, per costruire concretamente sul territorio proposte alternative, centrate su problemi di interesse generale. Un lavoro che permetta di tenere insieme le molte esperienze positive autoreferenziali emerse e coinvolgere l’azione di quei potenziali milioni di persone che svolgono il ruolo di gruppo dirigente del nostro paese e di quelle centinaia di migliaia di piccoli investitori che operano sul territorio.
Alcune indicazioni emerse dal dibattito, per evitare il collasso:
- Ridurre il consumo di materia, riciclandola, ed utilizzare come fonte di energia il Sole o comunque fonti di energia rinnovabili derivate dal Sole: acqua, vento, ecc.; utilizzare processi produttivi ciclici, senza produzione di rifiuti; evitare le combustioni (G. Tamino). Una ampia dematerializzazione dell’economia sembra tecnologicamente alla portata dell’umanita’ moderna, ma le comunita’ non dispongono di alcun controllo sulla tecnologia.
- Indicare un processo complessivo di trasformazione (a partire dalla valutazione dell’insieme delle risorse presenti nel pianeta in rapporto al consumo attuale) che precisi un tetto complessivo sostenibile, a livello mondiale e regionale, ed un una quota personale di riferimento; in questo modo si riuscirebbe anche a recuperare una visione politica in cui l’individuo faccia parte del collettivo.
- Passare da una pianificazione grigia (generalizzata) ad una pianificazione a mosaico regionale, riconoscendo le esigenze della comunita’, ma rapportandole alle risorse reali, trovando le soluzioni piu’ adatte a raccordare comunita’/territorio/risorse/cultura.
- Affrontare il problema dell’alimentazione. Nel mondo c’e’ mezzo milione di persone che mangiano in eccesso, con punte di obesita’ abbastanza diffuse, e un miliardo di altre persone che non si nutrono a sufficienza, tanto da morirne in anticipo. Se non si fa qualcosa, avremo delle carestie spaventose. Da compiere -a livello planetario- un lavoro conoscitivo di approfondimento/ valorizzazione delle risorse alimentari territoriali, tanto da favorire in ogni regione l’autosufficienza alimentare, nell’intenzione di liberare le differenti realta’ socio/economiche dai ricatti delle multinazionali.
- Non dimenticare che la vera causa della fame e’ la poverta’, la produzione globale di cibo sarebbe oggi sufficiente per oltre i sei miliardi di abitanti della Terra, ma il cibo e’ distribuito in modo non equo. La sicurezza alimentare non si puo’ raggiungere se poche multinazionali hanno il controllo mondiale del settore agroalimentare.
- L’aggressivita’ commerciale di queste aziende, prima concentrata sul controllo delle sostanze chimiche impiegate in agricoltura, e’ ora rivolta al controllo delle risorse genetiche e delle sementi, grazie anche ai prodotti transgenici e ai brevetti biotecnologici, per controllare buona parte della produzione mondiale, riducendo quella biodiversita’ agricola che garantiva il cibo ai paesi in via di sviluppo.
4. PERCHE’ DOTARSI DI UN NUOVO SOGGETTO POLITICO
La pericolosita’ del momento e’ grande. E’ necessario tenere sotto controllo i tempi della azione politica, perche’ la crisi ecologica e climatica non ci danno molto tempo (si pensi al riscaldamento globale, all’esaurimento delle risorse, alla perdita di biodiversita’ ecc.) e le scelte che compiamo oggi avranno profonde ricadute per tempi assai lunghi.
Accelerare il processo di transizione verso una societa’ equa e sostenibile
Per uscire dalla crisi e’ necessario dar vita a nuove forme sociali e reinventare lo spazio pubblico e le istituzioni politiche che lo regolano. Non si tratta semplicemente di imporre nuovi temi e istanze alle forze politiche attuali e nemmeno di aggiungere una nuova forza politica allo spazio politico esistente. Come e’ stato notato da Stein Rokkan, l’attuale sistema politico in Europa come in Italia si e’ strutturato storicamente attorno a cleavages (o fratture politiche) determinate, sorte prima dai processi di unificazione nazionale (il conflitto centro/periferia e quello stato/chiesa) e di industrializzazione (il conflitto citta’/campagna e quello imprenditori/classe operaia). Oggi queste rigide opposizioni sono inadatte a dar conto del mutamento sociale, mentre i nuovi conflitti emersi nella seconda modernita’, con i processi di globalizzazione e con la crisi ecologica (il conflitto tra globale e locale, tra flussi e luoghi, tra crescita e sostenibilita’ solo per citarne alcuni) non trovano adeguata rappresentazione nello spazio politico attuale.
Si tratta dunque di articolare uno sguardo che ci aiuti a intravvedere una nuova configurazione dello spazio politico, mirando ad una riconfigurazione della struttura complessiva del sistema. Si tratta dunque di sollecitare un processo di transizione, con azioni volte a:
- Costruire uno nuovo spazio pubblico socio-ambientale capace di porre il tema dell’equita’ e della sostenibilita’ in una prospettiva piu’ ampia.
- Promuovere un’idea di cittadinanza piu’ ampia e inclusiva.
- Promuovere un cambiamento istituzionale che promuova forme costituzionali, giuridiche e forme di partecipazione piu’ adeguate alle sfide che ci attendono.
- Sperimentare nuovi spazi e strumenti partecipativi che promuovano forme di autorganizzazione locale.
Quale soggetto politico
L’idea e’ di dar vita ad un nuovo soggetto politico che si dia un terreno di azione sia locale che nazionale ma che non sia un partito elettorale. Uno spazio pubblico che favorisca la partecipazione e la condivisione fra quanti siano interessati al processo di transizione del sistema attuale verso una societa’ equa e sostenibile. Una nuova sede politica, organizzata a livello nazionale, che:
- non si ponga l’obiettivo di partecipare alla competizione istituzionale, ovvero non miri all’occupazione dei posti di potere quanto ad forme di azione politica autorganizzata e senza mediazioni, pur mirando ad influenzare le istituzioni politiche esistenti su singoli aspetti o decisioni.
- sia di tipo trasversale, che cioe’ coinvolga competenze e provenienze sociali e politiche differenziate, purche’ alternative al sistema;
- costituisca uno spazio di relazione mirata che si attivi in particolare la’ dove si trovino condizioni locali gia’ mature, e sia in grado di convogliare le necessarie competenze ove necessario, per sostenere uno sforzo di connessione/progettazione, funzionale alla nascita di una rete ampia di punti di eccellenza politico-sociale attraverso campagne tematiche specifiche che diffondano le buone pratiche raggiunte;
- si conquisti il proprio alone di visibilita’ sul campo, attraverso azioni e relazioni interpersonali e collettive mirate, per innescare un processo di radicamento sociale e territoriale;
- sia in grado di dare un contributo significativo alla narrazione della nuova societa’ equa e solidale, essenziale per la ricostruzione di un immaginario collettivo condivisibile.
- privilegiare forme di iniziativa pubblica che assumano come necessario il bisogno di produrre forme nuove dotate di una loro eccentricita’, capaci cioe’ di dare delle risposte sufficienti ai bisogni del contesto, ma anche in grado di produrre un cambiamento sistemico;
Una nuova immagine/identita’ verso un immaginario collettivo condivisibile
Nel dibattito e’ emersa la consapevolezza che per la ricostruzione di un immaginario collettivo non puo’ bastare il consumo critico, ne’ il prodotto biologco, ne’ le buone pratiche individuali; per accompagnare la transizione e’ necessaria una descrizione del mondo in cui viviamo che parli di questa crisi sistemica; una narrazione in grado di raccontare un altro modo di fare economia, di immaginare una societa’ desiderabile; che descriva e distingua l’economia proposta dalla politica della decrescita dall’economia “canaglia” attuale. Un possibile soggetto politico dovrebbe dunque mirare a mostrare che e’ possibile un altro tipo di economia; che si possono contenere gli sprechi, utilizzando meglio le strutture esistenti; che si possa riscoprire l’autoproduzione, la solidarieta’ collettiva, la regolamentazione del mercato e anche la ribellione contro leggi che consideriamo ingiuste. Che permetta dunque al contempo di riappropriarsi della politica, dei propri diritti e promuovere un senso piu’ consapevole dell’abitare su un unico e fragile pianeta.
Perplessita’ emerse
Le uniche perplessita’ presenti sulla proposta fatta, non sono tanto connesse alla necessita’ di un nuovo soggetto politico (necessita’ ormai ampiamente riconosciuta) quanto alle difficolta’ incontrate nelle esperienze degli ultimi decenni quando si sia tentato di mettere insieme soggetti diversi con l’obiettivo di federali intorno ad un unico progetto politico, tanto piu’ se si sceglie di muoversi al di fuori della forma partito (come nel caso dell’esperienza zapatista).
5. PROPOSTE OPERATIVE A TEMPI BREVI
Al termine della giornata (peraltro rivelatasi molto utile per costruire relazioni e verificare la concreta possibilita’ di acquisire ulteriori energie da coinvolgere nel progetto) sono stati indicati alcuni appuntamenti/percorsi:
- relativamente alla costruzione del nuovo progetto politico si considera opportuno la produzione di un testo scritto (su cui avviare un dibattito dapprima interno ai partecipanti) che affronti anche gli aspetti organizzativi e che parli dei grandi temi su cui lavorare;
- si propone - intanto - di creare un punto di coagulo fra tutti quelli che sono intervenuti oggi e fra chi altro sia interessato, per condividere contatti, documenti e letture fondanti, comunque utili per attivare un dibattito pubblico su questi temi, nella consapevolezza dell’urgenza della crisi;
- aprire all’interno delle riviste coinvolte in questo seminario, uno spazio di discussione sulle tematiche piu’ significative affrontate nel seminario, a seguito del quale convocare un eventuale secondo incontro, anche con finalita’ costituenti.
Il modo giusto per uscire dalla crisi? [Decrescita.it :: Indice]
Categoria: Economia
Titolo: Il modo giusto per uscire dalla crisi?
Sommario: Siamo sicuri che la Obamaeconomics sia il solo modo per uscire dalla crisi? Ad un anno dalla conferenza di Parigi sulla decrescita, Mauro Bonaiuti, Joan Martinez Alier (ex presidente dell'International Society of Ecological Economics) e Francois Schneider hanno lanciato un appello – rivolto innanzitutto ai responsabili di governo, ma anche a coloro che sono impegnati nelle istituzioni per la tutela ambientale e sociale e nelle ong - sottolineando che potrebbe esserci un'altra via.
Introduzione a la Decrescita economica [Decrescita.it :: Indice]
Categoria: Economia
Titolo: Introduzione a la Decrescita economica
Sommario: Tesi di Nathan Zippo (neolaureato in Economia e Impresa)
Il tao della decrescita [Decrescita.it :: Indice]
Categoria: Economia
Titolo: Il tao della decrescita
Sommario: La via della decrescita è un’apertura, un invito a cercare un altro mondo possibile. Ma quest’altro mondo è dentro questo qui. Ed è anche dentro di noi.
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Categoria: Società, Media e immaginario
Titolo: La decrescita tra i marxisti? - Intervista a Mauro Bonaiuti
Sommario: La festa che da anni si tiene a Piadena nel mese di marzo, corredata come sempre di dibattiti e conferenze interessanti, è divenuta un piccolo evento nel mondo della controcultura. Quest'anno alcuni interventi del programma vertono sui concetti base della decrescita.
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di Carla Ravaioli
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Titolo: L'Italia e il Movimento della Transizione: facciamo il punto
Sommario: Intervista di Daniel Tarozzi di Terranauta a Cristiano Bottone - che insieme ad altri sta provando a diffondere l’esperienza britannica delle Transition Towns in Italia - per cercare di capirne di più.
Decrescita: Intervista a Joan Martinez Alier economista ed ex presidente dell’Isee (International society for ecological economics) [BLOG DELLA DECRESCITA]
10/03/2009
di Diego Barsotti
LIVORNO. Lei sostiene che oggi “Il sistema finanziario deve avere regole diverse da quelle attuali. In Europa e negli USA quello che e’ nuovo non e’ dunque il keynesismo e nemmeno il Keynes verde. Il nuovo e’ rappresentato dal movimento sociale per la decrescita sostenibile”. Chi dovrebbe dettare le nuove regole e chi controllarne il rispetto (e se del caso applicare sanzioni)?
“Il keynesismo verde e’ un’idea nuova. Keynes era a favore dell’aumento della spesa pubblica in caso di crisi a causa della mancanza di domanda . Lui diceva che quando l’investimento privato diminuisce per paura delle imprese di perdere capitale e quando al tempo stesso vi e’ una capacita’ produttiva inutilizzata e disoccupazione, lo Stato deve fare investimenti per uscire dalla crisi. Al contrario, la Destra diceva che il mercato risolve tutto, che si doveva aspettare che con la disoccupazione i salari diminuissero fino ad un punto di equilibrio che spingesse le imprese ad offrire piu’ opportunita’ di lavoro. Per Keynes, la diminuzione dei salari rappresentava una disgrazia. Ma Keynes non parlo’ di come dovevano essere gli investimenti pubblici. Quindi, quando ora si parla di keynesismo verde, o di Green New Deal, cioe’ di un New Deal verde, si vuole dire che questi investimenti devono promuovere le energie rinnovabili, il sistema dei trasporti pubblici, il miglioramento delle abitazioni, l’agricoltura biologica. Non sappiamo se questo sarebbe piaciuto a Keynes ma pensiamo di si’. Il suo problema, tuttavia, non era l’ecologia ne’ la scarsita’ di petrolio o il cambiamento climatico e neppure la crescita economica su larga scala. Il suo problema era la crisi del 1929.
Oggi la crisi e’ arrivata perche’ il petrolio e altri beni di consumo sono aumentati molto di prezzo fino a luglio 2008. Nella crisi del 1929 i beni di consumo diminuirono di prezzo gia’ nel 1925, ora il prezzo delle azioni delle imprese e delle banche ha iniziato a scendere a gennaio 2008 ma il prezzo del petrolio, del ferro, dell’alluminio… e degli alimenti ha continuato ad aumentare fino a luglio 2008. Per questo motivo la Banca Europea ha mantenuto gli interessi alti fino ad ottobre 2008, per frenare l’inflazione, anche se cosi’ facendo ha aggravato la crisi.
La crisi e’ arrivata perche’ e’ diminuita la vendita di automobili in USA a causa del prezzo del petrolio. Ed anche perche’ si era creata una grande quantita’ di debiti finanziari impossibili da pagare. Le banche hanno all’attivo i debiti che le famiglie gravate da ipoteche ed altri debitori devono loro. Molti di questi debiti non saranno mai pagati, e’ meglio cancellarli. E neppure si potra’ pagare tutto il debito pubblico che esiste.
Come diceva Frederick Soddy, l’economia ha tre livelli, tre livelli che devono essere in proporzione tra loro. Il livello della finanza rappresentato dalla “ricchezza virtuale”, sono debiti che crescono esponenzialmente, non e’ ricchezza reale. A livello inferiore c’e’ la ricchezza reale , l’economia produttiva che non puo’ crescere tanto da coprire i debiti. Inoltre, alla base c’e’ un altro livello, lo scantinato o sala macchine, l’economia reale-reale , l’economia dell’energia e dei flussi di materia, che cresce appena o non cresce affatto. Al contrario, gli stocks di carbone e di petrolio diminuiscono. La capacita’ dell’atmosfera di assorbire diossido di carbonio non puo’ aumentare. Non possiamo dimenticarci di questa economia reale-reale”.
Destra e sinistra, storicamente, si sono contraddistinte, l’una per perseguire una crescita economica con meno vincoli possibili per l’impresa e il mercato, l’altra per perseguire una crescita economica orientata secondo progetti e una piu’ giusta redistribuzione della ricchezza. Sia per l’una che per l’altra, la crescita economica e’ stata un obiettivo indiscutibile e intoccabile: cosa pensa del fatto che da qualche tempo e su entrambi gli schieramenti, comincia a essere messo in discussione sia il concetto che la prassi della crescita?
“Dal punto di vista ecologico (dalla discussione di Otto Neurath contro Von Mises e Hayek a Vienna nel 1920) si e’ detto a ragione, come gia’ scrisse K.W. Kapp nel 1950 (in “The Social Costs of Business Enterprise”), che il mercato non da’ valore al futuro ne’ ai danni che l’economia umana causa ad altre specie. Questo e’ certamente cosi’. Con la crisi stiamo assistendo alla “seconda morte di Friedrich von Hayek” che era resuscitato negli anni di Ronald Regan e Margaret Thatcher.
Per quanto riguarda la Sinistra, e’ vero che e’ stata a favore della crescita economica indotta dallo Stato. Tuttavia, ricordiamoci che lo stesso Marx parlo’ di “metabolismo della societa’”, ovvero che l’economia dipende (come Liebig aveva spiegato per l’agricoltura) dall’entrata e dall’uscita di materia e anche dall’entrata di energia. Certamente l’energia non si puo’ riciclare, si usa e si consuma. Questo e’ cio’ che dice la legge dell’entropia. Su questo concetto Nicholas Georgescu-Roegen, gia’ nel 1979, aveva pubblicato una selezione di testi in francese, tradotti da Jacques Grinevald, dal titolo “Demain la Decroissance”. La Sinistra marxista ebbe bisogno di molto tempo per accettare questo concetto anche se in Italia Giorgio Nebbia e Enzo Tiezzi, facevano parte di questa Sinistra e sono tra i primi economisti attenti all’ecologia in Europa. Dalla sua parte, la Sinistra social-democtratica europea si consolo’ per 20 anni con il Rapporto Brundtland del 1987, prodigo di argomentazioni come sviluppo sostenibile, eco-efficienza , modernizzazione ecologica”.
La decrescita allude a una riduzione complessiva dei flussi di materia e di energia, ma presuppone comunque l’aumento - e non certo una riduzione del benessere sociale. Non pensa che le attuali crisi globali (ambientale,economica, finanziaria) dimostrino quanto meno che puo’ esistere una decrescita infelice?
“Mi sembra che l’attuale decrescita economica (del 2 o 3% in Europa nel 2009) offra una buona opportunita’ pratica. Mi sembra positivo che l’economia di India e Cina crescano. Ci sono tante persone molto povere nel mondo. La crescita all’inizio aggrava la poverta’, tutti questi contadini e persone delle tribu’ indigene che in India perdono la loro terra a causa delle industrie e delle mine! Tuttavia, se la crescita continua, come in Italia e in Spagna dal 1950-1960 fino ad oggi, le persone vivono meglio. Pero’, per quale motivo voler superare i 25.000 euro di entrate all’anno per persona? Questa crescita implica, come Lei afferma, piu’ materia, piu’ energia, piu’ rischi per l’ambiente e per la salute (come accade con l’energia nucleare). Quindi, quando ora ci accorgiamo (come in Spagna) che la decrescita porta ad una diminuzione importante delle emissioni di diossido di carbonio, ad un freno alla distruzione delle coste e di altri paesaggi incantevoli, dobbiamo essere felici. Non mi sembra una decrescita infelice. E’ importante produrre meno diossido di carbonio. Nel 2009 le emissioni diminuiranno probabilmente dell’8% in Spagna, quando dal 1990 erano aumentate piu’ del 50%.
E’ pero’ necessario un cambiamento nelle istituzioni sociali per poter vivere con la decrescita. E’ necessario che la decrescita sia socialmente sostenibile. Forse introducendo la rendita di base , forse ridistribuendo il lavoro impiegatizio (per esempio, offrendo anni sabbatici ai lavoratori delle imprese così come e’ possibile per i professori universitari) e dando piu’ importanza sociale ed economica al lavoro domestico non remunerato, al lavoro volontario”.
Nel suo ultimo libro “Il manuale della sostenibilita’”, il direttore di Wwf Italia Gianfranco Bologna scrive: “Ritengo pericolose le proposte di sostituire il concetto di ’sostenibilita’ dello sviluppo’ che ormai sebbene con diverse sfaccettature si e’ consolidato nel dibattito politico-internazionale, con quello di ‘decrescita’, mentre diventa sempre piu’ importante un’opera di diffusione e informazione sul vero significato di sostenibilita’”. E’ d’accordo?
“Sono amico di Gianfranco Bologna, rispetto il suo lavoro, ma non concordo. Credo che dobbiamo cercare l’alleanza tra i due movimenti. Nel nord del mondo, un movimento per la decrescita economica che sia socialmente sostenibile, come gia’ disse Georgescu-Roegen, come oggi affermano Serge Latouche e altri autori. Nel sud del mondo l’economia deve crescere, pero’ senza distruggere tante vite umane e tante risorse naturali. In Europa compriamo a basso costo materie prime come l’acciaio e l’alluminio e, intanto, i costi sociali e ambientali li soffrono in Nigeria, in America Latina. Nel sud dobbiamo allearci con i movimenti della “giustizia ambientale”, con “l’ecologismo dei poveri” rappresentato da Ken Saro-Wiwa in Nigeria, da Chico Mendes in Brasile, da Medha Patkar in India”.
Intervista in spagnolo tradotta da Eva Pratesi
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