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Intervista al medievista Franco Cardini

Islam e Occidente: più vicini di quanto si pensi

giovedì 19 maggio 2005, di Mattia Pelli


Ha il gusto della provocazione e del paradosso, Franco Cardini, conosciuto studioso del medioevo e docente all’Università di Firenze. E proprio in qualità di studioso di un’epoca storica che vide le crociate ma anche lo splendore della cultura araba, ha qualcosa da dire sul dibattito in corso, reso tanto più urgente dalla terribile cronaca di questi giorni, sul rapporto tra Islam ed Occidente. Cardini, che sarà oggi alle 18 al Mart di Rovereto per parlare di “Occidente e Islam: fra integrazione e alterità”, ama rovesciare, con il piacere dell’iconoclasta, ragionamenti semplicistici e luoghi comuni. Il primo: che tra occidente e mondo Islamico, ci siano differenze incolmabili, un abisso di cultura e di storia.

«E’ un tragico malinteso. Il mondo musulmano è stato parte della cultura occidentale dalla sua formazione, prima di tutto per un fattore storico e geografico: l’islam è stato presente per esempio in Sicilia, in Spagna e nei Balcani. Vi sono poi le comuni origini religiose che si hanno nella tradizione abramitica e nel legame profondo dato dalla credenza dell’unicità di Dio. E poi c’è la base comune dell’ellenismo: la cultura islamica infatti non si capisce senza Platone e Aristotele. Come si fa a parlare di culture estranee?»

Eppure i rapporti tra Islam e mondo cristiano non sono mai stati facili...

«Anche questo è tutto da vedere: storicamente c’è stato lo scontro, ma anche l’incontro. Islam e cristianità prima e Europa poi, hanno avuto rapporti per tredici secoli che sono stati anche di violenza, di inimicizia, ma sempre all’interno di una connessione, di un legame che non si è mai interrotto: nonostante ci fossero le crociate, continuavano i rapporti commerciali, diplomatici e culturali. A volte però è certamente prevalsa una “ideologia dell’affrontamento”, in particolare tra 1400 e il 1700, per la paura dei Turchi che premevano ai confini dell’Europa cattolica».

E dal punto di vista del mondo musulmano, come è stato vissuto questo rapporto?

«Anche l’Islam ha sviluppato una “ideologia dell’affrontamento” del tutto speculare, dopo l’esperienza del contatto con l’Occidente: si è sentito messo in pericolo dalle crociate, dal colonialismo, e poi dall’appoggio dato a Israele, ed ha rispolverato l’inimicizia verso l’Europa, che però non è mai stata continua. E come in Occidente, anche qui si è sviluppata l’idea che fosse in atto un conflitto globale. Ma tutto rientra nell’ambito di quelli che potremmo definire piccoli e grandi fenomeni ottici: astigmatismo, miopia, presbiopia, l’incapacità cioè di vedere le cose nelle loro giusti proporzioni. Del resto anche gli europei si sono combattuti tra loro per motivi religiosi: credo che tra islamici e occidentali non si potrà mai raggiungere il livello di odio e ferocia raggiunto per esempio dalle guerre di religione nel 1400-1500 in Europa. Eppure queste non hanno impedito di creare una coscienza europea comune».

Come considerare allora il tentativo, fallito, di una parte del mondo politico italiano di fare inserire nella Costituzione europea un riferimento alle origini cristiane dell’Eruopa?

«Quando si parla di radici culturali bisogna resistere alla tentazione semplicistica e integralista dell’aut aut, perché di solito le culture si sviluppano sull’et et, cioè sulla convivenza di tradizioni diverse. E’ chiaro che l’Europa ha radici cristiane, ma queste, come abbiamo visto, non le sole».

Le crociate iniziarono in un periodo di crisi della cristianità, culturale ed economica: sembra la situazione dei paesi arabi di oggi. Quella dell’Islam è una crociata alla rovescia?

«No. Nell’Islam attuale c’è una sorta di processo, molto limitato qualitativamente e quantitativamente, di degenerazione, che ha radici e connotati tipicamente occidentali. In pratica davanti agli ultimi sviluppi della globalizzazione che accentua e rende evidente a tutti le enormi sperequazioni tra Occidente e resto del mondo, una parte del mondo islamico ha individuato nello sviluppo dei paesi ricchi il motivo della decadenza musulmana. Si è partiti dunque da una constatazione storicamente vera, che viene però utilizzata in modo capzioso per giustificare la necessità della guerra santa».

Quali sono le nostre responsabilità in tutto questo?

«La cultura europea è oggi in preda a una pericolosa schizofrenia: abbiamo costruito la nostra identità da almeno tre secoli a questa parte su valori come eguaglianza, libertà e giustizia sociale che continuiamo a non rispettare nei rapporti con il resto del mondo. E allora la reazione fondamentalista è anche una reazione alla disillusione causata ai paesi musulmani dal contatto con l’Occidente, che prima ha promesso indipendenza e sviluppo e poi ha negato tutto questo alla maggioranza della popolazione mondiale».

Ma perché proprio la religione è divenuta il veicolo di questo scontro?

«Perché il discorso religioso fa presa in un mondo islamico fatto di un miliardo e trecento milioni di persone che sono parte di quel 80% di popolazione della terra che vive in povertà. Davanti a questo elemento di colossale ingiustizia, qual’è il linguaggio che un eventuale agitatore politico potrebbe scegliere per colpire le coscienze degli appartenenti alla sua cultura, persone che hanno una capacità limitata di attingere a fonti di informazione e educazione alternative? E’ il linguaggio religioso che indica nel mondo occidentale “giudaico-cristiano-ateo” il grande satana colpevole di tutto».

Da dove nasce l’integralismo?

«Il movimento fondamentalista islamico è un movimento nuovo nato negli anni ’20 come cortocircuito davanti alla violenza dell’espansione occidentale. C’è una riscoperta di valori religiosi vissuta paradossalmente in un modo molto occidentale, ideologizzato: è l’immagine di un Islam in guerra che deve vincere contro il satana occidentale che non è più quello tradizionale. Per fortuna che nonostante gli sforzi che noi facciamo con le nostre scelte per propagandare il fondamentalismo, i musulmani che vi aderiscono sono pochi, per questo credo che l’integralismo non si svilupperà mai più di tanto».

Eppure gli attentati continuano, anzi, aumenta l’intensità della violenza...

“Ma è proprio per questo che i movimenti terroristici diventano sempre più pericolosi: perché si rendono conto che la loro area di sviluppo è molto limitata e allora induriscono la loro pratica. Da qui nasce la tragedia di Beslan.”

Esploriamo invece il campo opposto, quello Occidentale. La guerra contro il terrorismo non rischia di avere tutte le caratteristiche di una crociata politicamente e religiosamente integralista?

«C’è un aspetto, per esempio per quanto riguarda Bush e la sua cerchia, che se non fossi credente chiamerei di involuzione religiosa in senso fanatico. Io sono un cattolico praticante, non mi piace parlare di involuzione religiosa, ma c’è un ritorno a forme rozze di rapporto tra religione e politica. Quando vedo le immagini degli americani che pregano a Ground Zero io ci fiuto l’imbonimento massmediatico e la forza dell’apparato ideologico fanatizzante. Pregare tutti insieme davanti alla televisione a voce alta non è il mio modo di intendere la religione. Negli Stati Uniti c’è una vecchia radice fondamentalista protestante, collegata a quello che chiamano il “destino manifesto” della nazione. E’ religione tutto questo? E’ una visione politica della fede. Significa uno spirito di crociata? Certo, esso esiste nella Jihad islamica ma anche nel mondo occidentale attuale».

Come fare ad uscire da questo circolo vizioso? E’possibile?

«Non in questo momento. L’unico modo è quello di smontare la visione manichea che ci viene propinata dai media, imbeccati da politici e poteri forti, di un mondo diviso in due tra il Male e il Bene. Bisogna reagire come hanno fatto in Francia dopo il rapimento dei giornalisti».

Cioé?

«Non cedere al ricatto: ai rapitori che chiedono l’abolizione della legge sul velo in modo unitario, da destra a sinistra, è stato risposto che non si tratta di una legge contro gli islamici e la stessa comunità musulmana, contraria alla legge, ha respinto l’intromissione esterna. Ma allo stesso tempo la Francia non è nemmeno allineata con gli Stati Uniti e ha un’altra idea di ciò che si deve fare in Irak, in particolare del ruolo dell’ONU. La logica del fondamentalismo dalle opposte sponde è quello di farci diventare partigiani dell’uno o dell’altro campo. Bisogna invece riuscire a sottrarsi a questo ricatto».

P.S.

Pubblicato su «l’Adige» l’8.9.04

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