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Che cosa dice veramente "The National Security Strategy of the United States of America"?

Nel primo anniversario dei tragici episodi dell’11 settembre 2001, lo staff governativo degli Stati Uniti presenta al mondo un documento in cui vengono delineate le future strategie americane. Questo documento, passato senza grandi commenti e sottovalutato da molti, rappresenta un’ottima chiave di lettura degli avvenimenti di questi ultimi mesi, dall’intervento militare in Afghanistan a quello imminente contro l’Iraq, nonché di quelli che caratterizzeranno i prossimi anni, tanto che qualcuno lo ha addirittura paragonato al Mein Kampf per la sua analisi volta alla totale supremazia, degli interessi economici statunitensi, sul Mondo.

Il documento, proprio perché rivolto a tutti, appare da subito molto propagandistico e autocelebrativo, pieno di demagogia sulla "sicurezza" e il "benessere". Non a caso l’introduzione, scritta dal Presidente G. W. Bush, si apre con una rilettura del Novecento e con la glorificazione della vittoria del modello di sviluppo capitalistico: "Le grandi lotte del XX secolo tra libertà e totalitarismo si sono concluse con una vittoria decisiva delle forze della libertà e di un unico modello sostenibile per il successo nazionale: libertà, democrazia e libera impresa." Subito dopo vengono elencati i "valori" della società capitalistica e solo chi si adopererà per difenderli sarà in grado di garantire la prosperità futura, al centro di questi valori vi è il "possedere beni". "Questi valori della libertà sono giusti e veri per ogni persona, in ogni società e il dovere di proteggere questi valori contro i nemici comuni rappresenta la comune vocazione di chi ama la libertà", quindi chi si oppone alla proprietà privata è un nemico dichiarato! Dopo di ciò il documento si prolunga nella prima fra le tante autocelebrazioni della potenza USA: "Oggi, gli Stati Uniti godono di una posizione di impareggiabile forza militare e di grandioso potere economico e politico.". Grazie a tutto ciò loro si fanno carico di difendere la "pace giusta dalle minacce dei terroristi e dei tiranni", come a dire che chi si oppone al modello vincente o alla loro potenza è o un terrorista o un tiranno.
L’introduzione continua ribadendo che il nemico può essere ovunque e non più ben individuabile dietro la cortina di ferro. Per sconfiggerlo sarà necessaria una "guerra globale al terrorismo globale, di durata incerta", quindi preannunciano un susseguirsi di azioni militari, più o meno dichiarate, per un periodo che molti esperti valutano trentennale. Il perno di questi interventi si chiama Guerra Preventiva: "E, come dicono i principi del senso comune, oltre a quelli dell’autodifesa, l’America agirà concretamente contro tali minacce emergenti prima che esse abbiano preso pienamente forma". "La storia giudicherà duramente quanti avranno visto questo pericolo imminente, ma non avranno agito. Nel nuovo mondo su cui ci siamo affacciati, l’unica strada per la salvezza è la strada dell’azione." Cos�con toni biblici mettono subito in chiaro che nessuno si può intromettere ne giudicare l’operato USA.
Ma per arrivare a questo, individuano come necessario "costruire un mondo dove le grandi potenze si trovino tutte dalla stessa parte", quindi è evidente come l’egemonia vada ricercata in un quadro in cui gli interessi delle diverse potenze capitalistiche non si scontrino. Anche con le due potenze non-occidentali, Russia e Cina, gli Stati Uniti desiderano trovare sempre maggiori punti di convergenza, ricordando loro che "la libertà economica è l’unica fonte di ricchezza nazionale." Con questa condizione gli USA si fanno promotori, e controllori dello sviluppo di questi paesi con un monito: "Resisteremo strenuamente a qualunque aggressione proveniente da altre superpotenze", dove il "qualunque" non pone limiti all’accezione di aggressione.
Ribadendo continuamente la vittoria del libero mercato, promettono aiuti solo a quelle nazioni che sono completamente allineate: "Gli Stati Uniti [...] daranno maggiori aiuti allo sviluppo delle nazioni che governano con giustizia, che investono nei loro popoli e che promuovono la libertà economica." E ancora: "Le nazioni che richiedono aiuti internazionali devono governare in modo saggio, perché tali aiuti siano ben spesi. Da chi chiede libertà di prosperare, ci aspettiamo e pretendiamo affidabilità." Dunque ancora una volta il controllo economico sui paesi in via di sviluppo, e non solo, che devono dimostrare di essere partner affidabili per rendere sicuri gli investimenti dei capitali statunitensi.
Di pari passo a tutto questo rilanciano le alleanze, sia quelle storiche (WTO, NATO, l’Organizzazione degli Stati Americani), sia altre coalizioni utili per rafforzare la posizione degli USA, anche all’interno di quelle preesistenti (vedi l’alleanza con il Regno Unito e con il gruppo degli Otto).

"I. Descrizione della strategia internazionale degli Stati Uniti"

"Gli Stati Uniti possiedono una forza e un’influenza senza precedenti, e senza pari, nel mondo. [...] questa posizione si carica anche di responsabilità, obblighi ed occasioni". "Il mondo è stato diviso da una straordinaria lotta per gli ideali: visioni totalitarie e distruttive contro libertà e uguaglianza. La grande lotta è finita. Le visioni militanti di classe, nazione e razza che promettevano l’utopia, ma davano miseria, sono state sconfitte e screditate." La storia viene riscritta in un’ottica in cui solo gli Stati Uniti e il capitalismo escono vincitori, ma non nello scontro fra due modelli di sviluppo diversi, quello socialista reale e quello capitalistico appunto, ma fra gli ideali di libertà e quelli classisti, razzisti e nazionalisti uniti in un unico calderone.
"La strategia statunitense per la sicurezza nazionale sarà basata su di un internazionalismo squisitamente americano che rifletta l’unione dei nostri valori e dei nostri interessi nazionali. [...] I nostri scopi sulla via del progresso sono chiari: libertà politica ed economica", "Per ottenere i loro scopi gli Stati Uniti: rafforzeranno le alleanze finalizzate a sconfiggere il terrorismo globale e si occuperanno di prevenire gli attacchi [...]; collaboreranno per risolvere i conflitti regionali", quindi ingerenze dirette in questioni di carattere locale, "daranno inizio ad una nuova era di crescita economica globale grazie al libero mercato e al libero commercio", prevedono dunque un’espansione dell’economica capitalista, "elaboreranno programmi per cooperare con gli altri centri del potere globale", influenza diretta sulle organizzazioni transnazionali, "trasformeranno le istituzioni della sicurezza nazionale", riforma delle strutture militari, di sicurezza e non.

"II. Sostenere chi aspira alla dignità umana." ovvero espandere i mercati

"Nel perseguire i nostri scopi, il nostro primo imperativo consiste nel chiarire che cosa promuoviamo", dall’elenco demagogico delle libertà statunitensi, l’unica cosa che emerge è "la tutela della proprietà privata". Cos�per difendere questa libertà, gli Stati Uniti si fanno carico di promuoverla ovunque "come abbiamo fatto nell’Europa centrale ed orientale tra il 1989 e il 1991, o a Belgrado nel 2000" rivendicando dunque la partecipazione come protagonisti al crollo dei regimi socialisti e relazionando direttamente gli interventi, per lo più di intelligence, compiuti tra l’89 e il ’91 e quelli militari nella guerra contro la Repubblica Jugoslava. Questo deve essere un avvertimento che indica che interverranno ovunque per ripristinare l’ordine capitalista o come preferiscono loro "ampliare i confini della libertà".

"III. Rafforzamento delle alleanze finalizzate a sconfiggere il terrorismo globale e lavoro di prevenzione verso attacchi contro gli Stati Uniti e le nazioni amiche"

"Gli Stati Uniti d’America sono in guerra contro il terrorismo globale. Il nemico non è un singolo regime politico, o un’unica persona, o una particolare religione o ideologia. Il nemico è il terrorismo." L’accenno alla situazione palestinese è funzionale a dire che "nessuna causa giustifica il terrorismo. Gli Stati Uniti non faranno concessioni alle richieste dei terroristi e non scenderanno a patti con essi. Non facciamo distinzione tra terroristi e persone che consapevolmente li ospitano o li aiutano". Queste precisazioni servono a dire, ad esempio, che se Arafat è un amico dei terroristi perché non li combatte efficacemente (ovvero perché non si piega alle politiche razziste di Sharon e del governo israeliano), gli USA non tratteranno con lui e se i palestinesi non denunciano i propri parenti e amici che combattono contro l’occupazione dei Territori, ebbene sono terroristi anche loro. È questa la logica statunitense che verrà applicata ovunque ne abbiano convenienza.
Ma quali sono i luoghi immediati di questa fantomatica lotta al terrorismo? Sicuramente l’Afghanistan dove "si continua a dare la caccia ai talebani e ad Al-Qaeda" e quindi è necessaria una consistente presenza di truppe di Stati Uniti ed Alleati. Vengono poi indicate l’America del Nord, cioè il fronte interno dove si applicano le stesse misure delle zone di guerra, l’America del Sud, l’Europa, l’Africa, il Medio Oriente e per tutta l’Asia. Rimangono fuori soltanto l’Oceania e l’Antartide!
Appare chiaro che questa lotta prevede un controllo diretto di vaste porzioni del pianeta da parte delle truppe americane, unitamente alla creazione di stati vassalli o meglio: "Quando la campagna regionale isolerà la minaccia ad un particolare Stato, faremo in modo che quest’ultimo abbia gli strumenti militari, legislativi, politici e finanziari per portare a termine il compito".
"Cos�sgomineremo e distruggeremo le organizzazioni terroristiche: con azioni dirette e continuative, [...] tramite l’individuazione e la distruzione della minaccia prima che raggiunga i nostri confini. Gli Stati Uniti [...] non esiteranno ad agire da soli, se necessario, agendo anche in via preventiva". Ma non parlano solo di guerra militare ma anche di "una guerra delle idee" che fa intuire la grande portata del ruolo dei media, dell’informazione e anche della cultura e dell’istruzione in generale, che potrebbero avere perfino una maggiore importanza e un maggior controllo rispetto al passato.
Tutto ciò è giustificato dal fatto che è necessario "che il terrorismo venga visto alla stessa stregua della schiavitù, della pirateria e del genocidio". Non dimenticano la necessità di sostenere gli alleati musulmani, ne quella di effettuare vaste opere di propaganda nelle aree "ostili", come hanno già fatto nell’Europa dell’est e in altre zone del pianeta: "...promuovere la libera circolazione delle informazioni e delle idee per accendere le speranze e le aspirazioni libertarie di quanti abitano in società governate da sostenitori del terrorismo globale".
Punto centrale della strategia statunitense è la riforma di apparati governativi per renderli più efficaci e presumibilmente ancora meno vincolati a forme di controllo (ad es. dal Senato): "...ammettiamo che la miglior difesa è da ricercare in una buona offesa [...]. Questa Amministrazione ha proposto la più grande riorganizzazione governativa [...]. Il nostro piano per la sicurezze interna, incentrato sul nuovo Dipartimento per la sicurezza interna e comprendente un nuovo comando militare unificato e una sostanziale ristrutturazione dell’FBI, contempla ogni livello di governo e implica la cooperazione tra settore pubblico e privato".
Questo nuovo apparato ovviamente non verrà impiegato solo per far fronte alla fantomatica minaccia terroristica ma a qualsiasi emergenza che verrà individuata come tale dal Governo: "...la gestione dei sistemi di emergenza sarà meglio in grado di far fronte non soltanto al terrorismo, ma anche a tutti gli altri pericoli", il che ovviamente significa sempre maggiore controllo sociale e riduzione significativa degli spazi di agibilità politica in senso lato. Il lungo braccio della legge statunitense non conosce frontiere: "Qualora l’onere della lotta al terrorismo fosse al di sopra delle capacità dei singoli Governi, sopperiremo noi alla forza di volontà e alle risorse mancanti con qualunque tipo di aiuto che noi e i nostri alleati saremo in grado di offrire"; quindi ingerenze sempre più pesanti e controllo del territorio sempre più diffuso.
Ma tutto ciò perché "nella guerra contro il terrorismo globale, non dimenticheremo mai che, in sostanza, lottiamo per i nostri valori democratici e per il nostro stile di vita". Evviva l’american way of life! "La libertà è in guerra con la paura, e il conflitto non avrà una fine rapida né facile". Morte ai vili!

"IV. Collaborazione con altri per sgominare conflitti regionali."

Questo paragrafo è necessario per giustificare l’intervento, militare e non, degli Stati Uniti anche nel caso in cui non riusciranno ad ottenere il consenso del Governo locale, come ad esempio in Pakistan dove il Presidente golpista ha collaborato con gli USA, ma anche laddove non esiste il consenso della cosiddetta "Comunità Internazionale". "Quando esplode la violenza, e gli Stati esitano, gli Stati Uniti collaboreranno con i loro partner e alleati per alleviare le sofferenze e ripristinare la stabilità." "Abbiamo risorse politiche, economiche e militari finite per far fronte alle nostre priorità globali".
Come esempio principe della necessità di "investire tempo e risorse nella costruzione di relazioni ed istituzioni internazionali in grado di gestire le crisi locali" viene citata ancora una volta la situazione palestinese. Appare evidente la necessità degli USA di effettuare una mediazione tra Israele e le posizioni degli Stati Arabi alleati: "Il conflitto israelo-palestinese è di primaria importanza [...] per via degli stretti legami dello Stato di Israele e dei maggiori Stati arabi con l’America e per via dell’importanza della regione in vista di altre priorità globali degli Stati Uniti". Per risolvere la questione quale migliore soluzione di uno Stato palestinese farsa? Ridotto ad una serie di enclave, dipendente economicamente dagli investimenti internazionali e da Israele e da questo controllato militarmente e politicamente: "L’America resta ferma nel promuovere una Palestina indipendente e democratica, che viva al fianco di Israele in pace e sicurezza." "Se i palestinesi abbracceranno la democrazia e il diritto, se combatteranno la corruzione e rifiuteranno fermamente il terrorismo, allora potranno contare sul sostegno americano per la creazione di uno Stato palestinese". Questo nuovo Stato interessa non solo per la stabilità della regione, ma anche come nuova opportunità di apertura di nuovi mercati e nuove speculazioni: "Gli Stati Uniti, la comunità dei donatori e la Banca Mondiale sono pronti a lavorare, al fianco di un Governo palestinese riformato, sullo sviluppo economico, sull’aumento degli aiuti umanitari, e su di un programma per istituire, finanziare e monitorare un sistema giudiziario realmente indipendente."
Altro conflitto regionale che preme agli USA è quello latente fra India e Pakistan; dopo l’intervento in Afghanistan e il rapido mutamento di status del Governo golpista del Pakistan passato in poche settimane da nemico ad amico degli statunitensi, le relazioni con l’India storico alleato degli occidentali si sono fatte più complesse ed è stato necessario ridefinire i rapporti, in particolare "l’impegno statunitense che si fonda su investimenti precedentemente contratti" in India.
L’Indonesia stretta in una morsa fra la guerriglia islamica e la repressione del Governo filo-occidentale, viene indicata come uno dei paesi più affidabili dell’estremo oriente in quanto "ha compiuto passi coraggiosi per creare una democrazia funzionante nel rispetto del diritto. Tollerando le minoranze etniche, rispettando il diritto ed accettando l’apertura dei mercati".
È comunque possibile che la prossima partita gli USA la giochino nell’America centro-meridionale dove l’affermarsi di governi nazional-popolari (Chavez in Venezuela) e socialdemocratici (Lula in Brasile), unitamente alle guerriglie di matrice marxista attive in diverse regioni potrebbero compromettere gli interessi economici statunitensi. Nel documento si auspica che il lavoro intrapreso con "paesi che condividono le nostre priorità, come il Messico, il Brasile [prima della vittoria di Lula, N.d.R.], il Canada, il Cile e la Colombia." dia vita "ad un emisfero realmente democratico dove l’integrazione fra questi Stati promuova la sicurezza, la prosperità, le opportunità e la speranza".
Nel mirino degli Stati Uniti sicuramente al primo posto c’è la Colombia dove le forze rivoluzionarie (FARC, ELN), che controllano percentuali importanti del paese, vengono indicate come responsabili del traffico di droga e dell’instabilità della regione: "...conflitto regionale derivante specialmente dalla violenza del traffico di droga e dei complici di questo commercio illegale. [...]. Per questo abbiamo elaborato una strategia attiva per aiutare la nazioni andine a mettere a punto le proprie economie, a far rispettare le leggi, a sconfiggere le organizzazioni terroristiche e ad interrompere il traffico di droga". In Colombia quindi: "riconosciamo il legame tra gruppi terroristici ed estremisti che minacciano la sicurezza dello Stato e attività illecite legate allo spaccio di droga che contribuiscono a finanziare le operazioni dei suddetti gruppi. Stiamo lavorando a fianco a fianco della Colombia per difendere le istituzioni democratiche, per sconfiggere i gruppi armati clandestini sia di destra, sia di sinistra, consentendo alla sovranità nazionale di estendersi sull’intero territorio dello Stato, e per garantire i servizi di sicurezza di base al popolo colombiano". È purtroppo ben nota a tutti qual è l’idea statunitense di aiuto nell’America latina, è infatti impossibile dimenticare le dittature e gli interventi militari dall’Argentina e il Cile degli anni ’70, continuando per il Salvador e il Nicaragua negli anni ’80, fino all’intervento a Panama contro il loro alleato Noriega. Ed è proprio nella continuità che gli Stati Uniti intervengono in Colombia, dai finanziamenti e i consiglieri militari, sono passati in pochi mesi all’invio di addestratori e di truppe scelte per operazioni "coperte".
Per quanto riguarda l’Africa invece, gli USA preferiscono non intervenire direttamente e dunque lavorano per "costruire una capacità autonoma di mettere in sicurezza confini ora permeabili, e a dare vita alle infrastrutture legali e di intelligence necessarie a negare rifugi ai terroristi". I paesi su cui contano maggiormente sono il Sudafrica, la Nigeria, il Kenya e l’Etiopia, a loro, agli alleati europei e alle istituzioni internazionali è rilanciata la palla di rafforzare gli accordi regionali e le mediazioni nei conflitti, in vista di una transizione verso una fantomatica Unione Africana. In tutto questo i paesi del Nord Africa non vengono contemplati in quanto "il percorso più sicuro per la libertà politica ed economica si presenta nell’Africa sub-sahariana, dove la maggioranza delle guerre è motivata da conflitti per le materie prime e per l’accesso a determinate zone di importanza politica, e i conflitti sono spesso tragicamente dichiarati con il pretesto di differenze etniche e religiose".

"V. Prevenire i nostri nemici dal minacciare con armi per la distruzione di massa gli Stati Uniti, i loro alleati e i loro amici..."

Il punto di partenza di questo discorso, come già detto sopra, è che la deterrenza, cioè "la strategia consistente in reciproche garanzie di distruzione" non è più valida, in quanto "con il crollo dell’Unione Sovietica e la fine della guerra fredda, lo scenario della nostra sicurezza è profondamente mutato". "L’impronta caratteristica del nostro rapporto con la Russia non è più lo scontro, ma la cooperazione [...]: è finito l’equilibrio del terrore che ci teneva divisi [...], ora cooperiamo in settori come la lotta al terrorismo e la difesa missilistica". Chi sono quindi i nemici? Ma ovviamente gli "Stati canaglia" e i terroristi, che preoccupano l’amministrazione USA per "la grande probabilità che essi utilizzino armi per la distruzione di massa contro di noi". Questi Stati hanno degli attributi comuni a quanto ci dice il Presidente G.W. Bush: "abbrutiscono il loro popolo e sperperano le risorse nazionali [...]; non mostrano alcun riguardo per il diritto internazionale, minacciano gli Stati confinanti e violano gravemente i trattati internazionali di cui sono contraenti; sono decisi ad acquisire armi per la distruzione di massa, oltre ad altre tecnologie militari d’avanguardia, per usarle a scopo di minaccia o di offesa nel perseguimento dei disegni aggressivi dei propri regimi; sostengono il terrorismo su scala globale; infine rifiutano i valori umani basilari ed odiano gli Stati Uniti per tutto ciò che rappresentano".
Ma chi sono questi Stati? Primo nella lista ovviamente l’Iraq, poi la Corea del Nord. L’obbiettivo è quindi "fermare gli "Stati canaglia" e i loro clienti terroristi prima che siano in grado di minacciare o colpire gli Stati Uniti". Questo sfruttando "il rafforzamento delle alleanze, la costituzione di nuovi accordi con ex avversari, l’innovazione nell’uso delle forze militari, le tecnologie moderne, compreso lo sviluppo di un efficace sistema antibalistico, e l’aumento del lavoro di intelligence".
La strategia USA prevede "operazioni preventive di controproliferazione. Dobbiamo mettere in campo misure deterrenti e difensive contro la minaccia prima che essa sia sferrata. [...] trasformazione della nostra difesa e nei sistemi di sicurezza interni. La controproliferazione deve altres�essere integrata nella dottrina, nella formazione e nell’equipaggiamento delle nostre forze armate e di quelle dei nostri alleati"; viene poi individuata come punto fondamentale di questa strategia la gestione politica degli aiuti "umanitari" ai paesi in via di sviluppo, questa rappresenta infatti una potentissima tecnica di condizionamento come abbiamo modo di vedere in questi giorni relativamente all’Angola e al Burkina Fasu sulla vicenda del voto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU per l’avallo dell’intervento anglo-americano contro l’Iraq; "...controlli multilaterali sulle esportazioni ed aiuti condizionati alla riduzione di questa minaccia che fungano da ostacolo agli Stati e ai terroristi [...] promuovendo un aumento degli aiuti politici e finanziari per i programmi di non-proliferazione e di riduzione della minaccia", su questa strada si è già mosso il G8 investendo oltre $20 miliardi.
L’ultimo punto di questa strategia può forse contribuire a chiarire l’importanza della gestione delle informazioni e notizie: "Minimizzare gli effetti dell’utilizzo di armi per la distruzione di massa contro il nostro popolo fungerà da deterrente contro quanti possiedono tali armi e dissuaderà quanti cercano di appropriarsene, convincendo i nemici che non potranno raggiungere i loro fini".
Quindi "Dati gli obbiettivi degli "Stati canaglia" e dei terroristi, gli Stati Uniti non possono più fare affidamento soltanto su un atteggiamento reattivo come nel passato. [...]. Non possiamo permettere ai nostri nemici di attaccare per primi"; di seguito il discorso si fa estremamente propagandistico e demagogico spiegando la natura degli "Stati canaglia" e il perché, al contrario di quanto accadeva durante la guerra fredda, non sono più valide le strategie basate sulla deterrenza. Qui viene smontato esplicitamente il concetto storico di diritto internazionale basato sulla legittimità della risposta, di una nazione, ad un attacco militare; il diritto internazionale deve quindi cambiare tenendo conto del fatto che i nemici di oggi attaccano non usando mezzi convenzionali e che i loro obiettivi sono i civili. Tutto ciò per sostenere "l’opzione dell’attacco preventivo per contrastare una minaccia anche di moderata entità alla nostra sicurezza nazionale".
Gli USA "Procederanno sempre con decisione [...]. Dando vita a strumenti di intelligence sempre migliori [...]; si coordineranno con gli alleati [...]; continueranno a trasformare le loro forze militari".

"VI. Dare inizio ad una nuova era di crescita economica globale attraverso il libero mercato e il libero commercio"

Come è ovvio questo paragrafo comincia con un’apologia del libero mercato, cosa essenziale è "promuovere la crescita e la libertà economica al di fuori dei confini statunitensi", ovvero imporre il mercato ovunque. Per l’espansione economica gli Stati Uniti prevedono: "politiche e discipline legislative per stimolare gli investimenti, le innovazioni e le attività imprenditoriali", "politiche fiscali che incentivino al lavoro e all’investimento", "rispetto delle leggi", "sistemi finanziari forti che consentano l’utilizzo più efficace dei capitali" "politiche finanziarie sane a sostegno dell’imprenditoria", "investimenti sulla sanità e l’istruzione", "libero commercio che apra nuove strade per la crescita e che prepari il terreno per la diffusione di tecnologie ed idee che vadano ad aumentare la produttività e le opportunità".
La storia, secondo loro, è stata chiara: "le economie di mercato rappresentano il metodo migliore per promuovere la prosperità e per ridurre la povertà". Viene quasi da ridere pensando che una gran parte della popolazione mondiale vive sotto la soglia della sopravvivenza grazie all’economia di mercato!
Ma loro incalzano dicendo che questa è la soluzione per tutti: "Le politiche che rafforzano ulteriormente gli incentivi di mercato e le istituzioni del mercato sono importanti per tutte le economie: per quelle industrializzate, per quelle emergenti e per quelle in via di sviluppo".
In questa ottica individuano come importante il processo dell’Unione Europea: "Gli sforzi profusi dall’Europa per rimuovere le barriere strutturali all’interno delle loro economie sono particolarmente importanti". Dopodiché individuano il G7 (qui lo chiamano cos�mentre qualche pagina prima G8 !!) come l’ambito "per discutere delle politiche che vanno adottate per promuovere la crescita delle loro [dei sette - N.d.R.] economie e per sostenere una maggiore crescita economica globale".
Ma come e dove si rende possibile questa sempre maggiore crescita economica? Sicuramente nei "mercati emergenti dove è necessario migliorare la stabilità. [...] Occorrono flussi internazionali di capitali d’investimento per espandere le potenzialità produttive di queste economie"; "Il nostro obiettivo a lungo termine deve consistere in un mondo dove tutti i paesi abbiano una valutazione di affidabilità elevata, che consenta loro di accedere ai mercati finanziari internazionali e di investire nel futuro". Ecco qual è il sogno capitalista: un pianeta trasformato in un luogo dove tutti gli investimenti siano sicuri, dove tutti gli abitanti siano felici di farsi sfruttare e di dedicare la loro vita a questo stretti nella logica lavoro-consumo-lavoro.
È chiaro che su questa strada è necessario controllare gli investimenti e i paesi in cui questi vanno a finire: "Crediamo in politiche che aiutino i mercati emergenti ad accedere a maggiori flussi di capitali a costi inferiori. A questo scopo, continueremo a perseguire riforme finalizzate alla riduzione dell’incertezza sui mercati finanziari". Ovviamente in questo il Fondo Monetario Internazionale svolge un ruolo di primo piano: "Continueremo a collaborare con il FMI per ottimizzare le condizioni politiche che ne favoriscono i prestiti e per concentrare la sua strategia di prestito sul raggiungimento della crescita economica attraverso l’adeguatezza delle politiche fiscali e monetarie, dei cambi, nonché delle politiche del settore finanziario".
Qui viene finalmente chiarito che cosa è veramente la libertà di cui gli statunitensi parlano in continuazione; questa non è altro che "il concetto di libero commercio nato come principio morale ancor prima di diventare una colonna portante dell’economia. [...] Questa è la vera libertà". Quindi la libertà è quella di vendere e comprare! Il resto è noia...
Dunque qual è la strategia USA per promuover la "libertà" nel mondo? Ovviamente non viene escluso nessun piano di intervento. Innanzi tutto gli accordi globali, gestiti anche attraverso il WTO: "Prendere l’iniziativa su scala globale. I nuovi negoziati commerciali globali avviati a Doha nel settembre 2001 avranno un programma ambizioso specialmente nei settori dell’agricoltura, dell’industria e dei servizi, [...] gli Stati Uniti sono in prima linea per completare l’ingresso della Cina e di una Taiwan democratica nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, e assisteremo ai preparativi per l’ingresso della Russia".
Dopodiché gli accordi regionali, primi fra tutti quelli delle Americhe, ma anche dell’Africa: "Gli Stati Uniti ed altre democrazie dell’emisfero occidentale hanno deciso di dare vita all’Area di libero commercio delle Americhe, il cui termine di realizzazione è fissato per il 2005. [...] per l’accesso ai mercati, sull’agricoltura, sui beni di produzione industriale, sui servizi, sugli investimenti e sugli appalti pubblici. Offriremo inoltre maggiori opportunità all’Africa [...] tramite l’African Growth and Opportuity Act per portare alla liberalizzazione del commercio".
Non di secondo piano quelli bilaterali, indispensabili laddove sarebbero impossibili accordi più ampi, come nel Medio Oriente, o laddove possono essere utili per rafforzare gli interessi statunitensi all’interno di relazioni più complesse: "Far avanzare gli accordi bilaterali sul libero commercio. A partire da quello siglato con la Giordania nel 2001, [...] accordi simili anche con il Cile e Singapore" e prossimamente "i nostri punti focali saranno l’America Centrale, l’Africa meridionale, il Marocco e l’Australia".
È necessario che il governo USA abbia la mano libera nella promozione di tali accordi e quindi gli è necessario il sostegno di tutte le istituzioni statunitensi: "Rinnovare la partnership tra Esecutivo e Congresso. Dopo 8 anni, l’Amministrazione ha nuovamente ottenuto la maggioranza in Congresso per la liberalizzazione dei commerci, approvando l’Autorità per la Promozione del Commercio e le altre misure per l’apertura dei mercati per i paesi in via di sviluppo contenute nel Trade Act (legge sul commercio) del 2002".
Per rendere funzionali tali accordi è spesso necessario imporre delle riforme, in senso strettamente liberista, ai paesi contraenti: "Promuovere il collegamento tra commercio e sviluppo. Le politiche commerciali possono aiutare i paesi in via di sviluppo a conferire maggiore solidità ai diritti della proprietà privata, alla concorrenza, al diritto, agli investimenti, alla diffusione delle conoscenze, all’apertura delle società, all’efficienza nell’allocazione delle risorse e all’integrazione regionale"; tutto ciò come abbiamo avuto modo di imparare negli anni non significa altro che creazione di economie dipendenti dagli USA (o da altre potenze capitalistiche occidentali), dai loro investimenti, dalle loro Multinazionali, con la conseguente spoliazione delle risorse (ad esempio i giacimenti petroliferi in Nigeria), disastri ecologici (ad esempio la distruzione delle foreste pluviali), distruzione di culture e modelli di vita differenti da quelli occidentali; oltretutto nell’impossibilità per queste nazioni di ritagliarsi una fetta autonoma all’interno del "libero mercato" essendo legate dagli accordi a vendere e comprare secondo gli interessi non della propria economia ma di quella di Stati Uniti, G7 e Multinazionali varie.
È necessario dunque far rispettare gli accordi, infatti "il commercio internazionale dipende dall’applicabilità degli accordi", ed è necessario per gli USA risolvere le diatribe in corso in particolare con Unione Europea, Canada e Messico.
Il documento non dimentica neanche di dire qualcosa a proposito dei rapporti con i lavoratori: "Promuovere accordi tra le industrie locali e i lavoratori. [...] Tali tutele temporanee contribuiscono a garantire che i benefici del libero mercato non vengano ottenuti a spese dei lavoratori americani". Di notevole interesse il fatto che viene indicato come metodo più efficace per ottenere la pace sociale, soprattutto in vista di una sempre più forte precarizzazione del lavoro: "la concertazione aiuterà i lavoratori ad adattarsi ai cambiamenti e al dinamismo che comporta l’apertura dei mercati".
Per quanto riguarda l’ambiente la soluzione proposta dagli Stati Uniti sfiora il ridicolo; viene infatti indicato il WTO come garante per la protezione dell’ambiente e dei lavoratori! ("creare una rete di accordi ambientali multilaterali con il WTO").
Sulla questione energia vengono spese pochissime righe indicando le regioni che hanno intenzione di utilizzare: "espandere le fonti e le tipologie di energia globale fornite specialmente nell’emisfero occidentale, in Africa, in Asia centrale e nella regione del Mar Caspio", guarda caso sia l’Afghanistan sia l’Iraq si trovano in Asia centrale...
Un’altra beffa sulla questione ambientale è rappresentata dalle loro dichiarazioni sulla diminuzione dei gas serra, infatti "il nostro obiettivo è quello di ridurre le emissioni serra in proporzione alla grandezza della nostra economia", insita in questa frase e nella spiegazione che ne segue non vi è chiaramente la disponibilità a porre un freno al danno che si sta compiendo, ma un impegno generico per la ricerca di tecnologie che possano permettere una riduzione degli inquinanti, nonché per un maggiore utilizzo di "energie rinnovabili e la tecnologia del carbone pulito, nonché dell’energia nucleare, migliorando inoltre il consumo medio di combustibile delle automobili e dei camion statunitensi". Inoltre promettono aiuti "ai grandi produttori di gas serra come la Cina e l’India, in modo da dotarli degli strumenti e delle risorse per partecipare a questa operazione ed essere in grado di crescere in modo più ecologico e sano", spostando cos�la questione ad altri.

"VII. Espansione dello sviluppo aprendo nuove società e costruendo l’infrastruttura della democrazia"

Il paragrafo comincia con una discussione sulla povertà nel mondo dove, in modo estremamente demagogico, si attribuisce la responsabilità di questa situazione ai soli governi dei paesi in via di sviluppo, e al loro fallimentare utilizzo degli aiuti internazionali. Questa ridicola tesi non spiega alcunché, ma la cosa peggiore è ovviamente la soluzione proposta: "Lo scopo di questa Amministrazione consiste nel contribuire a liberare le potenzialità produttive delle persone di tutto il mondo. Sostenere la crescita e ridurre la povertà è impossibile senza le giuste politiche nazionali. Laddove i Governi abbiano messo in atto veri cambiamenti politici, noi forniremo nuovi aiuti a livelli notevoli".
Per mettere in atto questa dichiarazione gli Stati Uniti "propongono un aumento del 50% nell’assistenza di base [...] destinato a quei paesi i cui Governi operano con giustizia, investendo nel proprio popolo ed incoraggiando la libertà economica". I suddetti Governi dovranno "seguire politiche economiche responsabili e stimolare l’imprenditorialità". Dunque si riprende ancora il discorso della gestione politica degli aiuti internazionali, per accedervi i paesi in via di sviluppo dovranno adottare le politiche indicate direttamente dagli USA, oltre ad abbracciare "la libertà economica" cioè far entrare senza limiti le Multinazionali nella gestione delle risorse e dell’economia nazionale.
L’organizzazione centrale di questo processo è sempre la stessa, la Banca Mondiale (con il suo AID, Associazione Internazionale dello Sviluppo, cioè il fondo della BM per i paesi più poveri, e il Fondo africano per lo sviluppo): " rendere la Banca Mondiale e le altre banche multilaterali di sviluppo più efficaci nel miglioramento delle condizioni di vita dei poveri di tutto il mondo".
"La chiave di volta per innalzare la qualità della vita e per ridurre la povertà in tutto il mondo è un aumento nella crescita della produttività". E ancora, "ogni progetto, ogni prestito, ogni finanziamento dovrà essere giudicato da quanto aumenta la crescita della produttività nei paesi in via di sviluppo". Dunque produrre sempre di più, sperperare sempre più risorse naturali, costringere sempre più ampie fette della popolazione mondiale alla schiavitù del lavoro per la produzione di merci e al consumo delle stesse. Sappiamo benissimo che oggi viene prodotto anche più del necessario il problema è la distribuzione; sarebbe impossibile, e quindi chi lo afferma mente spudoratamente, pensare che il modello di crescita dei paesi occidentali sia esportabile in tutto il resto del mondo. Infatti basta pensare al petrolio, o alle altre fonte di energia fossile, si sta esaurendo oggi dopo alcuni decenni che viene sperperato da potenze e super potenze, cosa sarebbe se tutto il mondo ne facesse il medesimo uso?
Altro punto fondamentale è cambiare la forma degli aiuti internazionali: "Aumentare l’entità degli aiuti allo sviluppo forniti sotto forma di finanziamenti anziché di prestiti"; la formula meno prestiti più finanziamenti permette infatti più efficaci speculazioni anche nell’ottica produttivista.
Viene ripetuto ossessivamente che "Il commercio e gli investimenti sono i veri motori della crescita economica". "La liberalizzazione dei mercati e del commercio rappresenta una priorità centrale per la nostra strategia di sicurezza nazionale".
L’ultima parte di questo paragrafo viene dedicata allo "sviluppo agricolo. Le nuove tecnologie, comprese le biotecnologie, presentano potenzialità enormi per il miglioramento dei raccolti nei paesi in via di sviluppo, consentendo l’utilizzo di una quantità minore di pesticidi e di acqua"; la promozione di agricoltura biotech in questo contesto ha un significato inequivocabile: legare la produzione di sussistenza di miliardi di persone alle Multinazionali del settore.

"VIII. Elaborazione di programmi per agire di concerto con gli altri centri principali del potere globale."

Questo passaggio spiega come gli Stati Uniti si porranno rispetto ad alleanze presenti e future: "L’America metterà in pratica le sue strategie organizzando coalizioni di Stati capaci e disponibili a proporre un equilibrio di potere che favorisca la libertà".
Al primo punto viene affrontata la questione NATO. In effetti finita la guerra fredda, sciolto il Patto di Varsavia e ritenendo non valida la strategia basata sulla deterrenza, gli Stati Uniti stanno perdendo interesse verso il Patto Atlantico visto come uno strumento lento e monolitico in cui le decisioni devono essere discusse e condivise da numerosi partner. Gli effetti di questo sono già apparsi nella guerra in Afghanistan e oggi sono ancora più evidenti nella crisi irakena. "L’Alleanza deve sviluppare nuove strutture e capacità per realizzare quella missione in circostanze che sono mutate. La NATO deve acquisire la capacità di mettere in campo, entro scadenze brevi, forze dotate di grande mobilità e di formazione mirata, ogni qualvolta esse siano necessarie per rispondere ad una minaccia sferrata contro un membro dell’Alleanza". Quindi, per essere ancora utile, è necessaria una riforma della NATO stessa anche in vista di "consentire l’ingresso nella NATO delle nazioni democratiche capaci e disponibili a condividere l’onere di difendere e fare avanzare i nostri comuni interessi". Sarà quindi fondamentale migliorare l’efficienza militare per "dare un contributo appropriato ai combattimenti in cui sarà impegnata la coalizione", anche attraverso le "opportunità tecnologiche" ed "aumentare la flessibilità delle strutture di comando".
In sostanza: "Se la NATO riesce ad attuare questi cambiamenti, la ricompensa sarà quella di divenire una partnership centrale per la sicurezza e gli interessi degli Stati Uniti".
L’Unione Europea viene citata un po’ ai margini, gli viene riconosciuto il merito per essere "il nostro partner ideale nell’apertura del commercio mondiale" e ne viene auspicata la realizzazione di "un’identità difensiva" propria.
Gli altri alleati sono: "L’Australia che ha invocato il trattato ANZUS per dichiarare l’11 settembre un attacco rivolto anche contro l’Australia" con il conseguente invio di truppe in Afghanistan; poi "il Giappone e la Repubblica di Corea che hanno offerto un sostegno militare e logistico senza precedenti", ma anche "i nostri alleati tailandesi e filippini, [...] Singapore e la Nuova Zelanda".
Dunque "per migliorare le alleanze ed amicizie asiatiche, gli USA: [...] faranno affidamento sul Giappone affinché esso continui ad esercitare un ruolo guida negli affari regionali e globali, sulla base dei nostri comuni interessi [...] lavoreranno al fianco della Corea del Sud affinché vigili sul Nord preparando al contempo l’alleanza che ci lega a dare un contributo alla stabilità della regione in senso lato e nel lungo periodo"; rafforzeranno la "cinquantennale alleanza e cooperazione USA/Australia"; "manterranno le forze militari nella regione"; "collaboreranno con istituzioni come l’ASEAN (Associazione delle nazioni dell’Asia sud-orientale) e il Forum per la Cooperazione Economica Asia/Pacifico [...] per gestire il cambiamento in questa dinamica regione".
Ma perché tutta questa preoccupazione e questo interesse verso l’Asia? Gli Stati Uniti vedono con preoccupazione la "possibilità che si rinnovino i vecchi stilemi della competizione tra grandi potenze. Svariate potenziali grandi potenze sono ora al centro di transizioni interne: i casi più importanti sono rappresentati da Russia, India e Cina".
Più precisamente "gli Stati Uniti e la Russia non sono più avversari strategici [...] gli interessi strategici russi ed americani trovano svariati settori di intersezione". Tra questi settori la "guerra globale al terrorismo. Stiamo facilitando l’ingresso della Russia nell’Organizzazione Mondiale del Commercio [...] per promuovere proficui rapporti commerciali bilaterali ed investimenti". Inoltre vi è un consiglio NATO-Russia in materia di sicurezza. Ma indubbiamente gli statunitensi si sentono più tranquilli se continueranno "a rafforzare l’indipendenza e la stabilità degli Stati dell’ex Unione Sovietica nella convinzione" che sia meglio per loro mantenere ben separati le varie regioni dell’exURSS. Questo perché esistono "differenze che ancora ci dividono dalla Russia", in particolare "il fatto che la dedizione ai valori basilari del libero commercio e della democrazia non sia ancora uniforme in Russia, senza contare le dubbie credenziali in fatto di lotta alla proliferazione delle armi per la distruzione di massa, rimangono motivo di grande preoccupazione".
Per quanto riguarda l’India la questione è un po’ più semplice perché "L’India sta avanzando verso una maggiore libertà economica. Abbiamo in comune l’interesse nei confronti del libero flusso dei commerci". In effetti l’India è fondamentale per la stabilità dell’Asia e nonostante "Rimangono delle differenze, anche sullo sviluppo dei piani nucleari e missilistici indiani e sui ritmi delle riforme economiche", gli USA guardano all’India "come una potenza mondiale crescente con cui abbiamo interessi strategici comuni".
La Cina rappresenta l’elemento centrale della situazione in Asia e gli USA oscillano tra sforzi per condurre la Cina verso una maggiore compatibilità con le istanze del capitalismo internazionale, e in questo si inserisce l’ingresso nel WTO, e preoccupazione che viene collegata al fatto che la Cina "rimane ancora fortemente legata al governo tradizionale monopartitico del Partito Comunista". La realtà è molto più complessa e sicuramente non può sfuggire il fatto che gli USA sono fortemente in credito con la Cina essendo questa "il quarto partner commerciale degli USA, con oltre $100 miliardi in commerci annuali da e verso questo paese". Indubbiamente "il potere dei principi di mercato e i requisiti di trasparenza ed affidabilità imposti dal WTO faranno avanzare l’apertura e il livello del diritto in Cina, per contribuire a stabilire le tutele di base per il commercio", questo è chiaramente indispensabile agli statunitensi per imporre le proprie regole del "libero scambio" nei rapporti commerciali con la Cina.
Inoltre rimane aperta la questione che "Taiwan abbia diritto all’autodifesa come statuito dal Taiwan Relations Act", questo come esempio su "settori su cui ci troviamo in profondo disaccordo", è altamente probabile che fra questi settori ci sia anche la questione della Corea del Nord.

"IX. Trasformazione delle istituzioni della sicurezza nazionale statunitense per far fronte alle sfide e alle opportunità del XXI secolo"

"Le istituzioni principali della sicurezza nazionale americana sono state costituite in un’era diversa per soddisfare esigenze diverse. Devono essere tutte trasformate".
"È il momento di riaffermare il ruolo essenziale della forza militare americana. Dobbiamo costruire e mantenere le nostre difese oltre qualunque sfida".
Per questo "il nostro esercito deve: mettere in sicurezza alleati ed amici; dissuadere competizioni militari future; dissuadere le minacce rivolte agli interesse, agli alleati ed amici degli Stati Uniti; infine sconfiggere qualunque avversario".
Questo già basta per evidenziare come la politica futura degli USA sia fondata sulla guerra, per questo l’esercito viene indicato come l’elemento primo che garantisca la stabilità necessaria ad imporre le politiche economiche statunitensi.
Questo passa anche attraverso il controllo diretto, da parte delle forze armate nord americane, di vaste porzioni di territorio del pianeta: "La presenza delle forze americane all’estero è uno dei simboli più profondi della dedizione statunitense nei confronti degli amici e degli alleati", in questo modo "gli Stati Uniti dimostrano la propria determinazione a mantenere un equilibrio di potere che favorisca la libertà". Ma non basta "dobbiamo dotarci di basi e postazioni dentro e fuori l’Europa occidentale e l’Asia nord-orientale [...] in vista dello spiegamento a lungo termine delle forze armate degli USA". Inutile dire che queste frasi gettano un’ombra sul futuro che vedrà a quanto pare una sempre più massiccia ingerenza militare statunitense in ogni luogo e per ogni vicenda loro ritengano necessaria.
Per questo vengono previste una serie di riforme che prevedono: rinnovamento continuo tecnologico-militare "avanzati sistemi di rilevazione remota, capacità di attacco di precisione a lunga distanza, e nuove forze di manovra e di spedizione" "Proteggere le infrastrutture e il patrimonio centrali degli USA nello spazio cosmico" (ricordate lo scudo stellare?). La riforma si muoverà a 360 gradi dalla gestione finanziaria al reclutamento, sfruttando tutte le opportunità scientifico-tecnologiche, per permettere "una vasta gamma di opzioni militari".
Ovviamente non viene tralasciato il ruolo dei servizi segreti che "rappresenta la nostra prima linea", come stanno dimostrando in questi giorni (febbraio 2003) in Colombia dove sono numerosi gli agenti della CIA catturati dai guerriglieri. Per questo è previsto il "rafforzamento dell’autorità di cui dispone il Direttore della CIA per condurre lo sviluppo e le azioni delle nostre capacità di intelligence all’estero", quindi più potere e meno controllo su quella che è una delle istituzioni cardine degli Stati Uniti.
Il ruolo della Diplomazia viene affidato come è noto al Dipartimento di Stato, che però deve rendersi più efficiente gestendo i rapporti con le altre nazioni, con organizzazioni non governative e avendo a mente tutte le "complesse problematiche di governabilità interna in tutto il mondo". Questo sarà necessario per imporre, in seguito agli aiuti "umanitari", le istituzioni più funzionali agli interessi statunitensi: "contribuire a formare forze di polizia, tribunali, codici giuridici, istituzioni governative locali e provinciali e sistemi elettorali".
Anche il ruolo dei media deve adattarsi: "dobbiamo elaborare un approccio diverso e più completo ad un’informazione pubblica". "Si tratta di una lotta per le idee e questa è un’area in cui l’America deve eccellere".
L’ultima stoccata viene tirata alle Corti di Giustizia Internazionali, gli statunitensi non vogliono essere "ostacolati dalle potenzialità investigative, da inchieste o da rinvio a giudizio da parte della Corte Penale Internazionale, la cui giurisdizione non riguarda gli americani e che noi non accettiamo". "Renderemo pienamente operativo l’American Servicemembers Protection Act [legge per la protezione dei soldati americani], le cui clausole servono a garantire e migliorare la tutela dei soldati ed ufficiali statunitensi". Nessun riconoscimento quindi, ad organismi internazionali non direttamente controllati da loro, questo per garantire la massima copertura ed impunità delle efferatezze che sono soliti compiere soldati ed agenti della CIA.
Le stesse regole descritte per la guerra globale sono applicate su quello che viene da loro definito il "fronte interno", con le pesanti consequenziali riduzione degli spazi di agibilità politica, sindacale, sociale. "Oggi, la distinzione tra affari interni ed esterni si sta assottigliando"; vale a dire che il terreno di guerra è anche in casa loro e che gli affari USA sono ovunque.
"La nostra forza deriva da ciò che possiamo fare con queste energie".
"Ed è da li che inizia la nostra sicurezza nazionale".

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