I palchi del primo maggio che i sindacati e i partiti della sinistra si accingono a preparare si affacciano ormai su un panorama che non concede nulla ai festeggiamenti.

L’ecatombe di lavoratori migranti nel Canale di Sicilia ha per noi lo stesso inquietante significato del plauso politico di chi predica la guerra ai topi stranieri nel cantone con la più alta disoccupazione nazionale.
E’ quindi importante riaffermare la festa dei lavoratori come giornata di lotta, una giornata conquistata attraverso le lotte internazionali dei lavoratori e delle lavoratrici. Questo soprattutto a partire dal contesto che oggi ci circonda: un grande mercato del lavoro globale, regolato dal precariato e governato dalle politiche populiste e xenofobe della destra. Tra coloro che oggi godranno di una giornata di astensione lavorativa ci sono anche quelli che gridano “Föra di Bàll”, quelli che vorrebbero sparare sui barconi o li guardano compiaciuti affondare, quelli che vorrebbero costruire nuovi muri per una roccaforte svizzera nella fortezza Europa perché ancora non hanno capito di essere semplici pedine per chi ha interesse a scatenare l’ennesima guerra fra poveri.

Chi festeggia oggi alle spalle delle lavoratrici e dei lavoratori di tutto il mondo, è la raccapricciante sequela di politici, giuristi, scribacchini e pure quei sindacalisti compromessi che ci hanno condannato, tra i sorrisi beffardi del padronato, a intere generazioni di precariato esistenziale.
Chi festeggia oggi è chi ha deciso di superare questa crisi privatizzando il nostro futuro e negandolo completamente a chi fugge dalle guerre umanitarie.

Oggi il lavoro non è più una dimensione etica sulla quale intere generazioni hanno fondato il proprio desiderio di emancipazione e di lotta. Il lavoro non ha più un costo, non ha più un salario e nemmeno può essere negoziabile in ore.

Oggi la nostra intera vita è un tempo di lavoro senza pause tra i turni e senza bonus.
Questo lavoro è un male comune.
Questo lavoro non si festeggia si sabota.

E’ il primo di maggio
I topi che non ballano

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