Solidarietà Alla Popolazione Di Afrin, Solidarietà Alla Resistenza Del Rojava!

La Svizzera, l’Unione Europea, gli Stati Uniti e la Russia sostengono l’avanzata ed i crimini di guerra di milizie jihadiste – che hanno messo a ferro e fuoco la Siria e il Medio Oriente negli ultimi 7 anni – stringendo accordi milionari con il governo fascista turco di Erdogan. La propaganda dei media occidentali non ha fatto altro che creare confusione, diffondere stati d’emergenza, e distogliere l’attenzione dalla verità creando lo spauracchio dello “Stato Islamico”. Quanto siamo ancora disposti a credere alla bufala?

In ogni paese europeo, negli ultimi anni sono state formulate leggi motivate da questo spauracchio del “terrorismo islamico” proprio mentre i capi di stato andavano a braccetto con Erdogan. Allerta generale in tutta Europa, che legittimava qualsiasi livello di repressione in nome della lotta al terrorismo. La stessa è riuscita nell’incredibile impresa di produrre un’ondata xenofoba, da sempre strumento di conflitto sociale, che ha favorito il risveglio delle destre estreme. Le bufale della sicurezza e dell’antiterrorismo non sono altro che scuse per legittimare l’inasprimento securitario e renderci ancora più schiavi e sottomessi dal potere!

In Rojava, regione a maggioranza curda a nord della Siria, che raggruppa i cantoni di Kobane, Cirize e Afrin, è in atto una rivoluzione sociale. Sulla base delle teorie sviluppate dal proprio leader Abdullah Öcalan – ormai detenuto in un carcere turco dal 1999 – il popolo curdo ha ideato e sperimentato in modo pratico una soluzione concreta, capace di far fronte e mediare al disastro quasi irreparabile a cui sembra destinato il Medio Oriente: il confederalismo democratico. Un “modello” di convivenza e organizzazione sociale rivoluzionario, dove l’orizzonte della liberazione dell’umanità – come ricomposizione di un rapporto egualitario fra i suoi membri e di un equilibrio con la natura – non passa più per la costruzione di un nuovo Stato ma, al contrario, in un processo di riappropriazione di quel potere che le è stato confiscato dallo Stato.

Nel 2014 era il tempo di Kobane, dove le forze di protezione popolare YPG e YPJ, sostenute dai combattenti del PKK, dai curdi di Iran e Iraq, hanno combattuto con determinazione le milizie dell’ISIS, in “una guerra per l’umanità”, fermando l’avanzata dello stato islamico. Oggi è il tempo di Afrin,dove il 20 gennaio 2018 il governo fascista turco aveva lanciato un’operazione militare “simpaticamente” denominata “ramoscello d’ulivo”, con la quale invadeva il cantone, a maggioranza curda. L’obiettivo del governo turco era quello di compiere un’operazione di pulizia etnica contro i curdi di Afrin e porre fine all’esperienza di autogoverno. Il modello dell’autonomia democratica si era espanso via via in tutto il nord della Siria, dalla liberazione di Kobane a quella di Mambij Tabqa, Raqqa (capitale del califfato), fino ai territori ad est dell’Eufrate nel governatorato di Deir Ez Zor. Nell’invasione, l’esercito turco (secondo esercito NATO) si serviva dell’aiuto di milizie jihadiste legate ad Al-Nusra ed a quel che restava dell’ISIS. Le stesse milizie erano state armate ed addestrate proprio dal governo turco. Durante questa operazione militare è stato fatto uso di armamenti e tecnologie altamente sofisticate ed è stato effettuato anche l’utilizzo di armi chimiche. La notte fra il 14 e il 15 marzo, dopo il ripetuto bombardamento della città, le truppe turco-jihadiste sono entrate nella città di Afrin.

Ha inizio il peggio. Dal cantone di Afrin occupato arrivano le notizie delle violenze che questi stanno commettendo sulla popolazione civile: saccheggi e distruzione delle proprietà private, minacce perché vengano svelati in quali case stessero le persone coinvolte nel movimento curdo, sfollamento di persone che vengono indirizzate in posti sconosciuti controllati dall’esercito turco-jihadista. Giungono inoltre notizie del rapimento sistematico di decine di ragazze che vengono poi tenute prigioniere in case a disposizione delle bande islamiste e dell’esercito turco e di cui non si sa la sorte.

Dall’altro lato un accordo tra Turchia, Russia e regime di Damasco farà sì che i combattenti islamisti di Al-Nusra, di Arar al-Sham e così via – che in questo momento si trovano a East Ghouta – saranno trasportati ad Afrin insieme alle loro famiglie: si tratta di circa 13.400 persone e già diversi convogli sono arrivati nella città di Afrin. Si amplifica quindi il processo di pulizia etnica, di cambiamento demografico e di costituzione di un’area omogenea di islamisti jihadisti. La Turchia inoltre ha creato un consiglio per governare sul cantone di Afrin; il portavoce di questo consiglio è Hasan Shandi, noto per aver condotto in passato degli attentati nella città di Afrin. Questo consiglio sarà poco più che fantoccio, le cariche principali saranno in mano a funzionari dello Stato turco (capo della polizia più altri ruoli chiave). All’interno della polizia saranno integrati almeno 450 jihadisti.

In seguito a tutto ciò, la maggior parte della popolazione civile di Afrin – più di 400000 mila persone – nelle ultime settimane si è rifugiata nella regione di Sheba (sud est del cantone di Afrin), ed ora è chiaramente in condizioni molto difficili. Inoltre, sempre nel quadro di un accordo tra Russia, Turchia e regime di Damasco, la Russia ha dato il via libera alla Turchia di invadere anche la regione di Sheba, ritirando di nuovo la sua presenza in questa regione. Per adesso non sono ancora stati effettuati attacchi o occupazioni in questa regione. Nel frattempo all’interno del cantone di Afrin, le forze di protezione popolare (YPJ, YPG, con il supporto di internazionalist*) e i civili rimasti resistono e continuano la lotta sotto forma di guerriglia.

Cosa si nasconde dietro tutto questo?

Il 5 febbraio 2018 le istituzioni italiane (e il Papa!) hanno ricevuto in visita il sultano Erdogan. In quell’occasione lo stesso Erdogan stilava accordi commerciali con aziende italiane private e di stato. Molti di questi accordi sono relativi a forniture di armamenti e mezzi del corpo militare. Altri Stati europei, principalmente la Germania, sono complici del massacro messo in atto ad Afrin. L’azienda tedesca Rheinmetall, fornitrice a livello mondiale di piccole parti di armamenti, gioca un ruolo importante a riguardo. Essa produce per esempio componenti del Leopard-2-Panzer, il quale tra il 2006 e il 2011 sono stati impazientemente acquistati dal governo turco, e che vengono ora utilizzati nel conflitto in Rojava.

Lo stesso discorso può essere sostenuto per lo Stato svizzero, che ha strette relazioni con il governo turco in quanto fornitore di armamenti e di sofisticati software informatici. Una delle principali aziende complici è la RUAG Holding SA con sede a Berna e con diversi stabilimenti di produzione sul suolo svizzero.

In particolare, è attiva nella produzione di munizioni per piccole armi. Offre sofisticati servizi informatici e manutenzione all’aviazione militare (grande forza dell’esercito turco). Ha inoltre influenza sulla produzione dei carri più “all’avanguardia” del mondo: i Leopard 2. Va sottolineato l’importante dettaglio che la Confederazione Svizzera è l’azionista unica del gruppo tecnologico, di conseguenza vuol dire che tutti i cittadini svizzeri con le proprie tasse, grazie alle politiche del DDPS (Dipartimento della difesa, della protezione della popolazione e dello sport) relazionato con il Dipartimento federale delle finanze (DFF) mantengono attiva questa sporca azienda!

Oggi Ruag è una delle più importanti aziende ufficiali di difesa della Svizzera, insieme a Mowag, Pilatus e la Rheinmetall Air Defance AG (sottosede della sopracitata Rheinmetall tedesca) con sede a Oerlikon (Zurigo). Rheinmetall assume un ruolo di importanza strategica per l’industria svizzera degli armamenti.

Grazie al suo coinvolgimento internazionale, offre ai produttori locali un migliore accesso ai programmi europei in materia di armamenti e un maggiore potere nel campo delle esportazioni di questi armamenti. La Svizzera non gioca certo il ruolo centrale per l’esercito turco, ma bisogna sottolineare che negli ultimi anni le imprese del settore hanno tratto grandi vantaggi dagli affari con lo Stato turco (piu di 28 milioni). Ecco la nostra Svizzera: uno dei maggiori produttori di armi al mondo pro capite!

Sempre parlando di Svizzera (e in questo caso anche del Ticino!) non dimentichiamo coloro che non possono mai mancare quando si tratta di affari sporchi: le banche e le assicurazioni. Tramite società come Kraus-Maffai Wegmann GmbH & CO. KG e Rheinmetall, le seguenti aziende sono coinvolte nel finanziamento e nel profitto della produzione di armamenti: Allianz – AXA – UBS – Crédit Suisse.

Rompiamo il silenzio contro queste aziende assassine! Smascheriamo la complicità dello Stato svizzero in questo massacro e dei suoi stessi cittadini. Attacchiamo i complici della guerra.
Contro il capitale, contro il potere, contro gli Stati nazione, che saccheggiano e devastano il pianeta creando guerre e divisioni.

INFORMATI – ORGANIZZATI – LOTTA

per scalzare il monopolio del potere statale, disgregandone le strutture e togliendoli legittimità fino a svuotarlo di senso, per la libertà di tutt*

Solidarietà a tutt* coloro che lottano contro lo Stato e il capitale

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