Perché stupirsi delle minacce in dialetto agli operatori TV (“a parli in dialett perché sum a cà mia”) del tenente Gaffuri e di quelle del novello comandante della polizia di Locarno Silvano Stern a un mediattivista (“te la spacco quella telecamera” … cosa puntualmente avvenuta con rottura dell’ulna), o della violenta ginocchiata in faccia a una donna, fotografa francese, da un sergente, maschio, dell’esercito.
Forse che le minacce a chi voleva documentare le proteste volevano nascondere qualcosa?
Forse che caricare da dietro, a freddo, con manganelli e spray al pepe, una settantina di persone, tra cui vari bambini, possa considerarsi “un intervento proporzionato”? Gaffuri lo ritiene un normale “intervento di identificazione dei manifestanti”, ma se si visiona il filmato da noi presentato dopo i fatti la realtà appare ben diversa… E che dire dell’indagine che ha portato all’assoluzione degli agenti, piena di vizi di forma, di giustificazioni, zeppa di lacune, di testimoni sentiti con grande ritardo. Un’indagine che non si è preoccupata di cercare la verità e che non ha voluto accorgersi di che cosa davvero è successo in quei giorni a Lugano.

Il tutto fa parte dello stato attuale delle cose.
Dove il tutto diventa normale, banale, ripetitivo e continuo. Quasi annoia e stanca.
Come il massacro di Gaza di un anno fa, gli anni di guerra in Iraq e in Afghanistan, le ripetute assoluzioni di poliziotti per violenze ben peggiori di queste, così come le morti nelle centrali di polizia e i suicidi nelle carceri europee. Per il decennio che finisce il normale stato delle cose sono le botte ai migranti e il razzismo dilagante. Normale diventa la videosorveglianza, il coprifuoco e i ricoveri coatti per i giovani. Normale è l’intervento violento della polizia, l’utilizzo di polizia privata, le leggi anti-hooligans. Normale sono i muri, i fili spinati, le zone di non accesso, le persone senza casa morte di freddo. Normale è bastonare chi difende il proprio lavoro o chi forse si opporrà all’aumento della cassa malati.
Oggi, il normale stato delle cose, a destra come a sinistra, sta nell’annullare, con le buone o con le cattive, qualsiasi forma di dissenso o di esistenza giudicata “diversa”.
La città di Lugano ne è l’esempio perfetto. Spenderà 3,5 milioni di franchi per rafforzare la sicurezza del ricco centro, aspirando a diventare una delle prime città-fortezza postmoderne: impenetrabile e bianca, dentro chi spende, consuma e custodisce. Fuori tutta l’umanità in esubero: poveri, diversi, stranieri. E possiamo pure rallegrarci nel sentire Fulvio Pelli, presidente del PLR svizzero, avvocato e consigliere nazionale, dire che “essere spiati, filmati di nascosto dallo Stato è inaccettabile per un cittadino svizzero”. Ma come non ricordare la posa, illegale, di telecamere al CSOA il Molino nel 2001 per il WEF? Anch’essa finita chiaramente in un non luogo a procedere…

Non è la natura del potere a preoccuparci. La conosciamo e la combattiamo da anni. No, quello che ci preoccupa realmente è constatare come anni di terrore politico-mediatico abbiano fomentato un’immensa paura in tutto ciò che non rientra nei canoni di consumo e condotta imposti dal sistema capitalista. Cosa davvero ci sorprende è la disillusione e l’apatia di troppe persone. Le stesse che, costrette a subire l’ennesima, ripetitiva e violenta crisi, abbassano la testa affermando con tutta la normalità del mondo: che ci vuoi fare tanto non cambierà mai niente, ormai l’è inscì!
Questo sistema diventa forte perché legittimato e sostenuto dagli stessi che lo subiscono!
Solamente se non smetteremo di indignarci e di lottare, ognuno dove e come può, fra le maglie del sistema di sicurezza globale, potremo creare un mondo più giusto.

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