Riflessioni all’indomani della vittoria di Guazzaloca a Bologna
La sinistra dei poteri forti e del partito leggero
Chiacchierata con Alberto Burgio, professore di Storia della Filosofia Moderna all’Università di Bologna, nonché delegato al Comitato Politico Nazionale di Rifondazione Comunista sul risultato delle amministrative
lunedì 23 maggio 2005, di Mattia Pelli
Quali sono le tue valutazioni su quello che è successo a Bologna? Quali sono le origini politiche e sociali della sconfitta storica del centro-sinistra?
Bologna è stato detto che è un caso nazionale e paradigmatico. Però io credo che dovremmo arrivare a dire delle cose un po’ diverse e forse anche in parte più utili di quelle che ritualmente si sono dette in questi giorni. Si è detto: è un caso nazionalmente cruciale perché Bologna è il capoluogo di Provincia e addirittura di Regione, e da più di mezzo secolo saldamente nelle mani prima del Pci e poi dei suoi eredi. Questo è sicuramente giusto, però se noi andiamo al di là di questa considerazione, che è valida ma rischia di essere nella sua evidenza superficiale, che ‘fotografa’ in modo unilaterale un dato quantitativo, cioè si dice ‘da mezzo secolo’, e diciamo qual’è la caratteristica di questa città, da una parte emerge ancora più evidente la rilevanza di quel che è successo e dall’altra parte forse troviamo qualche indizio per capire meglio quello che è successo. Gli elementi che caratterizzano questa città sono la ricchezza (polarizzata naturalmente), la dinamicità del tessuto produttivo, professionale e commerciale, una solidità molto maggiore del resto del Nord Est , perché da quando è venuta meno la svalutazione forte della Lira rispetto alle monete europee (in particolare il Marco), in concomitanza con le politiche deflattive di Maastricht, la rendita di posizione delle micro-imprese del Veneto è venuta rapidamente meno e il tessuto produttivo ha mostrato una grande fragilità. Mentre qui non è successo. La storia della piccola impresa qui è molto solida. Esse operano sull’export, però hanno mercati tendenzialmente monopolistici, e anche se le merci prodotte qui sono più care, vincono perché c’è la questione della qualità, del know-how. La capacità che aveva il Pci prima e la sinistra poi di reggere elettoralmente e di mantenere il governo tosco-emiliano in generale, in particolare di Bologna, va inserito in questo contesto. C’è stata sicuramente una rendita di posizione, ma la rendita di posizione, quando si cristallizza, se non la sai nutrire, fisiologicamente tende a consumarsi, per l’incalzare della trasformazioni ideologiche, soggettive (la fine del Pci con il suo significato simbolico...). Poi c’è il problema (e qui sta il deficit maggiore) che non si è saputo dialogare con queste trasformazioni, il cui elemento macroscopico è stata la riorganizzazione e la ridislocazione della conflittualità. Noi siamo abituati a concepire l’insediamento sociale per eccellenza della sinistra nel lavoro dipendente, in primo luogo nel lavoro dipendente industriale e agricolo, e probabilmente le nuove forme di organizzazione politica, ideologica della sinistra non sono state in grado di individuare l’elemento su cui fare leva in funzione critica e in funzione progressiva. Questo perché temo si possa dire, senza derive estremistiche, che qui la sinistra è stata più dalla parte dei padroni che non dalla parte del lavoro. Con questa scusa che tutto cambiava, che la classe operaia non c’era più, che bisognava stare dentro al mondo dell’impresa assecondandone le trasformazioni, con questa forma ibrida della cooperazione (figura problematica usata come schermo ideologico per avallare schiacciamenti della sinistra e del sindacato a tutto discapito del lavoro), si sono da una parte abbandonate le trincee tradizionali degli interessi delle parti deboli e questo abbandono non è stato tesaurizzato da una sinistra più a sinistra ma, come tradizione vuole dalla destra. Dal momento in cui le masse popolari non le sai politicizzare queste sono egemonizzate dalla destra. Dall’altra parte si è scelto inavvertitamente di stare dalla parte degli interessi forti, ed ecco un altro elemento che fa di Bologna una caso emblematico, ci parla di una deriva della sinistra a livello nazionale, che ha interpretato il suo ruolo di governo accodandosi e legittimando gli spiriti animali della società borghese capitalistica. Si è detto: “questa è la società, questa è la realtà, questi sono i soggetti, questi sono gli interessi che la fanno da padroni”, e il caso di Bologna dimostra che il Pci-DS è bravissimo nel vivere, nel prosperare in questa realtà: “non c’è nulla che ci impedisca di essere classe di governo in una società capitalista, magari l’impresa capitalista la chiamiamo cooperazione...”. Questo ha significato uno sganciamento dalla difesa della classi subalterne e sul piano più generale ha significato la introiezione di tutti i valori (controllo sociale, governo del territorio, politiche culturali,...) qualificanti della posizione moderata, fino ad arrivare sul piano della soggettività politica ad una indistinzione rispetto alla destra. Ed è chiaro che se tu ti ritrovi e sul piano degli effetti concreti delle politiche, e sul piano delle premesse soggettive un panorama indistinto tra destra e sinistra, la destra trionfa. Il paradosso è che a votare la sinistra siamo rimasti soltanto quelli che hanno una motivazione ideologica, quelli che continuano a dire “nonostante tutto voto per questi” perché c’è la bandiera rossa (o rosa) di mezzo, oppure una storia, un nome, un lessico.
Questo discorso secondo te vale anche per il voto (scarso) a Rifondazione...?
Questo rischia di valere per Rifondazione. Forse qui noi due non siamo d’accordo, ma accetto la sfida della domanda. Purtroppo a dispetto di tanto clamore e di tanta avversione verso la sinistra moderata, io temo che questa convinzione che la forza delle cose si impone, che bisogna prendere atto della realtà, pervade anche Rifondazione. Si dice per esempio che alle europee hanno vinto i non partiti, ma questo non è vero, Forza Italia è sempre più un partito radicato e strutturato, An lo è sempre stata, e vincono anche in ragione di questo radicamento. La sinistra si è sganciata, con l’occhettismo, il clintonismo, dal modello di partito tradizionale andando verso il partito ‘leggero’. Temo che Rifondazione stia introiettando anche lei questo schema, e che per ‘aprirsi alla società’ metta in discussione il ruolo del partito, invece di cercare di capire se tutte le potenzialità insite in questo strumento siano mai state usate nella loro totalità per favorire un reale radicamento sociale.
P.S.
Pubblicato su «Zero in condotta» nel luglio 1999