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Gli studenti e la vittoria di Guazzaloca a Bologna

Voci al margine

lunedì 23 maggio 2005, di Mattia Pelli


L’Università e gli studenti, sembrerebbe, esistono da sempre a Bologna, ma nessuno se n’è accorto. E quando qualcuno se n’è accorto è stato per il puzzo di lacrimogeni e lo sferragliare dei cingolati in Via Zamboni o per reclamare la mano pesante contro le aule occupate, le manifestazioni e gli spacciatori in Piazza Verdi, che sono un’unica cosa nell’immaginario dei bolognesi. Eppure l’Università è sempre stato un centro vitale e critico di una città addormentata su sé stessa, gelosa del suo malessere nascosto, meschina nel suo sfarzo. Un luogo di scambi tra studenti provenienti da città e zone diverse, specchio delle contraddizioni sociali, di non mai sottomessa esigenza di lotta e di riflessione politica. Oggi il riflusso e la disgregazione colpiscono anche questo luogo: non senza esito sono state la gestione privatistica dell’ateneo e la scelta della giunta di centro-sinistra di inquadrare il “problema studenti” a Bologna come problema di ordine pubblico. Nonostante tutto, vi sono ancora studenti organizzati che hanno la presunzione di far sentire la loro voce, nelle aule e sul territorio, per i quali un’analisi del risultato elettorale che ha portato alla sconfitta del centro-sinistra è essenziale.

Federico e Tommaso, del collettivo redazionale di Banlieues: Federico: “Non sono certo che ci sarà una differenza radicale rispetto alla politica in Università, forse la differenza più grossa ci sarà da un lato rispetto alla politica sul territorio, probabilmente la gestione della sicurezza sarà differente, gli spazi di agibilità politica si possono restringere, ecc...Per chi ha deciso di aprire tutta una serie di battaglie, di vertenze in Università sul terreno della produzione di saperi, l’ipotesi che il lavoro sarà più difficile perché c’è una giunta di centro destra mi sembra poco plausibile. Per quanto riguarda genericamente i ‘giovani’ l’unica cosa che ho sentito dire a Guazzaloca è questa ‘carta’ che dovrebbe permettere l’accesso a prezzi ridotti a vari servizi, ma io temo che l’idea sia quella di garantirsi i placet della cittadinanza per cui si ragionerà più che altro sugli studenti bolognesi lasciando fuori gli studenti fuorisede. La “cerniera” politica apertasi tra studenti e città con i movimenti della fine degli anni ’70 non si è mai richiusa: non ha voluto richiuderla il centro-sinistra che con il progetto di “Bologna capitale europea della cultura” ha cercato di fare dell’Università una vetrina, chiudendo nello stesso tempo spazi di agibilità politica e culturale agli studenti, non lo farà di certo il centro-destra, perché su questo versante non ci sarà una forte discontinuità.” Oltre a fare politica in quanto studenti all’Università, vi siete sempre posti il problema di agire nel territorio, sulle questioni degli spazi, del precariato,...Cosa cambierà per voi dopo il voto amministrativo? Tommaso: “Ci sono due valutazioni da fare, una che può essere nettamente negativa, la seconda che è invece più speranzosa rispetto ad alcuni processi che si possono avviare. Rispetto alla politica della Giunta sugli spazi sociali autogestiti, proprio perché l’elemento dell’ordine pubblico e della sicurezza sarà il terreno sul quale più si cercherà di determinare una specificità e una discontinuità con il vecchio corso, è probabile che vi sarà una restrizione dei margini di mediazione. L’altro versante, che può essere più stimolante, è che da un piano di retroguardia e di difesa di quello che già si è conquistato si può passare già dall’autunno invece a un piano di ricomposizione. E’ possibile che in una situazione come questa realta sociali differenti, che vanno dalla sinistra dei verdi, a parti di Rifondazione, ad alcuni centri sociali bolognesi, all’associazionismo di base, ecc...si possano trovare delle forme di convergenza e sviluppare forme di ricomposizione. Naturalmente questo processo sarebbe stato più interessante se si fosse sviluppato con un’amministrazione di centro-sinistra, per evitare le riduzioni sui termini minimi...” Il seme è stato dunque lanciato... Florinda, coordinatrice dei Giovani Comunisti di Bologna: “Come Giovani Comunisti abbiamo cercato insieme ad altre forze antagoniste, con mille difficoltà, di dare vita a movimenti autonomi qui a Bologna, di farli crescere: le mobilitazioni all’Università di questi ultimi mesi contro la guerra; nelle scuole contro la legge Rivola, legge portata avanti anche dalla giunta Vitali a livello locale, dalla Bartolini, da questo centro-sinistra che secondo noi ha fatto una politica di cento-destra, e questa è una delle tante cause che hanno portato alla débacle nelle amministrative. Se tu vivi, se lavori a Bologna, se fai politica o cultura, produzioni musicali, cinema, teatro, ti rendi conto che in questi ultimi anni parlare di “Bologna la rossa” era veramente un’eresia. L’hanno chiamata “la caduta del muro di Bologna”, ma in realtà il “muro” era già caduto da molto tempo. Lo vedevi nei gruppi alternativi, nei movimenti politici, nelle occupazioni che di giorno in giorno crescevano, nel malcontento di una popolazione di sinistra stanca di politiche di destra, di privatizzazioni striscianti e anche non striscianti, di consultori chiusi, di centri giovanili che scomparivano a poco a poco, della scomparsa di quel tessuto sociale che faceva grande Bologna. In 54 anni la sinistra al governo della città non ha neanche tentato di fare partecipare veramente la popolazione a una gestione democratica della città, rimanendo sempre all’interno di metodi di gestione del potere tipici della società capitalistica.” Ma se davvero i bolognesi erano stanchi di politiche di destra mascherate da politiche di sinistra, perché anche Rifondazione, che si propone come partito antagonista non è riuscito ad uscire rafforzato da queste elezioni? “I motivi sono tanti. Uno è che noi non siamo stati capaci come partito di farci comprendere, di far comprendere quali sono le nostre posizioni. Non siamo ancora il partito di massa che dovremmo essere, dobbiamo rifondare noi stessi per riuscire poi ad aprirci alle varie soggettività che operano all’esterno. Penso ai centri sociali, a tutte quelle realtà e aggregazioni che si muovono al di fuori dei circuiti ufficiali, anche nel campo artistico. E con questi settori noi non riusciamo a parlare, come ancora non riusciamo a parlare con quelli che dovrebbero essere i soggetti tradizionali di un partito come il nostro e cioè i lavoratori, anche perché vi è una grande disgregazione del mondo del lavoro, e dunque la difficoltà a raggiungere con i nostri contenuti le nuove figure nate dal lavoro atipico.”

P.S.

Pubblicato su «Zero in condotta» nel luglio 1999

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