La nostra lotta non è solo l’8 marzo, non inizia, non termina con esso; è ogni singolo giorno della nostra vita perché è lotta costante contro ogni sistema istituzionalizzato, patriarcale, maschilista e sessista.
Siamo scese in piazza in tante, diverse centinaia, “con la rabbia, l’allegria, l’intelligenza e il coraggio che sappiamo”.
Siamo scese in piazza senza bandiere di partito perché la nostra è lotta per l‘autodeterminazione.
Siamo scese in piazza con una manifestazione di donne perché pensiamo sia nostra e solo nostra la libertà di parlare e agire per noi stesse.
Testarde, ci siamo riprese ancora una volta la parola.
A questo i media sardi hanno risposto con il silenzio o, al più, cercando di riportare la manifestazione sotto l’alveo più rassicurante dell’appartenenza partitica. Tutto questo non ci stupisce, ma fa parte della stessa urgenza che ci ha spinto a scendere in piazza.
Ci siamo prese la parola, le nostre parole rifiutando il ruolo di “categoria protetta”, svantaggiata, debole, da tutelare.
Un ruolo passivo che non è altro che il rovescio della medaglia di quello di icona, merce, strumento sul quale dire, scrivere e misurare la potenza muscolare elettorale maschile.
L’occhio nero di un panda è interessante se può diventare un logo.
L’occhio nero di una donna lo è finché quella stessa donna non si ribella, prende la parola e in mano la sua vita e organizza la propria liberazione, allontanandosi da chi parla per lei e su di lei.
La violenza sulla donne è sessuata, ma non solo sessuale.
La nostra risposta è la produzione di nuove parole e nuove vite, non subordinate, ma caotiche, sperimentali, che generano e sono generate nel desiderio.
Autorganizziamoci! Apriamo spazi di discussione !
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( 2.9 / 111 )"In questa società per bene che ci vada la vita è una noia sconfinata, in questa società nulla assolutamente nulla riguarda le donne."
(Valerie Solanas)
Sembra di essere sempre allo stesso punto, a ribattere le stesse cose contro i medesimi attacchi che clerici, fascisti e maschi qualunque, ancora una volta, tentano di sferrare alle nostre vite, alle nostre sessualità e scelte.
In questo periodo di campagna elettorale assistiamo sempre più alla criminalizzazione dell'aborto (chi si candida con una “lista per la vita”, chi propaganda di rivedere la 194).
Non è un caso che tali discorsi riempiano innanzitutto la bocca (e i giornali) di uomini, quegli stessi uomini che sostengono guerre sanguinarie e politiche economiche finalizzate all'annientamento di interi popoli.
Nessun pudore nell'interpretare l'assurdo e il grottesco: guerrafondai che parlano di feticidio e divise che fanno irruzione nei reparti ospedalieri per mettere sotto sequestro un feto.
Quegli stessi uomini che poi si arrogano il diritto di parlare della vita e della dignità, che sempre più impunemente lo fanno usando le NOSTRE parole, la NOSTRA storia, cercano di accapparrarsi il diritto di noi donne di decidere su un'esperienza che ha a che fare innanzitutto col NOSTRO corpo, col NOSTRO desiderio (o meno) di maternità e con la NOSTRA vita.
Tutto ciò mentre, ancora oggi, la violenza maschile è la prima causa di morte per le donne.
Violenza maschile inserita in un più ampio sistema che è generato e genera violenza e si manifesta in varie forme: l'esproprio e il controllo dei nostri corpi perpetuato in famiglia, dalle istituzioni e da un capitalismo che produce esclusione in un contesto di educazione alla subalternità di genere e all'appiattimento dei nostri desideri in un modello unico di vita eterosessista.
Ma questo, evidentemente, non è un problema dei maschi.
Infatti è nostro.
E nostra è la rabbia, la volontà non solo di mantenere i minimi margini di scelta conquistati, ma di estenderli quanto i nostri desideri che sono, infinitamente, più grandi di un'urna elettorale.
Quindi, per piacere, giù le mani dai nostri corpi durante i vostri giochi, andate a contendervi il potere da un'altra parte.
Non staremo nascoste in un confessionale della democrazia perchè pensiamo che la lotta sia quotidiana.
Ogni donna – da sola prima, con le altre poi – deve prendere coscienza della sua condizione e interrompere la complicità con questo sistema maschilista.
Ci rifiutiamo di essere asservite ai vostri discorsi, rigettiamo i servigi che a voi sembrano dovuti perchè cristallizzati nel tempo. Non c'è niente di naturale né nel matrimonio né nella famiglia, ogni gravidanza deve essere, prima di tutto, desiderio e volontà della donna che l'accoglierà.
L'8 marzo tutte in piazza, con la rabbia, l'allegria, l'intelligenza e il coraggio che sappiamo.
FEMMINISTE ANARCHICHE KASTEDHU
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