(Valerie Solanas)
Sembra di essere sempre allo stesso punto, a ribattere le stesse cose contro i medesimi attacchi che clerici, fascisti e maschi qualunque, ancora una volta, tentano di sferrare alle nostre vite, alle nostre sessualità e scelte.
In questo periodo di campagna elettorale assistiamo sempre più alla criminalizzazione dell'aborto (chi si candida con una “lista per la vita”, chi propaganda di rivedere la 194).
Non è un caso che tali discorsi riempiano innanzitutto la bocca (e i giornali) di uomini, quegli stessi uomini che sostengono guerre sanguinarie e politiche economiche finalizzate all'annientamento di interi popoli.
Nessun pudore nell'interpretare l'assurdo e il grottesco: guerrafondai che parlano di feticidio e divise che fanno irruzione nei reparti ospedalieri per mettere sotto sequestro un feto.
Quegli stessi uomini che poi si arrogano il diritto di parlare della vita e della dignità, che sempre più impunemente lo fanno usando le NOSTRE parole, la NOSTRA storia, cercano di accapparrarsi il diritto di noi donne di decidere su un'esperienza che ha a che fare innanzitutto col NOSTRO corpo, col NOSTRO desiderio (o meno) di maternità e con la NOSTRA vita.
Tutto ciò mentre, ancora oggi, la violenza maschile è la prima causa di morte per le donne.
Violenza maschile inserita in un più ampio sistema che è generato e genera violenza e si manifesta in varie forme: l'esproprio e il controllo dei nostri corpi perpetuato in famiglia, dalle istituzioni e da un capitalismo che produce esclusione in un contesto di educazione alla subalternità di genere e all'appiattimento dei nostri desideri in un modello unico di vita eterosessista.
Ma questo, evidentemente, non è un problema dei maschi.
Infatti è nostro.
E nostra è la rabbia, la volontà non solo di mantenere i minimi margini di scelta conquistati, ma di estenderli quanto i nostri desideri che sono, infinitamente, più grandi di un'urna elettorale.
Quindi, per piacere, giù le mani dai nostri corpi durante i vostri giochi, andate a contendervi il potere da un'altra parte.
Non staremo nascoste in un confessionale della democrazia perchè pensiamo che la lotta sia quotidiana.
Ogni donna – da sola prima, con le altre poi – deve prendere coscienza della sua condizione e interrompere la complicità con questo sistema maschilista.
Ci rifiutiamo di essere asservite ai vostri discorsi, rigettiamo i servigi che a voi sembrano dovuti perchè cristallizzati nel tempo. Non c'è niente di naturale né nel matrimonio né nella famiglia, ogni gravidanza deve essere, prima di tutto, desiderio e volontà della donna che l'accoglierà.
L'8 marzo tutte in piazza, con la rabbia, l'allegria, l'intelligenza e il coraggio che sappiamo.
FEMMINISTE ANARCHICHE KASTEDHU
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