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La lotta per la casa � uno dei terreni di intervento e pratica politica che a Roma hanno contribuito maggiormente a tenere vivo il livello del conflitto sociale dentro la citt�. Anche nel quartiere di Magliana nei primi anni del 2000 un Comitato antisfratti � intervenuto difendendo decine di famiglie, diffondendo la pratica dei picchetti come momento basilare di difesa e riappropriazione collettiva del bisogno casa.
Nella citt� i momenti pi� importanti su questo terreno negli ultimi anni si sono avuti con le occupazioni di stabili a scopo abitativo.
Seppur con differenze dovute a diverse scelte politiche delle varie componenti della sinistra di movimento, questa vitalit� dimostra che nei quartieri popolari sono, pi� che possibili, necessari, interventi politici tesi all'autorganizzazione intorno al bisogno casa.
Ci interessa per� discutere maggiormente nel merito dei motivi che permettono ai/lle compagni/e di rimanere dei punti di riferimento per settori di proletari/e sulla questione casa. Questo tipo di riflessione ci � indispensabile per cercare di evitare di ripercorrere errori e cercare di superare i limiti di una lotta che spesso e volentieri assume i contorni della resistenzialit� con tutti ci� che ne consegue in termini di prospettive e sbocchi a medio e lungo termine.
Innanzi tutto bisogna ribadire che la lotta per la casa deve necessariamente inserirsi, almeno in prospettiva, in un percorso pi� ampio mirato alla riappropriazione del reddito al di fuori dei rapporti di lavoro. Questo, essendo un elemento cardine della contraddizione capitale-lavoro, � il punto di vista da cui dovremmo partire ogni volta che ci apprestiamo ad iniziare un percorso politico. Il bisogno casa dunque non pu� in alcun modo essere scisso da altri percorsi che corrono su binari vicini. Anzi se la lotta per la casa ha un valore aggiunto � proprio perch� rappresenta un percorso potenzialmente unificante per proletari/e che vivono situazioni differenti. Se nella citt� il tessuto produttivo � sempre pi� disperso e la forza lavoro sempre pi� frammentata e ricattabile allora una lotta territoriale sulla casa pu� e deve essere momento ricompositivo. E questo � tanto pi� vero quando, come in questa fase, il problema alloggiativo va ad investire fasce di persone altrimenti non abituate a percepirsi come sfruttati/e, e quindi tradizionalmente poco interessate a forme conflittuali di lotta.
In una citt� in cui il mercato immobiliare � completamente in mano agli speculatori, fasce sempre pi� ampie della popolazione vengono escluse dalla possibilit� di acquistare o affittare un appartamento in citt�. Sempre pi� persone vengono allontanate dal tessuto urbano verso le nuove periferie situate nell'hinterland provinciale. Chi in qualche modo si rifiuta di abbandonare la citt�, sempre pi� frequentemente opera scelte come la coabitazione o si sobbarca il peso di un affitto o di un mutuo pari o quasi al proprio reddito mensile. Le cartolarizzazioni degli enti pubblici hanno dichiarato senza nessuno scampo che le istituzioni, in linea con il principio liberista di privatizzazione e smantellamento dei servizi sociali, non si preoccuperanno in nessun modo di fornire risposte al bisogno casa. Questo anche se le istituzioni locali negli anni hanno ceduto qualche concessione.
Le strutture che intervengono sul bisogno casa dovranno dunque considerare le prospettive di crescita del movimento anche in relazione a questo, considerando che gli angusti spazi della mediazione con le istituzioni vanno via via chiudendosi.
Con queste premesse, paradossalmente, una lotta basata sulla riappropriazione pura e semplice, appare ben pi� realistica di alcune piattaforme rivendicative volte al riconoscimento del "diritto alla casa" e alla mediazione con le istituzioni. In un momento in cui la tendenza alla privatizzazione e allo smantellamento del patrimonio pubblico (e non solo quello immobiliare) � costante da decenni su tutte le variabili geografiche e temporali, ha senso aspettarsi dalle istituzioni misure volte all'aumento degli alloggi popolari?
Su un livello pi� generale, riteniamo limitante un piano di intervento meramente rivendicativo in quanto rischia di presupporre di fatto le istituzioni come tramite per il soddisfacimento dei bisogni di classe. Noi crediamo ancora che i percorsi autorganizzativi debbano essere autonomi e contrapposti alle istituzioni che esistono in quanto enti gestori degli interessi di padroni e speculatori.
Infine, suscitano perplessità parole d'ordine come la "costruzione di nuove case popolari",spesso presenti tra le rivendicazioni di quasi tutte le aree del movimento di lotta per la casa, peraltro in sintonia con le recenti dichiarazioni del presidente del consiglio Berlusconi... Tralasciando di disquisire sulla loro effettiva praticabilità per le motivazioni poc'anzi discusse,forse i palazzinari non hanno ricevuto abbastanza denaro pubblico? O forse i nostri territori non sono abbastanza cementificati? Speculatori come Caltagirone hanno costruito la loro fortuna sull'edilizia popolare, realizzando mostruosità invivibili come Corviale o Torbellamonaca e distruggendo enormiporzioni dell'ex campagna romana. Il patrimonio edilizio in una città come Roma è immenso; è necessario dunque riprendersi gli alloggi e non mettere a terra altri mattoni!
A nostro avviso gli interventi, su qualunque terreno si muovano, devono essere costruiti sulla forza reale delle singole componenti e del movimento tutto, soprattutto in relazione alla capacitàdiretta di garantire il soddisfacimento stesso del bisogno casa.
Il Comitato territoriale
Su questo terreno la proposta di intervento immediata è semplice e diretta: la costruzione diun (o meglio molti!) comitato territoriale di lotta per la casa. Attraverso il consolidato strumento dello sportello informativo e di lotta avviene il contatto diretto con il territorio. E da qui si costruisce la partenza per la formazione di un comitato vero e proprio. Per evitare la settorialità, errore in cui è facile cascare, è necessario portare avanti idiversi piani di intervento cercando ilpiù possibile di far interagire fra di loro soggetticon problematiche differenti. Quindi ad esempio chi è dentro casa ma è sotto sfratto, chi ha un contratto di locazione con enti in via dicartolarizzazione, chi è occupante abusivo in attesa di sgombero, chi la casa non ce l'ha per nientema anche chi non riesce più a sostenere il peso economico di un affitto "normale".
A seconda della situazione, il comitato dovrebbe muoversi sulla difesa diretta di chi è dentrocasa, attraverso i picchetti antisfratto e attraverso l'occupazione di stabili in disuso e laddove possibile di appartamenti sfitti, così come sul terreno delle autoriduzioni, utilizzando anchestrumenti legali laddove ciò sia utile.
Chiaramente l'occupazione rappresenta un momento cruciale della vita di un comitato di lotta. La progettazione di un'occupazione deve prevedere, a nostro avviso, l'esistenza di spazi dedicati, non solo ad abitazione, ma alla socialità e alle iniziative politiche in cui gli occupanti dovrebberoessere protagonisti.
Questo perché chiaramente la battaglia sulla casa in un territorio non si esaurisce né conun'occupazione né con il mantenimento della stessa. Anzi l'occupazione deve rappresentare un momentodi forte rilancio della lotta per la casa. Grazie alla sua maggiore visibilitànel territorio, l'occupazione deve diventare una base di lotta per il comitato. Inoltre la riappropriazione del reddito non si esaurisce con una risposta al bisogno casa ma deve allargarsi ad altri aspetti, quindi l'occupazione grazie al rapporto diretto fra compagni/e e proletari/e occupanti dovrebbe essere occasione di apertura di nuovi percorsi di lotta.
Fino a qui abbiamo parlato di comitato e mai di lista. Questo perché riteniamo necessario chei percorsi di lotta vengano condivisi fra tutti e tutte. E' rischioso e controproducente occupare uno stabile con una lista di persone con scarsa o nulla esperienza nella lotta. Ben consci che allontanare qualcuno da un'occupazione è un fatto complicato e sgradevole, sarebbe opportuno limitare il piùpossibile questo rischio. Ciò avviene soltanto condividendo momenti dilottacomuni affinché sicrei la giusta conoscenza e fiducia reciproca. Proprio perché non ci interessano percorsi puramenterivendicativi e conseguentemente politicisti né "ritorni di immagine" di cui beneficiare, abbiamo lanecessità di costruire un comitato d'occupazione che sia benpiù di una lista di nomi.
Rilanciamo la lotta territoriale per la casa! Rilanciamo le lotte sociali nella città!Costruiamo percorsi di autorganizzazione a partire dai bisogni sociali!
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